Voci dal Congresso “Psiche e Polis”: A. Migliozzi e C. Cimino

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Parole chiave: Psicoanalisi, Polis, Freud, Focault, Bion

PSICHE E POLIS

XXII Congresso Società Psicoanalitica Italiana

Anna Migliozzi

La riflessione proposto da C. Cimino in occasione del XXII Congresso SPI, Psiche e Polis, sembra rispondere a quanto Foucault stesso ne La volontà di sapere (1976) sottolinea a proposito della critica. L’autore afferma che il posto della critica è nel bel mezzo della cosa stessa in quanto, lungi dall’essere un’attività fine a sé stessa o marginale, essa vive negli spazi liminali o interstiziali dove è possibile mettere in crisi l’esistente.

Ecco che Cimino sembra collocarsi proprio in questa posizione quando sottolinea come una certa psicoanalisi abbia abbandonato la sua natura enigmatica, destabilizzante per abbracciare una via ‘ortopedica’, rassicurante, tradendo così la sua origine.

Freud ha messo in circolazione nuove idee e concetti, ha fatto emergere nuovi nessi nella realtà stessa, ha aperto nuovi campi di conoscenza. Come Foucault stesso ribadisce, la psicoanalisi ha sempre testimoniato, invece, l’esistenza dell’altro umano, dello straniero nell’umano, sfrenato e incivile, che sembra non trovare posto nella psicoanalisi attuale. Come ricorda Bernini discutendo del rapporto Freud-Foucault (2022), “…Lo scandalo, per me interessante, che Freud rappresenta rispetto all’ontologia di stampo deleuziano-spinozista a cui sovente la postcritica si richiama, è che per Freud il sessuale non sempre asseconda il conatus, il desiderio autoconservativo, e anzi rappresenta una pulsione decrementale, dissipativa, persino distruttiva dell’integrità del soggetto.”

E’ curioso che – sempre nel 1976- Bion descrisse come, quando le nuove scoperte diventano rispettabili e vengono addirittura usate per sopprimere la ricerca stessa, la conoscenza sembra avere la capacità di sopravvivere cambiando percorso per apparire poi in posti inaspettati. Relativamente alla psicoanalisi, si chiede se non dovremo assistere a qualcosa di simile qualora gli psicoanalisti invece di studiare la mente vivente useranno l’autorità di Freud, “come deterrente, una barriera frapposta allo studio delle persone? Il rivoluzionario diventa rispettabile – una barriera contro la rivoluzione (247)”

Oggi, dunque, cosa rimane di quel lascito e quale ruolo può avere la psicoanalisi nella Polis nella comprensione, ‘di ogni comportamento deviante’ e, aggiungiamo, quali percorsi inaspettati l’attendono per ritrovare il luogo dove alberga la sua natura perturbante.

PSICHE E POLIS

CRISTIANA CIMINO

Rileggendo alcune pagine di Foucault ho avuto modo di ripensare alla sua famosa (e centrale per il suo pensiero) distinzione tra indagine ed esame, che gli la applica alla nostra epoca panottica[1], nella fattispecie alle modalità con cui viene trattata l’infrazione alla legge, il crimine, insomma, e in definitiva ogni “comportamento deviante” dalla fine del medioevo in poi. Avendo abdicato all’indagine in quanto procedura che nell’ambito della pratica giudiziaria si occupa di sapere cosa è successo e ricostruire dei fatti, le istituzioni moderne sarebbero orientate all’esame dei comportamenti attuali e potenziali di un certo soggetto. Il concetto che sottende tutto questo è quello di pericolosità: il soggetto, o meglio, i suoi comportamenti, sono pericolosi o nocivi per se stesso e gli altri? L’esame prevede un complesso apparato di sorveglianza, una sorta di ortopedia, che accompagni il corso della vita dei soggetti, criminali o meno che siano: scuola, prigione, ospedale psichiatrico, ecc., che sia in grado di vigilare sulle condotte. Naturalmente la psicoanalisi farebbe parte di questo apparato di controllo e di “gestione” dei soggetti. Nello specifico, la psicoanalisi avrebbe rinunciato alla centralità del rapporto tra soggetto e verità per rientrare nei ranghi dell’istituzione.

Lacan utilizza lo stesso termine, ortopedia per indicare l’operazione psicoterapica che sostiene e in qualche modo vigila sul soggetto, a cui il soggetto si appoggia come a una terza gamba e che è molto diversa per non dire agli antipodi rispetto al dispositivo psicoanalitico.

Ho l’impressione che la psicoanalisi post-freudiana stia sempre più rinunciando alla sua procedura di indagine, per dirla con Foucault, al seguire le tracce (leggi rintracciare la catena significante), reperire elementi utili a formulare un’ipotesi di causa (leggi costruire o ricostruire il fantasma) e, soprattutto, individuare il Lust, le forme di piacere o di godimento che dir si voglia, che guidano quel soggetto. La sessualità, ossia le forme del Lust, sempre complesse, imprevedibili, imbarazzanti, è poco frequentata dalla psicoanalisi del dopo- Freud che sembra più orientata a un certo benevolo ascolto più preoccupato di tenere d’occhio e sostenere ciò che nel paziente funziona, anziché andare o tornare alla causa del suo malessere (who Es war …) e sostenere la perdita di ogni bussola che ne consegue. Sorprendente perché nella ricerca del Lust Freud ha individuato il motore che guida i soggetti nonché la loro etica che spazza via quella aristotelica: l’unico “bene” (anche a costo di farsi molto male) da perseguire è il piacere e non il “bene” in quanto tale. Se questo elemento consustanziale alla psicoanalisi cede allora cede l’intero costrutto psicoanalitico, non ultimo il transfert che della cura è il motore, alimentato dalla ricerca del piacere (con tutte le sue ambiguità), lo vediamo tutti i giorni nella domanda degli analizzanti.

Una pratica più che addomesticata, dunque, che tende a espellere le scorie da cui la psicoanalisi è nata (tra queste ci sono in primis le forme del godimento) a favore di un ascolto “empatico” e tranquillizzante, del mantenimento di un equilibrio immaginario e di una concezione simmetrizzata del transfert. Certo più orientata all’ortopedia psicoterapica e, se vogliamo, funzionante come le istituzioni preposte a vigilare e sostenere i soggetti nel corso di tutta la loro vita (foucaultianamente l’esame). Il rischio è quello di rendere sia il sistema di pensiero che la cura psicoanalitica politicamente conservativi, “istituzionalizzati” a fronte di un’eredità freudiana che vuole la psicoanalisi eversiva, eretica, e che come tale agisca nella polis.


[1] Mi riferisco al Panopticon ideato da Bentham e ripreso da Foucault