Tattiche queer per etica psicoanalitica
Intervento tenuto in occasione del Seminario Incertezze del Gender, 23 giugno 2023.

Vorrei approfittare di quest’incontro[1] per riprendere alcuni punti del mio lavoro passato ed in corso. Volevo però iniziare raccontandovi una storia. È un elemento clinico, un elemento di un percorso analitico: il mio. Ero in Italia, molti anni fa. Ero giovane.
Quindi, un giorno, come tante altre volte, vado dall’analista. All’epoca facevo il dottorato in filosofia. E leggevo un libro di Michel Foucault. C’era tanta gente nella sala d’attesa. E mi sono messo a leggere. Mi chiama finalmente l’analista. Faccio la mia seduta. Me ne vado. E, una volta tornato a casa, mi sono accorto che mi ero scordato il libro dall’analista. Mi ero dimenticato il primo volume di Foucault nella sala d’aspetto… Dimenticarsi la Storia della sessualità nella sala d’attesa dell’analista: l’atto mancato può sembrare alquanto significativo! E forse lo è. Ma invece di cercare di spiegarlo in modo personale, invece di vedere cosa significhi per me, mi sembra molto più interessante cercare di fare una contro-proposta all’interpretazione di quell’atto mancato. In realtà, forse non è solo un atto mancato ma lo possiamo anche pensare come un acting out. Di solito, si dà la definizione dell’acting out come un atto che viene ad interrogare qualcosa che l’analista non riesce a sentire. L’analizzante, preso nel transfert, non riesce a dire qualcosa, perché l’analista non riesce a sentire all’interno della seduta e quindi l’analizzante compie un gesto, fa qualcosa, invece di dirlo in seduta. Generalmente compie quel gesto fuori dalla seduta, alla lettera: acting out (fare fuori).

Ecco, quello che proporrei, oggi, è di vedere cosa significhi quell’oblio della Storia della sessualità, scritta da Foucault, riportandolo non tanto come atto mancato ma come acting out della pratica psicoanalitica rispetto a quello che Foucault afferma nel suo libro. Cercherei di dare una portata un po’ più politica e critica a quell’oblio. Forse quella mia dimenticanza indicava qualcosa allo stesso dispositivo analitico, gli poneva una domanda: cosa fai delle critiche foucaultiane? E come leggi tu, in quanto analista, le proposte teoriche che riguardano la tua materia prima? Ossia come intendi il rapporto tra corpo e linguaggio e le critiche che sono emerse a riguardo dopo la morte di Lacan e che si riferiscono direttamente a Foucault? Per dirla semplicemente, Foucault, nel suo libro, accusa la psicoanalisi di essere una pratica normativa, cioè: una pratica che si inserisce, che partecipa, che plasma il modo in cui la sessualità stessa viene costruita da saperi scientifici (medicina, psicologia, pedagogia…) in un momento determinato (nel XVIII-XIX secolo). Foucault mostra anche come questa pratica non si basa solo su un sapere. Ma, proprio perché indica alla gente come vivere (cos’è sano o patologico), ha anche delle conseguenze dal punto di vista dell’esercizio del potere. Ecco, il libro di Foucault chiede alla psicoanalisi di fare i conti con il potere. Un potere che non è negativo, proibitivo ma un potere che fa si che stiamo in vita, Foucault lo chiama un “bio-potere”. Forse l’analista lacaniana, ortodossa convinta, che sono andato a trovare tre volte a settimane per molti anni, non voleva, non poteva, sentire niente di quelle critiche che emergono chiaramente nel libro di Foucault. Molti anni più tardi, quando ho scritto Queer psicoanalisi, ho deciso di non lasciare il libro nella sala d’aspetto, di aprirlo direttamente nello studio psicoanalitico. Per dirla in altri termini, mi è sempre apparso alquanto interessante quella coincidenza, quella contingenza storica, secondo la quale l’anno in cui morì Lacan apparve nei media, per la prima volta, il nome di un virus che avrà una brutta fama. Nel 1981, muore un gran psicoanalista, forse il più importante dai tempi di Freud e, sempre nel 1981, appare una malattia, un’epidemia, forse la più importante del XX secolo: nel 1981 si inizia a parlare dell’AIDS. In realtà, all’epoca, si incominciava a parlare di “cancro omosessuale”, il nome AIDS verrà dopo. Ricordo, tra parentesi, che Foucault è uno tra i primi intellettuali francesi ad essere morto a causa dell’AIDS nel 1984.
