Scomparse

Jean-Luc Nancy (1940-2021), filosofo

Jean-Luc Nancy è scomparso il 23 agosto 2021 a 81 anni.
Nancy è stato fino all’ultimo generosamente attivo e presente sulla scena culturale internazionale, e la sua collaborazione con la nostra rivista e il nostro webinar per il centenario di Psicologia delle Masse e analisi dell’Io, sono state tra le ultime iniziative cui ha partecipato, e per cui ha scritto.
Il suo contributo spazia dalla filosofia alla psicoanalisi, all’arte, alla politica. Nancy ha studiato il significato dell’alterità, della differenza e del suo costituirsi come realtà e orizzonte discreto, delle possibilità della vita associata e della democrazia oggi. E ha constatato la distanza che ci separa da una vera conoscenza e pratica della democrazia, e l’impossibilità di una comunità che non riconosca la distanza e la differenza fra i singoli.  Della comunità non è data l’esistenza fuori dalla sua effettiva realizzazione, la comunità non può essere invocata come ideale astratto. In psicoanalisi, le sue letture di Freud, acute e profonde, aprono nuove possibilità interpretative, mentre il suo confronto con Lacan fa emergere la duttilità della sua conoscenza della teoria psicoanalitica e della funzione del linguaggio.  L’immediatezza della partecipazione, il dare la parola in un cosmo di singolare complessità anche al corpo che sente, al corpo fragile e invaso, al corpo che si rappresenta e dice nell’arte e si irradia verso l’altro nell’eros, sono una sua caratteristica originale. Questa lo ha portato a cercare sempre l’altro nella vita e a studiare il dramma e la profondità delle relazioni umane con uno sguardo attento alla poesia, alla pittura, alla scrittura spinta ai limiti della comune realtà.
La sua perdita è incolmabile. Ma non mancherà la nostra continua attenzione al suo contributo, che vogliamo tenere alta. Attraverso questa rubrica ospiteremo interventi, osservazioni, ricordi, teorie, fantasie, scritti inerenti il suo lavoro di indagine e di creazione di idee nuove..

 

Cristiana Cimino, “Per Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/per-jean-luc-nancy-2/

 

Divya Dwivedi, “L’audacia di Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/laudacia-di-jean-luc-nancy/

 

François Warin, “Omaggio a Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/omaggio-a-jean-luc-nancy/

 

Sergio Benvenuto, “Accogliere Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/accogliere-jean-luc-nancy/

 

Roberto Esposito, “Che cos’è la filosofia? Omaggio a Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/che-cose-la-filosofia-omaggio-a-j-l-nancy/

 

Federico Leoni, “Jean-Luc Nancy: il pensiero del corpo”,

https://www.doppiozero.com/materiali/jean-luc-nancy-il-pensiero-del-corpo

 

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Pubblicazioni di Jean-Luc Nancy in European Journal of Psychoanalysis:

 

 

 

I furori degli anni ’70, che – almeno in Italia – avevano incattivito ciò che restava del ’68, non risparmiarono nemmeno l’istituzione psicoanalitica. Del resto, perché avrebbero dovuto? Durante una memorabile assemblea tenutasi nel 1976 (a quell’epoca mi accingevo a vivere un 1977 da liceale politicizzata), la Società Psicoanalitica Italiana decise di espellere due membri (Massimo Fagioli e Antonello Armando, per la cronaca) “colpevoli” di avere pubblicato testi e di avere diffuso idee in profondo contrasto verso le gerarchie e verso il funzionamento della Società nel suo insieme. In quella occasione Giorgio Sassanelli non solo si schierò strenuamente contro l’espulsione (a fronte di grandi sostenitori, per esempio Franco Fornari), ma decise di uscire dalla SPI a sua volta. Rientrò in seguito, su invito insistente di alcuni soci. Un gesto clamoroso non certo dettato da particolare simpatia per i colleghi in questione: “Erano dei rompiscatole”, mi disse un giorno, lo stesso commento di Cesare Musatti all’epoca dei fatti, il quale aggiunse anche che una società di psicoanalisi che espelle fa ridere. Insomma, la SPI esercitava il suo discorso padronale che, oltre un certo punto, non ammetteva dissensi. Eppure, anche per la psicoanalisi italiana (istituzionale e non), erano anni di profondi dissensi e trasformazioni, dal gruppo di Fachinelli a Milano, con la rivista “L’Erba Voglio”, alla fondazione di “Lo spazio psicoanalitico” da parte di Paolo Perrotti, a Roma, e della rivista “Il Quadrangolo”.

L’atto di Sassanelli in quella circostanza è emblematico di quello che era il suo modo di essere: profondamente laico, allergico per vocazione a ogni forma di manicheismo e/o di costrizione, pronto a difendere, magari non con la morte ma certo infischiandosene delle conseguenze, le idee altrui e soprattutto ostile a ogni censura. Quella proprio non gli andava giù.

 

Giorgio Sassanelli era nato a Roma nel 1932 e a Roma è mancato in questo inizio di 2021. Era arrivato alla psicoanalisi e all’associatura alla SPI all’inizio degli anni ’70, nel pieno del ciclone politico. Ed effettivamente lui stesso tendeva a vivere in modo alquanto ciclonico, così appassionato della vita e delle persone. Era un intellettuale “non disincantato”, anzi, sempre pronto a incantarsi e a meravigliarsi per ciò che lo incuriosiva. Desiderava e non se ne metteva pensiero, semmai il contrario.

Dall’inizio degli anni ’80 assunse il narcisismo come tema elettivo di ricerca (è del 1982 “Le basi narcisistiche della personalità”), una scelta allora condivisa da molti (il vento kohuttiano nell’Italia della SPI soffiava forte) e variamente declinata. La prospettiva di Sassanelli si sforzava di de-patologizzare (de-medicalizzare, dunque, e lui era un medico) le diverse condizioni psichiche e si concentrava sul narcisismo in quanto risorsa necessaria al soggetto, sempre inteso come singolo. Occorreva mettere a punto, durante una psicoanalisi, un modo – unico – con cui quel soggetto avrebbe potuto avere a che fare con le proprie riserve narcisistiche. In altri termini, occorreva che la libido potesse circolare in modo utile, in uno stile molto freudiano insomma. Il suo pensiero suscitò interesse in molti ambiti, anche non istituzionali, e si inoltrò nel corso degli anni (Sassanelli ha scritto molto, ha scritto sempre) in terreni contigui al narcisismo e non solo: la passione, il transfert stesso in quanto passione, la rivisitazione del mito di Edipo, di Narciso e altri.

Fu durante un viaggio in auto che Giorgio mi raccontò più dettagliatamente le vicende degli anni “eroici” con la solita ironia scherzosa e mai maligna, con la sua critica intelligente. Eravamo diretti alle Scuderie Aldobrandini di Frascati, dove si inaugurava una retrospettiva di Virginia Fagini, artista, musa di artisti e prima moglie di Sassanelli. Questa donna di bellezza indicibile (mancata veramente troppo presto) era stata allieva di Colla e di Sadun, aveva respirato e assunto il fervore innovativo dell’arte e lo stile anticonvenzionale dei primi tre quarti del secolo scorso. Non è un caso che l’attenzione allo spirito del tempo, certo a quello artistico-culturale, fosse, per Sassanelli, un dato elementare e a lui consustanziale. Ma le sue orecchie erano molto sensibili anche a ciò che gli risultava stonato, dissonante. Una volta mi invitò a cena per dirmi che era in difficoltà perché non si trovava d’accordo con alcuni argomenti relativi a un mio testo che avrebbe dovuto presentare al Centro Psicoanalitico. Come poteva fare? Come potevamo rimediare? Poco dopo ne ridevamo e la discussione (tale fu), qualche sera dopo, andò bene, fu vivace.

Così era Giorgio: solido sulle sue posizioni, attento, da tutti i punti di vista, a quelle dell’altro. Era un uomo gentile. Trovava Lacan poco sopportabile e il mio freudismo letto lacanianamente era motivo di confronti e di contrasti. Termini come mancanza, castrazione, non tanto gli suonavano. Gli era più consona la pienezza di Eros e la vitalità in tutte le sue forme. Eppure, negli ultimi anni si interessò al tema del femminile e dunque, in qualche modo, anche a Lacan, non perché gli fosse diventato simpatico ma perché lo trovava necessario per elaborare alcuni argomenti. Mi inviò le bozze di “Il femminile, tra mancanza e desiderio”, ne parlammo molto.

Adesso mi piace immaginarlo in barca, impegnato tra vento e mare, con la garbata ostinatezza che metteva nelle sue passioni. Che tu possa continuare a navigare, caro Giorgio, il riposo ti annoierebbe.

 

 

Cristiana Cimino

 

Sergio Contardi (Milano 23 gennaio 1947 – Milano 29 settembre 2017)
psicoanalista, membro redazione EJP

Sergio Contardi, psicoanalista, è stato per anni membro del nostro Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi, partecipando attivamente agli incontri milanesi che per anni si sono svolti cercando di dare vita e linfa alla nostra scommessa.

Ha contribuito al nostro Journal con:

- Recensione di: Gabriella Ripa di Meana, Figures of Lightness. Anorexia, bulimia, psychoanalysis

(London: Jessica Kingsley Publishers, 1998)

http://www.psychomedia.it/jep/number5/contardi.htm

 

- Round Table Discussion: “Psychoanalysis and the law”
Held in Milan, at the SGAI (the Italian Group-Analysis Society), March 14, 2004

http://www.psychomedia.it/jep/number18/roundtable.htm

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contardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN TRATTO DI UN VIAGGIO PSICANALITICO…

 

FLUCTUAT NEC MERGITUR: GALLEGGIA E NON AFFONDA, è il motto che Freud privilegia per indicare il suo muoversi nelle acque, spesso tempestose, della psicanalisi.

E Sergio Contardi ha continuato sino all’ultimo a navigare nelle acque tempestose della psicanalisi sia attraverso la sua pratica psicanalitica sia attraverso gli innumerevoli scritti teorici che ci ha lasciato.Sergio Contardi come introduzione ad un suo lavoro, scrive: “La metafora del viaggio – da sempre, potremmo dire – viene usata per indicare i tratti essenziali dell’umana avventura. E alle soglie del terzo millennio questa metafora conserva tutta la sua forza evocativa, la sua attualità, pur nelle infinite metamorfosi che ha subito. Il “viaggio”, da quello spirituale a quello materiale, resta a indicare che l’avventuradell’uomo è condannata a essere intellettuale: a essere scritta, raccontata, tramandata…”

E un tratto del viaggio che propongo attraverso queste parole, mi riportano sia un documento programmatico dal titolo Precisazioni sullo status di NODI FREUDIANI Associazione Psicanalitica: spunti, idee, riflessioni, scritto da Sergio nell’ottobre del 2003 sia al passaggio da Associazione Movimento proposto attraverso un altro DOCUMENTO: I cinque punti costitutivi di Nodi Freudiani MovimentoPsicanalitico, ancora in essere, datato marzo 2008.

Dunque quando appresi della morte di Sergio Contardi provai sia un’emozione dolorosa sia la sensazione di aver perso una persona famigliare, oltre che uno psicanalista con cui ho attraversato varie fasi transferali: psicoanalisi personale – analisi di controllo – e da ultimo, ciò che con Lacan possiamo definire come transfert di lavoro, ossia una collaborazione, con altri, all’organizzazione pratica e teorica,  della “vita quotidiana” di NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico.

Ed è stato il concetto di famigliaritàdato dalla continua collaborazione per N.F. e quindi per il discorso psicanalitico,ciòche mi ha portato a pensare al concetto di eredità. L’eredità  che Contardi ci ha lasciato attraverso NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico. Certo pensare a un’eventuale eredità significa, innanzitutto, prendere in considerazione un qualsiasi tipo di legame (Bindung) preesistente alla morte della persona. E erede, etimologicamente significa anche entrare in possesso…

Ma di cosa sarei entrata in possesso, attraverso questo vuotoo questa mancanza, determinata dal  legame transferale (Bindung) preesistente alla sua morteCertamente non di qualcosa di materiale, ma come la psicanalisi ci insegna, di qualcosa che concerne il proprio desiderio. Per dirne qualcosa cito solo una frase ripresa da uno scritto di Sergio Contardi: “(…) Insomma a ciascuno il suo passo! Nel rispetto del passo dell’altro, ossia in una adeguata distanza simbolica (in/differenza).

Concludo con le ultime parole di commiato che Nodi Freudiani Movimento Psicanalitico ha postato sul suo sito: Grazie Sergio, ci mancherà la libertà di uno spirito alto. I tuoi Amici e colleghi di Nodi Freudiani.

Franca Brenna

 

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Lo stile dell’uomo

 

 

Sergio aveva un vezzo alquanto parigino e del periodo della “meglio gioventù”, indossare la giacca sulle spalle con una fine distrazione di cui lui solo era testimone.

La sigaretta perenne, come un’amica alla quale non si può rinunciare, era la griffe della sua formazione francese con l’armonia intellettuale di psicanalisti quali Moustapha Safouan. Jacques Lacan non era solo il pensiero tradotto nella tecnica psicanalitica ma la costruzione quotidiana dell’esserci nel proprio desiderio: il desiderio dell’aver cura dell’altro.

Sebbene documentasse il tragico nell’uomo di cui parlano gli antichi greci, lavorava l’argomento con quella mossa ironica del dire che lo rendeva libero oltre il sintomo.

Era giustamente sfuggente ed imprendibile ma non mancava di esserci e con appartenenza quando il fato toccava oltre il destino duramente qualcuno che lo riguardava.

Era consueto a una risatina contenuta che lo rendeva, nel tratto oscuro, così somigliante a Freud, e si ritrovava quasi zen, senza volerlo essere, di fronte alle vicende del nostro movimento Nodi Freudiani.

Ho avuto la fortuna, certamente insieme ad altri, di studiare con lui per un confronto sull’Etica della Psicanalisi.

Sebbene qualche volta apparisse sprezzante verso la conservazione della vita, restituiva di ognuno e ad ognuno il proprio senso di esistere. Si potrebbe descrivere una tenacia ma anche quasi indifferente. A volte, con una certa severità si muoveva lentamente e come un principe trasformava una mancanza in un più di vivere.

Lo ritrovo spesso nei miei pensieri e lo rivedo a Roma insieme a parlare del padre con altri di altri linguaggi.

Con lui teoricamente ho ricevuto protezione, senza che intendesse farlo. Mi permetto di cedere al ricordo con emozione e sento che vive in me quando nel dubbio di un’interpretazione mi dico “ecco Sergio…” come avrebbe sorriso?

Costretti ad essere adulti nel lasciare andare chi se n’è andato, mi permetto ogni tanto di soffrire, perché non preservando sé stesso ma facendo grande uso di sé, ha sottratto troppo velocemente la sua presenza unica e irripetibile. Perché contrariamente a quanto qualcuno mi disse un giorno, le persone non sono sostituibili, ci adattiamo a non averle più. Teniamo un resto di un suono, di una parola, di un frammento di stile. E poi troviamo anche altro.

 

Mariapia Bobbioni

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Sergio Contardi, fondatore di Nodi Freudiani, sviluppò una pratica liberale del movimento psicanalitico assieme a una ventina di psicanalisti scevri da vincoli di scuola o di pensiero.

Ispiratosi doverosamente al pensiero di Freud e alla rivoluzione copernicana di Lacan, ebbe sempre il massimo rispetto per le differenze individuali esaltandone il valore e lo stile, tanto che il ‘Movimento’ non raggiunse mai un’omologazione e una riduzione a norme e parametri, correndo anche il rischio di non appartenere a un contesto ufficialmente riconosciuto.
Ciò’ corrisponde coerentemente a un’etica del desiderio e all’accettazione di un esilio dal canone sociale. La posizione di Sergio fu aristocratica, nel senso dell’apprezzamento del meglio di ciascuno ma anche del rifiuto del compromesso. La pratica intellettuale che abbiamo condiviso con lui ci ha permesso di mantenere un livello di impegno e di responsabilità che ha fatto da collante, anche nel caso di posizioni contrastanti. Il grande convegno del 2013, “Il disagio della cultura nella nostra modernità” è stato l’ultimo grande sforzo di Sergio, l’ultima opera che ha lasciato le orme di un percorso che inaugura un lavoro per gli anni a venire.
Umanamente Sergio è stato un caro amico, un paziente gestore di progetti e di iniziative che hanno preso forma grazie alle sue intuizioni e alla finezza del suo pensiero.
La sua figura ci ha accompagnato anche a un commiato, lento e difficile, che solo oggi riesce a diventare un affettuoso addio.

 

Pietro Andujar

 

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PENSIERO PER SERGIO

 

Sebbene la scrittura non possa restituire nella sua completezza l’essenza di un uomo dallo stile inarrivabile, desidero comunque omaggiarne la memoria, nella viva speranza che qualche riga possa testimoniarne la commozione del ricordo.

Dedico al grande Maestro e Amico Sergio Contardi uno dei miei pensieri più preziosi affinché la traccia indelebile della sua raffinata presenza possa ancora aleggiare fra i nostri discorsi e il nostro quotidiano affaccendarsi.

Durante gli ultimi quindici anni della sua vita – ahimé troppo breve, per non potere più attingere a una tale ricchezza – ho avuto il privilegio di ascoltarne gli insegnamenti e di percepire quella sincera vicinanza propria agli spiriti eletti; Sergio aveva il dono di restituire all’altro un tale senso di esclusività che ognuno di noi, al suo cospetto, si sentiva speciale. L’ascolto che sapeva porgere, sia in sede analitica che in contesti più amicali, era insostituibile.

Nell’attraversamento di varie elaborazioni del transfert, con Sergio ho respirato la giustezza e l’eleganza di un dire che, dimorando fra il circolo dell’ironia e l’abisso profondo della sua sensibilità, sapeva vedere oltre i grovigli del pensiero. Nell’avanzamento di questo resto irriducibile, Sergio era unico: la sua parola giungeva sempre inaspettata e con precisione si incuneava lì, con una tale densità di significato da restituirne la nobiltà della misura.

Sì, lui sapeva vedere oltre. Un sapere che dispensava la saggezza di un amore che mai veniva nominato: un pudore questo, che ne svelava l’umiltà. Un’umiltà elegante che discretamente ha preso commiato da noi, delegando al silenzio della riservatezza il compito di lenire il doloroso esilio degli ultimi tempi… A volte il mio pensiero si incanta là, sulle note di Simon & Garfunkel – The sound of silence – uno fra i brani a lui più cari :«Nei sogni agitati io camminavo solo/ per strade strette e ciottolose/ sotto l’alone di un lampione/ sollevavo il bavero per il freddo e l’umidità/ quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon/ che attraversò la notte/ e toccò il suono del silenzio…».

Ciao Sergio caro, mi mancherai, mancherai a tutti noi

 

Laura Darsié

 

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LO STUDIO

 

 

Quando sono entrato, in quei giorni terribili, non sapevo cosa avrei trovato di te. Sei sempre stato geloso di quel luogo, raramente mi hai permesso di entrarci. Culla di passioni, il tuo Studio, luogo di incontri, di tormenti, di parole. Quanti discorsi, quante storie avranno respirato queste mura negli anni.  Sono stato geloso, di queste storie in cui non c’ero, anche se era a me che le raccontavi. Anche se non sempre ascoltavo. Questa è la prima cosa che ho sentito quel giorno. Quell’odore di tabacco e di legno e di libri e di casa. Il tuo profumo che mi è capitato di detestare perché nella tua passione per il fumo vedevo l’avvicinarsi di questo giorno tremendo in cui sarei entrato. Qui, senza di te. Poteva essere solo oggi. E in quel momento ho provato una nostalgia che portava con sé già l’eco delle nostalgie future. Ma più di ogni altra cosa ho sentito la tua presenza. L’ho vista. Nel legno trascurato all’aspetto, ma di stile, nel lettino sul quale negli anni molte persone hanno deciso, sdraiandosi, di affidarti il loro tempo. Quanti fogli c’erano, ovunque (non hai mai voluto saperne della tecnologia). Alcuni scritti da te, appunti, riflessioni. Disegni (questi non potevano essere tuoi, erano piuttosto belli). Sogni. Tuoi? dei tuoi pazienti? Ora non fa differenza. Ma in questo caos ogni cosa era li, avevi un’attenzione distratta per ciascuna di loro. Fare ordine significa riporre un pezzo di vita e lasciarlo andare mi hai detto una volta.