Perché faccio questa sovrapposizione tra la morte di Lacan e quella malattia? Perché – e noi, oggi, lo sappiamo benissimo perché abbiamo appena attraversato l’epidemia del COVID – un’epidemia cambia non solo il rapporto alla salute, ma la rappresentazione del corpo stesso, la rappresentazione del rapporto con l’altro. L’epidemia dell’AIDS ha modificato i modi dire, i modi di vivere e i modi di concepire i rapporti tra corpi, sessualità e linguaggio. Da quell’epidemia sono conseguite ideologie, modi di rivendicare, azioni collettive, associazioni, organizzazioni sociali concrete per dare cure, per occuparsi di chi era di solito percepito come “intoccabile”, per chi era, la maggior parte del tempo, condannato. Ed è importante ricordare, da principio, come i malati di AIDS (omosessuali, drogati, prostitute…), a quell’epoca, morivano in massa; e come la norma perbenista era di pensare che, in fondo, “se l’erano anche cercata”. Quindi, chi faceva parte di quel tipo di gruppo a rischio, ha provato il bisogno di ripensare non solo il fatto di essere in salute o in malattia e di fare di tutto per ottenere il diritto di essere curato, ma di essere preso in considerazione come essere umano e non come colpevole di un reato. In quegli anni è apparso lo slogan inglese dell’associazione Act up “we are queer, we are here, get use to it!”. Possiamo tradurlo: “Siamo froci, siamo qui, arrangiati, noi non cambieremo!”. Questo tipo di dichiarazione non è solo militante o ideologica anche se, chiaramente, lo è. In effetti, c’era un gran bisogno di affermare il tipo di esistenza queer, frocia, come un’esistenza tanto dignitosa quanto le altre. Ed è proprio il senso di “arrangiati/get use to it”. Ma questo tipo di dichiarazione fa anche parte di una tattica. Questa tattica avrà avuto effetti, non solo dal punto di vista politico e sociale, ma anche da un punto di vista teorico. Le tattiche queer non sono solo sociali ma sono anche concettuali. Questo mi pare un punto importante.
Il movimento queer non può essere ridotto, in alcun modo, ad una semplice ideologia. È piuttosto un arcipelago: un arcipelago teorico che si oppone all’unità di un pensiero costituito. Anzi, è un pensiero che cerca di disfare, di torcere, i concetti per mostrare non solo come i concetti ci aiutano a pensare delle cose, ma come gli stessi concetti servono anche molto spesso a ricoprire delle disuguaglianze, a mantenere uno statu quo, a ripetere degli “a priori”, dei privilegi. Etimologicamente “Queer” significa – prima di essere l’insulto “frocio” – “storto”, “bizzarro”. Ora, vorrei sottolineare il fatto che, oltre ai movimenti sociali promossi dai gruppi attivisti queer, c’è stato tutto un rinnovo del pensiero grazie agli studi queer. Gli studi queer hanno preso in considerazione i nostri concetti filosofici, linguistici, morali, i nostri film, la nostra letteratura, le nostre rappresentazioni, ma anche i nostri corpi, i nostri modi di amarci, di fare famiglia, di essere uomo o donna, per torcerli, per interrogarli, per mostrare come si poteva ripensare tutto ciò, indicando come i testi della tradizione, dalla filosofia alla biologia passando per la poesia e la letteratura, potevano essere interpretati in un altro modo. Per ogni oggetto preso in considerazione, sia esso un film o un’idea, sia la Ricerca di Proust o la nozione di “struttura”, i queer scentrano il bersaglio di lettura e di riflessione. Partono dai margini dei testi per mostrare come il centro è, molto spesso, una convenzione, un’illusione, un fantasma politico, per indicare come le dualità, molto spesso, non bastano per spiegare le molteplicità del mondo vivente, per appuntare la dimensione politica di quello che, a priori, appare neutro, irrilevante o al contrario indispensabile.
In realtà, non è tanto diverso dalla rivoluzione portata da Freud con la scoperta dell’inconscio. Ricordiamoci il testo di Freud, del 1917, in cui ci spiega le vessazioni che la storia dell’umanità ha incontrato da quando ha capito di non essere al centro dell’universo e di essere cugino della scimmia. In quell’articolo, Freud spiega come l’umanità ha capito che non era neanche padrone a casa propria per colpa dell’inconscio! Con Freud tutto è stato da rileggere: desiderio, famiglia, linguaggio. Beh, con i queer – che si appoggiano proprio sulla Volontà di sapere di Foucault –un’altra volta ancora, c’è stato tutto da ripensare: psicoanalisi inclusa.