Eri disordinato perché non volevi perderti nulla. Le hai portate tutte con te, le persone, i colleghi, i pazienti, gli oggetti, gli affetti, i ricordi, i dolori e le gioie, fino al momento di andare, anche se per farlo veramente, fino in fondo, da molti di loro ti sei dovuto allontanare, prima. E ora mi lasci, mentre io faccio ordine, almeno un po’. E mentre ripongo i libri, gli oggetti, scopro altri libri e altri oggetti. Mi accorgo di cassetti chiusi a chiave, di ante nascoste e di cose che arrivano da un mondo in bianco e nero e ognuno mi racconta una storia diversa.

Attraverso questi incontri incontro te, nei diversi momenti della tua vita indietro fino a perdersi in un tempo che non ci riguarda più. Chi l’ha detto che quando qualcuno se ne va si smette di imparare a conoscerlo?

È passato un anno e mentre ascolto persone che hanno deciso, sdraiandosi, di affidarmi il loro tempo, nella tua assenza, la tua presenza è più viva che mai. E mi chiedo quale storia ascolteremo oggi.

 

 

Dario Contardi, tuo figlio.

Addio a Mario Perniola, il filosofo dal pensiero originale e complesso

La vastità dei suoi interessi spazia dalla letteratura alla filosofia, dall’arte alla religione, dalla sociologia alla scienza delle comunicazioni, fino alla produzione di testi narrativi e teatrali. La sua opera, impossibile da contenere nelle etichette tradizionali, è stata definita  ”within & outside”, dentro e fuori le categorie, tra l’accademia e la trasgressione, l’essere professore e il rivoluzionario, il sentire e il distacco. Mario Perniola è stato un pensatore che si è mosso su terreni poco battuti, vicini all’anomia e al tempo stesso al rispetto delle forme e dei riti. Simile a una metafora barocca che avvicina ciò che è lontano e allontana ciò che è facilmente accostabile, lui stesso si è visto come una camera che dà su due diversi affacci: sulla piazza e sul cortile. Un “prisma sfaccettato” che rifrange la passione del mondo e la tragicità dell’esistenza.

Neque hic vivus, neque illic mortuus [Non qui vivo, non là morto]

(questo è l’epitaffio che Mario vuole sulla tomba)

Caterina di Rienzo

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Mario Perniola o del transito (Sergio Benvenuto)

http://www.doppiozero.com/materiali/mario-perniola-o-del-transito

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Mario Perniola, il filosofo combattente per il sentire

Fabrizio Scrivano

(Il Manifesto, 10.01.2018)

 

«Nulla mi disinganna. Il mondo mi ha incantato»: sono tra le ultime parole che Mario Perniola ha scritto, in Estetica italiana contemporanea (2017), forse di sé, uomo e filosofo. Non è stata solo una questione di teoria filosofica tenere lo sguardo sulle cose del mondo sempre vigile e innocente, senza mai slegarsi dallo stupore per ciò che accade e per ciò che è, senza mai rinunciare a vedere ogni ovvietà come l’avvento di un fatto straordinario. Quella di Perniola, il suo pensiero militante e combattente, analitico e indagatore, è una ragione che non si accontenta della ragione, è un cinismo che non si accontenta della minimizzazione, è un situazionismo che non si accontenta di occupare i luoghi. Estetologo fino in fondo, Perniola si è preoccupato di dare alle questioni più urgenti e presenti della cultura contemporanea, la politica e la religione, l’arte e la comunicazione, una veste aderente al corpo, mettendo cioè in primo piano, in ogni occasione, la forza che il sentire ha, più di ogni ragione, nell’influenzare e nel determinare le scelte umane.

Raccontare la sua lunga attività filosofica e il suo lungo magistero universitario significa ripercorrere più di cinquant’anni di quella filosofia, non solo italiana, che non si è mai accontentata di sé, che non ha mai voluto produrre un’identità «strapaesana», che non ha mai cercato l’avallo nel pregiudizio. Ai suoi allievi e ai suoi lettori, Perniola ha saputo esemplificare, insegnare e comunicare il valore delle inquietudini, delle rabbie, delle provocazioni, del dissenso, della lotta, e nello stesso tempo ha voluto fornire una misura etica di contenimento, di pacatezza, di distanza, di lucidità, di antiretorica. Era persuaso che il conflitto fosse una condizione, e un esito, irrinunciabile, più ancora che inevitabile, un modo buono per capire senza dissimulazione e autoinganno.

Negli ultimi vent’anni aveva dedicato molte energie e molto tempo a dirigere una rivista. «Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica» (Mimesis) desiderava avere due anime e due volti (anche molto ben rappresentati nella redazione e tra i collaboratori, spesso giovani e giovanissimi, ma certamente specchio del modo che Perniola aveva di programmare e immaginare l’azione culturale), che tra loro si scambiavano le parti abbastanza “furfantescamente”. Il rigore accademico, il monitoraggio accurato delle informazioni e delle fonti, il piacere di dare spazio e visibilità agli studi e alla ricerca universitaria era sempre rivitalizzato, e temperato dai pericoli di aridità, con l’innesto di un meno vincolato vociare di opinioni e di prese di posizione, che poi diventavano abitualmente materia di pubblicazione. Lo sa chi ha partecipato ai seminari che, in tempi recenti, ogni estate organizzava a Nemi, il paese sospeso sull’omonimo lago dove aveva eletto una sua residenza, quanto quegli incontri fossero aperti e propositivi.

Solo riprendendo in mano la pila dei suoi saggi, e rubricandone titoli e argomenti, ci si può accorgere che, al di là della varietà di soggetti e temi, nel modo di procedere di Perniola rimane costante la volontà di fare della filosofia uno strumento di orientamento nella cultura della contemporaneità. E in un questo suo cammino c’è un titolo miliare, non solo per il suo pensiero, che è Transiti (1985), un saggio con un sottotitolo spiazzante: come si va dallo stesso allo stesso. In quel libro Perniola si riagganciava saldamente alle discussioni sul postmoderno, sul globalismo, sulla omologazione dell’informazione, mettendo a nudo una pratica di agire e pensare che aveva reso inattuali i concetti di tradizione e innovazione. Le figure dello spostamento verticale nel tempo o del viaggio nello spazio, le grandi metafore su cui la modernità aveva costruito le sue mappe, gli sembravano fruste e illeggibili: al presente si imponeva un terzo modo di pensare (o di subire) l’esistenza, di determinare le emozioni e di regolare il sentire, del fare esperienza insomma, ed era questa nozione di transito in un presente storico non eludibile. Nella cultura della comunicazione costante e della connessione perpetua, non si richiede più la memoria o la capacità del racconto del passato, non si richiede più di saper costruire un progetto per il futuro, utopico o concreto che sia. Si richiede invece la presenza, la capacità di muoversi nel presente, dallo stesso allo stesso, appunto. Le molte pubblicazioni che ancora sarebbero seguite, da Del sentire (1991), passando per Il sex appeal dell’inorganico (1994), fino a L’arte espansa (2015), non ne hanno forse ampliato l’analisi, eppure ne hanno prolungato gli effetti teorici, adeguando e adattando alle più diverse circostanze questa visione di fondo dell’esperienza storica, e secolarizzata, e approfondendo la conoscenza della sua genesi e della sua radicazione nel e attraverso il concetto di sentire.

Del resto, in lui la via del lavoro rigoroso nel produrre un pensiero estetico e filosofico, si era sempre intrecciata con quella della partecipazione e della volontà di ingaggio. Da ultimo Perniola, a dimostrazione della sua tenacia di combattente e di promotore del dibattito, aveva proposto ad alcuni suoi amici e collaboratori di varare insieme a lui un’altra iniziativa, anche questa dal titolo provocatorio: «Chi se non noi? Pubblicazione aperiodica». Avrebbe voluto scherzare e ironizzare sul mondo e sulla cultura, sulla politica e sull’arte, avrebbe voluto mischiare le carte, creare gioco e tensione. Un altro transito, un’altra esperienza del presente.

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Il mio amico Mario (Anna Camaiti Holstert)

http://www.succedeoggi.it/2018/01/il-mio-amico-mario/

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Mario, così come io lo ricordo di Aldo Marroni.

 

Con Mario è iniziato il mio lungo e appassionante apprendistato filosofico. Lo considero il mio Maestro anche se non ho mai frequentato le sue lezioni, né sia stato un suo “allievo” in senso disciplinare. Ma conoscerlo e frequentarlo per oltre trent’anni è valso sicuramente più di un freddo e occasionale rapporto docente-discente. Lacan, il “maestro assoluto”, sembra abbia detto a coloro che affollavano i suoi seminari: “Fate come me, non imitatemi!”. Eco ha distinto due tipi di maestro: quello che crea modelli da applicare; quello che invece invita alla “sfida” i suoi stessi allievi. Mario non lo si poteva imitare, né lo si poteva “sfidare”. Non perché fosse un intoccabile, soprattutto perché il suo pensiero cambiava continuamente posizione, dislocava la sua riflessione entro luoghi problematici tra loro apparentemente singolari se non opposti, per cui si rendeva imprendibile. Non finivi di leggere un suo libro, cercare di capirlo, che già la sua attenzione si era spostata da qualche altra parte, di interesse filosofico, letterario, artistico o massmediologico. Con ciò non voglio dire che non avesse una sua idea ben precisa della ricerca filosofica, al contrario ne aveva – a mio parere – una molto netta e ben ponderata: attraversare tutto il nichilismo contemporaneo per approdare ad un nuovo e proficuo rapporto tra sapere e potere. Come ha scritto Heidegger in Cosa significa pensare, il filosofo pensa una sola cosa durante tutta la sua vita. Mario era dotato di una curiosità infinita (la nota curiositas evocata anche da Petrarca) che gli permetteva di percorrere sia le linee direttrici, sia le linee occulte e meno battute del sapere occidentale, senza paraocchi. Curiosità che ha trasmesso a tutti coloro che lo frequentavano. Ricordo una sua lunga telefonata una domenica mattina, in cui, con particolare entusiasmo, mi ragguagliò sulla sua recente scoperta: Andrea Emo. Com’era possibile che un uomo, lontano da qualsiasi ambito accademico e nella totale solitudine, senza farne menzione con nessuno, avesse potuto riempire migliaia di pagine con riflessioni filosofiche di alto livello, dimostrando una cultura filosofica eccezionale? Era incuriosito e affascinato da questo aristocratico anomalo, tormentato dall’esistenza e da Dio. Mario era un maestro sui generis. Rifiutava l’appellativo di maestro, perché lo faceva sentire immobilizzato in una condizione quasi sacerdotale intento a divulgare un qualche mistero, un po’ come Bataille fondatore della setta che si riuniva sotto le insegne di Acéphale. Quando gli ricordavo che per me era un grande privilegio essergli amico, far incontrare le nostre rispettive famiglie nella sua casa di via Tittoni (di cui conservo decine di foto. A proposito la sua foto, di profilo, mentre guarda fuori dalla finestra, pubblicata sulla bandella della prima edizione di Transiti è mia) gli veniva da ridere. Mi considerava al suo stesso livello, cosa che mi metteva in grande imbarazzo.

 

Per quanto rifiutasse l’idea di dare luogo ad una “scuola” sotto le insegne del suo nome, nei fatti non poteva non riconoscere che stava formando una “comunità operosa” di studiosi giovani e meno giovani. Una “comunità spirituale” che, in piena autonomia, si richiamava al suo pensiero. Ne sono testimonianza palese i seminari che negli ultimi anni organizzava a Nemi, per discutere di Ágalma (la rivista da lui fondata) e per mettere a fuoco problematiche che apparivano di grande attualità. Un drappello di una ventina di ricercatori che andava a costituire, e qui voglio usare una parola grossa!, una comunità di “spiriti liberi” (Nietzsche). Insomma se Lacan era un “maestro assoluto”, Mario era e voleva essere un “maestro occulto”, la cui definizione attribuiva a Pierre Klossowski (altra figura enigmatica). Il “maestro occulto” è colui che non cerca le luci della ribalta, lo show televisivo (aborrito anche da Cristina Campo che ne ha stigmatizzato l’effetto di decadenza sulla cultura), ma opera in maniera sotterranea, come la talpa di Marx, e pur operando nel rifiuto di ogni tipo di comunicazione spettacolare agisce più in profondità e con maggiore longevità della moda del momento (è stato Leopardi ad accomunare la moda e la morte in un breve e denso dialogo).

 

Ho conosciuto Mario in maniera del tutto casuale. Era il lontano 1982, aveva pubblicato da poco Dopo Heidegger. In un clima culturale in cui il linguaggio del filosofo tedesco aveva iniettato in tutti noi il virus di un astruso procedere nel pensiero, mi sembrava giusto leggerlo e farne la recensione, tanto più che si parlava finalmente di un “dopo”. In effetti si trattava di un “dopo” molto singolare, perché Heidegger, a suo avviso, lo si poteva superare solo attraversandone e approfondendone il nichilismo. Questa è stata sempre una sua caratteristica, non ha mai buttato a mare nulla senza rilevarne prima gli aspetti utili alla comprensione del presente. Ai tempi di Transiti mi disse che la sua posizione filosofica era sia contro l’utopia concreta di Bloch sia contro l’ermeneutica di Gadamer (in particolar modo quella di Vattimo esemplata nel pensiero debole, libro a cui si rifiutò di partecipare e su cui scrisse una Lettera sul pensiero debole). D’altra parte il sottotitolo di Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso è enigmatico ed esplicito nel contempo, ed è diverso dal dire “dal medesimo al medesimo”.

 

La nostra amicizia è iniziata dunque all’ombra di Heidegger ed a sua insaputa. Lo incontrai subito dopo durante una sua conferenza, ci scambiammo gli indirizzi, mi invitò a mandargli i miei lavori (ben pochi all’epoca!), a fargli delle proposte di recensioni da pubblicare sulla Rivista di estetica (quando ancora era diretta da Vattimo e Mario nel comitato di direzione). Ero, naturalmente, al settimo cielo. Mi sembrava impossibile che grazie a lui mi si stessero spalancando le porte della più prestigiosa rivista italiana di estetica, oltretutto fondata proprio da Pareyson, il teorico dell’estetica della “formatività”, sotto il cui insegnamento si erano formati sia Mario che Vattimo. La sua generosità era infinita. In una occasione mise a disposizione mia e di mia moglie l’appartamento che ancora avrebbe avuto per poco in affitto nella piazzetta delle Coppelle, permettendoci di vivere alcune distensive giornate romane.

 

Credo che il suo libro più importante sia proprio Transiti perché è quello in cui meglio di altri mette a fuoco un concetto che dà il senso a tutto il suo lavoro successivo: l’attenzione al presente. In fondo se dovessi indicare, al di là di tutti i libri che ha scritto, cosa mi è apparso di importante nella sua ricerca, direi che è l’ispirazione “politica”. Da L’alienazione artistica, in cui fa capolino un concetto marxiano, all’ultimo dedicato all’estetica italiana (ed in cui registriamo delle clamorose esclusioni e delle imprevedibili inclusioni), scritto sotto le insegne di un “inconscio politico” presente nei filosofi, scrittori ed estetologi annoverati nel volume, l’elemento sociale e politico rimane invariato. Negli ultimissimi anni mi aveva confidato che avrebbe voluto trasformare Ágalma in una rivista politica. Cosa che non ha fatto per evidenti motivi legati al suo stato di salute.

 

Mario mi è sempre apparso oltre che un “maestro occulto”, un “filosofo guerriero” che usava l’arma del sapere e della galanteria al posto della violenza (ricordo il suo articolo Il disgusto della violenza: militiae sine malitia). Questo coraggio l’ho visto all’opera forse nel volume che gli ha dato la massima notorietà: La società dei simulacri. Al di là della sua tesi che percorre tutto il libro, quello che più mi impressionò durante la lettura fu il capitolo Fenomeno e simulacro. Come si permetteva Perniola di mettere a confronto un gigante come Heidegger con uno che si definiva un “monomane”, cioè Pierre Klossowski? Il primo autore di un’opera tanto complessa quanto immortale, il secondo autore di qualche romanzo, di una riscrittura del mito di Diana, ossessionato dall’erotismo, autore anche di un lavoro su Nietzsche nel quale in apertura confessava candidamente tutta la sua ignoranza sull’argomento. Non solo! Klossowski ne usciva vincitore, perché il simulacro è il falso che si presenta sulla scena come un falso, paradossalmente, autentico, cioè senza misteri e senza reticenze. Il simulacro, di cui Klossowski, senza tema di essere smentito, può essere considerato colui che ne ha riportato in auge il concetto la cui prima apparizione risale all’antichità (ricordo Sui simulacri di Porfirio), rappresentava per Mario una nozione destinata a diventare lo strumento per comprendere la condizione culturale e politica della modernità (volutamente non ho usato post-modernità perché aborriva il post-moderno. Lo definiva un concetto omologante: tutto è uguale a tutto. Cosa che lo induceva a sospettare di ogni libro che si richiamasse a quell’area filosofica e letteraria).

 

Mi disse di scrivere un libro sull’autore delle Leggi dell’ospitalità nel quale enucleare il suo pensiero multiforme, per capire finalmente cosa andasse cercando questo enigmatico scrittore, filosofo, artista che voleva essere solo un monomane. Fu lui a proporre all’editore Costa & Nolan la pubblicazione del mio libro e fu lui a suggerirmi il sottotitolo dove avrei dovuto inserire la parola “sessualità”. Fatto sta che Pierre Klossowski, grazie al suo suggerimento è divenuto nel tempo il mio contrassegno filosofico, anche se mi ha ossessionato per oltre venti anni, durante i quali sono divenuto un monomane anche io. In quel periodo ero e mi sentivo più klossowskiano di Klossowski!

 

Questa è la generosità di un maestro che, prima di essere tale, ti considera un amico e un confidente. Nel 1998 andai a trovarlo a Nemi. Era una assolata e asfissiante giornata di agosto. Aveva appena pubblicato Disgusti. Me ne fece omaggio di una copia, apponendovi la dedica: “Ad Aldo in affettuoso omaggio con fedele amicizia. Nemi, 8 agosto 1998. Mario”. Nessuna distanza tra di noi, solo “fedele amicizia”.

 

Mi sono sempre chiesto come mai decidesse di ritirarsi spesso a Nemi. La prima, la più esplicita motivazione sta sicuramente per fuggire dalla estiva afa romana. La seconda per il fascino esercitato dal culto della Diana Nemorensis ricordato perfino da Frazer ne Il ramo d’oro (Mario aveva dedicato dei lavori alla religiosità romano-arcaica). Mi sembra però che il vero motivo fosse la presenza del lago, dell’elemento liquido, che lo attraeva in modo particolare. Nemi era per Mario un luogo di pensiero, il suo pensatoio. So che faceva delle lunghe passeggiate battendo i sentieri che costeggiano il lago. Nietzsche faceva la stessa cosa a Sils-Maria dove ebbe la folle rivelazione dell’eterno ritorno. Voglio pensare che anche lui abbia tratto ispirazione filosofica, come Nietzsche, dalla sciabordio dell’acqua, proprio a Nemi, dove tra l’altro, da tempo, si era preparato la tomba (spesso ci scherzavamo sopra!).

 

Fatto è che era affascinato dall’elemento liquido (Bauman non c’entra niente!). Gli piaceva il mare e fare lunghe nuotate. Mi diceva che ne era attratto e ne provava un estremo godimento. Pensandoci bene credo che il mare fosse il suo elemento naturale. Per questo mi piacerebbe definirlo un “filosofo acquatico”, per il fatto di essersi reso imprendibile, in un continuo movimento di flusso e riflusso. Sfuggente al potere come gli stessi concetti che riusciva a creare. Deleuze e Guattari hanno definito il filosofo colui che crea concetti e Mario ne ha creati tanti. Tra cui quello di “enigma” che lo identifica come pensatore non identificabile, e questo fino al momento di essere preso per mano dallo psicopompo, come attesta l’epitaffio che ha voluto sulla sua tomba: Neque hic vivus, neque illic mortuus (Non qui vivo, non là morto).

 

 

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https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Perniola

 

Il 3 gennaio 2014 è mancata, a San Francisco (CA), la nostra amica, collega e collaboratrice Janet Thormann Mackintosh.  Era membro emerito della facoltà di inglese del College di Marin, Kentfield (CA), dove ha insegnato per molti anni.

E’ stata membro dell’Editorial Board del nostro Journal (JEP, poi EJP) sin dalla sua fondazione, nel 1995. Preziosa collaboratrice del nostro Journal, è stata autrice di varie Reviews per JEP ed EJP nel corso degli anni. Ne pubblichiamo la lista qui sotto.

Per l’occasione, pubblichiamo per la prima volta on line la sua recensione a:

Juliet Mitchell, Siblings

http://www.journal-psychoanalysis.eu/review-juliet-mitchell-siblings-cambridge-u-k-polity-2003/

                L’Editorial Board di EJPsy. European Journal of Psychoanalysis

Una testimonianza

Ricordo l’editing che Janet fece a un mio testo per il nostro Journal: puntiglioso, paziente, impeccabile. In quella occasione lavorammo insieme al computer in tempo reale, per molti giorni.
E ricordo tante altre volte, quando ero editor di EJP, in cui ci scambiavamo innumerevoli mail per perfezionare i suoi editing quasi perfetti di cui non era mai del tutto soddisfatta. Nasceva così una curiosa alleanza/amicizia sulla base dell’impegno per il Journal a cui Janet lavorava con entusiasmo, competenza, tenacia. Raramente ho trovato una tale generosità nel lavoro.
Finchè una sera a Roma è venuta a cena a casa mia insieme ad altri amici e colleghi e ho potuto apprezzare, finalmente, di persona la sua intelligenza, la cultura raffinata, il senso dell’umorismo.
Ciao Janet, grazie ancora. E’ banale dirlo, ma il Journal non sarà lo stesso senza di te, ci mancherai.
Cristiana Cimino

Elenchiamo qui le Reviews di Janet pubblicate in JEP e poi in EJP.

REVIEW

JEP n. 8-9


Charles Shepherdson:
Vital Signs

REVIEW

JEP n. 10-11

Shuli Barzilai:

Lacan and the Matter of Origins

http://www.psychomedia.it/jep/number10-11/thormann.htm

 

REVIEW

JEP n. 12-13

Alenka Zupancic:

The Empty Ethics of Drive: Review of The Ethics of the Real

http://www.psychomedia.it/jep/number12-13/thormann.htm

 

REVIEW

JEP n. 17

REVIEW

EJP n. 22

M. Guy Thompson:

The Ethic of Honesty
http://www.psychomedia.it/jep/number22/thompson.htm

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REVIEW

EJP n. 23

Patricia Gherovici:

The Puerto Rican Sindrome
http://www.psychomedia.it/jep/number23/gherovici.htm

 

REVIEW

EJP n. 25

J. M. Coetzee:

Waiting for the Barbarians

http://www.ipocpress.com/mostra_libro.php?id=55

 

 

REVIEW

EJP n. 28

Ruth Leys:

 From Guilt to Shame: Auschwitz and after

http://www.ipocpress.com/mostra_libro.php?id=55

Luciana Sica (1954 − 2013)
Giornalista, specialista di psicoanalisi e psichiatria

Foto Luciana Luciana Sica per oltre vent’anni ha lavorato alla sezione culturale di “La Repubblica”, scrivendo soprattutto di psicoanalisi e di psichiatria fenomenologica.

Chiunque in Italia si sia occupato di psicoanalisi  deve a Luciana molto. Grazie a lei, un largo pubblico – e non solo di lettori di “La Repubblica” – è entrato in contatto con autori e temi della psicoanalisi. Autori e temi alla cui popolarità essa ha largamente contribuito.

Con la morte di Luciana, la psicoanalisi ha perduto in Italia una delle sue più influenti paladine e portavoci.

 

Benché Luciana non abbia mai fatto ufficialmente parte del nostro Istituto, per anni essa ha seguito assiduamente il nostro lavoro, non risparmiandoci, per  le nostre iniziative, consigli, incoraggiamenti e anche critiche decise. Grazie a lei, abbiamo capito meglio come funziona il rapporto tra psicoanalisi da una parte e il mondo delle idee, della cultura – e del potere – dall’altra.

Vogliamo ricordarla qui, nel nostro sito, accogliendo tutte le testimonianze e i contributi – anche foto e video – di chi l’ha conosciuta, apprezzata e amata.

I.S.A.P.

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Ricordo di Simonetta Fori, “La Repubblica” on line, 13-XII-2013

http://www.repubblica.it/cultura/2013/12/13/news/luciana_sica-73497554/

 

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Si certo, ricordare Luciana. Luciana la cui mancanza ti fa realizzare con sgomento che non ci potrai più parlare, che non potrai dire proprio a lei proprio quelle cose e ascoltare le sue. Ricordare la sua fierezza, l’intelligenza che andava dritta al punto, il disprezzo per l’ipocrisia e le convenzioni, i modi da regina. Conosciute da poco (troppo poco), ci eravamo piaciute, per certi versi riconosciute.

Cara Luciana, che la terra ti sia lieve, tu resti con noi.

Grazie

 

Cristiana Cimino

 

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Luciana è stata l’unica giornalista capace di intervistare Jervis senza compiacenza e senza però anche provocarne la terribile vis polemica anti-psicoanalitica, che invece è stata presente in alcune altre interviste fattegli nel tempo.

Ci voleva Luciana disarmante come sapeva essere, quando voleva.

Di questo ho per fortuna avuto modo di ringraziarla direttamente.

Oggi non potrei piu’!

Incredibile!

 

                       Manuela Fraire

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Gabriella Sica

 

                                           per Luciana Sica

 

Lì noi ragazze omonime a scherzare…

ah le falcate ampie e veloci della vita

a Trastevere sul selciato nero

e i ticchettii (oh come si sentono ancora

tic… tac…) sul sampietrino nero

avanti e indietro

sui meandri sotterranei vuoti.

Vigili come le ragazze del mosaico d’oro

con la riserva d’olio.

E tu Amore in persona a scoprire Psiche

nel giardino di Freud

come falena notturna a vagare

pazza di luce

in orbite concentriche e vorticose

a cercare cercare

intorno alla fiamma vitale di luce

ah lo stridio livido di ali

nella buia notte di Santa Lucia.

Luce già intessuta al tuo nome

è luce che c’è è luce umana.

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Luciana

Vorrei parlare della verità 

se potessi afferrarla.
E’ disarmata adesso l’eterna lontananza.
Come principio consegno
alla tua fine bianca
una ragione calma
fatta di mancanza.
Alla signora associo
un raggio di colori,
alle tue vesti un femminino lesto.
Come eravamo amiche
dietro le risate,
così andavamo liete alle nostre serate
e nuotavamo a Stromboli
solo l’altra estate,
in simmetrie quasi del tutto svelate.
Da quando l’atrio verginale
ammise rami e fogliame ai lati delle mura sottili,
(adorna la tua casa),
rampicanti crescevano,
come solo Burne Jones se li poteva immaginare.
           Giovanna Nicolai

 

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Diego Napolitani (1927 – 2013)
Gruppoanalista, psichiatra, già membro di EJP

  Foto di Giuseppe Prina

La morte di Diego Napoliani è avvenuta il 9 luglio di quest’anno, più di due mesi sono trascorsi, eppure ancora non mi è facile proporre pubblicamente un ricordo. Non mi è facile sceverare ciò che interessa soltanto me, la mia sfera privata, da ciò che interessa voi che mi leggete. La morte dell’altro ci coglie sempre impreparati, anche se ci si limita al ricordo del nostro affetto per chi non c’è più.

Prenderò spunto a partire da una domanda che, sere fa, ci animò nel dopocena casalingo con amici e colleghi, tutti appartenenti alla SGAI, l’associazione fondata da Diego e di cui è stato sempre l’indiscusso leader. Una di quelle domande che non sarebbero mai proposte in circostanze ufficiali perché, di per sé, era insensata; talvolta, però, è proprio a partire da una apparente impertinenza che può prendere corpo una questione interessante. Un collega, riferendosi alle numerose citazioni che Diego, nel corso della sua vita, ha fatto sia di Nietzsche che di Heidegger, chiedeva: «Vattimo sostiene che l’opera di Heidegger è la continuazione dell’opera di Nietzsche – e in accordo con essa. Io la penso diversamente, a me sembrano personaggi divisi da un’idea diversa della storia come della vita. Ebbene, tra i due a chi assimilereste maggiormente Diego Napolitani?»

Proverò a proporvi un mio ricordo proprio a partire da un punto che unisce e divide i tre personaggi in questione; ma, in questa circostanza, non ne vedrò tanto il risvolto scientifico, quanto il versante più personale. Mi rifaccio dunque all’esergo che Heidegger pone in cima al suo Nietzsche, opera composta dalle lezioni e da altre ricerche e conferenze successive alla pubblicazione di Sein und Zeit. La citazione è tratta da La gaia scienza:

“la vita … più misteriosa – da quel giorno in cui inaspettato venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza.”

A partire da questa citazione si potrebbe porre un’altra domanda. Nel tracciare questo esergo a chi si riferiva Heidegger? Ad un suo progetto o a quanto auspicato in vita da Nietzsche? E, in ogni caso, come intendere il termine “vita”? Limitarla alle avventure di carattere filosofico o estenderla alle frequentazioni, agli amori, insomma a tutta l’esistenza? E possiamo, audacemente, porci questo stesso interrogativo per ricordare Diego?

Ebbene, senza negare che Heidegger abbia sempre cercato di condurre una vita da filosofo, tuttavia dobbiamo ricordare i suoi legami non sempre chiari con il mondo cattolico, la prudenza che ha contraddistinto la sua unione matrimoniale, la segretezza della sua relazione con Hannah Arendt, la sua adesione al nazionalsocialismo, e così via. Al confronto sembra proprio che, invece, Nietzsche, nel parlare di “vita”, la intendesse tutta intera e con minori riserve, la vivesse con più spregiudicatezza e con una passione più libera. Ed infatti cosa è l’aforisma 324 della Gaia Scienza da cui è tratto l’esergo? Una riflessione filosofica, una confessione  come si fosse prossimi alla morte, una confidenza ad un amico?

Dirò allora che un aspetto che ha contraddistinto la vita e la professione di Diego Napolitani è stato proprio l’assenza di una netta separazione tra i due campi, tra la vita concreta e la vita filosofica. Con ciò non nego che ci siano differenze tra i modi di Nietzsche e di Diego, ma, così come Nietzsche scrisse che bisogna servire la storia, così, potremmo aggiungere, Diego ha voluto sempre servire la vita. Cioè, ha voluto fare in modo di viverla pienamente ed autenticamente, non già rifacendosi a ciò che si dice debba essere o alle convenzioni che per lo più ci guidano nel viverla, ma scavando in ciò che poteva trovare compimento nelle sue scelte; un umanesimo decostruito con ferma ostinazione. «Non posso parlare di libertà con i miei pazienti se non sono io stesso ad andare alla sua ricerca», mi disse una volta. E così, citando prima Neruda e poi Claudio Magris, ricordava che se è vero, come canta il poeta,  che è per nascere – ovvero: rinascere – che siamo nati, è altrettanto vero, come scrive il saggista triestino,  che “nascere è più terribile, più violento e più assurdo che morire”. e, ben consapevole di quanto sia difficile rinascere, sapeva essere molto vicino a quanti  mostravano di voler rinascere a nuova vita.

«E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria?» Così si chiude l’aforisma di Nietzsche il quale, aiutandomi a superare le mie difficoltà a raccontarvi di Diego, mi fa ricordare come egli abbia vissuto la sua vita come un impegno da “vivere gioiosamente” o una battaglia di cui “gioiosamente ridere”. I suoi occhi azzurri, sin dal nostro primo incontro in una luminosa giornata settembrina di 36 anni fa,  mi sono sempre apparsi carichi di passato e instancabilmente rivolti al futuro. Ogni tanto traspariva una sua impazienza, quasi volesse abbreviare il tempo dell’attesa, come un tenero invito a se stesso e ai suoi interlocutori ad avere fiducia.

«La vita non mi ha disilluso.» Questo l’esordio che dà all’aforisma un’aria da congedo, e questo è lo stato d’animo che caratterizzò gli ultimi mesi della vita di Diego. Alla fine di una vita vissuta con una certa impazienza – com’era bello vedere la certezza che sorreggeva la sua inquietudine! – appariva, nell’approssimarsi della fine, via via più sereno, come chi non si senta disilluso da ciò che la vita gli ha concesso. Le sue lezioni e gli incontri con i colleghi che andavano a parlargli acquistavano via via una intensità e una intimità particolari, come se fosse possibile cogliere, tra le pieghe dell’amicizia, l’ignoto. Gli ultimi giorni sono stati carichi di dolore e sofferenza, sua e di coloro che lo accudivano, in particolare della moglie Carlotta e dei figli più grandi, Claudia Fabio e Martino. In quei momenti facevo fatica a pensare, ma ora ho l’impressione che proprio nel momento del congedo egli abbia voluto lasciare un sentimento di pace. La pace, io credo, non si conquista, ma si riceve in dono, e io non posso che essergliene grato.

Paolo Tucci Sorrentino (settembre 2013)

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Un ricordo di Diego Napolitani

 

La prima cosa è la voce. La prima cosa che mi ritorna in mente. Calda, profondissima. A volte invece incerta, scossa dalla tosse, quasi metallica, un filo d’acciaio. Quella tosse acquosa che lo ha squassato per anni, e da ultimo ha annunciato il male che l’ha travolto. Una voce giovane e vecchia, felice e cavernosa, piena di desiderio e venata di distruzione.

Napolitani era come la sua voce, a cui ha affidato per decenni la sua pratica di analista, le tante lezioni e conferenze, gli scambi con gli amici, gli affetti della sua tribù numerosissima. Una voce di molte voci, splendide e contrastanti, segnate anche da dissonanze violente. Una voce che invitava a correre in avanti, a guardare più lontano. A volte la voce di un veggente divorato da questo desiderio feroce di andare oltre i consueti ritornelli, di avanzare senza rete, insofferente di ogni sponda, di ogni precedente.

Il primo analista di Diego Napolitani pare gli avesse detto, a conclusione di una seduta di tarocchi, cosa non inusuale da parte di quello strano personaggio: “Diego, tu sei proprio un figlio di puttana.” Era Ernst Bernhard a pronunciare questa diagnosi inconsueta, il primo traghettatore di Jung in Italia, fautore di uno junghismo opaco e composito, geniale e farraginoso. Un personaggio quasi mitico, emigrato dalla Germania durante il nazismo, approdato in Italia e subito confinato dal Regime su un’isola lontana, tornato a Roma alla fine della guerra, dove avrebbe esercitato come analista fino alla morte, alla metà degli anni Sessanta. Federico Fellini e Giorgio Manganelli erano stati suoi pazienti a lungo. Solo la punta di un iceberg dalle infinite diramazioni. Una figura misteriosa e influentissima, la sua. Tempi lontani da quello “junghismo critico” che anni più tardi si sarebbe imposto per iniziativa di Mario Trevi, che di Napolitani rimase poi amico fraterno per una vita. È un mondo che si ritrova bene tra le pagine di Bernhard, in quel testo quasi iniziatico che è la Mitobiografia, ovviamente pubblicato da Adelphi. Del resto, sempre Manganelli diceva che la psicoanalisi è una branca della letteratura, al pari della teologia. E non giurerei che un’idea del genere sia rimasta senza esito, nella mente del giovane Napolitani, fino a certe sue requisitorie di anziano analista contro la psicoanalisi tutta, anche o soprattutto freudiana.

Napolitani veniva da Napoli, rampollo di una famiglia di avvocati. Una famiglia abbiente e, a suo dire, vessata da un padre difficile e gravata da una madre bella, avara, lamentosa. Il fratello di Diego, Fabrizio, andò a Roma a studiare psichiatria dopo la laurea in medicina. Diego fece lo stesso poco dopo. Arrivò a Roma e avviò l’analisi con Bernhard. Bernhard parlava un buon italiano, Napolitani parlava un ottimo tedesco. Credo che nell’analisi alternassero le due lingue. Un terzo fratello, Corrado, divenne a sua volta avvocato. La tata tedesca ero uno status symbol nella Napoli bene di quegli anni. E per almeno due dei tre figli dell’avvocato si rivelò una chiave capace di aprire molte porte.

Fabrizio se ne andò dall’Italia, specializzatosi in psichiatria, per approdare a Kreuzlingen, Svizzera, dove fu collaboratore di Ludwig Binswanger. Si appassionò alla psicoanalisi, conobbe la fenomenologia, poi si avvicinò al lavoro sui gruppi di matrice anglosassone, studiò e lavorò in Inghilterra, fu tra i primissimi protagonisti della nascita della gruppoanalisi italiana, sposò infine la versione foulkesiana dell’ampio e sfrangiato modello gruppo-analitico.

L’altro protagonista sarebbe stato il fratello Diego. Il quale si laureò a sua volta in medicina, poi si specializzò in endocrinologia, e solo da ultimo in “Clinica delle malattie mentali e nervose”, come allora si chiamava la psichiatria. Si direbbe che lo attirasse, nell’uomo, la macchina. Sempre più fine, sempre più impalpabile, disciplina dopo disciplina, specialità dopo specialità. Ma pur sempre macchina. Da Roma arrivò a Milano a metà degli anni Cinquanta. Lavorò come psichiatra. Fece una seconda analisi. O una prima analisi, se si guarda la cosa dal punto di vista dell’istituzione a cui stava approdando. Alla SPI gli assegnarono come analista Franco Fornari. Singolare procedura, questa dell’assegnazione dell’analista. Napolitani conservava di Fornari un’opinione alta e polemicissima. Verosimilmente avrebbe osservato che neppure con questa seconda analisi si poteva star sicuri di aver fatto un’analisi vera e propria. E che forse un’analisi vera e propria, un’esperienza non banalmente medicalizzante, un percorso non semplicemente ortopedico, in quegli anni e in quegli ambienti era di fatto impossibile. Salvo forse con Musatti, suo supervisore, di cui diceva molto bene ma molto poco, o poco volentieri.

Maestri, insomma, non ne aveva avuti. O ne aveva avuti, ma diversissimi e difettosissimi, almeno nel suo racconto. Le chiacchierate di Napolitani lasciavano intendere molte paternità e nessuna, per la sua pratica di analista e forse per il suo modo di stare al mondo. Bernhard, nel suo modo bizzarro, era tutt’altro che uno sprovveduto. Napolitani finì l’analisi con Fornari, e divenne membro della SPI. Freudiano ortodosso, mi disse una volta con qualche ironia. Aveva fatto un passo ulteriore, era un tecnico di macchinari ancora più fini. Ma ancora sempre macchinari. Così, almeno, Napolitani intendeva il kleinismo di Fornari e dei freudiani di quegli anni. La sua polemica contro la psicoanalisi nasce da questa convinzione, da questa insofferenza per un medicalismo e un meccanicismo che Freud, a suo dire, non avrebbe mai abbandonato. Di fatto, per la cronaca, neppure Napolitani abbandonò mai la Gradiva, il bel bassorilievo di gesso bianco che ancora teneva in casa, in posizione non così defilata, anzi intimissima. Un simbolo iniziatico, che ogni giovane analista freudiano riceveva dalla SPI, una volta accolto tra le fila dell’istituzione.

Intanto Napolitani fondava, a Milano, poco dopo che Fabrizio aveva fatto lo stesso a Roma, le primissime Comunità Terapeutiche italiane, avendo in mente Maxwell Jones, tenendo conto di Wilfred Bion, che durante la guerra aveva elaborato i primi modelli gruppoanalitici lavorando coi militari britannici traumatizzati dalle missioni belliche, e guardando con attenzione all’esperienza di Thomas Maine al Cassel Hospital di Londra.La SPI milanese lo ammonì. L’iniziativa della psicoanalisi in gruppi e dell’istituzione psichiatrica psicoanaliticamente fondata, benché non esclusa, non rientrava allora nelle linee guida del freudismo ufficiale. Napolitani abbozzò, e rientrò nei ranghi. Poi tornò alla carica coi suoi progetti, e venne richiamato ancora. I rapporti tra lui e la SPI si raffreddarono, ma la rottura arrivò molto più tardi, a metà anni Novanta, con uno strappo di cui si avvertivano ancora, qualche decennio più tardi, l’affetto duplice, il bruciore incandescente e il diniego incendiario di quel bruciore.