Vorrei insistere, ancora un po’, sul termine tattiche. Sia in Michel de Certeau che in Lacan, le “tattiche” vengono opposte alla “strategia”. I due termini non sono affatto sinonimi. Anzi, la tattica può essere pensata come una specie di risposta alla strategia. Se ho parlato di “tattiche queer” e non di “strategie queer” è per torcere un po’ un’associazione che potremmo pensare in modo immediato: la strategia appartiene al collettivo, al globale. Tutte le azioni queer, per opporsi alla violenza e al rifiuto dello stato, delle istituzioni, dell’universalità scientifica, potrebbero essere messe dalla parte della strategia per l’appunto. Mentre invece la tattica potrebbe essere vista come una cosa più vicina a quello che si compie in psicoanalisi. Ne La direzione della cura e i principi del suo potere, Lacan afferma che l’analista “è più libero nella sua tattica rispetto alla sua strategia”. Da parte sua, Michel de Certeau, all’inizio dell’Invenzione del quotidiano, ci spiega che la tattica si oppone alla strategia globale. La strategia cerca di orientare le condotte, mentre la tattica è “l’arte dei poveri”: prendi una roba (de Certeau, nel suo libro, parla degli oggetti quotidiani) e cerchi di farla tua, in modo da cambiare il suo uso, i gesti prescritti dall’oggetto, in modo da appropriatene come vuoi tu, piuttosto di sorbirti la strategia consumista, capitalistica, gli usi già prepensati dal design, dal marketing, ecc.
Di conseguenza, si potrebbe pensare che l’etica analitica stia tutta dalla parte dell’atto che implica una tattica, cioè fare sì ché il soggetto trovi i modi di appropriarsi di ciò che vuol diventare. In altri termini, l’unico modo per essere soggetto del proprio desiderio è riappropriarsi della propria storia, disfarsi dall’identificazioni, approdare al reale che ci fa soffrire, che ci risulta insopportabile. Insomma, sì, in un certo qual modo, l’opera analitica è un’arte del povero. In quanto analisti, siamo davvero poveri. Non possiamo neanche manipolare i nostri pazienti, come i medici che fanno l’auscultazione, e non dobbiamo neanche suggestionarli, abbiamo messo da parte l’ipnosi. In analisi – lo dice Freud sin dall’inizio – “non si tocca”! Ci si sdraia sul lettino e si parla. Parole, parole, parole. Punto e stop. Ecco, i mezzi degli analisti sono davvero pochi. L’analisi è l’arte del povero (soprattutto se si fa il confronto con il coaching, con le terapie comportamentali, con tutti i protocolli e i test che aiutano a procedere in un trattamento e che sono assenti dalla cura psicoanalitica). Il dispositivo analitico è alquanto vulnerabile. Ma, e qui ho in mente alcuni testi di Judith Butler, quella vulnerabilità ha una vera potenza, una vera efficacia, una sua propria agency. Quindi, nessuna strategia predefinita in analisi per lottare contro un sintomo o una crisi d’ansia. Ma abbiamo piuttosto delle tattiche sempre nuove, che vanno, caso per caso, ad affrontare il reale del soggetto: le sue sofferenze, i suoi punti di incidibile, i suoi momenti di vacillazione soggettiva…Come afferma de Certeau: “facciamo dei colpi nel campo regolato dell’Altro e cerchiamo di reinventarci ad ogni atto interpretativo”.
Dall’altro canto, da parte dei queer, si potrebbe credere che abbiamo solo delle strategie di resistenza: azioni e movimenti collettivi, globali, per organizzarsi contro l’altro. Per resistere contro delle violenze sistemiche, che provengono dalla società, dalle condizioni materiali d’esistenza, bisogna fare delle azioni che affermano una strategia collettiva molto forte. Un contrappunto altrettanto forte per lottare contro le discriminazioni, delle organizzazioni di militanza per promuovere un’ideologia diversa da quella in vigore dell’eteropatriarcato. Il mio intervento evoca però non delle strategie queer, bensì delle tattiche queer. In realtà, le cose non sono così dualistiche e le filastrocche sono un po’ più complicate rispetto a: da un lato, analisi, soggetto, inconscio – quindi tattica – e, dall’altro lato, queer, collettività, volontà – quindi strategia.