Negli anni Settanta fondò la Società Italiana di Gruppoanalisi, che nel tempo ha aperto sedi a Roma, con la guida del fratello Fabrizio, a Torino, recentemente a Palermo, con la guida della figlia Claudia. In quella stessa stagione anche altri lavoravano in direzioni simili. Nasceva la sociogruppoanalisi, per esempio. Luigi Pagliarani, che Napolitani aveva conosciuto tra una seduta e l’altra nello studio di Fornari, rimase sempre suo amico. Orientato piuttosto al mondo delle aziende e alle applicazioni della psicoanalisi, ma complice di molte avventure. Un amico, e forse un doppio. La storia di Napolitani è piena di questi doppi, compagni di strada che diventano ora fonte di ispirazione, ora seguaci della sua sempre più creativa riflessione sulla clinica come sulla teoria, ora avversari degni di insulti che per chi li scagliava equivalevano a vere e proprie fucilazioni. Bastava poco, e la regressione teorica era sanzionata con violenza: “freudiani”, “veterokleiniani”, “idraulici delle passioni umane”. Non ultimo, il più buffo e autobiografico degli insulti: “endocrinologi”. Insomma il punto, per lui, era rifare Freud senza la macchina freudiana. Rifare la psicoanalisi senza propaggini medicaliste, e per altro verso, ma era in fondo lo stesso verso, senza tentazioni ortopediche, come dicevo, cioè moralizzatrici, edificanti o edificatrici. Che è poi quello che tutti gli analisti dotati di sensibilità teorica e di qualche sentore della propria collocazione storico-politica hanno cercato di fare, magari in modi diversissimi, dopo Freud e soprattutto dopo i postfreudiani, dopo la Ego-psychology e dopo l’americanizzazione di quella che doveva essere peste, ed era diventata un’aspirina per famiglie bene e per funzionari performanti dell’adorniana amministrazione totale.

Anni settanta. Dopo aver letto e attraversato Jung, Freud, poi Klein e Winnicott, poi Bion e Foulkes, Napolitani leggeva Nietzsche e Heidegger. Per capire gli ultimi vent’anni o trent’anni del suo lavoro, cioèla sua stagione più matura e personale, si deve forse partire da qui. Da questi due filosofi, e dalle frequentazioni coi filosofi italiani che lavoravano in quella direzione. Gianni Vattimo, amatissimo. Carlo Sini, frequentato per una stagione più breve e forse superficiale. Umberto Galimberti, vicino e lontano ad un tempo, molto prossimo per un certo tratto di strada, poi allontanatosi o allontanato improvvisamente. Napolitani è freudiano che ha attraversato Heidegger e Nietzsche, se dovessimo racchiuderlo, e sarebbe quasi un insulto ai suoi occhi, in una definizione. È un freudiano che ha ripensato la psicoanalisi, la nevrosi, la divisione cui soggiace il soggetto umano, il cammino “emancipativo” della psicoanalisi, nella doppia luce di Nietzsche e Heidegger. Non erano in molti, in quegli anni, a intuire la necessità di un’operazione di quel genere. E se Heidegger aveva avuto un illustre interprete in psicoanalisi, cioè Lacan, odiatissimo quest’ultimo da Napolitani ma vicinissimo a lui in una quantità di formulazioni e di piccole e grandi manovre cliniche, Nietzsche era rimasto invece senza scuola, dalle parti degli analisti. Con qualche parziale eccezione, che guardacaso coincidevano coi due soli analisti italiani che Napolitani citasse con ammirazione: Elvio Fachinelli ultimamente, e in una fase più lontana Francesco Corrao.

Non è facile dire in breve che cosa significasse, per Napolitani, ripensare la psicoanalisi dopo Heidegger e dopo Nietzsche. Heidegger per Napolitani significava La questione della tecnica e Che cosa significa pensare, anche se in tempi recenti Heidegger era tornato a essere soprattutto l’autore di Essere e tempo. Ma La questione della tecnica e Che cosa significa pensare erano i testi che citava più spesso e che conosceva a memoria, e il suo heideggerismo era tutt’uno con la polemica contro la tecnicizzazione dei saperi e l’oblio del pensiero, per dire brevemente. Il che, riportato alla psicoanalisi, poteva voler dire la medicalizzazione dell’uomo e l’ascrizione della psicoanalisi al novero delle scienze e degli strumenti tecnocratici, dei mezzi con cui addomesticare sistematicamente anche l’ultima riserva dell’ultima risorsa industriale, come Heidegger profetizzava, la “risorsa umana”. Il suo amico Pagliarani temo ricadesse, ai suoi occhi, in questo girone infernale.

Credo possa essere riletto su questo sfondo anche l’interesse successivo che Napolitani nutrì per le teorie della complessità, per una psicoanalisi che non voglia farsi scienza ma arte dialogica, per la sempre rinviata e sempre accarezzata costruzione di un’enciclopedia allargata delle tante pratiche formative dell’umano, le cui tracce riconosceva e apprezzava ultimamente anche negli studi neuro-fenomenologici di cui era lettore avidissimo: Francisco Varela, Vittorio Gallese, prima ancora Antonio Damasio, o Mauro Ceruti e Telmo Pievani. L’uomo, secondo la tesi del nietzscheano Arnold Gehlen, che anche Lacan avrebbe fatto propria pur imprimendole un’altra direzione, è un essere strutturalmente prematuro, testardamente destrutturato, embrionale. Va formandosi sempre, senza sosta, ora conformandosi e alienandosi, ora deformandosi e discostandosi dalle proprie alienazioni e dalle proprie conformità. Il tutto nell’andirivieni di un movimento che Napolitani chiamava dialogico ed ermeneutico, ma che nella sua comprensione non era privo di un elemento che spesso le ermeneutiche e i fautori del dialogo hanno ignorato con conseguenze catastrofiche. Un elemento di lotta e di contesa. Un elemento, di nuovo, fondamentalmente nietzscheano.

Altra questione la presenza di Nietzsche nel lavoro di Napolitani: nel suo pensiero e, direi, nella sua pratica di analista. Dovessi azzardare una formula, direi che Napolitani è stato il solo psicoanalista nietzscheano del secolo (a parte Alfred Adler, cacciato da Freud proprio perché troppo apertamente nietzscheano).La sua specificità sta qui, molto più che nelle tante filiazioni attraversate e rigettate, amate e poi odiate, o nei richiami recenti e recentissimi alla fenomenologia binswangeriana e, via Binswanger, husserliana. Tanti motivi, storici, teorici, politici, sociali, dovevano tenere a distanza la psicoanalisi dal nietzscheanesimo, Freud dall’autore dello Zarathustra. Specie nel dopoguerra, specie nei paesi devastati dal totalitarismo. Gli storici della filosofia hanno ormai battuto tutti i cunicoli, ora segreti ora evidentissimi, che connettono l’uno all’altro ambiente, se non l’uno all’altro autore. Per parte sua Napolitani ha capito, a un certo punto, e ha argomentato con forza, con la sua pratica e con il suo insegnamento, che non si può pensare e non si può fare psicoanalisi senza confrontarsi con Nietzsche, e in particolare col Nietzsche della Genealogia della morale.

Di nuovo, se l’urgenza del momento dovesse suggerire un motto, si potrebbe azzardare che la psicoanalisi ha sempre a che fare col trattamento di un debito. Con l’illuminazione di un passato che grava come insoluto e che ci mette nella posizione degli insolventi. O, ancora, con la rievocazione di un antenato al quale si avverte di dovere qualcosa e dal quale si avverte di doversi congedare. Con il tentativo di spezzare le tavolette in cui il debito sembrava scritto per sempre, come avveniva dalle parti dei Sumeri. I cui re, non a caso, si insediavano spezzando le tavolette e inaugurando il tempo nuovo, azzerando il credito degli uni sugli altri, cancellando la fede che quel credito e quel credere presupponeva, mettendo tra parentesi per quanto possibile le credenze che quel credito portava con sé.

Che cosa rappresenta Nietzsche, in questo senso, se non un’opzione molto precisa circa il trattamento possibile del debito e della colpa, se non un modo molto profondo e difficile di rielaborare, di imparare passo dopo passo ad avere a che fare col debito e con la colpa, con questo identico e duplice Schuldigsein? È curioso, detto per inciso, che l’uomo che ha visto così a fondo il nesso possibile tra Nietzsche e la psicoanalisi, tra la via nietzscheana al pensiero del debito e la via psicoanalitica al trattamento della colpa e del dover-essere, fosse l’uomo che Bernhard con una mano di tarocchi aveva fotografato come senza padre, o destinato a non averne, a non poterne avere, a non volerne avere.

La Genealogia della morale è in questo senso anche una genealogia dell’“uomo psicoanalitico”: quell’uomo che Peter Sloterdijk ha descritto come un essere umiliato, immiserito dall’analista che lo infantilizza e colpevolizza, un uomo ipercristiano che scopre il proprio debito con l’altro e che santifica ogni giorno la mancanza che ne deriva, un pavido che fa del proprio divenire altro da quell’altro il peccato capitale, la negazione del prestigio della legge, l’insulto al passato come lapide del dover-essere. Sarà possibile un giorno una psicoanalisi nietzscheana? Una psicoanalisi che non sia come l’economia una scienza triste, o che non sia essa stessa una economia tristissima ma una scienza gaia e magari una gaia scienza economica? Sarà possibile una simile psicoanalisi senza rigettare lo stesso Heidegger, non necessariamente un buon viatico a Nietzsche e al suo “al di là” della morale? L’opzione fenomenologica che Napolitani da ultimo ha abbracciato tende dal lato di Heidegger e del suo perenne kierkegaardismo, oppure dal lato di una Genealogia della morale che proprio in quanto esercizio genealogico svolto sul nostro mos è emancipazione da un mos che si dà infine a vedere come non nostro, come altro da noi, come qualcosa che noi non possediamo ma ci possiede?

L’ultima mail che Napolitani mi ha scritto, dopo la fine di un’analisi che per un certo tratto ha coinciso col finire dell’analista e col mio ragionare sovrastato dal commento misterioso di quella tosse acquosa e dilagante, era una citazione dall’amatissimo Dizionario di Niccolò Tommaseo. La si trova alla voce “Nostro”. Recita: “Stimando nostro quanto ci è alieno, e il nostro negligentando come alieno, sarà la nostra vita una perpetua confusione.” Ultima mail che solleva un’ultima domanda. La formulerei come segue. Si può pensare “il nostro” come vuoto, oppure come divenire puro (direbbe Deleuze), oppure come tendenzialmente improprio (direbbe Derrida)? Lo si può pensare così, proprio in quanto tendenzialmente, sperabilmente, finalmente disalienato?

Qui, in ogni caso, mi sembra si annodino tanti cammini di Napolitani, cammini solo apparentemente convergenti, in realtà sfaccettati, contrastanti, dissonanti. Qui, forse, sta il nodo che si deve snodare, se si vuole far qualcosa di questa eredità ricchissima e sfuggente, spigolosa e generosa come chi ne ha tracciato le linee, abbandonandole e riprendendole senza sosta per una vita intera.

Federico Leoni

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Diego Napolitani e  lo scarabeo  d’oro

 

«Non importa» disse alla fine [Legrand] «questo può andare»; e trasse dal taschino del panciotto un pezzo di quel che mi parve carta da protocollo molto sudicio, e con la penna vi tracciò un rapido schizzo [dello scarabeo color oro che aveva trovato.] Terminato il disegno, Legrand me lo porse senza alzarsi dalla sedia. [… Quindi]  guardai il foglietto e a dire il vero restai piuttosto interdetto di fronte a quel che il mio amico vi aveva disegnato. «Be’» dissi dopo averlo esaminato alcuni minuti «questo devo ammetterlo, è uno strano scarabaeus, e nuovo per me. Mai visto niente di simile… forse un teschio, una testa di morto è la cosa che più gli somiglia tra quante mi sia mai capitato di osservare».

                    E.A. Poe, The Gold-bug [Lo scarabeo d’oro], 1843

 

            Dopo mesi dalla morte di Diego, non mi pare ancora possibile, per me, pensare di scrivere un ricordo di lui. Credo che la ragione di questo ritegno sia stata detta da Maurice Blanchot:

L’amicizia, rapporto senza dipendenza, …, passa attraverso il riconoscimento della estraneità comune che non ci permette di parlare dei nostri amici, ma solo di parlargli.

Proprio perché Diego è stato per quarant’anni mio amico, con il quale ho goduto e sofferto del riconoscimento della nostra comune estraneità, mi è difficilissimo parlare di lui. Come parlare di Diego senza che Diego mi ascolti… e magari mi mandi a quel paese dicendo che siamo non amici ma “nemici”?

            Perché per decenni il mio rapporto con Diego è stato essenzialmente di parlare a… Quando ero suo ospite a casa sua in via Vesio, la stessa scena si ripeteva: Diego approfittava della mia presenza per PARLARE. Aveva urgenza di espormi, sempre, l’ultima versione delle sue idee. E io gli replicavo, in modo per lui di solito insoddisfacente. Voleva parlare a me? Probabilmente. Ma soprattutto voleva parlare allo Scarabeo.

            Più di una volta mi raccontò un suo sogno che risale alla sua infanzia. Sogno che aveva raccontato a ciascuno dei suoi analisti – Bernhard, Fornari (ma forse ce ne furono altri che non so). E credo a ciascuno dei suoi amici, e che poi pubblicò in un libro. Un enigma della Sfinge mai risolto. Un sogno attraverso cui Diego, mi sembra, cercava di leggere un rebus, di cui la sua esistenza è stata allo stesso tempo l’interrogazione e la risposta.

            Dico quel che io ricordo del racconto di quel sogno. Il mio ricordo non collima del tutto con la versione che lui ne ha dato nel libro “Di palo in frasca” (pp. 138-9). I ricordi, come i miti, non  restano mai stabili, scolpiti per sempre: evolvono, slittano col tempo, vanno in diffrazione come in un caleidoscopio. La versione che mi raccontò, o quella che io ricordo, o quella che lui ricordava quando me la raccontò, era più o meno questa.

Passeggia con i suoi due fratelli per una strada quasi campagnola, chiusa da mura protettive. E’ presente la Fräulein, la tata tedesca. In questo luogo murato, egli vede un piccolo e svelto scarabeo, che comincia a salir su per il muro che recinge quel luogo preservato. Lui segue lo scarabeo lungo il muretto, e quindi, a un certo punto, vede oltre il recinto… Vede, se non erro, il golfo di Napoli, o un’estensione immensa di mare e di monti, o di vulcani, irrorata da splendida luce. Di fronte a questa scena “aperta”, un terrore lo assale, torna precipitosamente nella strada e cerca di dire la sua emozione alla Fräulein e ai fratelli. Ma egli non ha più voce, dalla bocca non gli esce alcun suono… Si sveglia come da un incubo.

            Ovviamente ogni analista gli offrì un’interpretazione diversa. Quella per lui più irrilevante gli fu data da Fornari, suo “analista didatta” SPI: che quel sogno rappresentava la sua angoscia di masturbarsi. Me la riportava per esprimere un giudizio generale sul kleinismo, di cui Fornari era allora massimo interprete in Italia: che esso era “un fondamentalismo talebano”, così diceva. Ma, dopo decenni, si chiedeva ancora come leggere quel sogno. E chiedeva a me, anche, di leggerlo.

            Non lo interpretai. Però, a un suo compleanno (l’ottantesimo?) gli portai un regalo. Avevo trovato su una bancarella un bel scarabeo di ferro, lo comprai. Diego lo accettò sorridendo. Ma come d’incanto, una volta presolo in mano, lo scarabeo si spezzò. Forse il ferro non era di buona qualità. Comunque il regalo fallì. L’interpretazione fallì.

             Prima di dire come vedo io quel suo essere interrogato, per tutta la vita, da quel sogno, voglio dire qualcosa su come Diego mi è stato amico.

 

* * *

            Conobbi Diego verso il 1972. Ero studente in psicologia a Parigi, e seguii in quella città un congresso internazionale, alquanto pomposo, sulla cura delle psicosi, nel quale furono invitati campioni – nel doppio senso del termine – di vari paesi. Gli italiani convocati furono Basaglia e Napolitani; allora anche in Francia Basaglia era famoso. Basaglia non venne e invece mandò una lettera provocatoria, nello stile sessantottesco allora obligé, di denuncia di quel convegno stesso come psichiatria repressiva. Diego invece venne, e parlò delle proprie esperienze nelle due comunità per psicotici da lui create, prima Villa Serena e poi la Comunità Omega, entrambe a Milano. Benché il suo francese fosse stentato, si fece apprezzare dall’uditorio, e anche da me, che dopo andai a parlargli chiedendogli di fare uno stage nella sua Comunità.

In effetti andai a Milano a parlargli un paio di volte. Dopo di che lui – con mia grande sorpresa – mi propose di tenere un seminario a Milano, per mesi, su Lacan. Ero un neo-laureato di 25 anni, e volendo trasferirmi in Italia accettai. Fu l’occasione per lavorare sia alla Comunità Omega sia nell’ambulatorio che aveva lo stesso nome, per alcuni anni. Negli anni 70 Diego fu mio supervisore. Considero lui, assieme ad Elvio Fachinelli, il mio maestro in clinica psicoanalitica. E i nostri ventuno anni di differenza di età ne facevano il mio “padre psicoanalitico” ai miei occhi.

            Diego mi disse che tempo addietro era andato da Basaglia a parlargli, ma il padre della 180 andò presto su tutte le furie – cosa che gli era alquanto abituale (nel 1972 avevo fatto uno stage di un paio di mesi all’ospedale psichiatrico di Trieste che allora Basaglia dirigeva, e lo conobbi bene come persona). In effetti Diego intendeva costruire luoghi che veramente curassero gli psicotici, insomma istituzioni terapeutiche; Basaglia invece intendeva soprattutto distruggere ogni tipo di istituzione psichiatrica, per cui identificava il curare gli psicotici – compito che lui riconosceva come proprio – allo smantellamento non solo dell’ospedale psichiatrico ma anche di qualsiasi struttura curante in quanto “struttura” (pensava insomma che la distruzione delle istituzioni curanti fosse la vera cura).

            Cercare un’alleanza con Basaglia, assumere uno studentello parigino con poca arte e poca parte per far spiegare Lacan ad analisti ben più anziani e navigati di lui (tra cui l’amico Gino Pagliarani), sono due esempi della straordinaria apertura di Diego. Lui osava.

Siccome allora l’influenza basagliana era al suo zenith, da più parti si diceva che la Comunità Omega era repressiva, “si legano i malati al letto!” Era vero, la mano di alcuni pazienti particolarmente agitati veniva legata con una fascetta a una sbarra del letto prima che andassero a dormire. Mi si spiegò che erano loro stessi a “volere essere contenuti”, che se si fossero alzati avrebbero svegliato gli altri pazienti, ne sarebbe seguito il caos.

Proprio in quel periodo Diego mi raccontò la sua esperienza più traumatica – diceva – di tutta la sua vita professionale. Giovane psichiatra acceso dal progetto di “liberare i matti dalle loro catene”, aveva appena preso servizio in non ricordo più quale reparto psichiatrico. Là vide un malato legato saldamente con cinture al letto. Diego, indignato, ordinò subito agli infermieri di liberarlo. Il capo-infermieri cercò di dissuaderlo: “sa, dotto’, è uno molto depresso…” Niente da fare, il poveretto venne liberato dai suoi ceppi.

            La notte dopo Diego fu chiamato d’urgenza: quel malato si era strappato i testicoli con le proprie stesse mani. Mi descrisse con tono ancora inorridito la scena che allora vide: quei testicoli sanguinanti buttati in una rozza bacinella, la ferita orrenda dell’uomo, il quale umilmente si scusava col “dottor Napolitani”… “Insomma – concluse Diego – mi aveva gettato i suoi coglioni in faccia!”  Interpretazione folgorante, convincente. Dopo anni, il ricordo di quella tragica irrisione della sua ingenuità lo turbava ancora.

            Quella storia mi mostrava che gli psicotici, di solito, non sono politicamente corretti.  Alcuni sono anche odiosi, e soprattutto hanno bisogno spesso proprio di quelle cose che noi odiamo per loro e per noi stessi: essere dominati, “essere contenuti”, essere amati ma anche far di tutto per essere esclusi. Non basta liberarli dalle loro catene, come pensavano i basagliani, occorre liberarli anche dai loro demoni – e questo è molto più difficile.

 

*    *   *

Ripensando agli interventi di Diego alla Comunità Omega, di cui all’epoca Sabba Orefice era direttore, oggi capisco che già allora si stesse allontanando dalla psicoanalisi. La sua idea di fondo era che la psicosi è un prodotto della famiglia, ma non di una famiglia elaborata simbolicamente come in Freud (e tanto più in Lacan), ma della famiglia come intreccio tra madre, padre, fratelli, sorelle, zii, zie… diciamo ‘reali’. Da qui la sua (effimera) convergenza con le teorie sistemiche della famiglia, incarnate da Mara Palazzoli Selvini: siamo il prodotto non dell’Edipo, di un mito strutturale, ma della famiglia telle quelle in cui abbiamo avuto la ventura di nascere e crescere.

            Per questa ragione, negli anni ‘70 apprezzò molto un libro di Morton Schatzman intitolato La famiglia che uccide (titolo originale: Soul Murder. Persecution in the Family). Era uno studio sul famoso libro autobiografico del presidente Schreber in cui l’autore inglese cercava di dimostrare in modo puntiglioso che tutti gli elementi fondamentali del delirio di Schreber erano raffigurazioni iperboliche, spesso ironiche, dei metodi educativi che il padre di Schreber aveva promosso. Questi metodi erano stati illustrati in una serie di libri, oggi classici della pedagogia nei paesi di lingua tedesca e russa. Morale: la psicosi di Schreber fu un effetto quasi diretto dei principi pedagogici “fascisti” del padre celeberrimo. A Diego piaceva quel libro perché in fondo per lui i nostri problemi provengono non dal Padre e della Madre con le maiuscole, ma dalla nostra relazione con quei poveracci concreti che sono papà e mammà.

           E difatti rigettava il sound and fury anti-istituzionale dei basagliani dicendo: “Vogliono liberare i pazienti dal manicomio. Ma rimandandoli nel manicomio peggiore: le loro famiglie.” Di questo poi se ne resero conto gli stessi basagliani, che hanno puntato sul limbo delle case-famiglia, e simili.

           Ovviamente Diego distingueva il modo in cui un soggetto vede un genitore da quel che questo genitore, per altri versi, è. Eppure egli pensava che anche se certe madri descritte dalle loro figlie come streghe forse non erano così cattive come venivano descritte, avevano comunque instaurato una pessima relazione con le loro figlie. Per lui “la relazione” era essenziale – ma relazione di un bambino con quella madre. Certamente, la sua sofisticazione heideggeriana gli faceva dire che le persone concrete erano Dasein, esserci: quella madre non era solo un seno kleiniano, ma un fascio di intenzionalità. Ora, per la psicoanalisi che chiamerei ‘pura’ l’altro – ad esempio l’analista – non vale per la sua intenzionalità, per il suo essere “soggetto” o “persona”, ma come mera ripetizione. E’ la base stessa della teoria freudiana del transfert (che non a caso Diego rigettava insistendo invece sulla “relazione”): che il soggetto in analisi non vede affatto la signora o il signore analista come soggetti intenzionali, ma come quel padre, quella madre, quel fratello …, che non sono persone ma direi funzioni. Per Freud l’intersoggettività è continuamente sviata dal copione inconscio che nelle nostre vite nevrotiche o psicotiche si ripete senza posa, non intenzionalmente.

Comunque Diego andava oltre: la relazione tra soggetti, a cominciare dai soggetti cuciti tra loro nella famiglia, è costitutiva della soggettività di ciascuno; ma questa relazione non dipende da una forma precostituita, per esempio dal Nome-del-Padre, ma relazione tra individui distinti dalle proprie “intenzionalità”.

Insomma, quel suo approccio di allora alla psicosi preannunciava la sua focalizzazione sulla gruppoanalisi: in un gruppo, in effetti, non si ha a che fare con l’Altro (o almeno così pare), ma con tanti altri più o meno significativi, che con le loro parole e reazioni ci riportano al teatro familiare da cui discendono le nostre grandezze e miserie. “Il noi – diceva – viene prima dell’io”. Vedeva l’analisi, insomma, come un atto politico, anche se in miniatura.

Una volta, nei primi anni della nostra conoscenza, mi disse sconsolato: “Ho avuto sempre la passione di impegnarmi nel sociale. Ma con politici e burocrati si costruiscono solo castelli di carta.” Pensò un’analisi ‘politica’ che non si risolvesse in castelli di carta.

Lo so che molti amici e allievi di Diego non condividono affatto questa mia ricostruzione del suo pensiero. Personalmente però credo che, in generale, un’impostazione fenomenologica – come è stata, sempre più, quella di Diego – proprio nella misura in cui insiste sull’intersoggettività, di fatto finisce col dare un valore eziologico forte se non all’altro soggetto, comunque alla relazione concreta – gli anglofoni direbbero actual – tra soggetti diciamo ‘reali’.

Ad esempio, qualche anno fa, discutendo con lui, gli confidai che non mi convinceva affatto la classica interpretazione psicoanalitica, la quale dava un’importanza decisiva al tipo di madre dell’autistico, “la madre frigorifero”, non-empatica, ecc., per lo sviluppo dell’autismo. Gli dissi che mi convinceva di più il nuovo approccio, ispirato alle neuroscienze, e in particolare la teoria di Gallese (che poco dopo Diego lesse con grande interesse), che faceva dell’autismo un modo di essere-nel-mondo originario, diciamo innato. E incautamente aggiunsi: “con l’autistico la madre non c’entra niente”. Diego prese la palla al balzo per dire: “Certo, la madre non c’entra niente! Ed è proprio perché non c’entra niente – non ha rapporto col figlio – che il bambino diventa autistico!” Mossa da maestro, da parte di Diego. Era riuscito a utilizzare la mia stessa espressione per confutarne il senso. Tanto di cappello. Ma questo conferma come Diego, nel fondo, fosse rimasto fedele all’impostazione che già mi aveva colpito alla Comunità Omega: che i genitori – in particolare la madre, nel caso dell’autismo – sono non solo parte in causa, ma direi causa, anche se non unica, della sofferenza del soggetto. Per Diego, è proprio perché la madre dell’autistico rifiuta di essere “causa” della vita mentale del figlio, che produce come effetto il suo autismo.

 

*    *    *

In quel discorso a Parigi grazie a cui l’avevo conosciuto, Diego aveva parlato di rischio di pantanalisi. Ovvero, analisi panta, di tutto, si analizza qualsiasi cosa; il pantano è quello in cui ci si ritrova analizzando tutto in una comunità. Oggi capisco che, con quel gioco di parole, denunciava un certo stile kleiniano, in cui pure si era formato, che all’epoca si esaltava in una sorta di vis iper-interpretativa. Il modello era quella sorta di traduzione simultanea in “inconscese dialetto kleiniano” di cui Melanie Klein fornì il modello analizzando il piccolo Richard: il pargolo le parlava terrorizzato delle ben realistiche bombe tedesche che gli cadevano attorno, ma per la Klein le sue parole erano tutti simboli, da interpretare in termini sessual-edipici. Diego, che stava consumando il suo distacco da Fornari e dal kleinismo ortodosso, aveva capito la fragilità della mitraglia interpretativa kleiniana.

            In cerca di qualcosa di nuovo, voleva capire Lacan, e allo stesso tempo si interessava alla teoria sistemica di Bateson e Watzlawick, che gli analisti rispettabili hanno sempre considerato una sgangherata rivale. Molteplici scarabei gli indicavano percorsi evasivi dalla sua matrice kleiniana-SPI.

            Un’ apertura mai venuta meno con gli anni. Mi impressionava la sua inquieta fame di idee che lo portava a divorare tante cose e tanto diverse: la fenomenologia, le teorie della complessità, le neuroscienze, la biologia ripensata da Telmo Pievani, i neuroni specchio e la neurofenomenologia di Varela e Gallese…  Pochi mesi prima di morire mi disse di aver scoperto Henri Bergson. Il suo motto avrebbe potuto essere, parafrasando Terenzio, “cogitans sum, cogitati nihil alienum a me puto”.

           Insomma, Diego non cessava mai di desiderare. Voleva… di più.

Diego ha scritto contro il concetto freudiano di “pulsione” (Trieb), ma gli dicevo che non ero d’accordo se non altro perché quel che era bello di lui, quello che ci piaceva a tutti, era proprio la sua pulsionalità, il suo essere paradigma vivente di un eterno desiderio – di altro – in senso freudiano.

 

 

*     *    *

            Anche se, secondo me, questa apertura pulsionale non lo portava a battere la porta di certi altri. Federico Leoni nel suo “Ricordo” si interroga tra le righe (se l’ho capito bene) sul perché Diego non abbia mai incontrato un pensiero che avrebbe dovuto essergli affine, quello di Lacan, non foss’altro che per la comune vicinanza a Heidegger.

Alcuni anni fa, gli consigliai di leggere il seminario di Lacan L’etica della psicoanalisi. Lo lesse, mi parlò di certi aspetti del libro con fastidio ma di altri con interesse. Lo aveva colpito, nel Seminario, il riferimento che Lacan fa, riprendendo Freud, al Not des Lebens, ai bisogni vitali. Ora, il tema del Not des Lebens non è tra gli spunti lacaniani che abbiano avuto seguito. Ma mi chiedo se Diego – pur avendo preso decisamente la strada di una fenomenologia spiritualista – non abbia colto in brani apparentemente marginali di Lacan qualcosa che tracimava fuori sia dal sistema di Lacan che dal proprio: ovvero, l’opaca persistenza del bisogno, le urgenze della vita di cui solo parzialmente la psicoanalisi viene a capo dando loro logos e segno.

Certo l’incontro con Lacan non poteva prodursi perché quest’ultimo si interessava essenzialmente a una teoria del soggetto in quanto trascendentalmente formato e assoggettato dal logos; mentre Diego tendeva a risolvere la specificità del soggetto nelle relazioni intersoggettive. Diego era attratto non dalla solitudine di fondo di ciascuno di noi, ma dai “molti attorno a me”.

            L’intersoggettività, appunto. Avendo seguito la sua evoluzione per tanti anni, mi sono fatto l’idea che la centralità per lui dell’intersoggettività, articolata con gli strumenti raffinatissimi di Husserl e della Daseinanalyse, esprimesse comunque qualcosa di personalissimo: il suo piacere di stare con tanti altri. Il suo “volersi impegnare nel sociale”, frustrato dopo la chiusura della comunità Omega alla fine degli anni ‘70, si transustanziò nella gruppoanalisi.

            Anni fa, intervistandolo per una rivista, dopo che mi ebbe spiegato i concetti basilari della gruppoanalisi, gli obiettai: “Ma tutto questo che dici potrebbe valere anche per l’analisi individuale. Perché dai tutta questa importanza al gruppo?” E lui mi rispose decisamente: “Preferisco fare gruppi perché con i gruppi mi diverto di più”. E non è questa la ragione ultima delle nostre scelte estetiche, filosofiche, politiche, psicoanalitiche? Non cerchiamo parole e atti che possano far partecipare altri al nostro personalissimo modo di divertirci?

            L’incontro con Lacan non ci fu perché Diego non ha mai apprezzato quel che poi si è convenuto chiamare il post-strutturalismo francese. I famosi esponenti di quella stagione – oltre Lacan, Derrida, Barthes, Foucault, Althusser, Deleuze, Baudrillard, Kristeva, ecc. – gli rimasero sempre estranei. Strano che Diego, conquistato dal pensiero di Nietzsche e Heidegger, non si sia mai interessato a Foucault per esempio, che ha costruito una visione storica – oggi così popolare – improntata fondamentalmente a Nietzsche e Heidegger. E così, gli piaceva il modo in cui Vattimo leggeva Nietzsche ed era indifferente alla lettura, per molti versi benpiù radicale, che ne faceva Deleuze.

Questa sua permanente diffidenza nei confronti del pensiero francese post-fenomenologico spiega, in parte, la nostra mancata convergenza intellettuale, mancanza di cui egli era, oltre che irritato, sorpreso. Non che io mi inscriva più nella post-fenomenologia francese; come Diego, non so restare fedele a chi mi ha formato, sempre devo aprire brecce nella gabbia dorata della mia cultura di allevamento. Ma ammetto che la post-fenomenologia (nome che preferisco a post-strutturalismo) è stata la mia Bildung, il mondo in cui mi sono formato, così come il kleinismo lo fu per Diego. Lui, indifferente alla cultura parigina degli anni 60-80 – come estraneo, peraltro, alla epopea francofortese (Benjamin, Adorno, Horkheimer, Habermas) – preferì invece divertirsi con Wilfred Bion. In questo modo, rimase in segreta sintonia con la cultura SPI, e in particolare con quella discendenza fornariana (Fornari fu il primo a portare Bion in Italia) da cui voleva per altri versi assolutamente dissociarsi.

E’ vero che Diego non leggeva Bion come post-kleiniano. Ma questo è il dramma di chi (come Diego o me) è a disagio con i propri maestri viventi. Perché, come ricorda Paolo Tucci, occorre servire non i propri maestri, ma la vita. Purtroppo il nostro non servire i nostri “maestri” non impedisce affatto che la loro presenza continui a guidarci come un’ombra; non basta l’abiura per liberarcene. Non saliamo sul treno che i maîtres fanno passare su rotaie, ma noi stessi non possiamo far a meno di viaggiare su quelle rotaie.

Ora, pur ammirando io certi aspetti di Bion, mi sono sentito sempre estraneo al suo mondo perché lui resta saldamente ancorato, secondo me, alla cultura empirista britannica (da qui l’importanza in Bion di una teoria del pensiero, dell’”apprendere dall’esperienza”). Io non mi divertivo molto con Bion, Diego ne s’amusait pas con i parigini. (Quando glielo dissi, mi rispose ridendo che ero rimasto alla Guerra dei Cent’Anni…) Da qui il paradosso: nel corso del tempo ci siamo interessati agli stessi pensatori, abbiamo avuto “cotte” per gli stessi personaggi e gli stessi movimenti, coglievamo entrambi l’importanza di certi approcci (ultimamente, aspetti delle neuroscienze)… eppure non ci incontravamo. O meglio, ci intersecavamo continuamente, magari urtandoci con qualche piccola escoriazione, ma seguendo percorsi diversamente idiosincratici. Leggevamo da due angolazioni diverse stesse cose che ci seducevano.

            Alla fonte di questa eterogeneità – che rendeva particolarmente pepata la nostra amicizia – c’è però qualcosa di più profondo di due diverse formazioni culturali. Due episodi lo mostrano.

            Diego, se non erro, incontrò una sola volta Bion e una sola volta Lacan. E ripeteva che mentre l’incontro da ascoltatore con Bion lo affascinò, quello con Lacan lo deluse. Quel che lo colpì, allora, di Bion, fu la sua ironia nei confronti dei “bioniani”. Bion parlava del “satanic jargon“ della psicoanalisi, del suo fastidio per quel “bionese” allora –soprattutto in Italia – dominante. Diego vide in Bion il campione dell’anti-bionismo.

            Quando incontrò Lacan, gli si presentò dicendo “sono amico del suo allievo Jean Oury”. Questi era il direttore dell’allora mitica Clinica di La Borde; lacaniano convinto, da molti anni in analisi con Lacan. La reazione di quest’ultimo fu: “Mio allievo? Ma io non ho allievi. Non ne ho mai avuti!” Diego si sentì offeso da questo schernirsi. Sapeva che Lacan aveva dedicato la vita a formare una scuola; e in effetti, quando si separò dall’IPA chiamò la sua società Scuola Freudiana di Parigi. Diego si indignò per questo diniego di magistralità.

            Quando mi raccontò i due episodi, gli feci osservare che però Bion e Lacan, in modo diverso, avevano detto qualcosa di molto simile. Entrambi avevano preso distanza dal loro “esser maestri”. Cosa poteva spiegare quindi, in Diego, due reazioni così opposte? Un pregiudizio positivo nei confronti di Bion, e un pregiudizio negativo nei confronti di Lacan, gli avevano fatto vedere un senso antitetico in due rinnegamenti paralleli? Ma credo che ci fosse qualcosa di più intimo.

            Esser maestro, avere allievi, era qualcosa per Diego essenziale come l’aria. Una cosa è criticare gli allievi troppo secchioni – quindi degeneri – altra cosa era dire “non ho allievi”. Voleva essere sempre, e ancora, e ancora una volta, padre (ha avuto cinque figli nell’intervallo di oltre cinquant’anni, una paternità sempre aperta). Dire “non ho allievi” – come gli ritorse Lacan – per lui era come vantarsi di non essere nessuno. E questa, credo, è la ragione principale della nostra amichevole non-convergenza: io non ho mai puntato a essere maestro – e quindi, non ho mai voluto essere seguace di alcuno. Maestro nemmeno per rimproverare poi i seguaci – come accade spesso – di essere stupidamente e banalmente “seguaci”. Come gli dissi una volta, io sono un po’ come il fool shakespeariano. Un matto e buffone che non cessa di ricordare al re le sue passioni e cecità, e che poi, fedele a questo re, assieme a lui ne subisce la rovina. Non re né suddito, fool.

Perché dietro la sua passione per i gruppi, emergeva il suo bisogno di una famiglia – propria. La SGAI fu cosa familiare, un po’ come erano familiari certe botteghe artistiche del Rinascimento – quella dei Bellini a Venezia, o quella dei Carracci a Bologna. La SGAI è stata a lungo la bottega dei Napolitani Brothers, un fratello a Roma l’altro a Milano. Entrare nella bottega SGAI significava quindi accettare regole e stili familiari. A Milano, accettare completamente il pensiero e la pratica di Diego. Perché Diego era apertissimo all’esterno, ma geloso della sua autorità all’interno. Nutriva grande ammirazione per molte persone viventi – purché non fossero analisti. A parte il tipo di analisi di alcuni morti – come Bion, Francesco Corrao – il solo tipo che lui apprezzasse era il proprio. Questo forse spiega il suo mancato incontro con altri gruppo-analisti di rilievo, come René Kaës.

Tutto sembrava già delineato dal sogno dello scarabeo. Come nella strada con muretto, ora gruppo-analisi, c’erano sempre lui e il fratello e collega Fabrizio; e al posto della tata tedesca, la SGAI. Un nido in cui si sentiva benissimo. A differenza del fratello Fabrizio, poliglotta che era emigrato in vari paesi di vari continenti, a Diego piaceva stare in Italia, che considerava – me lo confidò – l’unico paese in cui gli piacesse viaggiare. Ma da questa italianissima strada ogni tanto emergeva qualche scarabeo che lui era tentato di seguire… E quindi il contatto con un’area immensa e affascinante, ma che proprio per questo gli avrebbe tolto la parola. Perché il suo godimento era parlare, con quella sua voce dal timbro così autorevole, dalla grana così persuasiva, di cui Leoni ha parlato in modo così perspicuo nel suo “Ricordo”. Parlare. Parlare alla tata, parlare ai “suoi”, per dir loro che fuori c’è un mondo vasto e bellissimo – ora illuminato dal sole della filosofia – ma allo stesso tempo minaccioso. Mondo in cui è terribile entrare,  uscendo. Impiegare la vita per riuscire a dire quello che non si può dire, quell’Altro, quel “fuori” da ammirare come impossibile.

Da qui la doppia tensione che me lo rendeva allo stesso tempo amico e lontano. Un impulso verso la Famiglia, anche se allargata a tanti figli, fratelli e sorelle; e un altro impulso che lo portava verso la vasta e penosa impossibilità del dire.

Diego è stato importante per me. Perché è stato uno dei miei maestri, ma anche perché in lui vedevo un mio simile che, come me, voleva seguire lo scarabeo. Il quale però, poi, come nel racconto di Poe, porta a un tesoro nascosto, ma anche a un teschio.

                                                           Sergio Benvenuto

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                        Alcune note di gratitudine a  Diego  Napolitani

  PREMESSA   

           L’ invito di Paolo Tucci Sorrentino a ricordare Diego Napolitani, in vista del numero della rivista che la nostra Società – la  SGAI – gli dedicherà, mi ha portato a rileggere, in questi ultimi due mesi, molti suoi lavori con interesse rinnovato, curiosità affettuosa, molta gratitudine, e, per quanto attiene il pensiero di Diego degli ultimi  anni, talvolta con qualche perplessità. Gli scritti che hanno maggiormente “informato” questo ricordo sono riportati in conclusione.

 

IL “MIO DIEGO”

Ho conosciuto Diego Napolitani ai Seminari di Psicoanalisi e Filosofia di Torre Pellice del 1981/1982, in uno di quei “laboratori che contribuirono alla decostruzione dei fondamenti sicuri sia della psichiatria che della psicoanalisi”.