L’opera della studiosa femminista queer Elsa Dorlin ce l’ho spiega molto chiaramente. La Dorlin ha lavorato molto sul gender e sui legami con la razza. In particolar modo pensa come difendersi oggi di fronte alle inuguaglianze. Secondo lei, per lottare contro la violenza, contro le strategie di esclusione che segnano le persone più vulnerabili (migranti, persone non eterosessuali, persone trans, tutti i popoli queer di vari generi), abbiamo bisogno sia della strategia che della tattica. Quando i queer si organizzano per ridirigere la violenza, per ripensare le discriminazioni, ma anche quando, concretamente, scendono in piazza, tutte le loro azioni fanno parte di una strategia globale di resistenza per farsi valere, per essere riconosciuti in quanto soggetti. Ma ogni volta, all’interno di quelle stesse strategie, ci sono anche dei movimenti che non sono mai prevedibili. Quando si scende in piazza, c’è tutta una danza imprevedibile contro le forze dell’ordine, afferma la Dorlin (riferendosi alle lotte contro la segregazione, per esempio). Dorlin dice che la strategia aiuta ad essere più efficaci nei momenti di lotta collettiva contro il nemico. In altri termini, una buona strategia ti rende più inventivo. Ricordo una discussione in cui le chiedevo: “Ma, insomma, la strategia non è cattiva perché troppo globale, non fa, a rovescio, il gioco della globalizzazione capitalistica? Non è sempre troppo predefinita? E, se vogliamo lottare, non è che dobbiamo riferirci di più alle tattiche e alle loro invenzioni singolari?” La sua risposta era schietta e netta: tutte due. Tattiche e strategie sono sempre necessarie nelle lotte. Questo aiuta davvero a rovesciare anche la prospettiva psicoanalitica. Infatti, sarebbe assurdo pensare che nei modi di trasmissione, nelle modalità di fare scuola, di pensare la clinica ecc., la psicoanalisi sarebbe risparmiata da questioni strategiche. Quando lo stesso Lacan dice che l’analista è più libero nella sua tattica, non vuol dire che è esento dalla strategia.
Se pensate alla performance di Paul Preciado, all’interno della Scuola lacaniana di psicoanalisi a Parigi, nel 2019, era al tempo stesso un atto strategico e tattico di ribaltamento di situazione, di rovesciamento del tipo di rapporto tra un soggetto trans che – per una volta in vita propria – non era più oggetto del sapere medico-psichiatrico-psicoanalitico ma, tutto al contrario, insegnava in quanto soggetto del sapere ad un’assemblea di psicoanalisti. E insegnava non tanto agli analisti da un punto di vista clinico quanto, per l’appunto, strategico. E cioè: la domanda rivolta da Preciado alla pratica psicoanalitica in quell’occasione era una domanda di chiarimento. È come se Preciado chiedesse agli psicoanalisti o alla psicoanalisi: “Ma tu, che pensi di essere tanto etica, come mai all’interno delle tue scuole, dei tuoi modi di promuovere colleghi, insegnamenti, di trasmettere idee, non hai mai preso in considerazione i popoli minori in un modo diverso dal patologico? Perché mai l’unico riferimento all’omosessualità, alle trans-identità, deve sempre essere patologico?”. Quello che il filosofo trans Preciado chiedeva nella sua conferenza era molto semplice: “Ma tra di voi, c’è mai qualcuno che ha preso atto del fatto che nelle modalità di trasmissione della clinica, c’è una strategia contro la quale bisogna anche lottare?”. Chiedeva in modo frontale: “Ma tra di voi, ci sono analisti gay? Trans? Queer? Oppure la strategia che vige nelle vostre formazioni e nelle vostre scuole è quella del silenzio, della neutralità e del piccolo segreto vergognoso?”