In realtà avevo già letto gli atti del Seminario di Psichiatria di comunità e Socioterapia, che egli  aveva organizzato a Milano nel 1970, editi allora dalla

Rivista Minerva Psichiatrica e Psicologica. Vi parteciparono persone veramente fantastiche e, tra i tanti, ricordo P.C. Racamier e S. Resnik che, con Diego, mi sono stati maestri nella professione e nella vita, maestri con i quali ho avuto la fortuna di lavorare.

Io venivo dall’esperienza “colta” e innovativa di psichiatria di comunità intrapresa a Reggio Emilia da Giovanni Jervis negli anni ’70; l’incontro con Napolitani fu allora determinante per l’evoluzione critica del mio modo di pensare e di operare.

In realtà la mia prima cura personale, quella di gruppo con Diego, una lunga esperienza di supervisione con lui anni dopo – e quella altrettanto importante con il Dottor Cofano – segnarono il mio interesse primario per il lavoro con e nei gruppi, sia come psichiatra che come analista. Queste esperienze mi portarono poi ad aderire alla SGAI  negli anni ‘90.

Posso dire quindi che la percezione gruppo-analitica e Diego Napolitani

hanno fortemente colorato non solo il mio modo di operare ma anche di stare al mondo.

Napolitani fu un vero “temerario” che esplorò, ed insegnò ad esplorare, territori di frontiera che ben pochi psicoanalisti e psichiatri esploravano in quegli anni e, ahimè, nemmeno ora.

La psicoanalisi accademica italiana, al contrario di quanto – seppure in forme minoritarie – avveniva in Inghilterra e in Francia ma anche negli USA, poco  contribuiva allo sviluppo di modelli “pensati ” nella cura dei pazienti gravi e nella cura necessaria delle istituzioni e dei gruppi di cura (poi chiamati équipes). Ricordo tra i pochi in Italia allora, oltre a D. Napolitani, Massimo Ammaniti a Roma, il gruppo veneto dell’ASVEGRA con Fasolo, Nose, Di Marco, Dalla Porta e Ferlini; e soprattutto il gruppo pavese con De Martis, Petrella e poi Eugenio Torre, Barale, Vender, Bezoari, Caverzasi e Antonino Ferro.

Si trattava della Terapia Istituzionale, che proprio in quel Seminario del 1970 fu presentata in Italia e che mi portò poi a lavorare con P.C. Racamier al 13° arrondissement a Parigi ed a Besançon  alla Velotte.

 

Napolitani mi ha poi insegnato a “lavorare per una forma sempre più articolata di comunicazione”, perché il dia-logo, ossia verbo che passa attraverso, ponte che collega due sponde del fiume, non è centrale solo per la cultura gruppo-analitica, ma lo è anche per una vita umana libera dagli ideologismi delle verità a priori e  autoreferenziali, e curiosa e  rispettosa per “l’altro da noi”.

Napolitani venne più volte a Savona per Seminari e Convegni e partecipò generosamente al mio libro La Bottega della Psichiatria[1].  Ricordava allora a me ed ai miei colleghi che “noi siamo degli operatori che abitano i territori di frontiera, dobbiamo essere come quei temerari sulle macchine volanti (il termine era di Luigi Cancrini) che attraversano diversi saperi” .  Diego mi ha insegnato a  recuperare quella debolezza che è stata spesso la nostra sofferenza (essere i “deboli” della medicina come i nostri pazienti, essere i deboli rispetto ai saperi psicoanalitici, filosofici, sociologici, biologici, psicologici) ma anche l’originalità e la bellezza del nostro  lavoro che – e questo me lo ha insegnato soprattutto lui – ci porta a metterci in rete con tanti “altri da noi”, a dia-logare appunto, ad imparare cose nuove per meglio operare, in modo flessibile, adattabile, rimodellabile rapidamente a seconda dei contesti di cura e di vita.

A  proposito poi del modo di prendersi cura dei pazienti anche più gravi, ricordo che Diego  metteva  a confronto i concetti di “prevedere con” e di “provvedere a”:

“Prevedere con, modifica una capacità di vedere ciò che è davanti a se stessi e in termine di sviluppo temporale dell’evento, all’interno della gestione della propria personale esistenza, mentre provvedere( o la provvidenza) indica pensare di distinguere le cose a favore o al posto di qualcun altro”[2].

 

Questa sua indicazione ancor oggi mi accompagna, nell’operare sia come psichiatra che come gruppoanalista, ricordandomi sempre il rischio seducente dell’arbitrio provvidenziale.

 

Come egli scriveva in “Dalla cultura dell’errore ad imparare ad errare”: sono così “condannato ad essere uomo nella sua irriducibile incompiutezza  conoscitiva e quindi nella sua inesauribile creatività”, condannato, se voglio mantenermi umano, al dia-logo verso nuove esperienze, ma partendo dalle matrici in cui sono stato, sono e sarò iscritto e che continuamente tenderò a travalicare, non essendone prigioniero.

Per me questa prassi è  ancora piacevole come quando iniziai a praticare come medico, a 24 anni, nel 1971.

A questo modo di pensare e di operare, a questo dono, ha contribuito non poco  Diego Napolitani.

Egli, così come P.C. Racamier, mi ha insegnato a guardare ai luoghi di cura (comunità terapeutiche, Centri Crisi,  servizi  per adolescenti e per pazienti affetti da DCA, ambulatoriali e soprattutto residenziali, strutture che ho attivato negli anni in cui a Savona ho diretto il Dipartimento di Salute Mentale) come a delle strutture di frontiera, a “sistemi relazionali” (sono parole di Diego) non solo da organizzare e gestire ma per imparare a  conoscere”, veri setting di cura rapportabili a quelli psicoanalitici, se li sappiamo leggere,  valorizzare; spazi fisici e mentali dove mi è stato possibile sperimentare per anni il contributo della cultura gruppoanalitica nella terapia istituzionale

 

Così “il divertimento” di cui ha scritto Diego Napolitani è stato possibile ed è stato spesso possibile creare con gli operatori ed i pazienti dei buoni oggetti di cura. Nelle nostre terapie riuscite “il prendersi cura” era animato dal pensiero, da matrici benevole, di grandi maestri come Resnik, Racamier, Jammet, Ciompi, Pommerau e Diego Napolitani, al quale anche per questo  penso con affetto e gratitudine.

Per rispetto a lui devo dire che, a mio avviso, egli  andò via via allontanandosi da questo serrato confronto con la clinica, dal dialogo, che deve essere continuo, tra ipotesi teoriche che si sviluppavano nella Società Gruppoanalitica Milanese e non solo, e la pratica clinica che si fa esperienza proprio come Diego ne scriveva nel lavoro del 2000 sopracitato : “Ex – periri…tento, provo, assaggio….. per cui esperienza è ciò che risulta da un tentativo, dal contatto con un non-so-ancora… che apre ad un errare vitale”.

I suoi pensieri, ma non poche delle diatribe della nostra Società (SGAI), così lontane dal mio mo(n)do clinico, non poche volte mi sono apparsi come quei “Gruppi Marmorei” che Diego aborriva e che mi aveva insegnato a fiutare, per non restarne pericolosamente affascinato e pietrificato a mia volta.

La curiosità si è fatta troppo spesso certezza, Diego è diventato, suo malgrado – ne sono certo suo malgrado e credo dolorosamente – talvolta un “gruppo marmoreo”.

Noi siamo clinici, e da lì parte ogni nostra analisi: non siamo filosofi, sociologi, etc., anche se attraversati da questi molteplici saperi, come sopra ricordato; perdere questa dimensione facilita la perdita della nobile Prassi, così come la intendeva Antonio  Gramsci  ed anche ad esempio Popper, sintesi di teorie utilizzabili, ma anche via via modificabili, per noi  proprio nell’ incontro,  nell’esperienza relazionale con i pazienti, singoli e gruppi, e con le istituzioni di cura.

Ecco, quel particolare “Reale”, che per noi sono anche la clinica ed i nostri pazienti, sembra talvolta scomparire ed allora la relatività delle nostre soggettività, delle nostre gruppalità interne, non più dialoganti con il mondo che è fuori di noi, rischia di divenire – come scrive Antonello Correale, nel commento al lavoro di Diego nel testo “La Clinica Istituzionale in Italia”[3] – “una nuova droga, altrettanto sofisticata di quelle già esistenti”.

Correale scrive ancora “reale è ciò che sta fuori di noi, l’altro, la natura, il mondo nella sua infinita complessità e segretezza. È importante che la psicoanalisi si apra a questo reale ed utilizzi i suoi potenti strumenti per allargare la nostra sfera di conoscenza sul mondo degli esseri umani nelle sue parti ancora sconosciute”.

 

Il mio “gruppo interno Diego” resta quindi  quello dello scienziato temerario e colto, del fine clinico che sostenne non di rado grandi solitudini creative ma si negò la sicurezza di matrici gruppali fisse ed asfittiche .

In conclusione, mi  sembra che ancora oggi la mia “gruppalità Diego” abbia a che fare con la curiosità, la critica scientifica serrata, abbia a che fare con l’empatia il rispetto ed il  divertimento “leggero” nel vivere e nell’operare.

Essere insomma come il “cavaliere del secchio” di Kafka, di cui così scrive Calvino[4]:

 

“Uscire alla ricerca d’un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quiete di cavaliere errante …. al semplice dondolio del secchio vuoto…. ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto ed anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto sostegno di privazione e desiderio e ricerca…. apre la via a riflessioni senza fine “

Antonio Maria Ferro


[1]D. Napolitani :” Gruppi, Gruppalità, l’individuo dentro, di fronte e attraverso il gruppo” in La Bottega della Psichiatria, a cura di A.M. Ferro e G. Jervis (Torino: Boringhieri, 1999).

[2]D. Napolitani: “In quali fondamenti si costituisce la relazione clinico psicologica” , V° congresso nazionale SIPS, Roma 1988

[3]D. Napolitani :” Ricordi e prospettive di uno psichiatra e psicoanalista degenere” e il Commento di Antonello Correale in La Clinica Isituzionale in Italia, a cura di G. Di Marco e F. Nosè(Milano: Franco Angeli).

[4]I. Calvino, “Leggerezza”, Lezioni Americane (Milano: Garzanti, 1988).

 

 Diego 45anni

 

Il 14 Maggio 2013 è improvvisamente mancato, a Napoli, il Dottor Fulvio Marone, nato nel 1953. Molto noto a Napoli e nella regione come psichiatra nel servizio pubblico, esercitava come psicoanalista di indirizzo lacaniano, aveva creato e dirigeva da molti anni la Scuola di Formazione in Psicoterapia ICLES a Napoli.

 

Fulvio Marone ha collaborato al nostro Journal (allora JEP) scrivendo in inglese un saggio clinico in un numero monografico dedicato a Lacan, “Lacan Today I” che risale al 1995. E’ leggibile a http://www.psychomedia.it/jep/number2/marone.htm.

Creiamo qui un Forum aperto a chiunque voglia scrivere ricordi o commenti o testimonianze sul nostro collaboratore e amico; anche in forma di foto o video.

I contributi vanno mandati a: <eu.jou.psy@gmail.com>

 


Per FULVIO MARONE

Una testimonianza

Alcuni dicevano di Fulvio che era una persona fredda. Ma io, che gli sono stato amico per oltre 25 anni, so che quella sua apparente severità era la maschera pudica di una fondamentale, schiva dolcezza.

Ed è soprattutto della sua dolcezza – ancor più che dei suoi meriti scientifici e civili – ciò di cui vorrei parlare qui.

Ti coglie sempre un senso di vergogna, come se commettessi un abuso, quando – come in questo caso – elogi un amico morto più giovane di te e migliore di te.

Migliore di me e di tanti perché Fulvio era una di quelle persone che hanno il dono di coniugare tre qualità che non si implicano volentieri. L’intellettuale dotto e acuto. Il medico che non cessa di confrontarsi con la miseria. La dolcezza amicale della persona. Quanti riescono ad essere, compiutamente, queste tre cose assieme? Fulvio, da lacaniano, avrebbe detto che era un nodo borromeo. Non facile da intrecciare.

Fulvio era tra i pochi interlocutori intellettuali con i quali, per me, valesse la pena confrontarmi.

Magro di corpo, la sua mente bulimica divorava e digeriva filosofia, psichiatria, storia del cinema, matematica, psicoanalisi. Persino il calcio. Egli si muoveva a suo agio tra i geroglifici di Heidegger e Lacan, e quasi ogni giorno anche tra esseri a cui tocca soffrire ad un tempo il degrado proprio e del mondo circostante. La sera con me poteva disquisire di filosofia, la mattina usciva presto, dopo una tazza di caffè kimbo, per andare a Scampia, in quei paesi oltre il Garigliano, là dove Cristo si è fermato. Si trovava à sa place sia nel Parnaso che nell’Inferno. Sia a Saint-Germain-dès-Près che alle Vele di Scampia. Cosmopolitico e napoletano verace.

Si formò con Sergio Piro, amico di cui abbiamo pianto la scomparsa da non molto. Si diceva di Piro che era il “Basaglia del Sud”, ma, a differenza di alcuni “basagliani del Nord”, per dir così, non concepiva la missione riformatrice nella psichiatria come una forma di assistentato sociale denso, senza fessure. I folli lo interessavano veramente, e non solo per “sistemarli”. Uomo di ampi orizzonti culturali, da sempre era magnetizzato da una passione, direi viscerale, per il linguaggio e la linguistica. E mi sono sempre chiesto se questo posto d’eccellenza dato da Piro al linguaggio – il suo libro più noto è “Il linguaggio schizofrenico” – non sia stato cruciale, per Fulvio, nell’avviarlo alla laica devozione per Lacan. Ma certamente di Piro e di Psichiatria Democratica Fulvio ha sempre conservato la volontà di prendersi cura dei dannati della terra.

Si è detto di lui: “un raffinato lacaniano che non è mai venuto meno all’impegno civile”. Ma l’espressione “impegno civile” mi sembra una qualifica da Curriculum Vitae, che nasconde qualcosa di molto più caldo: una sua certa compassionevole solerzia per la fragilità umana. Non si è mai vantato di “fare miracoli”, né come analista né come psichiatra. Riferendosi ai suoi tanti pazienti, mi diceva: “La struttura di ogni persona rimane sempre la stessa, anche dopo la cura. Comunque, non se ne vanno via, alla fine, così come sono entrati in questo studio”. Era una litote, perché quella differenza, in realtà enorme, gli bastava. Non pretendeva di “salvare il mondo”, voleva stare veramente nel mondo per aiutarlo.

Non credo che Fulvio avrebbe apprezzato – da laico disincantato qual era – un paragone tra lui e madre Teresa di Calcutta. Mi colpì però, tempo fa, uno scambio della monaca albanese con non ricordo più quale riformatore occidentale. Questi le diceva: “Ma perché spendere tutte le energie, ogni giorno, a curare singoli miserevoli? Non sarebbe meglio proporre riforme politiche ed economiche, agire sui potenti che decidono, per migliorare le condizioni dei diseredati?” Madre Teresa rispose più o meno: “Il mio compito è quello di occuparmi di Tizio e di Caio, giorno dopo giorno. Non ho tempo per pensare a grandi Riforme.” Non credo che Fulvio abbia mai elaborato grandi progetti riformatori, sulla carta. In questo, mi sembrava più vicino a madre Teresa che a Basaglia. Solo che per madre Teresa, come lei diceva, “in ogni povero vedo il volto del Cristo”. Fulvio, nei suoi pazienti del Frullone o di Scampia, vedeva solo il volto del povero.

Non a caso il film che adorava era The silence of lambs, “Il silenzio degli agnelli”, su cui scrisse anche un articolo. Gli agnelli sono le vittime tacite della violenza. Credo che la sua passione per la psicoanalisi fosse anche un modo per dar voce, la voce giusta, agli agnelli.

La dolcezza non cancella la durezza dell’onestà intellettuale. Anni fa accettò con piacere di presentare un mio libro – sulle Perversioni – a Napoli, all’Istituto per gli Studi Filosofici. Pur essendo noi amici da decenni, non esitò a criticare la tesi di fondo del mio libro, con argomenti e stoccate brillanti. Dopo dovette pentirsene un po’; difatti, mesi dopo, presentandomi al suo corso per psicoterapeuti a Napoli, tenne a dire pubblicamente: “Ho criticato il libro di Sergio, ma davo per scontato, sullo sfondo, che fosse un ottimo libro.” Io però non gli avevo tenuto affatto rancore per aver fatto quello che solo di rado si fa: presentare un libro non per adulare l’autore ma per sfidarlo a una discussione critica con lui. Non me la presi perché apprezzai il fatto che Fulvio avesse detto quel che pensava del libro dell’amico. Un libro che non aderiva completamente ai concetti lacaniani a cui lui aderiva. Aveva fatto quel che anche io avrei fatto per lui: rinunciando al plat empoisonné della lusinga, far dono all’amico della ciotola povera e scabra della sincerità.

La dolcezza dell’amico, dicevo. Fulvio è stato una delle persone maschili più dolci da me conosciute. Dissentivamo su molte cose, ma non era possibile litigare con lui. Eventi oltre e fuori di noi ci avevano separato, ahimè, negli ultimissimi anni, ma non abbiamo mai litigato.

Da giovane, Fulvio sembrava una ragazza. Mi sono sempre chiesto se non fosse un suo cruccio. Col tempo perse quella femminile levigatezza, assunse forme virili, spigolose, ascetiche. Lavorando in un mondo anche violento, imparò a essere deciso, non bisognava lasciarsi sopraffare. Ma ai miei occhi restava sempre una sua aura che svelava un certo lato femmineo del suo cuore. Aveva sempre un angolo chiaroscuro di bonomia affettuosa, un’estraneità alla violenza fallica. Era forte di agudeza e indulgente con chi soffriva.

Mi impressionava il suo stile di vita sobrio, quasi monasteriale: mangiava quanto bastava, non indulgeva nella lascivia della gola o del lusso. Viveva in una casa che aveva l’aspetto terso, pulito, parco di chi non ha bisogno di esibire le proprie qualità. Un solo “vizio”: la passione per la tecnologia Apple più avanzata.

Un giorno, discutendo non ricordo più di che, mi raccontò uno strano apologo. Mi parlò di tre “sapienti”: Melantone; un esperto di chiavi; e la donna più pettegola del quartiere. Melantone, mi ricordò, era considerato alla sua epoca l’uomo più dotto del mondo. Il maggior esperto di chiavi sa distinguere ogni tipo di chiavi, un enciclopedista dell’arte di aprire serrature. E poi la donna che sa tutto degli affari, degli amori, dei crucci, delle grandezze e miserie delle persone del quartiere, perché questo è il suo ‘mestiere’. Alla fine mi chiese retoricamente: “Chi dei tre è il più sapiente?”

Perché – mi chiedo – dopo tanti anni ricordo ancora quello stranissimo accostamento? Era una parabola a fini di relativismo e nichilismo? Credo che egli volesse prendere una distanza ironica da una ‘passione’ che avevamo in comune: una certa hybris del voler sapere se non tutto, tutto quello che ci appare importante. L’aspirare a incarnare asintoticamente una sorta di Wikipedia. Voleva auto-relativizzare quel nostro – suo e mio – smodato bisogno di con-prendere, di prendere-tutto-con-me, di controllare con la mente, dalle nostre poltrone, la caotica deriva del mondo.

Anni fa mi invitò a passare il Capodanno con lui a Napoli, all’ospedale psichiatrico Frullone. Era di guardia la notte di S. Silvestro. Non potevo accettare perché avevo già preso l’impegno di cenare a mezzanotte da un amico. Andai però lo stesso quella sera al Frullone con la mia compagna. Allora non ero mai stato al Frullone, e vidi quel che mi aspettavo: un tetro deposito fatiscente di esseri umani. Lui aveva preparato con infermieri e pazienti una festicciola umile e calda. Un infermiere aveva bollito della pasta su un succinto fornello, l’allora ragazza di Fulvio preparava del sugo. Mi sembrava molto contento della presenza mia e della mia compagna. Ma poi, prima di mezzanotte, gli dissi che dovevo andare dall’altro amico. Ci rimase male. Non solo perché la presenza di amici avrebbe rallegrato quella festa, ma – credo – perché pensava che in fondo passare la notte di S. Silvestro con i malati fosse il modo più bello in cui uno come me potesse passare il Capodanno. Capii che sentiva il contatto diretto con il dolore sociale e psichico, non come un doveroso e gravoso sacrificio, ma come parte della sua casa, del suo focolare, che proprio per questo trovava accogliente e protettivo.

La morte di un amico che ti è diventato fratello, morto nel pieno delle sue forze, è uno scandalo di cui ti senti corresponsabile. La colpa di essergli sopravvissuto, di dover essere tu a piangerlo piuttosto che l’inverso. L’ingiustizia della roulette della morte conferma ciò che Fulvio ha sempre pensato: che la vita in sé non abbia senso. Non l’ho mai sentito concedersi alcuna concessione mielosa allo spiritualismo, a quel leccarsi le ferite della vita con la saliva untuosa dell’intersoggettività. Che la sofferenza mentale stessa non ha un significato recondito, ma è infiltrazione del non-senso nel tessuto così ben lavorato, liscio come plastica ma illusorio, del senso. E quando non si gode della rosea consolazione del Senso, le lacrime per chi ci manca sono più amare e più vere.

Sergio Benvenuto


 

Sono stata una paziente del dott. Fulvio Marone dal 2004 fino a febbraio di quest’anno.

La notizia della sua morte mi ha sconvolto e lasciato in una desolazione profonda.

Il dottore è stato la mia forza per superare momenti terribili e un interlocutore meraviglioso nelle discussioni sull’ordinaria infelicità dell’esistenza…. Era proprio lui a sostenere che, infondo, il senso del suo lavoro era quello di aiutare le persone ad uscire da stati di dolore parossistico e riaccompagnarli alla “normalità” con il suo carico di quotidiana inutile insostenibilità.

E’ difficile ricordarlo senza fargli un torto e senza debordare nell’emotività e nella retorica che una figura sobria e schiva come la sua non apprezzerebbe.

L’amore per la sua professione è il tratto distintivo del rapporto con il paziente (anche se, l’unica volta che gli ho chiesto se avesse scelto il suo lavoro per passione, mi ha risposto “si, certo, nel senso latino del termine, nel senso che ci soffro…” e ha riso), le sue osservazioni erano sempre imprevedibili, mai banali, autorevoli e ricche di citazioni e riferimenti letterari.

Il rapporto era rigoroso, ma non impersonale, non privo di solidarietà e affetto, spesso ricco di ironia, quindi allegro.

A volte si spazientiva per il mio modo di scherzare su ogni cosa, di essere irriverente e di trovare la vita ridicola nella sua tragicità, devo dire però che è veramente incredibile la vita: vediamo se un terapeuta, con la sua morte improvvisa, si può trasformare in un trauma (!), vediamo se riesco ad elaborare il lutto cercando di ricordare cosa avrebbe potuto dire, il punto è che non ho i suoi strumenti né la sua memoria prodigiosa.

Quando è morto mio fratello Giampiero e io ho sentito un dolore senza speranza, è stata la persona a cui ho telefonato, distrutta dal pianto gli ho chiesto se almeno lui potesse aiutarmi…”le porgo le mie più sentite condoglianze”, io ho capito che da quel dolore non si scappava, oggi mi rendo conto che comporre il suo numero di telefono e chiamare era una luce nel tunnel della disperazione.

Il dottore Marone era un grande medico. Io gli volevo moltissimo bene, la stima che ho avuto per lui è infinita, come verso chiunque abbia un esercizio magistrale della sua professione.

Oggi con la mia testimonianza vorrei poter esprimere le mie condoglianze ai familiari, colleghi ed amici, per l’immensa perdita.

Probabilmente scrivo anche per ricordare a me stessa che a volte le persone importanti muoiono prima che tu abbia potuto dirglielo:

E. Wiesel “…spesso per me l’atto di scrivere non è altro che il desiderio inconfessato o cosciente di incidere alcune parole su una pietra tombale: alla memoria di una città scomparsa, di un’infanzia esiliata e di tutti coloro che ho amato e che se ne sono andati prima che abbia potuto dirglielo”.

Di sicuro gli ho detto centinaia di volte che la morte per me è un non poter sostituire…


 

Hommage à Fulvio

Fulvio Marone devait être là, ce matin, pour introduire ce séminaire des enseignants du CCPSO. Fulvio est là, dans nos pensées, dans notre coeur. Il est là, Autre enfin, mais jamais plus nous ne l’entendrons. Mai più. Nevermore, Nevermore, Nevermore, répète le corbeau d’Edgar Allan Poe qui ne sait répondre que ce mot à qui souffre la perte de l’être cher. Ah ! Comme nous aimions, ah ! comme j’aimais sa façon de parler, de s’animer, avec son accent, son énonciation, si unique, si vivante, si physique.

Fulvio, mon ami, a été foudroyé. Comme l’arbre de Giuseppe Penone enraciné ces temps-ci dans les jardins de Versailles. Il est mort soudainement, sur un trottoir de Naples, tout seul, le matin, m’a dit sa femme Francesca Tarallo, alors qu’il se rendait à son travail dans le Dispensaire de la banlieue populaire où tous les jours il recevait ses patients. Fulvio était un grand psychiatre, un vrai psychiatre, comme il n’y en a plus guère, un très subtil clinicien. Il nous l’avait admirablement démontré au collège clinique de Montauban, lorsqu’il nous avait rapporté le cas Maurizio. Nous avions été stupéfaits par la façon singulière dont Fulvio avait mis en acte, dans sa rencontre avec ce psychotique, la manœuvre du transfert qui est la condition indispensable d’un traitement possible de la psychose.

Oui, Fulvio Marone était un psychanalyste qui ne recule pas devant la psychose.

Francesca, pour qui c’est trop dur, m’a écrit qu’il travaillait sur l’inconscient réel et que durant cette dernière année il avait une véritable passion pour la topologie. Il s’est donné corps et âme à la cause analytique. Ce qu’il a apporté à l’ICLES, l’Institut clinique du lien social de Naples, comme au Forum psychanalytique lacanien d’Italie est considérable. Tous ceux qui l’ont connu dans les Forums du monde entier où il était très apprécié et sollicité, en témoignent. Longue est la liste de ses contributions au savoir du psychanalyste. Nous n’oublions pas ses conférences à Toulouse sur la nécrophilie et sur la clinique d’Hippocrate à Lacan.

Je devais le retrouver en juillet à Naples pour deux conférences clôturant un cycle sur Joyce auquel il m’avait invité. Chaque fois que j’y ai parlé c’était accompagné de sa voix, de ses intonations et de la tarantella de sa gestuelle, puisque je l’écoutais me traduire, phrase après phrase, en italien. Je me souviens de ces chaudes soirées d’été que nous passions au vieux port, où tu nous parlais, Fulvio, de Masaniello, le pêcheur fou, l’insurgé devenu une semaine le maître de Naples, de la chanson napolitaine, de la Nenia, cette lamentation des pleureuses, et où, avec Francesca et Nicole, tu chantais Maruzzella…

Michel Bousseyroux

Journée du Collège des enseignants du CCPSO,

Bordeaux, le 8 juin 2013.

Trad. Italiana


 

Omaggio a Fulvio

Fulvio doveva essere qui stamattina per introdurre il seminario degli insegnanti del CCPSO. Fulvio è qui nei nostri pensieri, nel nostro cuore. È qui, finalmente Altro, ma non lo sentiremo. Mai più. Nevermore, Nevermore, Nevermore, ripete il corvo di Edgar Allan Poe, perché non trova altra parola per rispondere a chi ha subito la perdita dell’essere caro. Ah come ci piaceva, come mi piaceva il suo modo di parlare, di animarsi, con il suo accento, con la sua eloquio così unico, così vivo, così fisico.

Fulvio, il mio amico, è stato fulminato. Come l’albero di Giuseppe Penone radicato di questi tempi nei giardini di Versailles. È morto improvvisamente su un marciapiede a Napoli, una mattina, solo, mi ha detto la sua compagna, Francesca Tarallo, mentre si recava al lavoro nell’ambulatorio della periferia popolare dove riceveva i suoi pazienti ogni giorno. Fulvio era un grande, un vero psichiatra, come non ce ne sono più, un clinico assai sottile. Ce lo ha dimostrato magnificamente al collegio clinico di Montauban quando ci ha fatto una relazione sul caso di Maurizio. Siamo rimasti stupiti del modo singolare con cui Fulvio aveva messo in atto, nell’incontro con questo psicotico, il maneggiamento del transfert, condizione indispensabile di ogni trattamento possibile delle psicosi.

Sì, Fulvio Marone era uno psicanalista che non arretrava davanti alla psicosi.

Francesca, che ne sente duramente la perdita, mi ha scritto che stava lavorando sull’inconscio reale e che durante l’ultimo anno aveva sviluppato una vera passione per la topologia. Si era dato anima e corpo alla causa analitica. Il suo apporto all’ICLES, l’Istituto Clinico del Legame Sociale di Napoli, così come al Forum psicoanalitico lacaniano in Italia, è notevole. Tutti quelli che lo hanno conosciuto nei Forum di tutto il mondo, dove era sollecitato a intervenire e apprezzato, ne danno testimonianza. Lunga è la lista dei suoi contributi al sapere dello psicoanalista. Non possiamo dimenticare le sue conferenze di Tolosa sulla necrofilia e sulla clinica da Ippocrate a Lacan.

Avrei dovuto ritrovarlo in luglio a Napoli per due conferenze che chiuderanno un ciclo su Joyce al quale mi aveva invitato. Ogni volta che sono intervenuto ero accompagnato dalla sua voce, dalle sue intonazioni e dalla sua gestualità, evocatrice per me della tarantella, poiché lo ascoltavo tradurmi frase per frase in italiano. Mi ricordo delle calde serate estive che passavamo al vecchio Porto, dove ci parlavi, Fulvio, di Masaniello – il pescatore pazzo, l’insorto divenuto per una settimana il padrone di Napoli – della canzone napoletana, della nenia, lamento funebre, e dove con Francesca e Nicole, cantavi Maruzzella

Michel Bousseyroux

Giornata del Collegio docente del CCPSO, Bordeaux, 8 giugno 2013


 

Lettera a Francesca Tarallo

Cara Francesca,

ti scrivo ancora sotto shock. Come già ti ha detto Sergio anch’io aspettavo il momento giusto per rimettermi in contatto con una persona con cui c’era uno di quei legami indissolubili, simile a quello di un fratello con cui puoi anche fare dei capricci, distanziarti per un po’, perché tanto sai che quel legame è eterno, accada quel che accada….anche la morte.

Che male che fa ricordare!

Primi anni 80 a casa di mia madre a Napoli, in una delle mie visite da Londra, aspetto un giovane psichiatra, che non conosco, che vuole parlare di Lacan. Sono meravigliata, incuriosita e stento a credere che arriverà. Ma il giovane psichiatra, di nome Fulvio Marone, arriva puntuale nel salottino della mia casa d’infanzia, a lui tutto sconosciuto, con ardimento e timidezza allo stesso tempo, preparatissimo, di una intelligenza pura, stimolante ma priva di qualsiasi arroganza. Sapevo di avere incontrato una persona eccezionale, finalmente un vero interlocutore in Italia, a Napoli!

Ebbene è proprio alla nostra povera sconquassata Napoli che questo psichiatra, dall’aria sempre di ragazzo, ha dato lustro internazionale nel campo della psicoanalisi. Grazie al suo lavoro e insegnamento di altissimo profilo, di grande generosità intellettuale Fulvio ha fatto di Napoli l’unica città italiana  all’altezza di Parigi e Londra nella qualità del discorso analitico. Non sto esagerando, purtroppo so di che parlo.

Ricordo Fulvio a Londra, venne a parlare della psicosi. All’inizio ero un po’ preoccupata, mi aveva detto che l’inglese l’aveva imparato sui libri e che non lo aveva mai parlato! Lo presentai al pubblico inglese pronta a fargli da interprete. Ma lui cominciò a parlare, quasi senza leggere la sua traduzione, in un inglese cristallino, perfetto, andò alla lavagna e continuò a parlare con naturalezza, parlava in inglese a Londra come parlava a Napoli, a Milano, a Parigi. Il linguaggio, di qualsiasi lingua si trattasse, era il suo liquido amniotico, casa sua. Con Fulvio si era a casa propria, in una sottile intesa dell’anima. Austero e dolce. Di poche parole a volte, loquace e desideroso di confidenze altre volte. Spesso per me difficile stargli dietro e quante volte avrò sbagliato nel non sapere quando avvicinarmi a lui e quando tenermi a una rispettosa distanza, che lui forse a volte avrà potuto interpretare come una mia scontrosità o chiusura nei suoi confronti.

No, caro Fulvio, è che percepivo in te una preziosa fragilità che non stava a me toccare. Non so perché ho sempre creduto questo.

Francesca, l’ultima memoria di Fulvio è insieme a te, in quell’avventura nelle “navi” di Scampia. Sono certa che la ricordi molto bene anche tu. 2007 o 2008, giravo un film su Napoli e tu gentilmente ti offristi di accompagnarmi a visitare le “navi” di Scampia, oramai quasi deserte dopo il trasferimento di quasi tutti i suoi abitanti. Fu proprio Fulvio a portarmi alle ASL dove lavoravate per poi offrirsi a portarci lui stesso alle navi. Era timoroso, aveva dei soldi addosso ed io una macchina da presa, condizioni molto pericolose per le navi oramai alla mercé di traffici nascosti nei suoi labirinti. Fulvio non era una persona avventurosa, eppure si lasciò andare in quell’occasione. Infatti degli omoni sbucati da dei sotterranei si avvicinarono alla macchina e volevano strapparmi la cinepresa da mano minacciandoci. Riuscimmo miracolosamente a convincerli delle nostre buone intenzioni e ci avviammo comunque al nostro sopralluogo esplorativo. Le donne tra le scale delle navi (i mariti tutti in carcere o morti), con bambini emaciati e malati attaccati alle loro gonne, lo riconoscevano e lo chiamavano e lui, con la sua aria timida come sempre, ascoltava le loro disperazioni. Indimenticabile, avevo la pelle d’oca mentre filmavo. Lì mi resi conto che Fulvio dava a questa città non solo lustro ma Amore, col suo lavoro umile di cui andava così fiero, nelle ASL di Scampia dove lui era conosciuto da tutti.

Quando andrò a Roma cercherò il filmato, ma credo che di Fulvio si vedano solo i piedi, spero qualcosa di più. Comunque che peccato a non essere stata una più oculata operatrice in quell’occasione unica!

Ti abbraccio forte
Bice Benvenuto


Ho appreso con immenso dolore la notizia della morte dell’amico Fulvio alcuni giorni prima della presentazione del numero di aut-aut La diagnosi in psichiatria che ho organizzato a Roma presso il Museo Laboratorio della Mente il 19 giugno us.  Nel corso dell’incontro Mario Colucci ha ricordato Fulvio Marone e la sua gioia per aver collaborato con un proprio articolo alla pubblicazione di questo numero (F.Marone, “Soggetti, protocolli e tigri di carta”, aut aut 357, pp.235-243).
Ho avuto con Fulvio una lunga amicizia . Nel corso del tempo ho potuto apprezzare la sua intelligenza, il suo umorismo e la professionalità , la sua capacità di ascolto, la curiosità e l’interesse fluttuante per il mondo della vita.
Ricordo le lunghe e appassionate conversazioni, la calorosa ospitalità nella sua casa  quando mi recavo a Napoli alle settimane di studio organizzate dal Centro Studi e Ricerche sulla Psichiatria e le Scienze Umane in quell’intreccio di anticipazione, genialità, umanità che caratterizzava quel  gruppo di lavoro “pro-positivo e proliferativo”  costituito da Sergio Piro, del quale Fulvio era parte e che io mi onoravo di frequentare come “componente romana”.
Negli ultimi anni non ci siamo più incontrati con quella frequenza ma avevo l’abitudine di chiamarlo per gli auguri di Natale, una delle telefonate che davano ancora un senso alla mia gettatezza meridionale.
L’ultima volta che ho visto Fulvio è stato in quell’elegante sala settecentesca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici per  ricordare Sergio Piro ad un anno dalla sua morte assieme agli amici che lì conobbi per la prima volta venticinque anni fa Roberto Beneduce, Walter Di Munzio, Antonio Oddati, Giulio Corrivetti, Tommaso Pagano, Antonio Mancini, Teresa Capacchione, Francesco Blasi.
Nel suo intervento Dalle tecniche all’etica Fulvio ricordò il lavoro di  Sergio Piro su Le tecniche di liberazione utilizzando il saggio “Sulla contraddizione” (1937) di Mao Zedong.
Presi alcuni appunti perché quando parlava Fulvio non rinunciavo mai a catturare le sue parole , appunti che offro per ricordarlo affettuosamente.
“Secondo questo scritto la legge della contraddizione è la legge fondamentale della natura e della società, e quindi anche del pensiero. Per Piro, la contraddizione psicologica esprime contraddizioni sociali, e il superamento del disagio non può essere ristretto all’individuo e al suo microambiente, ma deve essere esteso all’intero ambito sociale. Il “tecnico della liberazione” ha il compito di capire l’esigenza reale del singolo e di dargli una giusta indicazione di metodo e di prassi. Le tecniche della liberazione possono essere individuali o collettive. La tecnica collettiva per eccellenza è il “rovesciamento istituzionale”. Quando il disagio del singolo è legato principalmente a contraddizioni esterne, è opportuno risolverle attraverso le “tecniche individuali di prassi attiva”. Quando il disagio nevrotico e psicotico è legato alla presenza di forti contraddizioni interne, si impongono tecniche storico-analitiche individuali, che per Piro «coincidono perfettamente con l’essenza metodologica della psicoanalisi di Freud». In effetti, le critiche aspre di Piro non sono e non saranno mai tanto dirette al “metodo freudiano”, ma piuttosto a quella che egli chiama l’”ideologia psicoanalitica”, e cioè la cristallizzazione di una prassi viva in una serie di rituali denominati setting. Un atteggiamento critico, quello di Piro, che non si è mai lasciato sedurre da facili slogan, e non si è neppure adagiato sulla stereotipica ripetizione di vuote formule sulla terapeuticità di un fare che ha rinunciato al sapere. Questa prevalenza della “prassi della teoria” – o, come dice Piro nel linguaggio dell’epoca, del ciclo prassi-teoria-prassi – sulle pratiche cieche, perché prive di teorie che le guidino, e sulle teorie vuote, perché non accolgono le repliche dell’esperienza, è la lezione più importante che si possa estrarre dai suoi insegnamenti.”

Il prossimo Natale non sarà più per me così gioiosamente napoletano. Addio Fulvio.

Pompeo Martelli

 

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Sono stato prima un paziente di Fulvio e poi un suo allievo.
I miei ricordi sono molteplici, legati sia all’analisi che all’attività di formazione. A Lui mi lega la profonda stima e riconoscenza per le Sue qualità umane e professionali: un uomo buono e giusto che ha messo la psicoanalisi al servizio di tutti, sia per coloro che come me avevano il desiderio di formarsi, sia per chi ne aveva un bisogno personale .
Ancora di più il mio sentimento di affetto è vivo, perché nel mio caso ho trovato una possibile sintesi tra domanda di Sapere e la ricollocazione esistenziale della mia dimensione personale del Dolore.
La mia vita è stata solcata da eventi catastrofici testimoniati dalla affettuosa e coraggiosa presenza di Fulvio la cui comprensione analitica e umana trovavano una felice integrazione.
L’analisi fatta con Lui conclusa circa 15 anni fa è sempre viva in me, fonte di riflessioni e rispecchiamenti, premessa affettiva e bagaglio di un sapere che mi rendono la persona che sono.
Un caro saluto ad un grande Maestro e un caro Amico.


Armando Ciriello

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Caro Fulvio, ovunque tu sia…

 

solo ora mi accorgo che da qualche parte si può lasciare scritto qualcosa su di te. E, ancora commosso come quel giorno in cui una telefonata mi avvisò della tua scomparsa, vorrei dirti che qualcosa di te è rimasto scritto dentro me in maniera indelebile: la tua delicata e preziosa generosità, dalla quale ho avuto la fortuna di poter attingere utili consigli in alcuni momenti difficili di questo nostro lavoro.

Grazie per sempre caro Fulvio…ovunque tu sia.

Giorgio Mezzacapo

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Per Fulvio Marone

Di ritorno da una visita a casa di Sergio Piro, Fulvio volle farmi conoscere il servizio in cui lavorava e il quartiere di sua competenza, Scampia. Bisogna dire che era non solo consapevole ma in un certo senso giustamente orgoglioso del fatto di occuparsi di salute mentale in un angolo di mondo unanimemente considerato impraticabile, “a rischio”. Consapevole, credo, di aver trascinato Freud e Lacan in una sorta di Far West regolato da una legge oscura, ctonia.