Mi pare molto interessante cercare di articolare tattica e strategia e vedere come anche in psicoanalisi – specialmente nelle questioni di organizzazione e di trasmissione dell’orientamento clinico – è necessario vedere come una strategia globale è sempre da disfare, da dirottare in modo da lasciare avvenire la sorpresa tattica. Quella sorpresa tattica ha a che vedere con quello che scriveva Theodor Reik nel suo libro Lo psicologo sorpreso. In quel saggio, spiega che in analisi siamo tutti e due, analista e analizzante, sorpresi dalla scoperta e dall’effetto della parola inconscia. Allora proprio all’interno degli studi queer, proprio in quell’arcipelago non unito, molteplice, fatto di tanti autori e di tante decostruzioni, credo possiamo trovare attrezzi utili per far deviare le strategie monolitiche della psicoanalisi. Per dirlo, schietto e netto, se vogliamo evitare che la psicoanalisi sia percepita come una disciplina edipica, omofobica, transfobica, eteronormativa ed incapace di pensare al di fuori della dualità dei sessi, credo sia necessaria vedere come dalla crisi dell’AIDS i corpi e le sessualità (insisto sul plurale) sono stati ripensati attraverso i testi queer, si sono affermati al di fuori della logica che una teorica come Monique Wittig chiamava “straight”. L’impensato del pensiero, per quella teorica, era la sua struttura universale, direttamente orientata e pensata a partire da una logica fallo-logo-centrica (per dirla questa volta con Derrida).
In fondo la mia proposta è molto semplice e molto aperta. Sono clinico. Da anni ormai, ricevo in studio, e ho ricevuto molto a lungo in ospedale psichiatrico. Ricevo tante persone LGBTQIA++. Mi pare sia indispensabile avere strumenti per lavorare i nostri stessi modi di ascoltare. Per fare in modo che continui ad avvenire l’incontro analitico nella sua vulnerabilità, mi pare necessario avere le orecchie aperte, non solo a ciò che dice ogni soggetto in modo singolare, ma anche a ciò che accade nella nostra epoca, nel mondo contemporaneo. Ora, mi pare che la contemporaneità sia caratterizzata per l’appunto dalle Incertezze del genere. In realtà, credo che l’incertezza non sia una cosa grave. Anzi, l’incertezza non vuol dire l’indecisione. Essere incerti è rimanere aperto alla possibilità di cambiare avviso. Essere indecisi invece è rimanere bloccati nell’esitazione, nel timore, nel dubbio nevrotico.
Allora sì, oggi siamo incerti: “Ma il genere è solo due? Ma i sessi sono solo due?”. Oggi c’è chi ha la barba e si presenta come donna. C’è chi invece aveva il seno e non ha il pene e si presenta come un uomo. A volte, chi ha la barba rimane incinta. Incinto? Incintu? Incit*? Mi rallegrano anche queste incertezze linguistiche, queste demoltiplicazioni delle possibilità di generi, quell’apertura dei modi di vivere i propri corpi in maniera un po’ più elastica. L’incertezza non mi dispera affatto. Non mi fa neanche dubitare più tanto. Secondo me, l’incertezza si situa piuttosto sui nostri antichi punti di riferimento psicoanalitici: la necessità di tenere l’Edipo come unico mito per spiegare le difficoltà del soggetto a relazionarsi con il proprio desiderio. L’incertezza, per me, sta più dalla parte dalla strategia teorico-clinica nella quale, io stesso, sono stato formato e in cui per vent’anni, il desiderio dell’analista – così forte, così evidente, così etico, al tempo stesso vuoto e deciso, così vicino al proprio reale, così capace di dare un taglio nella seduta dell’analizzante – beh, quel desiderio, è sempre stato pensato a partire da una rappresentazione del transfert freudiano esplicitamente eteronormato. Il transfert, nei testi della tecnica ad esempio, viene individuato da Freud da un’analizzante (sempre una donna) per un analista (sempre un uomo). Ed è proprio per questo motivo che esiste una proibizione del toccare e la necessità di fare prova di ‘tatto’ in analisi. Mi pare molto importante ripensare le modalità del transfert all’interno della cura e le modalità dell’interpretazione al di fuori di quella scena eteronormativa. Distaccare la scena analitica da preconcetti edipici, omofobici, eteronormativi, dualistici, tuffarsi nell’incertezze del genere significherebbe allora prendere atto di come la psicoanalisi sia capace di trasformarsi.
Ho intitolato il mio libro Queer psicoanalisi. “Queer” in francese suona anche come “qu’ouïr? cosa senti? cosa odi?”. Il gioco di parole non è traducibile mi pare, però, alquanto importante. Si tratta di prendere in considerazione i testi queer, non per dire non hanno capito niente del nostro lavoro di analista ma, tutto al contrario, per ripensare le nostre tattiche. Questo mi pare il lavoro etico che abbiamo da fare se vogliamo rinnovare il transfert nei confronti stessi della nostra disciplina.
Per dirla in un altro modo: se siete queer, trans, bi, non vuol dire che siete disabbonati dall’inconscio. Invece significa che le modalità di tatto con le quali l’interpretazione, l’ascolto, l’elasticità psicoanalitica avvengono all’interno della seduta hanno bisogno di modificarsi. Non si tratta di fare opera analitica come opera “woke” o “ben pensante” o “politically correct”. Ma si tratta di prendere atto dei cambiamenti che sono già avvenuti nelle modalità con le quali le persone vivono le loro identità, i loro corpi. Detto in parole povere, se io ascolto una persona trans, pensando prima ancora che apra la bocca: “Ah, è trans, quindi problemi a livello della stadio dello specchio, quindi rifiuto della castrazione, quindi… beh, quindi psicosi”, solo perché la sua identità di genere o il suo aspetto, mi rendono incerto sui miei propri concetti e sulla loro validità, non credo di fare l’analista. Rimango sordo. Non riesco ad “ouïr” un bel niente.
Da Ferenczi sappiamo che il tatto è una dimensione fondamentale dell’atto psicoanalitico. Permette di toccare l’intoccabile. Io non sono d’accordo con Freud quando proibisce il tocco in seduta. Non credo ci sia una proibizione di toccare all’interno della seduta psicoanalitica. Chiaramente non sto dicendo che si tratta di fare le coccole ai queer in seduta! Ma ciò che ci ricordano di pensare i queer è che, in analisi, non si cessa di toccare. Non si smette mai di toccare l’intoccabile del soggetto. Lo si tocca però sempre con il massimo tatto. Toccare l’intoccabile con tatto, ecco il nostro lavoro di analista. Credo che le tattiche queer, le modalità con le quali hanno riletto lo stesso canone psicoanalitico, come ci hanno fatto vedere i limiti di certi testi di Freud e Lacan, tutto questo non ci condanni affatto ad abbandonare la nostra pratica. Io credo che i sogni e i lapsus, il malinteso, sono dimensioni proprie all’essere umano, sono enigmi che ci portano verso il fuori senso costitutivo di ogni esistenza. Credo che il transfert, in quanto temporalità e movimento specifico, che avvicina e al tempo stesso separa due soggetti, nello spazio e nel tempo della seduta, sia una modalità di confrontarsi con il linguaggio e la sessualità assolutamente specifica dell’esperienza della cura e dell’inconscio ma, allo stesso tempo, credo che dobbiamo esaminare questo transfert, farne una genealogia critica in modo da aprirlo a nuove forme d’incontri, in modo da farlo uscire dal suo implicito eteronormativo.
In altre parole, le tattiche queer sono fondamentali per l’etica psicoanalitica perché ci insegnano a ripensare i nostri concetti, ad aprire il loro uso a nuove forme e nuove esperienze di vita umana. Ci costringono a situare la nostra pratica e i nostri concetti in un momento storico preciso e non in un’universalità atemporale. Detto in altri termini ancora, l’analista non sta di fronte al mondo per giudicare la perdita del riferimento paterno, il rifiuto della castrazione, il fallimento dell’ordine simbolico. E non sta neanche di fronte al mondo per fare militanza per le minoranze LGBTQIA++. L’analista sta lì per stare a sentire, per aprire il senso comune a un fuori senso, ai limiti della comprensione, a ciò che insiste in noi e rifiuta di fare senso. Chiamiamolo godimento, pulsione o – anche più semplicemente – angoscia. Ecco allora che le tattiche queer, il loro modo di criticare la psicoanalisi, di mostrarne i limiti politici, il conservatorismo, possono essere di grande aiuto per riuscire e ripensare la nostra etica e fare in modo che continui ad andare verso quel punto di intoccabilità, che rifiuta il senso comune, che convoca, come scrive il filosofo Jean-Luc Nancy “l’intimité de l’infini et l’infinité de l’intime”, cioè “l’intimità dell’infinito e l’infinità dell’intimo”.
Ecco, lavorare in psicoanalisi con i queer per ripensare la nostra etica si situa proprio lì: nel continuo tentativo di rimanere con le orecchie aperte, elastiche, alle infinite possibilità dell’intimo.
[1] La registrazione dell’incontro è disponibile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=evNf8vTiVTs&t=305s
Bio:
Fabrice Bourlez è psicoanalista a Parigi. Docente di estetica e filosofia presso l’École Supérieure d’Art et de Design di Reims, insegna anche presso l’ École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi e a Sciences Po. Trasmette la clinica presso l’Institut International de Psychanalyse. Ha pubblicato Queer psicoanalisi (Mimesis 2021) e uscirà, in francese nel 2025, Tacts (PUF).