Dopo avermi presentato ai suoi colleghi e mostrato il Centro, previo assenso del diretto interessato mi invitò ad assistere a un incontro di verifica con un suo paziente, al quale mi introdusse come un collega che veniva dal Nord. Come non chiedersi che psichiatra fosse Fulvio? Mi rispondo così: sicuramente qualcuno che aveva il senso della posizione, al punto di garantire, quasi di prescrivere alla relazione terapeutica quel livello di asimmetria che la rende efficace e che ne dispiega l’etica di fondo. Allo stesso tempo, qualcuno che aveva bene in mente la necessaria natura scenica, teatrale e perciò catartica, della cura in quanto analitica.

In quel caso mi chiedeva di starmene nella posizione del testimone, in altre parole di fare il sembiante del terzo della parola, mentre lui mi pareva esercitare più che bene la funzione del segretario: non solo lo scrivano (come suggerisce Lacan di fare nel caso degli psicotici) ma anche il tenutario del secretum del suo paziente. Cosa non da poco, questa, per lo psicotico, il cui inconscio è “a cielo aperto”, perché significa dare corpo a una realtà psichica sufficientemente intima e protetta.

È evidente come Fulvio ritenesse che quella triangolazione un po’ estemporanea, improvvisata, non solo non avrebbe disturbato il setting ma avrebbe anzi valorizzato il dire del paziente. Questo signore faceva il punto delle sue condizioni attuali ma, grazie alla mia presenza, il resoconto ne guadagnava sul piano della rappresentatività, un di più di inscrizione simbolica delle cose. Quel dispositivo prêt-à-porter, messo in piedi in quella luminosa mattina di primavera, sembrava una piccola epifania dello schema L di Lacan, e io, senza alcun merito, mi trovavo a dare visibilità alla linea tratteggiata grazie alla quale, attraverso il transito per l’Altro del significante, il soggetto si trova immesso nel discorso. Ma allo stesso tempo era il dialogo tra lo psichiatra e il suo paziente, la narrazione che se ne dipana, a trovare in questo modo, in un orecchio esterno e, particolare non da poco, del tutto ignaro delle cose, una modalità inedita di inscenazione. È quello che dovremmo saper fare, qualcosa che dovremmo aver cura di istituire nell’incontro con la psicosi. Per quanto intima e protetta – una zona d’ombra sottratta alla luce spesso accecante della realtà – la relazione va comunque tenuta aperta, ne vanno ossigenati i condotti.

L’ultima volta che Fulvio mi parlò del suo lavoro eravamo sulla funicolare per il Vomero, e fu un racconto appassionato concernente una persona in grande difficoltà che egli vedeva più o meno tutti i giorni. Spesso, comunque, mi parlava dei suoi pazienti e dalle sue parole mi era chiaro come sapesse esserci e allo stesso tempo non esserci mai in eccesso con loro. Non si sottraeva eppure, quando necessario, funzionava con la delicatezza tipica delle cose, un “oggetto”, proprio così, un buon utensile (beninteso, senza smarrire nulla della propria cifra umana). Ci sapeva fare, sapeva lasciare il suo io in stand by, nell’altra stanza: destituzione soggettiva.

Fulvio era dunque uno psichiatra che aveva il senso della posizione (gli piaceva il calcio) e della misura (era un raffinato intenditore di musica). In altre parole, tecnica e rispetto, metodo e passione, ma non solo: lui era uno psichiatra e uno psicoanalista per cui la clinica del soggetto non andava senza una clinica dei legami sociali. Poco dopo la visita al Centro, mi portò quindi a dare un’occhiata all’area cittadina che esso serviva raccontandomi, in particolare a proposito delle sue visite alle Vele di Scampia, di episodi diurni e notturni che definirei psichiatria di frontiera.

Ma, per finire, c’è qualcosa di più intimo e al tempo stesso così evidente che ha a che vedere con la figura umana di Fulvio. Dopo i primi momenti di frequentazione, ogni volta che lo incontravo non potevo non constatare in lui, sul suo volto, la traccia indelebile, vagamente malinconica ma risoluta, del bambino. Ancora oggi – accanto a quella dell’amico, collega e maestro – resiste in me questa sua immagine di bambino. Al punto da essere una di quelle persone, particolarmente care e indimenticabili, che mi riportano alla mente quel personaggio di un romanzo di Gombrowitz che egli caratterizza in questi termini: «foderato d’infanzia». L’infanzia come ce l’hanno consegnata Freud e Lacan, come laboratorio dell’umanizzazione del vivente, tempo traumatico dell’incontro, gioioso e crudele, con la vita. Quella vita a cui, come ogni giorno, anche in quella mattina di maggio Fulvio stava andando incontro con la sua consueta determinazione.

Francesco Stoppa

 

 

foto Marone Brasile 2 

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Necrologio  “Le Monde” del 9 maggio 2012

Nato a Parigi il 21 giugno 1924, lo psicoanalista Jean (Louis) Laplanche è morto all’ospedale di Beaune il 6 maggio 2012. Gravemente malato, lui che era impegnato a sinistra, non ha potuto seguire lo svolgersi delle elezioni presidenziali francesi.
E’ l’autore di un’opera considerevole (venti volumi), pubblicata dalle Presses Universitaires de France (PUF) – e tradotta in varie lingue, tra cui l’italiano. Nelle PUF fu anche direttore di collana. Ha occupato un ruolo centrale nel campo psicoanalitico sia francese che internazionale, sia in quanto professore universitario (all’Università di Parigi 7) invitato nel mondo intero, sia come commentatore originale del pensiero freudiano, senza fare alcuna concessione né al positivismo scientista né al comportamentismo. Fu inoltre un clinico animato dalla bella volontà di trasformare le condizioni della formazione degli psicoanalisti.
Laplanche era un uomo caloroso aperto al dibattito; era comunque ostile a ogni forma di regolamentazione legale delle psicoterapie, non solo quindi di quelle psicoanalitiche. Quando riceveva un visitatore nel suo appartamento alla rue de Varenne che dava sui giardini dell’Hôtel Matignon [residenza ufficiale del Primo Ministro francese], soleva dire: “Io resto, e loro se ne vanno”.
Assieme a sua moglie Nadine, dal 1966 al 2003 fu anche un viticultore eccezionale, proprietario del magnifico castello di Pommard. Come suo padre e i suoi antenati vignaiuoli, era capace di dormire sotto i rami in caso di gelata precoce, per sorvegliare, sin dall’alba, il colore cangiante del prezioso vitigno.

Dopo un passaggio nella Resistenza tra il 1943 e il 1944, dopo la Liberazione del 1945 si volge verso il trotzskismo. Ammesso all’Ecole normale supérieure (ENS) della rue d’Ulm, si dedica alla filosofia, passa l’agrégation nel 1950 sotto la guida del suo maestro Jean Hyppolite [massimo esperto di Hegel in Francia], partecipa poi al gruppo « Socialisme et Barbarie » fondato da Claude Lefort e Cornelius Castoriadis nel 1948. Grazie a una borsa di studio, si reca all’Università di Harvard e quindi a New York entra in contatto con la storia del movimento psicoanalitico incontrando Rudolph Loewenstein, già fondatore nel 1926 della Società psicoanalitica di Parigi (SPP) ; questi, prima di emigrare negli USA, era stato l’analista di Jacques Lacan e di Daniel Lagache.
Seguendo i consigli del filosofo Ferdinand Alquié, entra quindi in analisi con Lacan, diventando così, nel giro di pochi anni, assieme a Serge Leclaire, uno dei suoi discepoli più brillanti. Lacan lo tiene in gran conto e lo spinge a fare studi di medicina, mentre Lagache gli apre una carriera universitaria alla Sorbona nel quadro della sua politica mirante a trapiantare il discorso freudiano e la clinica psicoanalitica nel cuore dei dipartimenti di psicologia.
Nel 1960, in occasione di un famoso congresso organizzato a Bonneval da Henri Ey, amico di Lacan e figura dominante della psichiatria dinamica all’epoca, Laplanche, dopo aver sostenuto una tesi molto apprezzata su «Hölderlin e la questione del padre» (PUF,1961), presenta con Leclaire una relazione, «L’inconscient. Une étude psychanalytique» (“L’inconscio. Uno studio psicoanalitico”), la cui particolarità consiste nell’essere divisa in capitoli firmati separatamente da ciascun autore. I due amici infatti non sono d’accordo sulle ipotesi lacaniane, dalle quali Laplanche si differenzia in maniera paradossale. Lui propone infatti di rovesciare la formula di Lacan – «il linguaggio è la condizione dell’inconscio» – nel suo contrario, «l’inconscio è la condizione del linguaggio», che giudicava più conforme all’idea freudiana della rimozione originaria, vale a dire al primato dell’inconscio nella formazione del soggetto.
Di fatto, questo saggio segna la prima tappa della rottura tra Laplanche e Lacan, quest’ultimo del resto non tollerava di essere contestato. Ma essa rottura indica anche – come sottolinea l’amico di Laplanche Marcelo Marques – «quanto l’opera ulteriore di Laplanche si svilupperà come un dialogo senza risposta con Lacan », o, in modo più esatto, saremmo tentati di dire, come un tentativo permanente da parte di Laplanche di confutare la concettualità lacaniana sullo stesso terreno in cui Lacan aveva effettuato il suo rimaneggiamento dell’opera di Freud. E’ la posizione classica di qualsiasi allievo che si voglia ad un tempo sia fedele che infedele al maestro.

A partire appunto da questa contraddizione, Laplanche giungerà a elaborare una sua propria lettura dell’insieme dell’opera freudiana : innanzi tutto in «Vita e morte in psicoanalisi» (Flammarion, 1970; tr.it, «Vita e morte in psicoanalisi», Laterza ), libro organizzato attorno ai tre temi della pulsione di morte, dell’io e della sessualità, quindi nei sei volumi di Problématiques (PUF, 1970-1992), infine nella raccolta dei suoi interventi : La révolution copernicienne inachevée. Travaux 1967-1992 (PUF).
La vera rottura tra i due uomini si consuma nel 1964, quando Lacan, costretto a star fuori dall’International Psychoanalytical Association (IPA), fonda l’Ecole freudienne de Paris (EFP), mentre Laplanche fonda, assieme a Jean-Bertrand Pontalis, Didier Anzieu e Wladimir Granoff, l’Association psychanalytique de France (APF) integrata nell’IPA. Malgrado tutto questo, Leclaire e Laplanche resteranno sempre eccellenti amici.
Assieme a Pontalis, anch’egli analizzato da Lacan, Laplanche redige il Vocabulaire de la psychanalyse (PUF, 1967 ; tr. it. Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza 1968), vero capolavoro di intelligenza freudiana, tradotto in venticinque lingue, e il cui valore non è mai stato smentito anche se, purtroppo, l’opera non è mai stata aggiornata.
Nel 1969, rompendo con la politica universitaria portata avanti da Lagache, Laplanche crea all’Università di Paris VII un Laboratorio di psicoanalisi e psicopatologia, introducendo così per la prima volta in Francia, ufficialmente, la parola psicoanalisi in un dipartimento dominato dagli psicologi. Allo stesso momento, all’Università di Paris VIII, situata a Vincennes alle porte di Parigi, il suo amico Leclaire crea il primo dipartimento di psicoanalisi nell’università francese. I loro eredi prenderanno poi un cammino diverso.
Quindi, nel 1980, circondato da una vasta équipe, Laplanche lancia al PUF la prima impresa di traduzione francese delle Opere Complete di Freud, partendo da una concezione detta «freudologica» dell’arte di tradurre, secondo la quale la lingua di Freud sarebbe ancor più « freudiana » che « tedesca ». Da qui la necessità, per chi aderiva a questa visione del tradurre, di inventare neologismi che potessero far esistere, in francese, questa lingua « freudologica ». Laplanche ebbe il coraggio di rispondere a tutte le critiche che gli vennero mosse, ma non accettò mai di correggere quella traduzione contestata.
Laplanche voleva tradurre così in freudiano l’opera freudiana perché per lui Freud era un pensatore geniale che si era «fuorviato». In Les nouveaux fondements de la psychanalyse (PUF, 1987), fornisce la chiave del suo approccio rivedendo la teoria della seduzione a cui Freud aveva rinunciato nel 1897 per relativizzare la causa traumatica : l’abuso reale da parte di un adulto sul corpo del bambino certo esiste – diceva Freud – ma questo non è generalizzabile a tutti i casi in cui si manifestano patologie. La vera causa della nevrosi viene anche, secondo Freud, dalla fantasia di seduzione interiorizzata nell’infanzia dal soggetto stesso.
Laplanche oppone a questo una teoria della « seduzione generalizzat » ; secondo lui, dal punto di vista psichico nessuno può essere il seduttore dell’altro, dato che il bambino è messaggero o traduttore dell’inconscio dell’adulto. Era un modo di trasformare la posizione e la lingua di Freud così come aveva tradotto e invertito quelle di Lacan : « E’ proprio di un pensiero vivente – diceva – riprendere per proprio conto i problemi e non prolungare il pensiero di un maestro».


 

Le Monde du 9 mai 2012

Né à Paris le 21 juin 1924, le psychanalyste Jean (Louis) Laplanche est mort à l’hôpital de Beaune, le 6 mai 2012, jour anniversaire de la naissance de Freud. Malade, il n’a pu suivre le déroulement des élections présidentielles, alors qu’il était engagé à gauche. Auteur d’une oeuvre considérable (vingt volumes), publiée aux Presses universitaires de France (PUF), où il fut aussi un directeur de collection, il a occupé dans le champ psychanalytique français et international une place centrale, aussi bien comme universitaire, invité dans le monde entier, que comme commentateur original de la pensée freudienne sans concession à l’égard du scientisme et du comportementalisme. Il fut en outre un clinicien animé d’une belle volonté de transformer les conditions de la formation des psychanalystes.
Laplanche était un homme chaleureux, ouvert au débat et hostile à toute forme de réglementation des psychothérapies. Quand il recevait un visiteur dans son appartement de la rue de Varenne, donnant sur les jardins de l’Hôtel Matignon, il disait volontiers : «Moi je reste et eux s’en vont.»
Il fut aussi, entre 1966 et 2003, avec sa femme Nadine, un viticulteur exceptionnel, propriétaire du magnifique château de Pommard, capable, comme son père et ses ancêtres vignerons, de dormir sous les rameaux en cas de gelée précoce, afin de surveiller dès l’aube, la couleur changeante du précieux cépage.
Après un passage dans la Résistance, entre 1943 et 1944, il se tourne à la Libération vers le trotskisme. Admis à l’Ecole normale supérieure de la rue d’Ulm, il se destine à la philosophie, passe l’agrégation en 1950 sous la houlette de son maître Jean Hyppolite puis participe au groupe Socialisme et Barbarie, fondé par Claude Lefort et Cornelius Castoriadis en 1948. Grâce à une bourse, il se rend à l’Université de Harvard puis croise à New York l’histoire du mouvement psychanalytique en rencontrant Rudolph Loewenstein, fondateur en 1926 de la Société psychanalytique de Paris (SPP), qui, avant son immigration, avait été l’analyste de Jacques Lacan et de Daniel Lagache.
C’est sur le conseil du philosophe Ferdinand Alquié, qu’il entre en analyse avec Lacan, devenant ainsi, en quelques années, avec Serge Leclaire, l’un de ses plus brillants disciples. Lacan s’attache à lui et le pousse à faire des études de médecine, tandis que Lagache lui ouvre une carrière universitaire à la Sorbonne dans le cadre de sa politique d’implantation du discours freudien et de la clinique psychanalytique au coeur des départements de psychologie.
En 1960, lors d’un fameux colloque organisé à Bonneval par Henri Ey, ami de Lacan et grand patron de la psychiatrie dynamique de cette période, Laplanche, après avoir soutenu une thèse remarquée sur Hölderlin et la question du père (PUF,1961), présente avec Leclaire un exposé, «L’inconscient. Une étude psychanalytique», qui a pour particularité d’être divisé en chapitres signés séparément par chaque auteur. Les deux amis ne sont pas d’accord sur les hypothèses lacaniennes dont Laplanche se démarque de façon paradoxale. Il propose en effet de renverser la formule de Lacan – «le langage est la condition de l’inconscient» – en son contraire, «l’inconscient est la condition du langage», jugée plus conforme à l’idée freudienne du refoulement originaire, c’est-à-dire du primat de l’inconscient dans la formation du sujet.
De fait, cet exposé marque la première étape de la rupture de Laplanche avec Lacan, lequel ne supporte d’ailleurs pas d’être contesté. Mais elle indique aussi, comme le souligne fort bien Marcelo Marques, ami de Laplanche, «combien toute l’oeuvre ultérieure de celui-ci se développera comme un dialogue sans réponse avec Lacan», ou, plus exactement, serait-on tenté de dire, comme une tentative permanente faite par Laplanche de réfuter la conceptualité lacanienne sur le terrain même où Lacan avait effectué sa refonte de l’oeuvre freudienne. Position classique de tout élève qui se veut à la fois fidèle et infidèle à un maître.
Et c’est à partir de cette contradiction que Laplanche parviendra à élaborer sa propre lecture de l’ensemble de l’oeuvre de Freud : d’abord dans Vie et mort en psychanalyse (Flammarion, 1970), organisé autour des trois thèmes de la pulsion de mort, du moi et de la sexualité, puis dans les six volumes des Problématiques (PUF, 1970-1992), et enfin dans le recueil de ses interventions : La révolution copernicienne inachevée. Travaux 1967-1992 (PUF).
La vraie rupture entre les deux hommes se produit en 1964, lorsque Lacan, contraint de demeurer en dehors de l’International Psychoanalytical Association (IPA), fonde l’Ecole freudienne de Paris (EFP), tandis que Laplanche fonde, avec notamment Jean-Bertrand Pontalis, Didier Anzieu et Wladimir Granoff, l’Association psychanalytique de France (APF) intégrée à l’IPA. Malgré cela, Leclaire et Laplanche resteront d’excellents amis.
C’est avec Pontalis, lui-même analysé par Lacan, qu’il rédige le Vocabulaire de la psychanalyse (PUF, 1967), véritable chef d’oeuvre d’intelligence freudienne, qui sera traduit en vingt-cinq langues et dont la valeur ne s’est jamais démentie même si, hélas, l’ouvrage n’a jamais été réactualisé.
En 1969, en rupture avec la politique menée par Lagache, Laplanche crée à l’Université de Paris VII un Laboratoire de psychanalyse et de psychopathologie, introduisant pour la première fois officiellement le mot psychanalyse dans un département dominé par la psychologie. Au même moment, à l’Université de Paris VIII, située à Vincennes, Leclaire crée le premier département de psychanalyse de l’Université française. Leurs héritiers prendront ensuite un chemin différent.
Enfin, en 1980, entouré d’une vaste équipe, Laplanche lance aux PUF la première entreprise de traduction des oeuvres complètes de Freud, à partir d’une conception dite «freudologique» de l’art de traduire, selon laquelle la langue de Freud serait moins «allemande» que «freudienne». D’où la nécessité pour les adeptes de cette vision de la traduction d’inventer des néologismes susceptibles de faire exister, en français, cette langue «freudologique». Laplanche eut le courage de répondre à toutes les critiques mais il n’accepta jamais de corriger cette traduction contestée.
Et si Laplanche voulait ainsi traduire en freudien l’oeuvre freudienne, c’est parce qu’il considérait que Freud était un penseur génial qui s’était «fourvoyé». Dans Les nouveaux fondements de la psychanalyse (PUF, 1987), il donne la clé de sa démarche en révisant la théorie de la séduction à laquelle Freud avait renoncé en 1897 pour relativiser la causalité traumatique : l’abus sexuel réel de l’adulte sur le corps de l’enfant existe certes, disait Freud, mais elle n’est pas généralisable à tous les cas où apparaissent des pathologies. Aussi bien la vraie cause de la névrose vient-elle, selon Freud, du fantasme de séduction intériorisé dans l’enfance par le sujet lui-même.
Laplanche oppose à cela une théorie de «la séduction généralisée», selon laquelle, du point de vue psychique, nul ne peut être le séducteur de l’autre, l’enfant étant le messager ou le traducteur de l’inconscient de l’adulte. Manière de transformer la position et la langue de Freud comme il avait traduit et inversé celle de Lacan : «Le propre d’une pensée vivante est de reprendre à son compte les problèmes et non de prolonger la pensée d’un «maître», disait-il».

Riconosciuta come Rivista Scientifica dall'ANVUR, sezione 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche)