Scomparse

Jean-Luc Nancy (1940-2021), filosofo

Jean-Luc Nancy è scomparso il 23 agosto 2021 a 81 anni.
Nancy è stato fino all’ultimo generosamente attivo e presente sulla scena culturale internazionale, e la sua collaborazione con la nostra rivista e il nostro webinar per il centenario di Psicologia delle Masse e analisi dell’Io, sono state tra le ultime iniziative cui ha partecipato, e per cui ha scritto.
Il suo contributo spazia dalla filosofia alla psicoanalisi, all’arte, alla politica. Nancy ha studiato il significato dell’alterità, della differenza e del suo costituirsi come realtà e orizzonte discreto, delle possibilità della vita associata e della democrazia oggi. E ha constatato la distanza che ci separa da una vera conoscenza e pratica della democrazia, e l’impossibilità di una comunità che non riconosca la distanza e la differenza fra i singoli.  Della comunità non è data l’esistenza fuori dalla sua effettiva realizzazione, la comunità non può essere invocata come ideale astratto. In psicoanalisi, le sue letture di Freud, acute e profonde, aprono nuove possibilità interpretative, mentre il suo confronto con Lacan fa emergere la duttilità della sua conoscenza della teoria psicoanalitica e della funzione del linguaggio.  L’immediatezza della partecipazione, il dare la parola in un cosmo di singolare complessità anche al corpo che sente, al corpo fragile e invaso, al corpo che si rappresenta e dice nell’arte e si irradia verso l’altro nell’eros, sono una sua caratteristica originale. Questa lo ha portato a cercare sempre l’altro nella vita e a studiare il dramma e la profondità delle relazioni umane con uno sguardo attento alla poesia, alla pittura, alla scrittura spinta ai limiti della comune realtà.
La sua perdita è incolmabile. Ma non mancherà la nostra continua attenzione al suo contributo, che vogliamo tenere alta. Attraverso questa rubrica ospiteremo interventi, osservazioni, ricordi, teorie, fantasie, scritti inerenti il suo lavoro di indagine e di creazione di idee nuove..

 

Cristiana Cimino, “Per Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/per-jean-luc-nancy-2/

 

Divya Dwivedi, “L’audacia di Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/laudacia-di-jean-luc-nancy/

 

François Warin, “Omaggio a Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/omaggio-a-jean-luc-nancy/

 

Sergio Benvenuto, “Accogliere Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/accogliere-jean-luc-nancy/

 

Roberto Esposito, “Che cos’è la filosofia? Omaggio a Jean-Luc Nancy”

https://www.journal-psychoanalysis.eu/che-cose-la-filosofia-omaggio-a-j-l-nancy/

 

Federico Leoni, “Jean-Luc Nancy: il pensiero del corpo”,

https://www.doppiozero.com/materiali/jean-luc-nancy-il-pensiero-del-corpo

 

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Pubblicazioni di Jean-Luc Nancy in European Journal of Psychoanalysis:

 

 

 

I furori degli anni ’70, che – almeno in Italia – avevano incattivito ciò che restava del ’68, non risparmiarono nemmeno l’istituzione psicoanalitica. Del resto, perché avrebbero dovuto? Durante una memorabile assemblea tenutasi nel 1976 (a quell’epoca mi accingevo a vivere un 1977 da liceale politicizzata), la Società Psicoanalitica Italiana decise di espellere due membri (Massimo Fagioli e Antonello Armando, per la cronaca) “colpevoli” di avere pubblicato testi e di avere diffuso idee in profondo contrasto verso le gerarchie e verso il funzionamento della Società nel suo insieme. In quella occasione Giorgio Sassanelli non solo si schierò strenuamente contro l’espulsione (a fronte di grandi sostenitori, per esempio Franco Fornari), ma decise di uscire dalla SPI a sua volta. Rientrò in seguito, su invito insistente di alcuni soci. Un gesto clamoroso non certo dettato da particolare simpatia per i colleghi in questione: “Erano dei rompiscatole”, mi disse un giorno, lo stesso commento di Cesare Musatti all’epoca dei fatti, il quale aggiunse anche che una società di psicoanalisi che espelle fa ridere. Insomma, la SPI esercitava il suo discorso padronale che, oltre un certo punto, non ammetteva dissensi. Eppure, anche per la psicoanalisi italiana (istituzionale e non), erano anni di profondi dissensi e trasformazioni, dal gruppo di Fachinelli a Milano, con la rivista “L’Erba Voglio”, alla fondazione di “Lo spazio psicoanalitico” da parte di Paolo Perrotti, a Roma, e della rivista “Il Quadrangolo”.

L’atto di Sassanelli in quella circostanza è emblematico di quello che era il suo modo di essere: profondamente laico, allergico per vocazione a ogni forma di manicheismo e/o di costrizione, pronto a difendere, magari non con la morte ma certo infischiandosene delle conseguenze, le idee altrui e soprattutto ostile a ogni censura. Quella proprio non gli andava giù.

 

Giorgio Sassanelli era nato a Roma nel 1932 e a Roma è mancato in questo inizio di 2021. Era arrivato alla psicoanalisi e all’associatura alla SPI all’inizio degli anni ’70, nel pieno del ciclone politico. Ed effettivamente lui stesso tendeva a vivere in modo alquanto ciclonico, così appassionato della vita e delle persone. Era un intellettuale “non disincantato”, anzi, sempre pronto a incantarsi e a meravigliarsi per ciò che lo incuriosiva. Desiderava e non se ne metteva pensiero, semmai il contrario.

Dall’inizio degli anni ’80 assunse il narcisismo come tema elettivo di ricerca (è del 1982 “Le basi narcisistiche della personalità”), una scelta allora condivisa da molti (il vento kohuttiano nell’Italia della SPI soffiava forte) e variamente declinata. La prospettiva di Sassanelli si sforzava di de-patologizzare (de-medicalizzare, dunque, e lui era un medico) le diverse condizioni psichiche e si concentrava sul narcisismo in quanto risorsa necessaria al soggetto, sempre inteso come singolo. Occorreva mettere a punto, durante una psicoanalisi, un modo – unico – con cui quel soggetto avrebbe potuto avere a che fare con le proprie riserve narcisistiche. In altri termini, occorreva che la libido potesse circolare in modo utile, in uno stile molto freudiano insomma. Il suo pensiero suscitò interesse in molti ambiti, anche non istituzionali, e si inoltrò nel corso degli anni (Sassanelli ha scritto molto, ha scritto sempre) in terreni contigui al narcisismo e non solo: la passione, il transfert stesso in quanto passione, la rivisitazione del mito di Edipo, di Narciso e altri.

Fu durante un viaggio in auto che Giorgio mi raccontò più dettagliatamente le vicende degli anni “eroici” con la solita ironia scherzosa e mai maligna, con la sua critica intelligente. Eravamo diretti alle Scuderie Aldobrandini di Frascati, dove si inaugurava una retrospettiva di Virginia Fagini, artista, musa di artisti e prima moglie di Sassanelli. Questa donna di bellezza indicibile (mancata veramente troppo presto) era stata allieva di Colla e di Sadun, aveva respirato e assunto il fervore innovativo dell’arte e lo stile anticonvenzionale dei primi tre quarti del secolo scorso. Non è un caso che l’attenzione allo spirito del tempo, certo a quello artistico-culturale, fosse, per Sassanelli, un dato elementare e a lui consustanziale. Ma le sue orecchie erano molto sensibili anche a ciò che gli risultava stonato, dissonante. Una volta mi invitò a cena per dirmi che era in difficoltà perché non si trovava d’accordo con alcuni argomenti relativi a un mio testo che avrebbe dovuto presentare al Centro Psicoanalitico. Come poteva fare? Come potevamo rimediare? Poco dopo ne ridevamo e la discussione (tale fu), qualche sera dopo, andò bene, fu vivace.

Così era Giorgio: solido sulle sue posizioni, attento, da tutti i punti di vista, a quelle dell’altro. Era un uomo gentile. Trovava Lacan poco sopportabile e il mio freudismo letto lacanianamente era motivo di confronti e di contrasti. Termini come mancanza, castrazione, non tanto gli suonavano. Gli era più consona la pienezza di Eros e la vitalità in tutte le sue forme. Eppure, negli ultimi anni si interessò al tema del femminile e dunque, in qualche modo, anche a Lacan, non perché gli fosse diventato simpatico ma perché lo trovava necessario per elaborare alcuni argomenti. Mi inviò le bozze di “Il femminile, tra mancanza e desiderio”, ne parlammo molto.

Adesso mi piace immaginarlo in barca, impegnato tra vento e mare, con la garbata ostinatezza che metteva nelle sue passioni. Che tu possa continuare a navigare, caro Giorgio, il riposo ti annoierebbe.

 

 

Cristiana Cimino

 

Sergio Contardi (Milano 23 gennaio 1947 – Milano 29 settembre 2017)
psicoanalista, membro redazione EJP

Sergio Contardi, psicoanalista, è stato per anni membro del nostro Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi, partecipando attivamente agli incontri milanesi che per anni si sono svolti cercando di dare vita e linfa alla nostra scommessa.

Ha contribuito al nostro Journal con:

- Recensione di: Gabriella Ripa di Meana, Figures of Lightness. Anorexia, bulimia, psychoanalysis

(London: Jessica Kingsley Publishers, 1998)

http://www.psychomedia.it/jep/number5/contardi.htm

 

- Round Table Discussion: “Psychoanalysis and the law”
Held in Milan, at the SGAI (the Italian Group-Analysis Society), March 14, 2004

http://www.psychomedia.it/jep/number18/roundtable.htm

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contardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN TRATTO DI UN VIAGGIO PSICANALITICO…

 

FLUCTUAT NEC MERGITUR: GALLEGGIA E NON AFFONDA, è il motto che Freud privilegia per indicare il suo muoversi nelle acque, spesso tempestose, della psicanalisi.

E Sergio Contardi ha continuato sino all’ultimo a navigare nelle acque tempestose della psicanalisi sia attraverso la sua pratica psicanalitica sia attraverso gli innumerevoli scritti teorici che ci ha lasciato.Sergio Contardi come introduzione ad un suo lavoro, scrive: “La metafora del viaggio – da sempre, potremmo dire – viene usata per indicare i tratti essenziali dell’umana avventura. E alle soglie del terzo millennio questa metafora conserva tutta la sua forza evocativa, la sua attualità, pur nelle infinite metamorfosi che ha subito. Il “viaggio”, da quello spirituale a quello materiale, resta a indicare che l’avventuradell’uomo è condannata a essere intellettuale: a essere scritta, raccontata, tramandata…”

E un tratto del viaggio che propongo attraverso queste parole, mi riportano sia un documento programmatico dal titolo Precisazioni sullo status di NODI FREUDIANI Associazione Psicanalitica: spunti, idee, riflessioni, scritto da Sergio nell’ottobre del 2003 sia al passaggio da Associazione Movimento proposto attraverso un altro DOCUMENTO: I cinque punti costitutivi di Nodi Freudiani MovimentoPsicanalitico, ancora in essere, datato marzo 2008.

Dunque quando appresi della morte di Sergio Contardi provai sia un’emozione dolorosa sia la sensazione di aver perso una persona famigliare, oltre che uno psicanalista con cui ho attraversato varie fasi transferali: psicoanalisi personale – analisi di controllo – e da ultimo, ciò che con Lacan possiamo definire come transfert di lavoro, ossia una collaborazione, con altri, all’organizzazione pratica e teorica,  della “vita quotidiana” di NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico.

Ed è stato il concetto di famigliaritàdato dalla continua collaborazione per N.F. e quindi per il discorso psicanalitico,ciòche mi ha portato a pensare al concetto di eredità. L’eredità  che Contardi ci ha lasciato attraverso NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico. Certo pensare a un’eventuale eredità significa, innanzitutto, prendere in considerazione un qualsiasi tipo di legame (Bindung) preesistente alla morte della persona. E erede, etimologicamente significa anche entrare in possesso…

Ma di cosa sarei entrata in possesso, attraverso questo vuotoo questa mancanza, determinata dal  legame transferale (Bindung) preesistente alla sua morteCertamente non di qualcosa di materiale, ma come la psicanalisi ci insegna, di qualcosa che concerne il proprio desiderio. Per dirne qualcosa cito solo una frase ripresa da uno scritto di Sergio Contardi: “(…) Insomma a ciascuno il suo passo! Nel rispetto del passo dell’altro, ossia in una adeguata distanza simbolica (in/differenza).

Concludo con le ultime parole di commiato che Nodi Freudiani Movimento Psicanalitico ha postato sul suo sito: Grazie Sergio, ci mancherà la libertà di uno spirito alto. I tuoi Amici e colleghi di Nodi Freudiani.

Franca Brenna

 

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Lo stile dell’uomo

 

 

Sergio aveva un vezzo alquanto parigino e del periodo della “meglio gioventù”, indossare la giacca sulle spalle con una fine distrazione di cui lui solo era testimone.

La sigaretta perenne, come un’amica alla quale non si può rinunciare, era la griffe della sua formazione francese con l’armonia intellettuale di psicanalisti quali Moustapha Safouan. Jacques Lacan non era solo il pensiero tradotto nella tecnica psicanalitica ma la costruzione quotidiana dell’esserci nel proprio desiderio: il desiderio dell’aver cura dell’altro.

Sebbene documentasse il tragico nell’uomo di cui parlano gli antichi greci, lavorava l’argomento con quella mossa ironica del dire che lo rendeva libero oltre il sintomo.

Era giustamente sfuggente ed imprendibile ma non mancava di esserci e con appartenenza quando il fato toccava oltre il destino duramente qualcuno che lo riguardava.

Era consueto a una risatina contenuta che lo rendeva, nel tratto oscuro, così somigliante a Freud, e si ritrovava quasi zen, senza volerlo essere, di fronte alle vicende del nostro movimento Nodi Freudiani.

Ho avuto la fortuna, certamente insieme ad altri, di studiare con lui per un confronto sull’Etica della Psicanalisi.

Sebbene qualche volta apparisse sprezzante verso la conservazione della vita, restituiva di ognuno e ad ognuno il proprio senso di esistere. Si potrebbe descrivere una tenacia ma anche quasi indifferente. A volte, con una certa severità si muoveva lentamente e come un principe trasformava una mancanza in un più di vivere.

Lo ritrovo spesso nei miei pensieri e lo rivedo a Roma insieme a parlare del padre con altri di altri linguaggi.

Con lui teoricamente ho ricevuto protezione, senza che intendesse farlo. Mi permetto di cedere al ricordo con emozione e sento che vive in me quando nel dubbio di un’interpretazione mi dico “ecco Sergio…” come avrebbe sorriso?

Costretti ad essere adulti nel lasciare andare chi se n’è andato, mi permetto ogni tanto di soffrire, perché non preservando sé stesso ma facendo grande uso di sé, ha sottratto troppo velocemente la sua presenza unica e irripetibile. Perché contrariamente a quanto qualcuno mi disse un giorno, le persone non sono sostituibili, ci adattiamo a non averle più. Teniamo un resto di un suono, di una parola, di un frammento di stile. E poi troviamo anche altro.

 

Mariapia Bobbioni

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Sergio Contardi, fondatore di Nodi Freudiani, sviluppò una pratica liberale del movimento psicanalitico assieme a una ventina di psicanalisti scevri da vincoli di scuola o di pensiero.

Ispiratosi doverosamente al pensiero di Freud e alla rivoluzione copernicana di Lacan, ebbe sempre il massimo rispetto per le differenze individuali esaltandone il valore e lo stile, tanto che il ‘Movimento’ non raggiunse mai un’omologazione e una riduzione a norme e parametri, correndo anche il rischio di non appartenere a un contesto ufficialmente riconosciuto.
Ciò’ corrisponde coerentemente a un’etica del desiderio e all’accettazione di un esilio dal canone sociale. La posizione di Sergio fu aristocratica, nel senso dell’apprezzamento del meglio di ciascuno ma anche del rifiuto del compromesso. La pratica intellettuale che abbiamo condiviso con lui ci ha permesso di mantenere un livello di impegno e di responsabilità che ha fatto da collante, anche nel caso di posizioni contrastanti. Il grande convegno del 2013, “Il disagio della cultura nella nostra modernità” è stato l’ultimo grande sforzo di Sergio, l’ultima opera che ha lasciato le orme di un percorso che inaugura un lavoro per gli anni a venire.
Umanamente Sergio è stato un caro amico, un paziente gestore di progetti e di iniziative che hanno preso forma grazie alle sue intuizioni e alla finezza del suo pensiero.
La sua figura ci ha accompagnato anche a un commiato, lento e difficile, che solo oggi riesce a diventare un affettuoso addio.

 

Pietro Andujar

 

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PENSIERO PER SERGIO

 

Sebbene la scrittura non possa restituire nella sua completezza l’essenza di un uomo dallo stile inarrivabile, desidero comunque omaggiarne la memoria, nella viva speranza che qualche riga possa testimoniarne la commozione del ricordo.

Dedico al grande Maestro e Amico Sergio Contardi uno dei miei pensieri più preziosi affinché la traccia indelebile della sua raffinata presenza possa ancora aleggiare fra i nostri discorsi e il nostro quotidiano affaccendarsi.

Durante gli ultimi quindici anni della sua vita – ahimé troppo breve, per non potere più attingere a una tale ricchezza – ho avuto il privilegio di ascoltarne gli insegnamenti e di percepire quella sincera vicinanza propria agli spiriti eletti; Sergio aveva il dono di restituire all’altro un tale senso di esclusività che ognuno di noi, al suo cospetto, si sentiva speciale. L’ascolto che sapeva porgere, sia in sede analitica che in contesti più amicali, era insostituibile.

Nell’attraversamento di varie elaborazioni del transfert, con Sergio ho respirato la giustezza e l’eleganza di un dire che, dimorando fra il circolo dell’ironia e l’abisso profondo della sua sensibilità, sapeva vedere oltre i grovigli del pensiero. Nell’avanzamento di questo resto irriducibile, Sergio era unico: la sua parola giungeva sempre inaspettata e con precisione si incuneava lì, con una tale densità di significato da restituirne la nobiltà della misura.

Sì, lui sapeva vedere oltre. Un sapere che dispensava la saggezza di un amore che mai veniva nominato: un pudore questo, che ne svelava l’umiltà. Un’umiltà elegante che discretamente ha preso commiato da noi, delegando al silenzio della riservatezza il compito di lenire il doloroso esilio degli ultimi tempi… A volte il mio pensiero si incanta là, sulle note di Simon & Garfunkel – The sound of silence – uno fra i brani a lui più cari :«Nei sogni agitati io camminavo solo/ per strade strette e ciottolose/ sotto l’alone di un lampione/ sollevavo il bavero per il freddo e l’umidità/ quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon/ che attraversò la notte/ e toccò il suono del silenzio…».

Ciao Sergio caro, mi mancherai, mancherai a tutti noi

 

Laura Darsié

 

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LO STUDIO

 

 

Quando sono entrato, in quei giorni terribili, non sapevo cosa avrei trovato di te. Sei sempre stato geloso di quel luogo, raramente mi hai permesso di entrarci. Culla di passioni, il tuo Studio, luogo di incontri, di tormenti, di parole. Quanti discorsi, quante storie avranno respirato queste mura negli anni.  Sono stato geloso, di queste storie in cui non c’ero, anche se era a me che le raccontavi. Anche se non sempre ascoltavo. Questa è la prima cosa che ho sentito quel giorno. Quell’odore di tabacco e di legno e di libri e di casa. Il tuo profumo che mi è capitato di detestare perché nella tua passione per il fumo vedevo l’avvicinarsi di questo giorno tremendo in cui sarei entrato. Qui, senza di te. Poteva essere solo oggi. E in quel momento ho provato una nostalgia che portava con sé già l’eco delle nostalgie future. Ma più di ogni altra cosa ho sentito la tua presenza. L’ho vista. Nel legno trascurato all’aspetto, ma di stile, nel lettino sul quale negli anni molte persone hanno deciso, sdraiandosi, di affidarti il loro tempo. Quanti fogli c’erano, ovunque (non hai mai voluto saperne della tecnologia). Alcuni scritti da te, appunti, riflessioni. Disegni (questi non potevano essere tuoi, erano piuttosto belli). Sogni. Tuoi? dei tuoi pazienti? Ora non fa differenza. Ma in questo caos ogni cosa era li, avevi un’attenzione distratta per ciascuna di loro. Fare ordine significa riporre un pezzo di vita e lasciarlo andare mi hai detto una volta.

Eri disordinato perché non volevi perderti nulla. Le hai portate tutte con te, le persone, i colleghi, i pazienti, gli oggetti, gli affetti, i ricordi, i dolori e le gioie, fino al momento di andare, anche se per farlo veramente, fino in fondo, da molti di loro ti sei dovuto allontanare, prima. E ora mi lasci, mentre io faccio ordine, almeno un po’. E mentre ripongo i libri, gli oggetti, scopro altri libri e altri oggetti. Mi accorgo di cassetti chiusi a chiave, di ante nascoste e di cose che arrivano da un mondo in bianco e nero e ognuno mi racconta una storia diversa.

Attraverso questi incontri incontro te, nei diversi momenti della tua vita indietro fino a perdersi in un tempo che non ci riguarda più. Chi l’ha detto che quando qualcuno se ne va si smette di imparare a conoscerlo?

È passato un anno e mentre ascolto persone che hanno deciso, sdraiandosi, di affidarmi il loro tempo, nella tua assenza, la tua presenza è più viva che mai. E mi chiedo quale storia ascolteremo oggi.

 

 

Dario Contardi, tuo figlio.

Addio a Mario Perniola, il filosofo dal pensiero originale e complesso

La vastità dei suoi interessi spazia dalla letteratura alla filosofia, dall’arte alla religione, dalla sociologia alla scienza delle comunicazioni, fino alla produzione di testi narrativi e teatrali. La sua opera, impossibile da contenere nelle etichette tradizionali, è stata definita  ”within & outside”, dentro e fuori le categorie, tra l’accademia e la trasgressione, l’essere professore e il rivoluzionario, il sentire e il distacco. Mario Perniola è stato un pensatore che si è mosso su terreni poco battuti, vicini all’anomia e al tempo stesso al rispetto delle forme e dei riti. Simile a una metafora barocca che avvicina ciò che è lontano e allontana ciò che è facilmente accostabile, lui stesso si è visto come una camera che dà su due diversi affacci: sulla piazza e sul cortile. Un “prisma sfaccettato” che rifrange la passione del mondo e la tragicità dell’esistenza.

Neque hic vivus, neque illic mortuus [Non qui vivo, non là morto]

(questo è l’epitaffio che Mario vuole sulla tomba)

Caterina di Rienzo

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Mario Perniola o del transito (Sergio Benvenuto)

http://www.doppiozero.com/materiali/mario-perniola-o-del-transito

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Mario Perniola, il filosofo combattente per il sentire

Fabrizio Scrivano

(Il Manifesto, 10.01.2018)

 

«Nulla mi disinganna. Il mondo mi ha incantato»: sono tra le ultime parole che Mario Perniola ha scritto, in Estetica italiana contemporanea (2017), forse di sé, uomo e filosofo. Non è stata solo una questione di teoria filosofica tenere lo sguardo sulle cose del mondo sempre vigile e innocente, senza mai slegarsi dallo stupore per ciò che accade e per ciò che è, senza mai rinunciare a vedere ogni ovvietà come l’avvento di un fatto straordinario. Quella di Perniola, il suo pensiero militante e combattente, analitico e indagatore, è una ragione che non si accontenta della ragione, è un cinismo che non si accontenta della minimizzazione, è un situazionismo che non si accontenta di occupare i luoghi. Estetologo fino in fondo, Perniola si è preoccupato di dare alle questioni più urgenti e presenti della cultura contemporanea, la politica e la religione, l’arte e la comunicazione, una veste aderente al corpo, mettendo cioè in primo piano, in ogni occasione, la forza che il sentire ha, più di ogni ragione, nell’influenzare e nel determinare le scelte umane.

Raccontare la sua lunga attività filosofica e il suo lungo magistero universitario significa ripercorrere più di cinquant’anni di quella filosofia, non solo italiana, che non si è mai accontentata di sé, che non ha mai voluto produrre un’identità «strapaesana», che non ha mai cercato l’avallo nel pregiudizio. Ai suoi allievi e ai suoi lettori, Perniola ha saputo esemplificare, insegnare e comunicare il valore delle inquietudini, delle rabbie, delle provocazioni, del dissenso, della lotta, e nello stesso tempo ha voluto fornire una misura etica di contenimento, di pacatezza, di distanza, di lucidità, di antiretorica. Era persuaso che il conflitto fosse una condizione, e un esito, irrinunciabile, più ancora che inevitabile, un modo buono per capire senza dissimulazione e autoinganno.

Negli ultimi vent’anni aveva dedicato molte energie e molto tempo a dirigere una rivista. «Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica» (Mimesis) desiderava avere due anime e due volti (anche molto ben rappresentati nella redazione e tra i collaboratori, spesso giovani e giovanissimi, ma certamente specchio del modo che Perniola aveva di programmare e immaginare l’azione culturale), che tra loro si scambiavano le parti abbastanza “furfantescamente”. Il rigore accademico, il monitoraggio accurato delle informazioni e delle fonti, il piacere di dare spazio e visibilità agli studi e alla ricerca universitaria era sempre rivitalizzato, e temperato dai pericoli di aridità, con l’innesto di un meno vincolato vociare di opinioni e di prese di posizione, che poi diventavano abitualmente materia di pubblicazione. Lo sa chi ha partecipato ai seminari che, in tempi recenti, ogni estate organizzava a Nemi, il paese sospeso sull’omonimo lago dove aveva eletto una sua residenza, quanto quegli incontri fossero aperti e propositivi.

Solo riprendendo in mano la pila dei suoi saggi, e rubricandone titoli e argomenti, ci si può accorgere che, al di là della varietà di soggetti e temi, nel modo di procedere di Perniola rimane costante la volontà di fare della filosofia uno strumento di orientamento nella cultura della contemporaneità. E in un questo suo cammino c’è un titolo miliare, non solo per il suo pensiero, che è Transiti (1985), un saggio con un sottotitolo spiazzante: come si va dallo stesso allo stesso. In quel libro Perniola si riagganciava saldamente alle discussioni sul postmoderno, sul globalismo, sulla omologazione dell’informazione, mettendo a nudo una pratica di agire e pensare che aveva reso inattuali i concetti di tradizione e innovazione. Le figure dello spostamento verticale nel tempo o del viaggio nello spazio, le grandi metafore su cui la modernità aveva costruito le sue mappe, gli sembravano fruste e illeggibili: al presente si imponeva un terzo modo di pensare (o di subire) l’esistenza, di determinare le emozioni e di regolare il sentire, del fare esperienza insomma, ed era questa nozione di transito in un presente storico non eludibile. Nella cultura della comunicazione costante e della connessione perpetua, non si richiede più la memoria o la capacità del racconto del passato, non si richiede più di saper costruire un progetto per il futuro, utopico o concreto che sia. Si richiede invece la presenza, la capacità di muoversi nel presente, dallo stesso allo stesso, appunto. Le molte pubblicazioni che ancora sarebbero seguite, da Del sentire (1991), passando per Il sex appeal dell’inorganico (1994), fino a L’arte espansa (2015), non ne hanno forse ampliato l’analisi, eppure ne hanno prolungato gli effetti teorici, adeguando e adattando alle più diverse circostanze questa visione di fondo dell’esperienza storica, e secolarizzata, e approfondendo la conoscenza della sua genesi e della sua radicazione nel e attraverso il concetto di sentire.

Del resto, in lui la via del lavoro rigoroso nel produrre un pensiero estetico e filosofico, si era sempre intrecciata con quella della partecipazione e della volontà di ingaggio. Da ultimo Perniola, a dimostrazione della sua tenacia di combattente e di promotore del dibattito, aveva proposto ad alcuni suoi amici e collaboratori di varare insieme a lui un’altra iniziativa, anche questa dal titolo provocatorio: «Chi se non noi? Pubblicazione aperiodica». Avrebbe voluto scherzare e ironizzare sul mondo e sulla cultura, sulla politica e sull’arte, avrebbe voluto mischiare le carte, creare gioco e tensione. Un altro transito, un’altra esperienza del presente.

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Il mio amico Mario (Anna Camaiti Holstert)

http://www.succedeoggi.it/2018/01/il-mio-amico-mario/

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Mario, così come io lo ricordo di Aldo Marroni.

 

Con Mario è iniziato il mio lungo e appassionante apprendistato filosofico. Lo considero il mio Maestro anche se non ho mai frequentato le sue lezioni, né sia stato un suo “allievo” in senso disciplinare. Ma conoscerlo e frequentarlo per oltre trent’anni è valso sicuramente più di un freddo e occasionale rapporto docente-discente. Lacan, il “maestro assoluto”, sembra abbia detto a coloro che affollavano i suoi seminari: “Fate come me, non imitatemi!”. Eco ha distinto due tipi di maestro: quello che crea modelli da applicare; quello che invece invita alla “sfida” i suoi stessi allievi. Mario non lo si poteva imitare, né lo si poteva “sfidare”. Non perché fosse un intoccabile, soprattutto perché il suo pensiero cambiava continuamente posizione, dislocava la sua riflessione entro luoghi problematici tra loro apparentemente singolari se non opposti, per cui si rendeva imprendibile. Non finivi di leggere un suo libro, cercare di capirlo, che già la sua attenzione si era spostata da qualche altra parte, di interesse filosofico, letterario, artistico o massmediologico. Con ciò non voglio dire che non avesse una sua idea ben precisa della ricerca filosofica, al contrario ne aveva – a mio parere – una molto netta e ben ponderata: attraversare tutto il nichilismo contemporaneo per approdare ad un nuovo e proficuo rapporto tra sapere e potere. Come ha scritto Heidegger in Cosa significa pensare, il filosofo pensa una sola cosa durante tutta la sua vita. Mario era dotato di una curiosità infinita (la nota curiositas evocata anche da Petrarca) che gli permetteva di percorrere sia le linee direttrici, sia le linee occulte e meno battute del sapere occidentale, senza paraocchi. Curiosità che ha trasmesso a tutti coloro che lo frequentavano. Ricordo una sua lunga telefonata una domenica mattina, in cui, con particolare entusiasmo, mi ragguagliò sulla sua recente scoperta: Andrea Emo. Com’era possibile che un uomo, lontano da qualsiasi ambito accademico e nella totale solitudine, senza farne menzione con nessuno, avesse potuto riempire migliaia di pagine con riflessioni filosofiche di alto livello, dimostrando una cultura filosofica eccezionale? Era incuriosito e affascinato da questo aristocratico anomalo, tormentato dall’esistenza e da Dio. Mario era un maestro sui generis. Rifiutava l’appellativo di maestro, perché lo faceva sentire immobilizzato in una condizione quasi sacerdotale intento a divulgare un qualche mistero, un po’ come Bataille fondatore della setta che si riuniva sotto le insegne di Acéphale. Quando gli ricordavo che per me era un grande privilegio essergli amico, far incontrare le nostre rispettive famiglie nella sua casa di via Tittoni (di cui conservo decine di foto. A proposito la sua foto, di profilo, mentre guarda fuori dalla finestra, pubblicata sulla bandella della prima edizione di Transiti è mia) gli veniva da ridere. Mi considerava al suo stesso livello, cosa che mi metteva in grande imbarazzo.

 

Per quanto rifiutasse l’idea di dare luogo ad una “scuola” sotto le insegne del suo nome, nei fatti non poteva non riconoscere che stava formando una “comunità operosa” di studiosi giovani e meno giovani. Una “comunità spirituale” che, in piena autonomia, si richiamava al suo pensiero. Ne sono testimonianza palese i seminari che negli ultimi anni organizzava a Nemi, per discutere di Ágalma (la rivista da lui fondata) e per mettere a fuoco problematiche che apparivano di grande attualità. Un drappello di una ventina di ricercatori che andava a costituire, e qui voglio usare una parola grossa!, una comunità di “spiriti liberi” (Nietzsche). Insomma se Lacan era un “maestro assoluto”, Mario era e voleva essere un “maestro occulto”, la cui definizione attribuiva a Pierre Klossowski (altra figura enigmatica). Il “maestro occulto” è colui che non cerca le luci della ribalta, lo show televisivo (aborrito anche da Cristina Campo che ne ha stigmatizzato l’effetto di decadenza sulla cultura), ma opera in maniera sotterranea, come la talpa di Marx, e pur operando nel rifiuto di ogni tipo di comunicazione spettacolare agisce più in profondità e con maggiore longevità della moda del momento (è stato Leopardi ad accomunare la moda e la morte in un breve e denso dialogo).

 

Ho conosciuto Mario in maniera del tutto casuale. Era il lontano 1982, aveva pubblicato da poco Dopo Heidegger. In un clima culturale in cui il linguaggio del filosofo tedesco aveva iniettato in tutti noi il virus di un astruso procedere nel pensiero, mi sembrava giusto leggerlo e farne la recensione, tanto più che si parlava finalmente di un “dopo”. In effetti si trattava di un “dopo” molto singolare, perché Heidegger, a suo avviso, lo si poteva superare solo attraversandone e approfondendone il nichilismo. Questa è stata sempre una sua caratteristica, non ha mai buttato a mare nulla senza rilevarne prima gli aspetti utili alla comprensione del presente. Ai tempi di Transiti mi disse che la sua posizione filosofica era sia contro l’utopia concreta di Bloch sia contro l’ermeneutica di Gadamer (in particolar modo quella di Vattimo esemplata nel pensiero debole, libro a cui si rifiutò di partecipare e su cui scrisse una Lettera sul pensiero debole). D’altra parte il sottotitolo di Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso è enigmatico ed esplicito nel contempo, ed è diverso dal dire “dal medesimo al medesimo”.

 

La nostra amicizia è iniziata dunque all’ombra di Heidegger ed a sua insaputa. Lo incontrai subito dopo durante una sua conferenza, ci scambiammo gli indirizzi, mi invitò a mandargli i miei lavori (ben pochi all’epoca!), a fargli delle proposte di recensioni da pubblicare sulla Rivista di estetica (quando ancora era diretta da Vattimo e Mario nel comitato di direzione). Ero, naturalmente, al settimo cielo. Mi sembrava impossibile che grazie a lui mi si stessero spalancando le porte della più prestigiosa rivista italiana di estetica, oltretutto fondata proprio da Pareyson, il teorico dell’estetica della “formatività”, sotto il cui insegnamento si erano formati sia Mario che Vattimo. La sua generosità era infinita. In una occasione mise a disposizione mia e di mia moglie l’appartamento che ancora avrebbe avuto per poco in affitto nella piazzetta delle Coppelle, permettendoci di vivere alcune distensive giornate romane.

 

Credo che il suo libro più importante sia proprio Transiti perché è quello in cui meglio di altri mette a fuoco un concetto che dà il senso a tutto il suo lavoro successivo: l’attenzione al presente. In fondo se dovessi indicare, al di là di tutti i libri che ha scritto, cosa mi è apparso di importante nella sua ricerca, direi che è l’ispirazione “politica”. Da L’alienazione artistica, in cui fa capolino un concetto marxiano, all’ultimo dedicato all’estetica italiana (ed in cui registriamo delle clamorose esclusioni e delle imprevedibili inclusioni), scritto sotto le insegne di un “inconscio politico” presente nei filosofi, scrittori ed estetologi annoverati nel volume, l’elemento sociale e politico rimane invariato. Negli ultimissimi anni mi aveva confidato che avrebbe voluto trasformare Ágalma in una rivista politica. Cosa che non ha fatto per evidenti motivi legati al suo stato di salute.

 

Mario mi è sempre apparso oltre che un “maestro occulto”, un “filosofo guerriero” che usava l’arma del sapere e della galanteria al posto della violenza (ricordo il suo articolo Il disgusto della violenza: militiae sine malitia). Questo coraggio l’ho visto all’opera forse nel volume che gli ha dato la massima notorietà: La società dei simulacri. Al di là della sua tesi che percorre tutto il libro, quello che più mi impressionò durante la lettura fu il capitolo Fenomeno e simulacro. Come si permetteva Perniola di mettere a confronto un gigante come Heidegger con uno che si definiva un “monomane”, cioè Pierre Klossowski? Il primo autore di un’opera tanto complessa quanto immortale, il secondo autore di qualche romanzo, di una riscrittura del mito di Diana, ossessionato dall’erotismo, autore anche di un lavoro su Nietzsche nel quale in apertura confessava candidamente tutta la sua ignoranza sull’argomento. Non solo! Klossowski ne usciva vincitore, perché il simulacro è il falso che si presenta sulla scena come un falso, paradossalmente, autentico, cioè senza misteri e senza reticenze. Il simulacro, di cui Klossowski, senza tema di essere smentito, può essere considerato colui che ne ha riportato in auge il concetto la cui prima apparizione risale all’antichità (ricordo Sui simulacri di Porfirio), rappresentava per Mario una nozione destinata a diventare lo strumento per comprendere la condizione culturale e politica della modernità (volutamente non ho usato post-modernità perché aborriva il post-moderno. Lo definiva un concetto omologante: tutto è uguale a tutto. Cosa che lo induceva a sospettare di ogni libro che si richiamasse a quell’area filosofica e letteraria).

 

Mi disse di scrivere un libro sull’autore delle Leggi dell’ospitalità nel quale enucleare il suo pensiero multiforme, per capire finalmente cosa andasse cercando questo enigmatico scrittore, filosofo, artista che voleva essere solo un monomane. Fu lui a proporre all’editore Costa & Nolan la pubblicazione del mio libro e fu lui a suggerirmi il sottotitolo dove avrei dovuto inserire la parola “sessualità”. Fatto sta che Pierre Klossowski, grazie al suo suggerimento è divenuto nel tempo il mio contrassegno filosofico, anche se mi ha ossessionato per oltre venti anni, durante i quali sono divenuto un monomane anche io. In quel periodo ero e mi sentivo più klossowskiano di Klossowski!

 

Questa è la generosità di un maestro che, prima di essere tale, ti considera un amico e un confidente. Nel 1998 andai a trovarlo a Nemi. Era una assolata e asfissiante giornata di agosto. Aveva appena pubblicato Disgusti. Me ne fece omaggio di una copia, apponendovi la dedica: “Ad Aldo in affettuoso omaggio con fedele amicizia. Nemi, 8 agosto 1998. Mario”. Nessuna distanza tra di noi, solo “fedele amicizia”.

 

Mi sono sempre chiesto come mai decidesse di ritirarsi spesso a Nemi. La prima, la più esplicita motivazione sta sicuramente per fuggire dalla estiva afa romana. La seconda per il fascino esercitato dal culto della Diana Nemorensis ricordato perfino da Frazer ne Il ramo d’oro (Mario aveva dedicato dei lavori alla religiosità romano-arcaica). Mi sembra però che il vero motivo fosse la presenza del lago, dell’elemento liquido, che lo attraeva in modo particolare. Nemi era per Mario un luogo di pensiero, il suo pensatoio. So che faceva delle lunghe passeggiate battendo i sentieri che costeggiano il lago. Nietzsche faceva la stessa cosa a Sils-Maria dove ebbe la folle rivelazione dell’eterno ritorno. Voglio pensare che anche lui abbia tratto ispirazione filosofica, come Nietzsche, dalla sciabordio dell’acqua, proprio a Nemi, dove tra l’altro, da tempo, si era preparato la tomba (spesso ci scherzavamo sopra!).

 

Fatto è che era affascinato dall’elemento liquido (Bauman non c’entra niente!). Gli piaceva il mare e fare lunghe nuotate. Mi diceva che ne era attratto e ne provava un estremo godimento. Pensandoci bene credo che il mare fosse il suo elemento naturale. Per questo mi piacerebbe definirlo un “filosofo acquatico”, per il fatto di essersi reso imprendibile, in un continuo movimento di flusso e riflusso. Sfuggente al potere come gli stessi concetti che riusciva a creare. Deleuze e Guattari hanno definito il filosofo colui che crea concetti e Mario ne ha creati tanti. Tra cui quello di “enigma” che lo identifica come pensatore non identificabile, e questo fino al momento di essere preso per mano dallo psicopompo, come attesta l’epitaffio che ha voluto sulla sua tomba: Neque hic vivus, neque illic mortuus (Non qui vivo, non là morto).

 

 

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https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Perniola

 

Il 3 gennaio 2014 è mancata, a San Francisco (CA), la nostra amica, collega e collaboratrice Janet Thormann Mackintosh.  Era membro emerito della facoltà di inglese del College di Marin, Kentfield (CA), dove ha insegnato per molti anni.

E’ stata membro dell’Editorial Board del nostro Journal (JEP, poi EJP) sin dalla sua fondazione, nel 1995. Preziosa collaboratrice del nostro Journal, è stata autrice di varie Reviews per JEP ed EJP nel corso degli anni. Ne pubblichiamo la lista qui sotto.

Per l’occasione, pubblichiamo per la prima volta on line la sua recensione a:

Juliet Mitchell, Siblings

http://www.journal-psychoanalysis.eu/review-juliet-mitchell-siblings-cambridge-u-k-polity-2003/

                L’Editorial Board di EJPsy. European Journal of Psychoanalysis

Una testimonianza

Ricordo l’editing che Janet fece a un mio testo per il nostro Journal: puntiglioso, paziente, impeccabile. In quella occasione lavorammo insieme al computer in tempo reale, per molti giorni.
E ricordo tante altre volte, quando ero editor di EJP, in cui ci scambiavamo innumerevoli mail per perfezionare i suoi editing quasi perfetti di cui non era mai del tutto soddisfatta. Nasceva così una curiosa alleanza/amicizia sulla base dell’impegno per il Journal a cui Janet lavorava con entusiasmo, competenza, tenacia. Raramente ho trovato una tale generosità nel lavoro.
Finchè una sera a Roma è venuta a cena a casa mia insieme ad altri amici e colleghi e ho potuto apprezzare, finalmente, di persona la sua intelligenza, la cultura raffinata, il senso dell’umorismo.
Ciao Janet, grazie ancora. E’ banale dirlo, ma il Journal non sarà lo stesso senza di te, ci mancherai.
Cristiana Cimino

Elenchiamo qui le Reviews di Janet pubblicate in JEP e poi in EJP.

REVIEW

JEP n. 8-9


Charles Shepherdson:
Vital Signs

REVIEW

JEP n. 10-11

Shuli Barzilai:

Lacan and the Matter of Origins

http://www.psychomedia.it/jep/number10-11/thormann.htm

 

REVIEW

JEP n. 12-13

Alenka Zupancic:

The Empty Ethics of Drive: Review of The Ethics of the Real

http://www.psychomedia.it/jep/number12-13/thormann.htm

 

REVIEW

JEP n. 17

REVIEW

EJP n. 22

M. Guy Thompson:

The Ethic of Honesty
http://www.psychomedia.it/jep/number22/thompson.htm

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REVIEW

EJP n. 23

Patricia Gherovici:

The Puerto Rican Sindrome
http://www.psychomedia.it/jep/number23/gherovici.htm

 

REVIEW

EJP n. 25

J. M. Coetzee:

Waiting for the Barbarians

http://www.ipocpress.com/mostra_libro.php?id=55

 

 

REVIEW

EJP n. 28

Ruth Leys:

 From Guilt to Shame: Auschwitz and after

http://www.ipocpress.com/mostra_libro.php?id=55

Luciana Sica (1954 − 2013)
Giornalista, specialista di psicoanalisi e psichiatria

Foto Luciana Luciana Sica per oltre vent’anni ha lavorato alla sezione culturale di “La Repubblica”, scrivendo soprattutto di psicoanalisi e di psichiatria fenomenologica.

Chiunque in Italia si sia occupato di psicoanalisi  deve a Luciana molto. Grazie a lei, un largo pubblico – e non solo di lettori di “La Repubblica” – è entrato in contatto con autori e temi della psicoanalisi. Autori e temi alla cui popolarità essa ha largamente contribuito.

Con la morte di Luciana, la psicoanalisi ha perduto in Italia una delle sue più influenti paladine e portavoci.

 

Benché Luciana non abbia mai fatto ufficialmente parte del nostro Istituto, per anni essa ha seguito assiduamente il nostro lavoro, non risparmiandoci, per  le nostre iniziative, consigli, incoraggiamenti e anche critiche decise. Grazie a lei, abbiamo capito meglio come funziona il rapporto tra psicoanalisi da una parte e il mondo delle idee, della cultura – e del potere – dall’altra.

Vogliamo ricordarla qui, nel nostro sito, accogliendo tutte le testimonianze e i contributi – anche foto e video – di chi l’ha conosciuta, apprezzata e amata.

I.S.A.P.

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Ricordo di Simonetta Fori, “La Repubblica” on line, 13-XII-2013

http://www.repubblica.it/cultura/2013/12/13/news/luciana_sica-73497554/

 

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Si certo, ricordare Luciana. Luciana la cui mancanza ti fa realizzare con sgomento che non ci potrai più parlare, che non potrai dire proprio a lei proprio quelle cose e ascoltare le sue. Ricordare la sua fierezza, l’intelligenza che andava dritta al punto, il disprezzo per l’ipocrisia e le convenzioni, i modi da regina. Conosciute da poco (troppo poco), ci eravamo piaciute, per certi versi riconosciute.

Cara Luciana, che la terra ti sia lieve, tu resti con noi.

Grazie

 

Cristiana Cimino

 

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Luciana è stata l’unica giornalista capace di intervistare Jervis senza compiacenza e senza però anche provocarne la terribile vis polemica anti-psicoanalitica, che invece è stata presente in alcune altre interviste fattegli nel tempo.

Ci voleva Luciana disarmante come sapeva essere, quando voleva.

Di questo ho per fortuna avuto modo di ringraziarla direttamente.

Oggi non potrei piu’!

Incredibile!

 

                       Manuela Fraire

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Gabriella Sica

 

                                           per Luciana Sica

 

Lì noi ragazze omonime a scherzare…

ah le falcate ampie e veloci della vita

a Trastevere sul selciato nero

e i ticchettii (oh come si sentono ancora

tic… tac…) sul sampietrino nero

avanti e indietro

sui meandri sotterranei vuoti.

Vigili come le ragazze del mosaico d’oro

con la riserva d’olio.

E tu Amore in persona a scoprire Psiche

nel giardino di Freud

come falena notturna a vagare

pazza di luce

in orbite concentriche e vorticose

a cercare cercare

intorno alla fiamma vitale di luce

ah lo stridio livido di ali

nella buia notte di Santa Lucia.

Luce già intessuta al tuo nome

è luce che c’è è luce umana.

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Luciana

Vorrei parlare della verità 

se potessi afferrarla.
E’ disarmata adesso l’eterna lontananza.
Come principio consegno
alla tua fine bianca
una ragione calma
fatta di mancanza.
Alla signora associo
un raggio di colori,
alle tue vesti un femminino lesto.
Come eravamo amiche
dietro le risate,
così andavamo liete alle nostre serate
e nuotavamo a Stromboli
solo l’altra estate,
in simmetrie quasi del tutto svelate.
Da quando l’atrio verginale
ammise rami e fogliame ai lati delle mura sottili,
(adorna la tua casa),
rampicanti crescevano,
come solo Burne Jones se li poteva immaginare.
           Giovanna Nicolai

 

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Diego Napolitani (1927 – 2013)
Gruppoanalista, psichiatra, già membro di EJP

  Foto di Giuseppe Prina

La morte di Diego Napoliani è avvenuta il 9 luglio di quest’anno, più di due mesi sono trascorsi, eppure ancora non mi è facile proporre pubblicamente un ricordo. Non mi è facile sceverare ciò che interessa soltanto me, la mia sfera privata, da ciò che interessa voi che mi leggete. La morte dell’altro ci coglie sempre impreparati, anche se ci si limita al ricordo del nostro affetto per chi non c’è più.

Prenderò spunto a partire da una domanda che, sere fa, ci animò nel dopocena casalingo con amici e colleghi, tutti appartenenti alla SGAI, l’associazione fondata da Diego e di cui è stato sempre l’indiscusso leader. Una di quelle domande che non sarebbero mai proposte in circostanze ufficiali perché, di per sé, era insensata; talvolta, però, è proprio a partire da una apparente impertinenza che può prendere corpo una questione interessante. Un collega, riferendosi alle numerose citazioni che Diego, nel corso della sua vita, ha fatto sia di Nietzsche che di Heidegger, chiedeva: «Vattimo sostiene che l’opera di Heidegger è la continuazione dell’opera di Nietzsche – e in accordo con essa. Io la penso diversamente, a me sembrano personaggi divisi da un’idea diversa della storia come della vita. Ebbene, tra i due a chi assimilereste maggiormente Diego Napolitani?»

Proverò a proporvi un mio ricordo proprio a partire da un punto che unisce e divide i tre personaggi in questione; ma, in questa circostanza, non ne vedrò tanto il risvolto scientifico, quanto il versante più personale. Mi rifaccio dunque all’esergo che Heidegger pone in cima al suo Nietzsche, opera composta dalle lezioni e da altre ricerche e conferenze successive alla pubblicazione di Sein und Zeit. La citazione è tratta da La gaia scienza:

“la vita … più misteriosa – da quel giorno in cui inaspettato venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza.”

A partire da questa citazione si potrebbe porre un’altra domanda. Nel tracciare questo esergo a chi si riferiva Heidegger? Ad un suo progetto o a quanto auspicato in vita da Nietzsche? E, in ogni caso, come intendere il termine “vita”? Limitarla alle avventure di carattere filosofico o estenderla alle frequentazioni, agli amori, insomma a tutta l’esistenza? E possiamo, audacemente, porci questo stesso interrogativo per ricordare Diego?

Ebbene, senza negare che Heidegger abbia sempre cercato di condurre una vita da filosofo, tuttavia dobbiamo ricordare i suoi legami non sempre chiari con il mondo cattolico, la prudenza che ha contraddistinto la sua unione matrimoniale, la segretezza della sua relazione con Hannah Arendt, la sua adesione al nazionalsocialismo, e così via. Al confronto sembra proprio che, invece, Nietzsche, nel parlare di “vita”, la intendesse tutta intera e con minori riserve, la vivesse con più spregiudicatezza e con una passione più libera. Ed infatti cosa è l’aforisma 324 della Gaia Scienza da cui è tratto l’esergo? Una riflessione filosofica, una confessione  come si fosse prossimi alla morte, una confidenza ad un amico?

Dirò allora che un aspetto che ha contraddistinto la vita e la professione di Diego Napolitani è stato proprio l’assenza di una netta separazione tra i due campi, tra la vita concreta e la vita filosofica. Con ciò non nego che ci siano differenze tra i modi di Nietzsche e di Diego, ma, così come Nietzsche scrisse che bisogna servire la storia, così, potremmo aggiungere, Diego ha voluto sempre servire la vita. Cioè, ha voluto fare in modo di viverla pienamente ed autenticamente, non già rifacendosi a ciò che si dice debba essere o alle convenzioni che per lo più ci guidano nel viverla, ma scavando in ciò che poteva trovare compimento nelle sue scelte; un umanesimo decostruito con ferma ostinazione. «Non posso parlare di libertà con i miei pazienti se non sono io stesso ad andare alla sua ricerca», mi disse una volta. E così, citando prima Neruda e poi Claudio Magris, ricordava che se è vero, come canta il poeta,  che è per nascere – ovvero: rinascere – che siamo nati, è altrettanto vero, come scrive il saggista triestino,  che “nascere è più terribile, più violento e più assurdo che morire”. e, ben consapevole di quanto sia difficile rinascere, sapeva essere molto vicino a quanti  mostravano di voler rinascere a nuova vita.

«E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria?» Così si chiude l’aforisma di Nietzsche il quale, aiutandomi a superare le mie difficoltà a raccontarvi di Diego, mi fa ricordare come egli abbia vissuto la sua vita come un impegno da “vivere gioiosamente” o una battaglia di cui “gioiosamente ridere”. I suoi occhi azzurri, sin dal nostro primo incontro in una luminosa giornata settembrina di 36 anni fa,  mi sono sempre apparsi carichi di passato e instancabilmente rivolti al futuro. Ogni tanto traspariva una sua impazienza, quasi volesse abbreviare il tempo dell’attesa, come un tenero invito a se stesso e ai suoi interlocutori ad avere fiducia.

«La vita non mi ha disilluso.» Questo l’esordio che dà all’aforisma un’aria da congedo, e questo è lo stato d’animo che caratterizzò gli ultimi mesi della vita di Diego. Alla fine di una vita vissuta con una certa impazienza – com’era bello vedere la certezza che sorreggeva la sua inquietudine! – appariva, nell’approssimarsi della fine, via via più sereno, come chi non si senta disilluso da ciò che la vita gli ha concesso. Le sue lezioni e gli incontri con i colleghi che andavano a parlargli acquistavano via via una intensità e una intimità particolari, come se fosse possibile cogliere, tra le pieghe dell’amicizia, l’ignoto. Gli ultimi giorni sono stati carichi di dolore e sofferenza, sua e di coloro che lo accudivano, in particolare della moglie Carlotta e dei figli più grandi, Claudia Fabio e Martino. In quei momenti facevo fatica a pensare, ma ora ho l’impressione che proprio nel momento del congedo egli abbia voluto lasciare un sentimento di pace. La pace, io credo, non si conquista, ma si riceve in dono, e io non posso che essergliene grato.

Paolo Tucci Sorrentino (settembre 2013)

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Un ricordo di Diego Napolitani

 

La prima cosa è la voce. La prima cosa che mi ritorna in mente. Calda, profondissima. A volte invece incerta, scossa dalla tosse, quasi metallica, un filo d’acciaio. Quella tosse acquosa che lo ha squassato per anni, e da ultimo ha annunciato il male che l’ha travolto. Una voce giovane e vecchia, felice e cavernosa, piena di desiderio e venata di distruzione.

Napolitani era come la sua voce, a cui ha affidato per decenni la sua pratica di analista, le tante lezioni e conferenze, gli scambi con gli amici, gli affetti della sua tribù numerosissima. Una voce di molte voci, splendide e contrastanti, segnate anche da dissonanze violente. Una voce che invitava a correre in avanti, a guardare più lontano. A volte la voce di un veggente divorato da questo desiderio feroce di andare oltre i consueti ritornelli, di avanzare senza rete, insofferente di ogni sponda, di ogni precedente.

Il primo analista di Diego Napolitani pare gli avesse detto, a conclusione di una seduta di tarocchi, cosa non inusuale da parte di quello strano personaggio: “Diego, tu sei proprio un figlio di puttana.” Era Ernst Bernhard a pronunciare questa diagnosi inconsueta, il primo traghettatore di Jung in Italia, fautore di uno junghismo opaco e composito, geniale e farraginoso. Un personaggio quasi mitico, emigrato dalla Germania durante il nazismo, approdato in Italia e subito confinato dal Regime su un’isola lontana, tornato a Roma alla fine della guerra, dove avrebbe esercitato come analista fino alla morte, alla metà degli anni Sessanta. Federico Fellini e Giorgio Manganelli erano stati suoi pazienti a lungo. Solo la punta di un iceberg dalle infinite diramazioni. Una figura misteriosa e influentissima, la sua. Tempi lontani da quello “junghismo critico” che anni più tardi si sarebbe imposto per iniziativa di Mario Trevi, che di Napolitani rimase poi amico fraterno per una vita. È un mondo che si ritrova bene tra le pagine di Bernhard, in quel testo quasi iniziatico che è la Mitobiografia, ovviamente pubblicato da Adelphi. Del resto, sempre Manganelli diceva che la psicoanalisi è una branca della letteratura, al pari della teologia. E non giurerei che un’idea del genere sia rimasta senza esito, nella mente del giovane Napolitani, fino a certe sue requisitorie di anziano analista contro la psicoanalisi tutta, anche o soprattutto freudiana.

Napolitani veniva da Napoli, rampollo di una famiglia di avvocati. Una famiglia abbiente e, a suo dire, vessata da un padre difficile e gravata da una madre bella, avara, lamentosa. Il fratello di Diego, Fabrizio, andò a Roma a studiare psichiatria dopo la laurea in medicina. Diego fece lo stesso poco dopo. Arrivò a Roma e avviò l’analisi con Bernhard. Bernhard parlava un buon italiano, Napolitani parlava un ottimo tedesco. Credo che nell’analisi alternassero le due lingue. Un terzo fratello, Corrado, divenne a sua volta avvocato. La tata tedesca ero uno status symbol nella Napoli bene di quegli anni. E per almeno due dei tre figli dell’avvocato si rivelò una chiave capace di aprire molte porte.

Fabrizio se ne andò dall’Italia, specializzatosi in psichiatria, per approdare a Kreuzlingen, Svizzera, dove fu collaboratore di Ludwig Binswanger. Si appassionò alla psicoanalisi, conobbe la fenomenologia, poi si avvicinò al lavoro sui gruppi di matrice anglosassone, studiò e lavorò in Inghilterra, fu tra i primissimi protagonisti della nascita della gruppoanalisi italiana, sposò infine la versione foulkesiana dell’ampio e sfrangiato modello gruppo-analitico.

L’altro protagonista sarebbe stato il fratello Diego. Il quale si laureò a sua volta in medicina, poi si specializzò in endocrinologia, e solo da ultimo in “Clinica delle malattie mentali e nervose”, come allora si chiamava la psichiatria. Si direbbe che lo attirasse, nell’uomo, la macchina. Sempre più fine, sempre più impalpabile, disciplina dopo disciplina, specialità dopo specialità. Ma pur sempre macchina. Da Roma arrivò a Milano a metà degli anni Cinquanta. Lavorò come psichiatra. Fece una seconda analisi. O una prima analisi, se si guarda la cosa dal punto di vista dell’istituzione a cui stava approdando. Alla SPI gli assegnarono come analista Franco Fornari. Singolare procedura, questa dell’assegnazione dell’analista. Napolitani conservava di Fornari un’opinione alta e polemicissima. Verosimilmente avrebbe osservato che neppure con questa seconda analisi si poteva star sicuri di aver fatto un’analisi vera e propria. E che forse un’analisi vera e propria, un’esperienza non banalmente medicalizzante, un percorso non semplicemente ortopedico, in quegli anni e in quegli ambienti era di fatto impossibile. Salvo forse con Musatti, suo supervisore, di cui diceva molto bene ma molto poco, o poco volentieri.

Maestri, insomma, non ne aveva avuti. O ne aveva avuti, ma diversissimi e difettosissimi, almeno nel suo racconto. Le chiacchierate di Napolitani lasciavano intendere molte paternità e nessuna, per la sua pratica di analista e forse per il suo modo di stare al mondo. Bernhard, nel suo modo bizzarro, era tutt’altro che uno sprovveduto. Napolitani finì l’analisi con Fornari, e divenne membro della SPI. Freudiano ortodosso, mi disse una volta con qualche ironia. Aveva fatto un passo ulteriore, era un tecnico di macchinari ancora più fini. Ma ancora sempre macchinari. Così, almeno, Napolitani intendeva il kleinismo di Fornari e dei freudiani di quegli anni. La sua polemica contro la psicoanalisi nasce da questa convinzione, da questa insofferenza per un medicalismo e un meccanicismo che Freud, a suo dire, non avrebbe mai abbandonato. Di fatto, per la cronaca, neppure Napolitani abbandonò mai la Gradiva, il bel bassorilievo di gesso bianco che ancora teneva in casa, in posizione non così defilata, anzi intimissima. Un simbolo iniziatico, che ogni giovane analista freudiano riceveva dalla SPI, una volta accolto tra le fila dell’istituzione.

Intanto Napolitani fondava, a Milano, poco dopo che Fabrizio aveva fatto lo stesso a Roma, le primissime Comunità Terapeutiche italiane, avendo in mente Maxwell Jones, tenendo conto di Wilfred Bion, che durante la guerra aveva elaborato i primi modelli gruppoanalitici lavorando coi militari britannici traumatizzati dalle missioni belliche, e guardando con attenzione all’esperienza di Thomas Maine al Cassel Hospital di Londra.La SPI milanese lo ammonì. L’iniziativa della psicoanalisi in gruppi e dell’istituzione psichiatrica psicoanaliticamente fondata, benché non esclusa, non rientrava allora nelle linee guida del freudismo ufficiale. Napolitani abbozzò, e rientrò nei ranghi. Poi tornò alla carica coi suoi progetti, e venne richiamato ancora. I rapporti tra lui e la SPI si raffreddarono, ma la rottura arrivò molto più tardi, a metà anni Novanta, con uno strappo di cui si avvertivano ancora, qualche decennio più tardi, l’affetto duplice, il bruciore incandescente e il diniego incendiario di quel bruciore.

Negli anni Settanta fondò la Società Italiana di Gruppoanalisi, che nel tempo ha aperto sedi a Roma, con la guida del fratello Fabrizio, a Torino, recentemente a Palermo, con la guida della figlia Claudia. In quella stessa stagione anche altri lavoravano in direzioni simili. Nasceva la sociogruppoanalisi, per esempio. Luigi Pagliarani, che Napolitani aveva conosciuto tra una seduta e l’altra nello studio di Fornari, rimase sempre suo amico. Orientato piuttosto al mondo delle aziende e alle applicazioni della psicoanalisi, ma complice di molte avventure. Un amico, e forse un doppio. La storia di Napolitani è piena di questi doppi, compagni di strada che diventano ora fonte di ispirazione, ora seguaci della sua sempre più creativa riflessione sulla clinica come sulla teoria, ora avversari degni di insulti che per chi li scagliava equivalevano a vere e proprie fucilazioni. Bastava poco, e la regressione teorica era sanzionata con violenza: “freudiani”, “veterokleiniani”, “idraulici delle passioni umane”. Non ultimo, il più buffo e autobiografico degli insulti: “endocrinologi”. Insomma il punto, per lui, era rifare Freud senza la macchina freudiana. Rifare la psicoanalisi senza propaggini medicaliste, e per altro verso, ma era in fondo lo stesso verso, senza tentazioni ortopediche, come dicevo, cioè moralizzatrici, edificanti o edificatrici. Che è poi quello che tutti gli analisti dotati di sensibilità teorica e di qualche sentore della propria collocazione storico-politica hanno cercato di fare, magari in modi diversissimi, dopo Freud e soprattutto dopo i postfreudiani, dopo la Ego-psychology e dopo l’americanizzazione di quella che doveva essere peste, ed era diventata un’aspirina per famiglie bene e per funzionari performanti dell’adorniana amministrazione totale.

Anni settanta. Dopo aver letto e attraversato Jung, Freud, poi Klein e Winnicott, poi Bion e Foulkes, Napolitani leggeva Nietzsche e Heidegger. Per capire gli ultimi vent’anni o trent’anni del suo lavoro, cioèla sua stagione più matura e personale, si deve forse partire da qui. Da questi due filosofi, e dalle frequentazioni coi filosofi italiani che lavoravano in quella direzione. Gianni Vattimo, amatissimo. Carlo Sini, frequentato per una stagione più breve e forse superficiale. Umberto Galimberti, vicino e lontano ad un tempo, molto prossimo per un certo tratto di strada, poi allontanatosi o allontanato improvvisamente. Napolitani è freudiano che ha attraversato Heidegger e Nietzsche, se dovessimo racchiuderlo, e sarebbe quasi un insulto ai suoi occhi, in una definizione. È un freudiano che ha ripensato la psicoanalisi, la nevrosi, la divisione cui soggiace il soggetto umano, il cammino “emancipativo” della psicoanalisi, nella doppia luce di Nietzsche e Heidegger. Non erano in molti, in quegli anni, a intuire la necessità di un’operazione di quel genere. E se Heidegger aveva avuto un illustre interprete in psicoanalisi, cioè Lacan, odiatissimo quest’ultimo da Napolitani ma vicinissimo a lui in una quantità di formulazioni e di piccole e grandi manovre cliniche, Nietzsche era rimasto invece senza scuola, dalle parti degli analisti. Con qualche parziale eccezione, che guardacaso coincidevano coi due soli analisti italiani che Napolitani citasse con ammirazione: Elvio Fachinelli ultimamente, e in una fase più lontana Francesco Corrao.

Non è facile dire in breve che cosa significasse, per Napolitani, ripensare la psicoanalisi dopo Heidegger e dopo Nietzsche. Heidegger per Napolitani significava La questione della tecnica e Che cosa significa pensare, anche se in tempi recenti Heidegger era tornato a essere soprattutto l’autore di Essere e tempo. Ma La questione della tecnica e Che cosa significa pensare erano i testi che citava più spesso e che conosceva a memoria, e il suo heideggerismo era tutt’uno con la polemica contro la tecnicizzazione dei saperi e l’oblio del pensiero, per dire brevemente. Il che, riportato alla psicoanalisi, poteva voler dire la medicalizzazione dell’uomo e l’ascrizione della psicoanalisi al novero delle scienze e degli strumenti tecnocratici, dei mezzi con cui addomesticare sistematicamente anche l’ultima riserva dell’ultima risorsa industriale, come Heidegger profetizzava, la “risorsa umana”. Il suo amico Pagliarani temo ricadesse, ai suoi occhi, in questo girone infernale.

Credo possa essere riletto su questo sfondo anche l’interesse successivo che Napolitani nutrì per le teorie della complessità, per una psicoanalisi che non voglia farsi scienza ma arte dialogica, per la sempre rinviata e sempre accarezzata costruzione di un’enciclopedia allargata delle tante pratiche formative dell’umano, le cui tracce riconosceva e apprezzava ultimamente anche negli studi neuro-fenomenologici di cui era lettore avidissimo: Francisco Varela, Vittorio Gallese, prima ancora Antonio Damasio, o Mauro Ceruti e Telmo Pievani. L’uomo, secondo la tesi del nietzscheano Arnold Gehlen, che anche Lacan avrebbe fatto propria pur imprimendole un’altra direzione, è un essere strutturalmente prematuro, testardamente destrutturato, embrionale. Va formandosi sempre, senza sosta, ora conformandosi e alienandosi, ora deformandosi e discostandosi dalle proprie alienazioni e dalle proprie conformità. Il tutto nell’andirivieni di un movimento che Napolitani chiamava dialogico ed ermeneutico, ma che nella sua comprensione non era privo di un elemento che spesso le ermeneutiche e i fautori del dialogo hanno ignorato con conseguenze catastrofiche. Un elemento di lotta e di contesa. Un elemento, di nuovo, fondamentalmente nietzscheano.

Altra questione la presenza di Nietzsche nel lavoro di Napolitani: nel suo pensiero e, direi, nella sua pratica di analista. Dovessi azzardare una formula, direi che Napolitani è stato il solo psicoanalista nietzscheano del secolo (a parte Alfred Adler, cacciato da Freud proprio perché troppo apertamente nietzscheano).La sua specificità sta qui, molto più che nelle tante filiazioni attraversate e rigettate, amate e poi odiate, o nei richiami recenti e recentissimi alla fenomenologia binswangeriana e, via Binswanger, husserliana. Tanti motivi, storici, teorici, politici, sociali, dovevano tenere a distanza la psicoanalisi dal nietzscheanesimo, Freud dall’autore dello Zarathustra. Specie nel dopoguerra, specie nei paesi devastati dal totalitarismo. Gli storici della filosofia hanno ormai battuto tutti i cunicoli, ora segreti ora evidentissimi, che connettono l’uno all’altro ambiente, se non l’uno all’altro autore. Per parte sua Napolitani ha capito, a un certo punto, e ha argomentato con forza, con la sua pratica e con il suo insegnamento, che non si può pensare e non si può fare psicoanalisi senza confrontarsi con Nietzsche, e in particolare col Nietzsche della Genealogia della morale.

Di nuovo, se l’urgenza del momento dovesse suggerire un motto, si potrebbe azzardare che la psicoanalisi ha sempre a che fare col trattamento di un debito. Con l’illuminazione di un passato che grava come insoluto e che ci mette nella posizione degli insolventi. O, ancora, con la rievocazione di un antenato al quale si avverte di dovere qualcosa e dal quale si avverte di doversi congedare. Con il tentativo di spezzare le tavolette in cui il debito sembrava scritto per sempre, come avveniva dalle parti dei Sumeri. I cui re, non a caso, si insediavano spezzando le tavolette e inaugurando il tempo nuovo, azzerando il credito degli uni sugli altri, cancellando la fede che quel credito e quel credere presupponeva, mettendo tra parentesi per quanto possibile le credenze che quel credito portava con sé.

Che cosa rappresenta Nietzsche, in questo senso, se non un’opzione molto precisa circa il trattamento possibile del debito e della colpa, se non un modo molto profondo e difficile di rielaborare, di imparare passo dopo passo ad avere a che fare col debito e con la colpa, con questo identico e duplice Schuldigsein? È curioso, detto per inciso, che l’uomo che ha visto così a fondo il nesso possibile tra Nietzsche e la psicoanalisi, tra la via nietzscheana al pensiero del debito e la via psicoanalitica al trattamento della colpa e del dover-essere, fosse l’uomo che Bernhard con una mano di tarocchi aveva fotografato come senza padre, o destinato a non averne, a non poterne avere, a non volerne avere.

La Genealogia della morale è in questo senso anche una genealogia dell’“uomo psicoanalitico”: quell’uomo che Peter Sloterdijk ha descritto come un essere umiliato, immiserito dall’analista che lo infantilizza e colpevolizza, un uomo ipercristiano che scopre il proprio debito con l’altro e che santifica ogni giorno la mancanza che ne deriva, un pavido che fa del proprio divenire altro da quell’altro il peccato capitale, la negazione del prestigio della legge, l’insulto al passato come lapide del dover-essere. Sarà possibile un giorno una psicoanalisi nietzscheana? Una psicoanalisi che non sia come l’economia una scienza triste, o che non sia essa stessa una economia tristissima ma una scienza gaia e magari una gaia scienza economica? Sarà possibile una simile psicoanalisi senza rigettare lo stesso Heidegger, non necessariamente un buon viatico a Nietzsche e al suo “al di là” della morale? L’opzione fenomenologica che Napolitani da ultimo ha abbracciato tende dal lato di Heidegger e del suo perenne kierkegaardismo, oppure dal lato di una Genealogia della morale che proprio in quanto esercizio genealogico svolto sul nostro mos è emancipazione da un mos che si dà infine a vedere come non nostro, come altro da noi, come qualcosa che noi non possediamo ma ci possiede?

L’ultima mail che Napolitani mi ha scritto, dopo la fine di un’analisi che per un certo tratto ha coinciso col finire dell’analista e col mio ragionare sovrastato dal commento misterioso di quella tosse acquosa e dilagante, era una citazione dall’amatissimo Dizionario di Niccolò Tommaseo. La si trova alla voce “Nostro”. Recita: “Stimando nostro quanto ci è alieno, e il nostro negligentando come alieno, sarà la nostra vita una perpetua confusione.” Ultima mail che solleva un’ultima domanda. La formulerei come segue. Si può pensare “il nostro” come vuoto, oppure come divenire puro (direbbe Deleuze), oppure come tendenzialmente improprio (direbbe Derrida)? Lo si può pensare così, proprio in quanto tendenzialmente, sperabilmente, finalmente disalienato?

Qui, in ogni caso, mi sembra si annodino tanti cammini di Napolitani, cammini solo apparentemente convergenti, in realtà sfaccettati, contrastanti, dissonanti. Qui, forse, sta il nodo che si deve snodare, se si vuole far qualcosa di questa eredità ricchissima e sfuggente, spigolosa e generosa come chi ne ha tracciato le linee, abbandonandole e riprendendole senza sosta per una vita intera.

Federico Leoni

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Diego Napolitani e  lo scarabeo  d’oro

 

«Non importa» disse alla fine [Legrand] «questo può andare»; e trasse dal taschino del panciotto un pezzo di quel che mi parve carta da protocollo molto sudicio, e con la penna vi tracciò un rapido schizzo [dello scarabeo color oro che aveva trovato.] Terminato il disegno, Legrand me lo porse senza alzarsi dalla sedia. [… Quindi]  guardai il foglietto e a dire il vero restai piuttosto interdetto di fronte a quel che il mio amico vi aveva disegnato. «Be’» dissi dopo averlo esaminato alcuni minuti «questo devo ammetterlo, è uno strano scarabaeus, e nuovo per me. Mai visto niente di simile… forse un teschio, una testa di morto è la cosa che più gli somiglia tra quante mi sia mai capitato di osservare».

                    E.A. Poe, The Gold-bug [Lo scarabeo d’oro], 1843

 

            Dopo mesi dalla morte di Diego, non mi pare ancora possibile, per me, pensare di scrivere un ricordo di lui. Credo che la ragione di questo ritegno sia stata detta da Maurice Blanchot:

L’amicizia, rapporto senza dipendenza, …, passa attraverso il riconoscimento della estraneità comune che non ci permette di parlare dei nostri amici, ma solo di parlargli.

Proprio perché Diego è stato per quarant’anni mio amico, con il quale ho goduto e sofferto del riconoscimento della nostra comune estraneità, mi è difficilissimo parlare di lui. Come parlare di Diego senza che Diego mi ascolti… e magari mi mandi a quel paese dicendo che siamo non amici ma “nemici”?

            Perché per decenni il mio rapporto con Diego è stato essenzialmente di parlare a… Quando ero suo ospite a casa sua in via Vesio, la stessa scena si ripeteva: Diego approfittava della mia presenza per PARLARE. Aveva urgenza di espormi, sempre, l’ultima versione delle sue idee. E io gli replicavo, in modo per lui di solito insoddisfacente. Voleva parlare a me? Probabilmente. Ma soprattutto voleva parlare allo Scarabeo.

            Più di una volta mi raccontò un suo sogno che risale alla sua infanzia. Sogno che aveva raccontato a ciascuno dei suoi analisti – Bernhard, Fornari (ma forse ce ne furono altri che non so). E credo a ciascuno dei suoi amici, e che poi pubblicò in un libro. Un enigma della Sfinge mai risolto. Un sogno attraverso cui Diego, mi sembra, cercava di leggere un rebus, di cui la sua esistenza è stata allo stesso tempo l’interrogazione e la risposta.

            Dico quel che io ricordo del racconto di quel sogno. Il mio ricordo non collima del tutto con la versione che lui ne ha dato nel libro “Di palo in frasca” (pp. 138-9). I ricordi, come i miti, non  restano mai stabili, scolpiti per sempre: evolvono, slittano col tempo, vanno in diffrazione come in un caleidoscopio. La versione che mi raccontò, o quella che io ricordo, o quella che lui ricordava quando me la raccontò, era più o meno questa.

Passeggia con i suoi due fratelli per una strada quasi campagnola, chiusa da mura protettive. E’ presente la Fräulein, la tata tedesca. In questo luogo murato, egli vede un piccolo e svelto scarabeo, che comincia a salir su per il muro che recinge quel luogo preservato. Lui segue lo scarabeo lungo il muretto, e quindi, a un certo punto, vede oltre il recinto… Vede, se non erro, il golfo di Napoli, o un’estensione immensa di mare e di monti, o di vulcani, irrorata da splendida luce. Di fronte a questa scena “aperta”, un terrore lo assale, torna precipitosamente nella strada e cerca di dire la sua emozione alla Fräulein e ai fratelli. Ma egli non ha più voce, dalla bocca non gli esce alcun suono… Si sveglia come da un incubo.

            Ovviamente ogni analista gli offrì un’interpretazione diversa. Quella per lui più irrilevante gli fu data da Fornari, suo “analista didatta” SPI: che quel sogno rappresentava la sua angoscia di masturbarsi. Me la riportava per esprimere un giudizio generale sul kleinismo, di cui Fornari era allora massimo interprete in Italia: che esso era “un fondamentalismo talebano”, così diceva. Ma, dopo decenni, si chiedeva ancora come leggere quel sogno. E chiedeva a me, anche, di leggerlo.

            Non lo interpretai. Però, a un suo compleanno (l’ottantesimo?) gli portai un regalo. Avevo trovato su una bancarella un bel scarabeo di ferro, lo comprai. Diego lo accettò sorridendo. Ma come d’incanto, una volta presolo in mano, lo scarabeo si spezzò. Forse il ferro non era di buona qualità. Comunque il regalo fallì. L’interpretazione fallì.

             Prima di dire come vedo io quel suo essere interrogato, per tutta la vita, da quel sogno, voglio dire qualcosa su come Diego mi è stato amico.

 

* * *

            Conobbi Diego verso il 1972. Ero studente in psicologia a Parigi, e seguii in quella città un congresso internazionale, alquanto pomposo, sulla cura delle psicosi, nel quale furono invitati campioni – nel doppio senso del termine – di vari paesi. Gli italiani convocati furono Basaglia e Napolitani; allora anche in Francia Basaglia era famoso. Basaglia non venne e invece mandò una lettera provocatoria, nello stile sessantottesco allora obligé, di denuncia di quel convegno stesso come psichiatria repressiva. Diego invece venne, e parlò delle proprie esperienze nelle due comunità per psicotici da lui create, prima Villa Serena e poi la Comunità Omega, entrambe a Milano. Benché il suo francese fosse stentato, si fece apprezzare dall’uditorio, e anche da me, che dopo andai a parlargli chiedendogli di fare uno stage nella sua Comunità.

In effetti andai a Milano a parlargli un paio di volte. Dopo di che lui – con mia grande sorpresa – mi propose di tenere un seminario a Milano, per mesi, su Lacan. Ero un neo-laureato di 25 anni, e volendo trasferirmi in Italia accettai. Fu l’occasione per lavorare sia alla Comunità Omega sia nell’ambulatorio che aveva lo stesso nome, per alcuni anni. Negli anni 70 Diego fu mio supervisore. Considero lui, assieme ad Elvio Fachinelli, il mio maestro in clinica psicoanalitica. E i nostri ventuno anni di differenza di età ne facevano il mio “padre psicoanalitico” ai miei occhi.

            Diego mi disse che tempo addietro era andato da Basaglia a parlargli, ma il padre della 180 andò presto su tutte le furie – cosa che gli era alquanto abituale (nel 1972 avevo fatto uno stage di un paio di mesi all’ospedale psichiatrico di Trieste che allora Basaglia dirigeva, e lo conobbi bene come persona). In effetti Diego intendeva costruire luoghi che veramente curassero gli psicotici, insomma istituzioni terapeutiche; Basaglia invece intendeva soprattutto distruggere ogni tipo di istituzione psichiatrica, per cui identificava il curare gli psicotici – compito che lui riconosceva come proprio – allo smantellamento non solo dell’ospedale psichiatrico ma anche di qualsiasi struttura curante in quanto “struttura” (pensava insomma che la distruzione delle istituzioni curanti fosse la vera cura).

            Cercare un’alleanza con Basaglia, assumere uno studentello parigino con poca arte e poca parte per far spiegare Lacan ad analisti ben più anziani e navigati di lui (tra cui l’amico Gino Pagliarani), sono due esempi della straordinaria apertura di Diego. Lui osava.

Siccome allora l’influenza basagliana era al suo zenith, da più parti si diceva che la Comunità Omega era repressiva, “si legano i malati al letto!” Era vero, la mano di alcuni pazienti particolarmente agitati veniva legata con una fascetta a una sbarra del letto prima che andassero a dormire. Mi si spiegò che erano loro stessi a “volere essere contenuti”, che se si fossero alzati avrebbero svegliato gli altri pazienti, ne sarebbe seguito il caos.

Proprio in quel periodo Diego mi raccontò la sua esperienza più traumatica – diceva – di tutta la sua vita professionale. Giovane psichiatra acceso dal progetto di “liberare i matti dalle loro catene”, aveva appena preso servizio in non ricordo più quale reparto psichiatrico. Là vide un malato legato saldamente con cinture al letto. Diego, indignato, ordinò subito agli infermieri di liberarlo. Il capo-infermieri cercò di dissuaderlo: “sa, dotto’, è uno molto depresso…” Niente da fare, il poveretto venne liberato dai suoi ceppi.

            La notte dopo Diego fu chiamato d’urgenza: quel malato si era strappato i testicoli con le proprie stesse mani. Mi descrisse con tono ancora inorridito la scena che allora vide: quei testicoli sanguinanti buttati in una rozza bacinella, la ferita orrenda dell’uomo, il quale umilmente si scusava col “dottor Napolitani”… “Insomma – concluse Diego – mi aveva gettato i suoi coglioni in faccia!”  Interpretazione folgorante, convincente. Dopo anni, il ricordo di quella tragica irrisione della sua ingenuità lo turbava ancora.

            Quella storia mi mostrava che gli psicotici, di solito, non sono politicamente corretti.  Alcuni sono anche odiosi, e soprattutto hanno bisogno spesso proprio di quelle cose che noi odiamo per loro e per noi stessi: essere dominati, “essere contenuti”, essere amati ma anche far di tutto per essere esclusi. Non basta liberarli dalle loro catene, come pensavano i basagliani, occorre liberarli anche dai loro demoni – e questo è molto più difficile.

 

*    *   *

Ripensando agli interventi di Diego alla Comunità Omega, di cui all’epoca Sabba Orefice era direttore, oggi capisco che già allora si stesse allontanando dalla psicoanalisi. La sua idea di fondo era che la psicosi è un prodotto della famiglia, ma non di una famiglia elaborata simbolicamente come in Freud (e tanto più in Lacan), ma della famiglia come intreccio tra madre, padre, fratelli, sorelle, zii, zie… diciamo ‘reali’. Da qui la sua (effimera) convergenza con le teorie sistemiche della famiglia, incarnate da Mara Palazzoli Selvini: siamo il prodotto non dell’Edipo, di un mito strutturale, ma della famiglia telle quelle in cui abbiamo avuto la ventura di nascere e crescere.

            Per questa ragione, negli anni ‘70 apprezzò molto un libro di Morton Schatzman intitolato La famiglia che uccide (titolo originale: Soul Murder. Persecution in the Family). Era uno studio sul famoso libro autobiografico del presidente Schreber in cui l’autore inglese cercava di dimostrare in modo puntiglioso che tutti gli elementi fondamentali del delirio di Schreber erano raffigurazioni iperboliche, spesso ironiche, dei metodi educativi che il padre di Schreber aveva promosso. Questi metodi erano stati illustrati in una serie di libri, oggi classici della pedagogia nei paesi di lingua tedesca e russa. Morale: la psicosi di Schreber fu un effetto quasi diretto dei principi pedagogici “fascisti” del padre celeberrimo. A Diego piaceva quel libro perché in fondo per lui i nostri problemi provengono non dal Padre e della Madre con le maiuscole, ma dalla nostra relazione con quei poveracci concreti che sono papà e mammà.

           E difatti rigettava il sound and fury anti-istituzionale dei basagliani dicendo: “Vogliono liberare i pazienti dal manicomio. Ma rimandandoli nel manicomio peggiore: le loro famiglie.” Di questo poi se ne resero conto gli stessi basagliani, che hanno puntato sul limbo delle case-famiglia, e simili.

           Ovviamente Diego distingueva il modo in cui un soggetto vede un genitore da quel che questo genitore, per altri versi, è. Eppure egli pensava che anche se certe madri descritte dalle loro figlie come streghe forse non erano così cattive come venivano descritte, avevano comunque instaurato una pessima relazione con le loro figlie. Per lui “la relazione” era essenziale – ma relazione di un bambino con quella madre. Certamente, la sua sofisticazione heideggeriana gli faceva dire che le persone concrete erano Dasein, esserci: quella madre non era solo un seno kleiniano, ma un fascio di intenzionalità. Ora, per la psicoanalisi che chiamerei ‘pura’ l’altro – ad esempio l’analista – non vale per la sua intenzionalità, per il suo essere “soggetto” o “persona”, ma come mera ripetizione. E’ la base stessa della teoria freudiana del transfert (che non a caso Diego rigettava insistendo invece sulla “relazione”): che il soggetto in analisi non vede affatto la signora o il signore analista come soggetti intenzionali, ma come quel padre, quella madre, quel fratello …, che non sono persone ma direi funzioni. Per Freud l’intersoggettività è continuamente sviata dal copione inconscio che nelle nostre vite nevrotiche o psicotiche si ripete senza posa, non intenzionalmente.

Comunque Diego andava oltre: la relazione tra soggetti, a cominciare dai soggetti cuciti tra loro nella famiglia, è costitutiva della soggettività di ciascuno; ma questa relazione non dipende da una forma precostituita, per esempio dal Nome-del-Padre, ma relazione tra individui distinti dalle proprie “intenzionalità”.

Insomma, quel suo approccio di allora alla psicosi preannunciava la sua focalizzazione sulla gruppoanalisi: in un gruppo, in effetti, non si ha a che fare con l’Altro (o almeno così pare), ma con tanti altri più o meno significativi, che con le loro parole e reazioni ci riportano al teatro familiare da cui discendono le nostre grandezze e miserie. “Il noi – diceva – viene prima dell’io”. Vedeva l’analisi, insomma, come un atto politico, anche se in miniatura.

Una volta, nei primi anni della nostra conoscenza, mi disse sconsolato: “Ho avuto sempre la passione di impegnarmi nel sociale. Ma con politici e burocrati si costruiscono solo castelli di carta.” Pensò un’analisi ‘politica’ che non si risolvesse in castelli di carta.

Lo so che molti amici e allievi di Diego non condividono affatto questa mia ricostruzione del suo pensiero. Personalmente però credo che, in generale, un’impostazione fenomenologica – come è stata, sempre più, quella di Diego – proprio nella misura in cui insiste sull’intersoggettività, di fatto finisce col dare un valore eziologico forte se non all’altro soggetto, comunque alla relazione concreta – gli anglofoni direbbero actual – tra soggetti diciamo ‘reali’.

Ad esempio, qualche anno fa, discutendo con lui, gli confidai che non mi convinceva affatto la classica interpretazione psicoanalitica, la quale dava un’importanza decisiva al tipo di madre dell’autistico, “la madre frigorifero”, non-empatica, ecc., per lo sviluppo dell’autismo. Gli dissi che mi convinceva di più il nuovo approccio, ispirato alle neuroscienze, e in particolare la teoria di Gallese (che poco dopo Diego lesse con grande interesse), che faceva dell’autismo un modo di essere-nel-mondo originario, diciamo innato. E incautamente aggiunsi: “con l’autistico la madre non c’entra niente”. Diego prese la palla al balzo per dire: “Certo, la madre non c’entra niente! Ed è proprio perché non c’entra niente – non ha rapporto col figlio – che il bambino diventa autistico!” Mossa da maestro, da parte di Diego. Era riuscito a utilizzare la mia stessa espressione per confutarne il senso. Tanto di cappello. Ma questo conferma come Diego, nel fondo, fosse rimasto fedele all’impostazione che già mi aveva colpito alla Comunità Omega: che i genitori – in particolare la madre, nel caso dell’autismo – sono non solo parte in causa, ma direi causa, anche se non unica, della sofferenza del soggetto. Per Diego, è proprio perché la madre dell’autistico rifiuta di essere “causa” della vita mentale del figlio, che produce come effetto il suo autismo.

 

*    *    *

In quel discorso a Parigi grazie a cui l’avevo conosciuto, Diego aveva parlato di rischio di pantanalisi. Ovvero, analisi panta, di tutto, si analizza qualsiasi cosa; il pantano è quello in cui ci si ritrova analizzando tutto in una comunità. Oggi capisco che, con quel gioco di parole, denunciava un certo stile kleiniano, in cui pure si era formato, che all’epoca si esaltava in una sorta di vis iper-interpretativa. Il modello era quella sorta di traduzione simultanea in “inconscese dialetto kleiniano” di cui Melanie Klein fornì il modello analizzando il piccolo Richard: il pargolo le parlava terrorizzato delle ben realistiche bombe tedesche che gli cadevano attorno, ma per la Klein le sue parole erano tutti simboli, da interpretare in termini sessual-edipici. Diego, che stava consumando il suo distacco da Fornari e dal kleinismo ortodosso, aveva capito la fragilità della mitraglia interpretativa kleiniana.

            In cerca di qualcosa di nuovo, voleva capire Lacan, e allo stesso tempo si interessava alla teoria sistemica di Bateson e Watzlawick, che gli analisti rispettabili hanno sempre considerato una sgangherata rivale. Molteplici scarabei gli indicavano percorsi evasivi dalla sua matrice kleiniana-SPI.

            Un’ apertura mai venuta meno con gli anni. Mi impressionava la sua inquieta fame di idee che lo portava a divorare tante cose e tanto diverse: la fenomenologia, le teorie della complessità, le neuroscienze, la biologia ripensata da Telmo Pievani, i neuroni specchio e la neurofenomenologia di Varela e Gallese…  Pochi mesi prima di morire mi disse di aver scoperto Henri Bergson. Il suo motto avrebbe potuto essere, parafrasando Terenzio, “cogitans sum, cogitati nihil alienum a me puto”.

           Insomma, Diego non cessava mai di desiderare. Voleva… di più.

Diego ha scritto contro il concetto freudiano di “pulsione” (Trieb), ma gli dicevo che non ero d’accordo se non altro perché quel che era bello di lui, quello che ci piaceva a tutti, era proprio la sua pulsionalità, il suo essere paradigma vivente di un eterno desiderio – di altro – in senso freudiano.

 

 

*     *    *

            Anche se, secondo me, questa apertura pulsionale non lo portava a battere la porta di certi altri. Federico Leoni nel suo “Ricordo” si interroga tra le righe (se l’ho capito bene) sul perché Diego non abbia mai incontrato un pensiero che avrebbe dovuto essergli affine, quello di Lacan, non foss’altro che per la comune vicinanza a Heidegger.

Alcuni anni fa, gli consigliai di leggere il seminario di Lacan L’etica della psicoanalisi. Lo lesse, mi parlò di certi aspetti del libro con fastidio ma di altri con interesse. Lo aveva colpito, nel Seminario, il riferimento che Lacan fa, riprendendo Freud, al Not des Lebens, ai bisogni vitali. Ora, il tema del Not des Lebens non è tra gli spunti lacaniani che abbiano avuto seguito. Ma mi chiedo se Diego – pur avendo preso decisamente la strada di una fenomenologia spiritualista – non abbia colto in brani apparentemente marginali di Lacan qualcosa che tracimava fuori sia dal sistema di Lacan che dal proprio: ovvero, l’opaca persistenza del bisogno, le urgenze della vita di cui solo parzialmente la psicoanalisi viene a capo dando loro logos e segno.

Certo l’incontro con Lacan non poteva prodursi perché quest’ultimo si interessava essenzialmente a una teoria del soggetto in quanto trascendentalmente formato e assoggettato dal logos; mentre Diego tendeva a risolvere la specificità del soggetto nelle relazioni intersoggettive. Diego era attratto non dalla solitudine di fondo di ciascuno di noi, ma dai “molti attorno a me”.

            L’intersoggettività, appunto. Avendo seguito la sua evoluzione per tanti anni, mi sono fatto l’idea che la centralità per lui dell’intersoggettività, articolata con gli strumenti raffinatissimi di Husserl e della Daseinanalyse, esprimesse comunque qualcosa di personalissimo: il suo piacere di stare con tanti altri. Il suo “volersi impegnare nel sociale”, frustrato dopo la chiusura della comunità Omega alla fine degli anni ‘70, si transustanziò nella gruppoanalisi.

            Anni fa, intervistandolo per una rivista, dopo che mi ebbe spiegato i concetti basilari della gruppoanalisi, gli obiettai: “Ma tutto questo che dici potrebbe valere anche per l’analisi individuale. Perché dai tutta questa importanza al gruppo?” E lui mi rispose decisamente: “Preferisco fare gruppi perché con i gruppi mi diverto di più”. E non è questa la ragione ultima delle nostre scelte estetiche, filosofiche, politiche, psicoanalitiche? Non cerchiamo parole e atti che possano far partecipare altri al nostro personalissimo modo di divertirci?

            L’incontro con Lacan non ci fu perché Diego non ha mai apprezzato quel che poi si è convenuto chiamare il post-strutturalismo francese. I famosi esponenti di quella stagione – oltre Lacan, Derrida, Barthes, Foucault, Althusser, Deleuze, Baudrillard, Kristeva, ecc. – gli rimasero sempre estranei. Strano che Diego, conquistato dal pensiero di Nietzsche e Heidegger, non si sia mai interessato a Foucault per esempio, che ha costruito una visione storica – oggi così popolare – improntata fondamentalmente a Nietzsche e Heidegger. E così, gli piaceva il modo in cui Vattimo leggeva Nietzsche ed era indifferente alla lettura, per molti versi benpiù radicale, che ne faceva Deleuze.

Questa sua permanente diffidenza nei confronti del pensiero francese post-fenomenologico spiega, in parte, la nostra mancata convergenza intellettuale, mancanza di cui egli era, oltre che irritato, sorpreso. Non che io mi inscriva più nella post-fenomenologia francese; come Diego, non so restare fedele a chi mi ha formato, sempre devo aprire brecce nella gabbia dorata della mia cultura di allevamento. Ma ammetto che la post-fenomenologia (nome che preferisco a post-strutturalismo) è stata la mia Bildung, il mondo in cui mi sono formato, così come il kleinismo lo fu per Diego. Lui, indifferente alla cultura parigina degli anni 60-80 – come estraneo, peraltro, alla epopea francofortese (Benjamin, Adorno, Horkheimer, Habermas) – preferì invece divertirsi con Wilfred Bion. In questo modo, rimase in segreta sintonia con la cultura SPI, e in particolare con quella discendenza fornariana (Fornari fu il primo a portare Bion in Italia) da cui voleva per altri versi assolutamente dissociarsi.

E’ vero che Diego non leggeva Bion come post-kleiniano. Ma questo è il dramma di chi (come Diego o me) è a disagio con i propri maestri viventi. Perché, come ricorda Paolo Tucci, occorre servire non i propri maestri, ma la vita. Purtroppo il nostro non servire i nostri “maestri” non impedisce affatto che la loro presenza continui a guidarci come un’ombra; non basta l’abiura per liberarcene. Non saliamo sul treno che i maîtres fanno passare su rotaie, ma noi stessi non possiamo far a meno di viaggiare su quelle rotaie.

Ora, pur ammirando io certi aspetti di Bion, mi sono sentito sempre estraneo al suo mondo perché lui resta saldamente ancorato, secondo me, alla cultura empirista britannica (da qui l’importanza in Bion di una teoria del pensiero, dell’”apprendere dall’esperienza”). Io non mi divertivo molto con Bion, Diego ne s’amusait pas con i parigini. (Quando glielo dissi, mi rispose ridendo che ero rimasto alla Guerra dei Cent’Anni…) Da qui il paradosso: nel corso del tempo ci siamo interessati agli stessi pensatori, abbiamo avuto “cotte” per gli stessi personaggi e gli stessi movimenti, coglievamo entrambi l’importanza di certi approcci (ultimamente, aspetti delle neuroscienze)… eppure non ci incontravamo. O meglio, ci intersecavamo continuamente, magari urtandoci con qualche piccola escoriazione, ma seguendo percorsi diversamente idiosincratici. Leggevamo da due angolazioni diverse stesse cose che ci seducevano.

            Alla fonte di questa eterogeneità – che rendeva particolarmente pepata la nostra amicizia – c’è però qualcosa di più profondo di due diverse formazioni culturali. Due episodi lo mostrano.

            Diego, se non erro, incontrò una sola volta Bion e una sola volta Lacan. E ripeteva che mentre l’incontro da ascoltatore con Bion lo affascinò, quello con Lacan lo deluse. Quel che lo colpì, allora, di Bion, fu la sua ironia nei confronti dei “bioniani”. Bion parlava del “satanic jargon“ della psicoanalisi, del suo fastidio per quel “bionese” allora –soprattutto in Italia – dominante. Diego vide in Bion il campione dell’anti-bionismo.

            Quando incontrò Lacan, gli si presentò dicendo “sono amico del suo allievo Jean Oury”. Questi era il direttore dell’allora mitica Clinica di La Borde; lacaniano convinto, da molti anni in analisi con Lacan. La reazione di quest’ultimo fu: “Mio allievo? Ma io non ho allievi. Non ne ho mai avuti!” Diego si sentì offeso da questo schernirsi. Sapeva che Lacan aveva dedicato la vita a formare una scuola; e in effetti, quando si separò dall’IPA chiamò la sua società Scuola Freudiana di Parigi. Diego si indignò per questo diniego di magistralità.

            Quando mi raccontò i due episodi, gli feci osservare che però Bion e Lacan, in modo diverso, avevano detto qualcosa di molto simile. Entrambi avevano preso distanza dal loro “esser maestri”. Cosa poteva spiegare quindi, in Diego, due reazioni così opposte? Un pregiudizio positivo nei confronti di Bion, e un pregiudizio negativo nei confronti di Lacan, gli avevano fatto vedere un senso antitetico in due rinnegamenti paralleli? Ma credo che ci fosse qualcosa di più intimo.

            Esser maestro, avere allievi, era qualcosa per Diego essenziale come l’aria. Una cosa è criticare gli allievi troppo secchioni – quindi degeneri – altra cosa era dire “non ho allievi”. Voleva essere sempre, e ancora, e ancora una volta, padre (ha avuto cinque figli nell’intervallo di oltre cinquant’anni, una paternità sempre aperta). Dire “non ho allievi” – come gli ritorse Lacan – per lui era come vantarsi di non essere nessuno. E questa, credo, è la ragione principale della nostra amichevole non-convergenza: io non ho mai puntato a essere maestro – e quindi, non ho mai voluto essere seguace di alcuno. Maestro nemmeno per rimproverare poi i seguaci – come accade spesso – di essere stupidamente e banalmente “seguaci”. Come gli dissi una volta, io sono un po’ come il fool shakespeariano. Un matto e buffone che non cessa di ricordare al re le sue passioni e cecità, e che poi, fedele a questo re, assieme a lui ne subisce la rovina. Non re né suddito, fool.

Perché dietro la sua passione per i gruppi, emergeva il suo bisogno di una famiglia – propria. La SGAI fu cosa familiare, un po’ come erano familiari certe botteghe artistiche del Rinascimento – quella dei Bellini a Venezia, o quella dei Carracci a Bologna. La SGAI è stata a lungo la bottega dei Napolitani Brothers, un fratello a Roma l’altro a Milano. Entrare nella bottega SGAI significava quindi accettare regole e stili familiari. A Milano, accettare completamente il pensiero e la pratica di Diego. Perché Diego era apertissimo all’esterno, ma geloso della sua autorità all’interno. Nutriva grande ammirazione per molte persone viventi – purché non fossero analisti. A parte il tipo di analisi di alcuni morti – come Bion, Francesco Corrao – il solo tipo che lui apprezzasse era il proprio. Questo forse spiega il suo mancato incontro con altri gruppo-analisti di rilievo, come René Kaës.

Tutto sembrava già delineato dal sogno dello scarabeo. Come nella strada con muretto, ora gruppo-analisi, c’erano sempre lui e il fratello e collega Fabrizio; e al posto della tata tedesca, la SGAI. Un nido in cui si sentiva benissimo. A differenza del fratello Fabrizio, poliglotta che era emigrato in vari paesi di vari continenti, a Diego piaceva stare in Italia, che considerava – me lo confidò – l’unico paese in cui gli piacesse viaggiare. Ma da questa italianissima strada ogni tanto emergeva qualche scarabeo che lui era tentato di seguire… E quindi il contatto con un’area immensa e affascinante, ma che proprio per questo gli avrebbe tolto la parola. Perché il suo godimento era parlare, con quella sua voce dal timbro così autorevole, dalla grana così persuasiva, di cui Leoni ha parlato in modo così perspicuo nel suo “Ricordo”. Parlare. Parlare alla tata, parlare ai “suoi”, per dir loro che fuori c’è un mondo vasto e bellissimo – ora illuminato dal sole della filosofia – ma allo stesso tempo minaccioso. Mondo in cui è terribile entrare,  uscendo. Impiegare la vita per riuscire a dire quello che non si può dire, quell’Altro, quel “fuori” da ammirare come impossibile.

Da qui la doppia tensione che me lo rendeva allo stesso tempo amico e lontano. Un impulso verso la Famiglia, anche se allargata a tanti figli, fratelli e sorelle; e un altro impulso che lo portava verso la vasta e penosa impossibilità del dire.

Diego è stato importante per me. Perché è stato uno dei miei maestri, ma anche perché in lui vedevo un mio simile che, come me, voleva seguire lo scarabeo. Il quale però, poi, come nel racconto di Poe, porta a un tesoro nascosto, ma anche a un teschio.

                                                           Sergio Benvenuto

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                        Alcune note di gratitudine a  Diego  Napolitani

  PREMESSA   

           L’ invito di Paolo Tucci Sorrentino a ricordare Diego Napolitani, in vista del numero della rivista che la nostra Società – la  SGAI – gli dedicherà, mi ha portato a rileggere, in questi ultimi due mesi, molti suoi lavori con interesse rinnovato, curiosità affettuosa, molta gratitudine, e, per quanto attiene il pensiero di Diego degli ultimi  anni, talvolta con qualche perplessità. Gli scritti che hanno maggiormente “informato” questo ricordo sono riportati in conclusione.

 

IL “MIO DIEGO”

Ho conosciuto Diego Napolitani ai Seminari di Psicoanalisi e Filosofia di Torre Pellice del 1981/1982, in uno di quei “laboratori che contribuirono alla decostruzione dei fondamenti sicuri sia della psichiatria che della psicoanalisi”.

In realtà avevo già letto gli atti del Seminario di Psichiatria di comunità e Socioterapia, che egli  aveva organizzato a Milano nel 1970, editi allora dalla

Rivista Minerva Psichiatrica e Psicologica. Vi parteciparono persone veramente fantastiche e, tra i tanti, ricordo P.C. Racamier e S. Resnik che, con Diego, mi sono stati maestri nella professione e nella vita, maestri con i quali ho avuto la fortuna di lavorare.

Io venivo dall’esperienza “colta” e innovativa di psichiatria di comunità intrapresa a Reggio Emilia da Giovanni Jervis negli anni ’70; l’incontro con Napolitani fu allora determinante per l’evoluzione critica del mio modo di pensare e di operare.

In realtà la mia prima cura personale, quella di gruppo con Diego, una lunga esperienza di supervisione con lui anni dopo – e quella altrettanto importante con il Dottor Cofano – segnarono il mio interesse primario per il lavoro con e nei gruppi, sia come psichiatra che come analista. Queste esperienze mi portarono poi ad aderire alla SGAI  negli anni ‘90.

Posso dire quindi che la percezione gruppo-analitica e Diego Napolitani

hanno fortemente colorato non solo il mio modo di operare ma anche di stare al mondo.

Napolitani fu un vero “temerario” che esplorò, ed insegnò ad esplorare, territori di frontiera che ben pochi psicoanalisti e psichiatri esploravano in quegli anni e, ahimè, nemmeno ora.

La psicoanalisi accademica italiana, al contrario di quanto – seppure in forme minoritarie – avveniva in Inghilterra e in Francia ma anche negli USA, poco  contribuiva allo sviluppo di modelli “pensati ” nella cura dei pazienti gravi e nella cura necessaria delle istituzioni e dei gruppi di cura (poi chiamati équipes). Ricordo tra i pochi in Italia allora, oltre a D. Napolitani, Massimo Ammaniti a Roma, il gruppo veneto dell’ASVEGRA con Fasolo, Nose, Di Marco, Dalla Porta e Ferlini; e soprattutto il gruppo pavese con De Martis, Petrella e poi Eugenio Torre, Barale, Vender, Bezoari, Caverzasi e Antonino Ferro.

Si trattava della Terapia Istituzionale, che proprio in quel Seminario del 1970 fu presentata in Italia e che mi portò poi a lavorare con P.C. Racamier al 13° arrondissement a Parigi ed a Besançon  alla Velotte.

 

Napolitani mi ha poi insegnato a “lavorare per una forma sempre più articolata di comunicazione”, perché il dia-logo, ossia verbo che passa attraverso, ponte che collega due sponde del fiume, non è centrale solo per la cultura gruppo-analitica, ma lo è anche per una vita umana libera dagli ideologismi delle verità a priori e  autoreferenziali, e curiosa e  rispettosa per “l’altro da noi”.

Napolitani venne più volte a Savona per Seminari e Convegni e partecipò generosamente al mio libro La Bottega della Psichiatria[1].  Ricordava allora a me ed ai miei colleghi che “noi siamo degli operatori che abitano i territori di frontiera, dobbiamo essere come quei temerari sulle macchine volanti (il termine era di Luigi Cancrini) che attraversano diversi saperi” .  Diego mi ha insegnato a  recuperare quella debolezza che è stata spesso la nostra sofferenza (essere i “deboli” della medicina come i nostri pazienti, essere i deboli rispetto ai saperi psicoanalitici, filosofici, sociologici, biologici, psicologici) ma anche l’originalità e la bellezza del nostro  lavoro che – e questo me lo ha insegnato soprattutto lui – ci porta a metterci in rete con tanti “altri da noi”, a dia-logare appunto, ad imparare cose nuove per meglio operare, in modo flessibile, adattabile, rimodellabile rapidamente a seconda dei contesti di cura e di vita.

A  proposito poi del modo di prendersi cura dei pazienti anche più gravi, ricordo che Diego  metteva  a confronto i concetti di “prevedere con” e di “provvedere a”:

“Prevedere con, modifica una capacità di vedere ciò che è davanti a se stessi e in termine di sviluppo temporale dell’evento, all’interno della gestione della propria personale esistenza, mentre provvedere( o la provvidenza) indica pensare di distinguere le cose a favore o al posto di qualcun altro”[2].

 

Questa sua indicazione ancor oggi mi accompagna, nell’operare sia come psichiatra che come gruppoanalista, ricordandomi sempre il rischio seducente dell’arbitrio provvidenziale.

 

Come egli scriveva in “Dalla cultura dell’errore ad imparare ad errare”: sono così “condannato ad essere uomo nella sua irriducibile incompiutezza  conoscitiva e quindi nella sua inesauribile creatività”, condannato, se voglio mantenermi umano, al dia-logo verso nuove esperienze, ma partendo dalle matrici in cui sono stato, sono e sarò iscritto e che continuamente tenderò a travalicare, non essendone prigioniero.

Per me questa prassi è  ancora piacevole come quando iniziai a praticare come medico, a 24 anni, nel 1971.

A questo modo di pensare e di operare, a questo dono, ha contribuito non poco  Diego Napolitani.

Egli, così come P.C. Racamier, mi ha insegnato a guardare ai luoghi di cura (comunità terapeutiche, Centri Crisi,  servizi  per adolescenti e per pazienti affetti da DCA, ambulatoriali e soprattutto residenziali, strutture che ho attivato negli anni in cui a Savona ho diretto il Dipartimento di Salute Mentale) come a delle strutture di frontiera, a “sistemi relazionali” (sono parole di Diego) non solo da organizzare e gestire ma per imparare a  conoscere”, veri setting di cura rapportabili a quelli psicoanalitici, se li sappiamo leggere,  valorizzare; spazi fisici e mentali dove mi è stato possibile sperimentare per anni il contributo della cultura gruppoanalitica nella terapia istituzionale

 

Così “il divertimento” di cui ha scritto Diego Napolitani è stato possibile ed è stato spesso possibile creare con gli operatori ed i pazienti dei buoni oggetti di cura. Nelle nostre terapie riuscite “il prendersi cura” era animato dal pensiero, da matrici benevole, di grandi maestri come Resnik, Racamier, Jammet, Ciompi, Pommerau e Diego Napolitani, al quale anche per questo  penso con affetto e gratitudine.

Per rispetto a lui devo dire che, a mio avviso, egli  andò via via allontanandosi da questo serrato confronto con la clinica, dal dialogo, che deve essere continuo, tra ipotesi teoriche che si sviluppavano nella Società Gruppoanalitica Milanese e non solo, e la pratica clinica che si fa esperienza proprio come Diego ne scriveva nel lavoro del 2000 sopracitato : “Ex – periri…tento, provo, assaggio….. per cui esperienza è ciò che risulta da un tentativo, dal contatto con un non-so-ancora… che apre ad un errare vitale”.

I suoi pensieri, ma non poche delle diatribe della nostra Società (SGAI), così lontane dal mio mo(n)do clinico, non poche volte mi sono apparsi come quei “Gruppi Marmorei” che Diego aborriva e che mi aveva insegnato a fiutare, per non restarne pericolosamente affascinato e pietrificato a mia volta.

La curiosità si è fatta troppo spesso certezza, Diego è diventato, suo malgrado – ne sono certo suo malgrado e credo dolorosamente – talvolta un “gruppo marmoreo”.

Noi siamo clinici, e da lì parte ogni nostra analisi: non siamo filosofi, sociologi, etc., anche se attraversati da questi molteplici saperi, come sopra ricordato; perdere questa dimensione facilita la perdita della nobile Prassi, così come la intendeva Antonio  Gramsci  ed anche ad esempio Popper, sintesi di teorie utilizzabili, ma anche via via modificabili, per noi  proprio nell’ incontro,  nell’esperienza relazionale con i pazienti, singoli e gruppi, e con le istituzioni di cura.

Ecco, quel particolare “Reale”, che per noi sono anche la clinica ed i nostri pazienti, sembra talvolta scomparire ed allora la relatività delle nostre soggettività, delle nostre gruppalità interne, non più dialoganti con il mondo che è fuori di noi, rischia di divenire – come scrive Antonello Correale, nel commento al lavoro di Diego nel testo “La Clinica Istituzionale in Italia”[3] – “una nuova droga, altrettanto sofisticata di quelle già esistenti”.

Correale scrive ancora “reale è ciò che sta fuori di noi, l’altro, la natura, il mondo nella sua infinita complessità e segretezza. È importante che la psicoanalisi si apra a questo reale ed utilizzi i suoi potenti strumenti per allargare la nostra sfera di conoscenza sul mondo degli esseri umani nelle sue parti ancora sconosciute”.

 

Il mio “gruppo interno Diego” resta quindi  quello dello scienziato temerario e colto, del fine clinico che sostenne non di rado grandi solitudini creative ma si negò la sicurezza di matrici gruppali fisse ed asfittiche .

In conclusione, mi  sembra che ancora oggi la mia “gruppalità Diego” abbia a che fare con la curiosità, la critica scientifica serrata, abbia a che fare con l’empatia il rispetto ed il  divertimento “leggero” nel vivere e nell’operare.

Essere insomma come il “cavaliere del secchio” di Kafka, di cui così scrive Calvino[4]:

 

“Uscire alla ricerca d’un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quiete di cavaliere errante …. al semplice dondolio del secchio vuoto…. ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto ed anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto sostegno di privazione e desiderio e ricerca…. apre la via a riflessioni senza fine “

Antonio Maria Ferro


[1]D. Napolitani :” Gruppi, Gruppalità, l’individuo dentro, di fronte e attraverso il gruppo” in La Bottega della Psichiatria, a cura di A.M. Ferro e G. Jervis (Torino: Boringhieri, 1999).

[2]D. Napolitani: “In quali fondamenti si costituisce la relazione clinico psicologica” , V° congresso nazionale SIPS, Roma 1988

[3]D. Napolitani :” Ricordi e prospettive di uno psichiatra e psicoanalista degenere” e il Commento di Antonello Correale in La Clinica Isituzionale in Italia, a cura di G. Di Marco e F. Nosè(Milano: Franco Angeli).

[4]I. Calvino, “Leggerezza”, Lezioni Americane (Milano: Garzanti, 1988).

 

 Diego 45anni

Dal 2004 fino alla morte, Diego ha partecipato assiduamente, e con molto entusiasmo, al gruppo di discussioni cliniche a Roma, promosso dall’associazione costituitasi poi come Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi. Tutti gli amici e colleghi di questo gruppo lo hanno sempre molto apprezzato per la sua grande apertura mentale, per il suo desiderio di ascoltare discorsi e persone con formazioni del tutto diverse dalla propria, e per i suoi generosi interventi, mai polemici, sempre volti ad un confronto pieno e sincero con i diversi approcci clinici. La sua gentilezza e disponibilità saranno rimpiante a lungo dagli amici e colleghi del gruppo.

Ha collaborato al nostro JOURNAL OF EUROPEAN PSYCHOANALYSIS con un saggio clinico, “Fabiana’s Case” in JEP, n. 21 (2005/2), pubblicato in http://www.psychomedia.it/jep/number21/garofalo.htm.
Seguirono alcuni commenti scritti a questo suo testo clinico, poi pubblicati nello stesso numero di JEP, commenti che non nascondevano anche critiche e riserve al suo approccio. Eppure Diego non ha mai risposto con disappunto, dispetto o delusione a questi testi; anzi, ha ringraziato caldamente gli intervenuti e non si è opposto affatto alla pubblicazione dei loro commenti. Una testimonianza di apertura di spirito, di tolleranza e di convivialità che non trovano sempre riscontro, ahimé, nelle cerchie degli analisti.

Gli amici che l’hanno conosciuto, amato e apprezzato

NON M’ARRENDO

No, non m’arrendo.
Sono uomo
Fino in fondo.
Ho saldato
Lottando, piangendo,
fallendo,
ogni mio debito
di vita,
ed è vittoria
sperare ancora.

Ho pagato
Fino all’ultima goccia
Di sangue di me stesso
E non ho niente
Che non mi sia conquistato.
Anche lo sfuggente
Desiderio di vivere.
Hanno adesso
Un senso le mie lacrime,
ed è gioia resistere.

Resta ancora
La lotta per la morte,
questa oscura
nemica, così vile,
gratuita,
falsamene naturale.

Non portate
Fiori un giorno
Alla mia tomba.
Se lottate e vivete
M’avrete ricordato
Uomo tra gli uomini.

Diego S. Garofalo

Diego Garofalo

Psicologo e psicoterapeuta, era Docente-Didatta della Scuola di specializzazione in psicoterapia della S.P.I.G.A. (Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppo-Analisi) di Roma. Lavorava inoltre come psicologo in un servizio pubblico per l’età evolutiva di Roma (nel Dipartimento Materno-Infantile della U.S.L. Roma-B, in qualità di Psicologo-Psicoterapeuta e di Responsabile delle Attività Psicologiche dell’Area Tutela Salute Mentale e Riabilitazione).
Aveva conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma, il dottorato in Scienze dell’Educazione presso il P.A.S. di Roma, la laurea in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova; nel 1976 aveva conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Scienze Umane e di Storia.

Ha introdotto in Italia la psicoanalisi interpersonale di Karen Horney, e innestava il tema della crescita psichica nell’operatività istituzionale con bambini e famiglie attraverso la sua attività istituzionale nel servizio pubblico.
Coniugava la sua pratica psicoanalitica con un’opera di alta divulgazione scientifica, testimoniata da vari volumi.

Dal 1994 era membro ordinario della Società Italiana di Psicologia dell’Educazione e della Formazione; e dal 1999 della Società Italiana di Psicologia dei Servizi Ospedalieri e Territoriali (SIPSOT). Membro titolare dal 1981 dell’International Association of Applied Psychology; dal 1992 dell’International Karen Horney Society; dal 1996 dell’International Association of Group Psychotherapy. Inoltre dal 1994 era “Affiliato Internazionale” dell’American Psychological Association.

E’ autore di una densa e vasta produzione letteraria. Ha pubblicato circa 70 saggi o articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali.

Tra le sue pubblicazioni a carattere specificamente scientifico:

La psicoanalisi interpersonale. Introduzione all’opera di K. Horney (CLEUP, Padova 1979)
Una psicoanalisi a misura d’uomo. Le nuove vie dei Neofreudiani
(EDUP, Roma 1995)
Analisi di gruppo
(EDUP, Roma 2001)
Crescita umana e psicoanalisi. L’autorealizzazione del Sé tra mente e società (Guerini e Associati, Milano 2004)
Riconoscimento e psicoanalisi. Lo sguardo dell’Altro e la crescita del Sé
(Borla, Roma 2006)

È inoltre autore di un centinaio di articoli di carattere giornalistico e divulgativo, oltre che di libri, tra cui:

Psicologia e scuola (Armando, Roma 1979)
Prevenzione, scuola e territorio
(Bulzoni, Roma 1981)
Prevenzione psicosociale e salute
(Borla, Roma 1989)
L’importante è essere normali. Il problema dell’integrazione del diverso nella scuola,
(EdUP, Roma 1998)
Piccolo dizionario di ansie quotidiane
(EDUP, Roma 1999)
Piccolo dizionario delle dipendenze psicologiche
(EDUP, Roma 2000)
Agenda dell’anima
(EDUP, Roma 2001)
Il male di vivere
(EDUP, Roma 2002)
La ricerca della bellezza
(EDUP, Roma 2003)
La psicologia dell’età evolutiva nelle Aziende Sanitarie. Mission, progetti, linee guida e strategie di intervento,
(Edizioni Sapere, Padova 2003)
Psicoanalisi per la pace. La scelta strategica di relazioni vitali
(Edup, Roma 2005)

Mariavaleria Medda (1940-2009)

Ogni volta che penso a Valeria, mi viene incontro l’immagine di una gran dama del Seicento o Settecento francesi. Non me la immagino vestita con gli abiti sobri dell’oggi, ma con le vesti vaporose, ampie, sontuose di quell’epoca in cui alcune signore svolsero un ruolo fondamentale nella cultura. Aprendo salotti dove brillavano ottimi parlatori e grandi scrittori, o dando vita, come Madame de Scudéry, al movimento delle Précieuses.
La avrei vista bene amica o tutrice o analista di Roxane, l’eroina di “Cirano de Bergerac”, la bella preziosa che si innamora delle parole di Cirano. E Valeria era una maestra della parola, siccome godeva nel parlar bene faceva godere chi l’ascoltava.Valeria ha scritto poco: la sua opera è stata per lo più una Festa della Parola. Anche se una parola intrisa e nutrita di tanti libri letti: Lacan, Deleuze, Foucault, la letteratura, tutto il cosiddetto post-strutturalismo francese erano passati attraverso di lei transustanziandosi nella sua lingua così improntata all’etica del “bien dire”. Lei non enunciava solo teoricamente il primato del linguaggio: lo praticava.Un’etica del “bien dire” che non aveva nulla di frivolo o di affettato, e che anzi ha dato vita a un esempio ammirevole di “bien mourir”. Da anni malata, ha affrontato la sua malattia e morte annunciata con le armi ironiche della verità: non “se l’è raccontata”, è andata incontro al suo destino con lucidità e senso dell’humour, all’altezza degli exploits degli stoici antichi. Ogni tanto scherzava dicendo che le piaceva stupire i medici, che la davano morta già da anni, mentre lei si ostinava a sopravvivere…
A lei certamente non si applica la famosa notifica di Proust – l’incroyable frivolité des mourants. Al contrario, ha continuato ad esser seria e costruttiva fino alla fine, a lavorare a quel Forum du Bien Dire a cui si era consacrata. Non e’ un caso se una delle sue creazioni si chiami proprio Forum Lou Salomé. Il foro, appunto, dove si parla, si scambia, si declama, si protesta. E non è casuale nemmeno la scelta di Lou Salomé, piuttosto che – volendo restare tra le psicoanaliste – di Melanie Klein, di Anna Freud, di Françoise Dolto, di Karen Horney, o di tante altre: Lou, una donna in fondo come Valeria, colta e aperta a tutto, che canta fuori dal coro, affascinante, poliedrica.

Ho l’impressione che con la scomparsa di Valeria sparisca un’epoca, una forma di vita, un’etica della parola colta e raffinata, un’arte del “bien vivre”.

Sergio Benvenuto


Cari colleghi,

ho appena appreso la notizia della morte di Valeria Medda, avvenuta ieri sera, venerdì 9 ottobre.
Valeria è stata un personaggio di grande rilievo intellettuale, prima a Milano e poi in tutta Italia, almeno per quanto io l’abbia potuta conoscere negli ultimi vent’anni. Nonostante fosse segnata da qualche anno da un male incurabile, Valeria ha continuato il suo lavoro di ricerca e di insegnamento senza sosta.

Negli ultimi due anni fra me e lei è avvenuta una riconciliazione, perché ci sarebbe sembrato improprio e disumano macchiare una lunga conoscenza e un’amicizia coi nostri dissidi di scuola. Voglio ricordare che Valeria è stata con noi Membro Fondatore de La Ginestra Associazione di cultura psicoanalitica cui ha partecipato attivamente fino ai primi anni del 2000. Ha scritto diversi saggi sulla nostra rivista “La Ginestra. Quaderni di cultura psicanalitica” di cui è anche stata redattrice fra il 1996 e il 2002. Non posso dimenticare che il suo spirito intraprendente e la sua cultura profondamente improntata ai classici, assieme a una forte passione per i temi legati all’arte, alla letteratura e alla filosofia hanno dato uno stimolo prezioso alle nostre iniziative.

La cultura marcatamente lacaniana di Valeria ha costituito forse una scommessa e una sfida per molti di noi che hanno voluto misurarsi (e non hanno mai smesso) con un autore affascinante ma ostico e complesso come Lacan. Non posso dimenticare in quest’occasione alcune parole che mi ricordano gli aforismi di Valeria: Lacan, parlando dell’Esodo cita ciò che Dio disse a Mosé: “Quand tu iras vers eux, tu leur diras que je m’appelle Ehyeh acher ehyeh, Je suis ce que je suis“. Porteremo nel nostro ricordo Valeria che è Valeria.

Pietro Andujar


Lo stile di Valeria era inconfondibile.
Un timbro vocale squillante come un richiamo di trombe, un fiume di parole in piena, un flusso del pensiero colto, articolato, impossibile da limitare nel contenuto e nella temporalità.
Una sorta di regime di anarchia intelligente, impertinente di fronte all’inevitabile castrazione che la parola impone nel dover scegliere cosa dire e cosa sottacere; la referenza tematica risultava un pretesto per dire dell’altro, come lacanianamente avrebbe detto.
Valeria non amava scrivere; si preparava appunti di citazioni e riferimenti etimologici, densi di senso per quanto ermetici ad una semplice lettura.
La sua capacità oratoria era invece ineccepibile: era in grado di esemplificare contenuti alquanto complessi e di esercitare un potere quasi ipnotico sull’altro.
Lasciarsi sorprendere dall’inconscio nel linguaggio era per lei un godimento erotico.
Una sublimatrice per eccellenza; sarei tentata di tratteggiarla così.
Citava spesso Lacan nel suo dire “quando parlo non so quel che dico… vado à lacan tonnade”; credo si riferisse ad uno di quei giochi sui significanti che hanno reso famoso l’analista francese.
Ascoltarla dava l’impressione di ubriacarsi di sapere , rammaricandosi per la consapevolezza di aver colto solo frammenti del suo discorso.
Credo godesse del lasciare a bocca aperta i suoi interlocutori.
Faceva spesso riferimento alla “parola piena e alla parola vuota”.
Sosteneva che per “essere parlati” da un discorso di valore si dovessero intrecciare almeno tre significanti differenti.
Avevo l’impressione che avesse un po’ compassione del mio ricercare un unico filo del discorso.
Si riconosceva nello stile di Lacan, anch’egli oratore eccezionale, cresciuto come lei in un erudito collegio di gesuiti, nutrendosi di cultura greco-romana e della potenza simbolica del cristianesimo.
Lacan, per lasciar impressi i suoi detti memorabili, aveva costretto , dopo la sua morte, innumerevoli allievi a sbobinare le registrazioni dei suoi seminari, che Valeria aveva seguito a Parigi durante la sua formazione. Valeria credo ci abbia fatto lo stesso scherzo, non premurandosi peraltro che ci fosse sempre qualcuno a registrare.
La sua intensa attività professionale, fino agli anni ’70, si è svolta sotto il nome di Mariavaleria Pagliaro, dal cognome del suo primo compagno, prima di recuperare e mantenere, anche dopo il secondo matrimonio, il cognome da ragazza Medda; ciò può rendere ad alcuni colleghi difficile ricostruire l’intero suo percorso professionale.
Del resto a Valeria non interessava la sua memoria scritta e il riconoscimento che ciò avrebbe comportato.
“Autorità senza monumenti” direbbero alcune teoriche del femminismo italiano.
Raccontava che al liceo i suoi compagni, per la passione etimologica che la distingueva, riferendosi al suo arrivo, usavano ironicamente proclamare “Ecco sta arrivando il Palazzi!”.
Citava il pathos cristiano come precursore del godimento lacaniano.
Era certamente una donna passionale, sia sul versante della vitalità che del patire.
Il corpo le ha dato certo del filo da torcere.
Operata in giovane età per un tumore mammario, era stata da ciò resa un’amazzone; si era sempre rifiutata di indossare una protesi, sottolineando con fierezza che “non intendeva negare la propria castrazione”.
Della propria capacità invece di “velare l’osceno del corpo” andava orgogliosa.
I suoi abiti, spesso da lei confezionati attraverso la tessitura di ricercate stoffe orientali, la rendevano bellissima.
Riconosceva in ciò l’eredità di eleganza e stile della madre, abituata ai salotti della borghesia industriale del nord Italia.
Uno di questi abiti, col colletto coreano, in cui è stata incastonata come una pietra preziosa dalle figlie dopo essere spirata, le attribuiva quell’aria saggia e rigorosa dei Guru orientali.
Aveva lottato per quattro anni contro quello che senza tabù chiamava pubblicamente “il suo cancro all’ovaio”.
Valeria pareva non curarsi del suo corpo e parlava in modo epicureo della sua morte.
A chi obiettava che , nella sua passione per il linguaggio, si era dimenticata di avere un corpo, ricordava le sue quattro gravidanze, che le avevano donato i suoi dieci nipoti.
Nella confidenza di una seduta analitica con me aveva peraltro ammesso di provare “un odio logico per il corpo”.
Valeria non aveva un carattere semplice.
In modo tranchant era in grado di zittire, con la sua cultura, un interlocutore dissenziente.
Ho sempre trovato in ciò qualcosa di quasi “sleale”: ognuno usa le parole che ha per dire la sua verità, le obiettavo.
La sua generosità e la ricchezza del suo pensiero mi hanno sempre portata a perdonarla.
Dopo aver conseguito la laurea in lettere classiche con una tesi in archeologia, la sua ecletticità l’ha condotta, professionalmente, da insegnante di greco e latino al liceo alla “vocazione” di psicoanalista, freudiana e lacaniana come amava specificare.
Nella teoria del nome del padre di Lacan credo avesse ritrovato l’importanza che per lei aveva avuto suo padre.
Per quanto citasse Lacan, ho sempre pensato che le sue teorizzazioni avessero un’impronta femminile e forse anche femminista, anche se Valeria ha sempre rifiutato questo appellativo.
La sottolineatura della fallicità femminile, e materna in particolare, l’importanza “del nome della clitoride”, come aveva scritto, nonché il suo misconoscimento del godimento femminile, l’affermazione teorica che il nome del padre possa essere incarnato da una donna, l’attenzione per il rimosso nella psicoanalisi, ovvero gli studi sull’omosessualità maschile e femminile, mi portano a pensarla come una sovversiva, forse l’eretica o la strega di un tempo.
La stessa sua avventura creativa, il Forum Lou Salomé, associazione di donne psicoanaliste in rete, fondata nel marzo 2001, di cui è rimasta Presidente fino a poco prima della sua morte, è stata un vero “campo di battaglia” in relazione ai temi della conflittualità femminile, frutto di quel che definiva “il corpo a corpo madre-figlia”.
Valeria era profondamente convinta dell’eccezionale valore delle donne anche nei termini di una eccedenza indomabile: nell’isteria ciò dava vita alla “parresia”, a quel dire ogni verità sottaciuta, che nel suo pensiero era all’origine del timore e del rifiuto maschile a riconoscere una soggettività femminile. In un gruppo di lavoro tra donne ciò poteva essere invece fonte di resistenza al riconoscimento reciproco di un inevitabile differente posizionamento.
Nonostante tutte le burrasche affettive e amicali in cui Valeria, a volte, pareva essere una sorta di Tsunami, mi ha sempre colpita il suo continuo autentico riferimento all’etica, al patto e al debito simbolico.
Rimane per me un insegnamento impagabile l’aver assistito al fatto che sabato 3 ottobre, pochi giorni prima della sua morte, avvenuta il venerdì 9, Valeria abbia raccolto le poche forze rimaste per convocare la sua ultima riunione del Forum.
In questa sede si è dimessa dalla carica di Presidente e ha confermato la fiducia che il Forum continuasse a vivere attraverso di me, che ho avuto l’onore di averla come analista e che,come ben sapeva , osavo utilizzare il sapere psicoanalitico come bussola nel mio lavoro di psichiatra in carcere.
Sapeva bene Valeria che lo stile del Forum sarebbe mutato, ma credeva nella possibilità che noi socie concretizzassimo progetti clinici che avrebbero mantenuto l’aspetto sovversivo che lei gli aveva impresso.
In ciò leggo il coraggio nell’investire in una nuova generazione, ribadendo peraltro i propri convincimenti in relazione ai principi cardine della psicoanalisi.
Questa era Valeria.
Una donna non ideologica capace di riconoscere lo sguardo del discorso psicoanalitico sulla polis e di sostenere sempre con audacia di “non cedere mai sul proprio desiderio”.
Un’eredità incalcolabile.

Chantal Podio
Presidente Forum Lou Salomè
(www.forumlousalome.net)


I n s i s t a n c e

Chers amis,

Valeria Medda, membre d’Insistance, nous a quittés après de longues années de lutte. Avec elle, nous avons perdu une amie et une grande analyste, protagoniste d’envergure de la vie intellectuelle italienne. Passionnée de psychanalyse, d’art et de philosophie elle est arrivée à interroger et transmettre jusqu’à la fin de sa vie la pensée lacanienne et le goût du savoir. Femme engagée, elle a fondé le Forum Lou Salomé, femmes psychanalystes en réseau, pour encourager la recherche d’une pensée féminine.

Pour rendre hommage à son travail et son engagement, un memorial est organisé par ses amis à Spazio Tadini à Milan, via Jommelli 24, le samedi 21 novembre de 16h à 18h30. Ceux qui souhaitent faire une brève contribution le 21, doivent écrire à
Paola Mieli parolapm@yahoo.com
ou à Tamara Landau landau.tamara@gmail.com
jusqu’au 5 novembre.


Ho saputo della morte di Valeria da un amico comune, Giovanni Sias. Poche ore dopo Pietro Andujar, presidente in carica di OPIFER, ce ne dava comunicazione ufficiale. Valeria già non faceva più parte della nostra Associazione ma, finché presente, era stata al suo interno un personaggio di rilievo. E tanti fra noi hanno voluto ricordarla: come compagna di viaggio, come fonte di sollecitazioni, come amica.
L’avevo conosciuta, anche prima del suo passaggio per OPIFER, nella redazione della “Ginestra” e poi in alcune iniziative milanesi. Due cose mi colpirono, e mi piacquero: primo, l’enfasi da lei messa sulla teoria (a cospetto dell’empirismo dilagante da qualche anno); secondo, l’amore per la parola (che si manifestava sul piano teorico come discussione filologica dei testi e, sul piano clinico, come esplorazione senza fine dei livelli di significazione).
In questi tempi in cui tutti dicono di rifuggire le etichette (ma a volte solo le nascondono o, peggio, le ignorano) Valeria si riconosceva “lacaniana”, con orgoglio. E tale certo fu, ma credo che sia stata anche altro, e di più. Era culturalmente “francese”, sempre animata dal “piacere del testo”: Barthes, Blanchot, Derrida, Foucault, Jabès, Roussel, non meno che Lacan, con dio sa quante altre diramazioni filosofiche e letterarie.
Fra noialtri stufi di ortodossie e fin troppo problematici (nella “Ginestra” prima, in OPIFER poi) Valeria poteva sembrare, qualche volta, una persona anche troppo sicura di sé. Però, era talmente colta e intelligente che se lo poteva permettere. Potevi non essere del tutto d’accordo con quello che diceva, ma ti faceva comunque venire in mente un sacco di cose. E valeva sempre la pena starla a sentire.
A conoscerla meglio, poi, Valeria era – nelle piccole cose, quelle che contano soprattutto – una donna attenta, gentile e affettuosa. Mi stringe il cuore pensare che non c’è più.

Sergio Caruso
Past President OPIFER (Organizzazione di Psicoanalisti Italiani Federazione e Registro)


“La morte ( o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi….
Tra gli Immortali , invece, ogni atto ( e ogni pensiero) è l’eco di altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile. O il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine.
Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi…. ”

” L’immortale” da “L’Aleph” (J.L Borghes)

Laura Montani


Siccome io non ho parole, letteralmente, prendo in prestito quelle del grande Sergej Esenin, che voglio dedicare a Valeria, donna sapiente, gran signora “inattuale”, amica per troppo poco tempo:

“Innevata pianura, bianca luna, è calato
il lenzuolo dei morti sulla nostra contrada.
Le betulle nel bianco per i boschi si dolgono.
Chi giace qui perduto? Morto? Ma non son io?”

Ciao Valeria.

Cristiana Cimino


J’ai connu Valeria à l’Aire Méditerranéenne de Psychanalyse à Avignon. Nous étions ensemble dans un groupe de travail sur la nomination. Plus tard, elle m’a invité à participer au colloque « LaKlein »,organisé par le forum Lou Salomé. J’y ai encore parlé de la nomination.
La dernière fois que je l’ai vue, c’était à Paris, chez Tamara Landau. Elle m’a parlé de sa maladie.
Je venais de lui envoyer un courrier pour lui proposer de venir à notre séminaire de Marseille, lorsque j’ai appris la nouvelle de sa mort.
Je l’ai donc peu connue, pourtant sa disparition me touche beaucoup.
Sa personnalité, son intelligence sans doute, mais aussi quelque chose d’autre, plus difficile à dire, un lien plus profond.
Valeriava nous manquer.

Dominique Boukhabza


C´est avec regret qui nous avons reçu au Brésil l´annonce du
décès de Valeria Medda. L´opportunité que nous avons eu, ces
dernières années, de nous rapprocher à elle, à sa pensée, à sa tendresse, a
été une expérience précieuse pour nous tous. Non pas seulement à cause de sa vision
vigoureuse de la psychanalyse, du féminin et de l´art, mais aussi par
la façon enthousiaste par laquelle, dans sa transmission de la
psychanalyse, elle transmettait surtout, de manière généreuse, l´amour de la vie. Son passage en 2007 par le Corpo Freudiano – Escola
de Psicanálise au Rio de Janeiro – a été inoubliable. Moi, et tous mes
collègues, nous nous rallions à tous ceux qui souffrent pour la perte de cette
grande psychanalyste et de cette grande femme.

Denise Maurano


Il ricordo di Valeria è per me indissolubilmente legato al Forum di Lou Salomè, nel quale mi ha accolta con grande affetto. Ha aperto le porte della sua splendida casa, favorendo il dialogo, il dibattito e la conoscenza. Ospitale e generosa, offriva stuzzichini salati, dolci, vino, bibite ed organizzò anche una fantastica cena con altri analisti, unendo alle tartine speziate il cus-cus cucinato da lei. Padrona di casa perfetta, madre e nonna affettuosa, creatrice di abiti in stile orientale che indossava con grande disinvoltura, riusciva ad introdurti in un ambiente quasi magico, nel quale sperimentare le capacità relazionali, sia a livello umano che professionale.
Grazie a lei sono riuscita ad intraprendere un percorso di crescita che mi ha vista, dapprima, presentare uno dei Convegni del Forum, e, poi, relazionare a Firenze, nel novembre del 2007, nella giornata dedicata ad Alice Munro. A Firenze parlai della morte, sintetizzando alcuni libri della bravissima scrittrice canadese, che affrontava questo argomento nei vari aspetti, della malattia, dell’incidente, del suicidio, ma anche del delitto.
È doloroso, ora, ricordare questo tema, perchè Valeria ha convissuto con la malattia per anni ed ha lottato oltre ogni limite, continuando a lavorare e ad occuparsi della sua famiglia. Un grande esempio di determinazione e di forza, nel quale ritrovo le sue origini sarde, che sono anche mie.
Cara Valeria, tu sai che sono credente, laica nella pratica quotidiana, ma fiduciosa in Dio e forse sorriderai e forse penserai al Super io e sorriderà con te, nel ringraziarti per tutto quello che hai donato a me ed a tutte noi del Forum di Lou Salomè !

Clara Terrosu


Preziose e rare parole antiche
Ricordo di Valeria Medda

Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta? il desiderio di avere una propria morte diventa sempre più raro. Ancora un po’, e diventerà rara come una propria vita.
(R.M. Rilke)

Con “propria morte” Rilke intende “un morire che scaturisca da una vita in cui ciascuno abbia avuto amore, senso e pena”, Valeria Medda ci ha mostrato che ciò è ancora possibile.
Colpiva la sua grande forza, sembrava abitata dalla violenza di una passione che non lasciava tregua, indomabile. Quando mi ha invitata a far parte del Forum Lou Salomé, ho esitato. Ho temuto di essere travolta da quel “fiume in piena” che evoca Chantal Podio? Ho risposto che non pensavo che avrei trovato il tempo e lo spazio necessari. Era vero, ma forse non era tutto. Valeria è qualcuno con cui puoi avere uno scambio fecondo soltanto da una distanza di sicurezza – mi pareva.
Era affascinante e irritante come può esserlo chi si autorizza al proprio desiderio. Affascinante, colta e sapiente, capace di rapire in vorticosi percorsi in mare aperto; irritante perché osava, incurante dell’orologio. Generosa, straripante, godeva, senza vergogna. Questo, forse, era insopportabile. A volte – se il demone quel giorno era particolarmente affamato – poteva risultare inascoltabile (e questo era un vero peccato, le dissi), le parole si trasformavano in suoni che si rincorrevano. Restava il ritmo, incessante, dal quale, sempre, zampillavano preziose e rare parole antiche.
Senza misura. Senza pudore?
Mi piace ricordarla in una situazione privata, grata e sensibile ospite, con un gruppo di colleghi ed amici a casa mia alla vigilia di un convegno. Mia figlia, allora quasi undicenne, ne fu impressionata e parlando di lei, fino a pochi giorni fa ancora con il verbo al presente, così si esprimeva con rinnovata meraviglia: “Valeria, quella che sa tutto?”
Scriveva poco, si è detto che non amava scrivere.
Nella mia esperienza di incontro con Valeria non è stato così. La sua partecipazione a due dei convegni del Laboratorio di Ricerca Freudiana, nel 2006 e nel 2008 a Firenze, ha lasciato una traccia scritta, pubblicata. L’ultimo contributo è in libreria in questi primi giorni di novembre: Il paterno svuotato si chiama e mi ha ricordato come una sera a cena, al “Paradiso matematico” nella campagna senese, Valeria avesse parlato, dolorosamente, di suo padre.
Lo scritto di Valeria, l’ultimo a mia conoscenza, termina in questo modo:
“Se il Nome ha un’efficienza, bisogna che qualcuno si alzi per rispondere, ha scritto Lacan”. Parafrasandola dico: Valeria Medda ha risposto da par suo.
Grazie Valeria.

Giuliana Bertelloni
Firenze, 9 novembre 2009


Per Valeria

La mia storia professionale e di amicizia con Valeria è stata lunga, intensa, travagliata e molto complessa. Perciò, per un principio inversamente proporzionale, dirò poche parole.

Desidero ringraziare Valeria per avermi onorato della sua amicizia, della sua stima e &Mac183;anche di alcune sue viscerali liti. In fondo, litigare con qualcuno è un modo appassionato di convocarlo, evocarlo e invocarlo.
E poi un maestro con cui si può litigare è, in un certo senso, proprio un maestro: nel senso che sostiene &Mac246; forse anche senza volerlo – l&Mac226;autonomia dell&Mac226;altro. Lei era così, una maestra che sapeva lasciare e farsi lasciare. In ogni senso, una maestra rara.

Una maestra che prediligeva l&Mac226;oralità alla scrittura: allora mi viene spontanea, in questo momento del ricordo, una nota sulla sua voce, perché risuoni ancora un po&Mac226; tra noi.
La sua era una voce musicale e possedeva alte e cristalline frequenze. L&Mac226;acuto è il registro del grido finale della Diva dell&Mac226;Opera, laddove si è fuori linguaggio (ed è in forse se ci si trovi ancora nella musica), è il grido dell&Mac226;angelo, è l&Mac226;attimo supremo che si colloca sul bordo dell&Mac226;abisso di un godimento indicibile. E&Mac226; l&Mac226;eccesso che la riguardava e che anche ci riguarda tutti. E&Mac226; il mettersi a nudo della voce, è la sua mise en abîme.
Ma l&Mac226;acuto è anche il registro della rivolta, della sovversione, è la voce che dissente.
La sua voce acuta era controcorrente per molti aspetti e anche rispetto alle voci femminili moderne, sempre più in migrazione verso il registro grave, verso il modello sommesso-sottomesso della voce mediaticamente erotizzata.

La sua prosodia era, invece, ricca di intonazione e di accenti, proprio come la sua parola. La sua voce era piena &Mac246; non era possibile non sentirla – in analogia al suo amore per la „parresia‰, l&Mac226;arte di dire tutto che lei individuava come tratto del femminile e che al femminile &Mac246; e molte volte anche a lei – ha provocato non poche opposizioni. Un&Mac226;arte contro ogni potere, un&Mac226;arte che evoca anche l&Mac226;ostinazione di Antigone.

Quello che Valeria diceva, i suoi pensieri lucidi, originali e pungenti, non poteva che dirli con quella voce, una voce che in qualche modo si era – lei, la voce – incaricata di trasmettere il corpo di un pensiero alto, intellettuale e raffinato. Una voce acuta e forte: la voce di una ragazza.
La sua voce era come il suo spirito.

Laura Pigozzi

Le Monde du 9 mai 2012

Né à Paris le 21 juin 1924, le psychanalyste Jean (Louis) Laplanche est mort à l’hôpital de Beaune, le 6 mai 2012, jour anniversaire de la naissance de Freud. Malade, il n’a pu suivre le déroulement des élections présidentielles, alors qu’il était engagé à gauche. Auteur d’une oeuvre considérable (vingt volumes), publiée aux Presses universitaires de France (PUF), où il fut aussi un directeur de collection, il a occupé dans le champ psychanalytique français et international une place centrale, aussi bien comme universitaire, invité dans le monde entier, que comme commentateur original de la pensée freudienne sans concession à l’égard du scientisme et du comportementalisme. Il fut en outre un clinicien animé d’une belle volonté de transformer les conditions de la formation des psychanalystes.
Laplanche était un homme chaleureux, ouvert au débat et hostile à toute forme de réglementation des psychothérapies. Quand il recevait un visiteur dans son appartement de la rue de Varenne, donnant sur les jardins de l’Hôtel Matignon, il disait volontiers : «Moi je reste et eux s’en vont.»
Il fut aussi, entre 1966 et 2003, avec sa femme Nadine, un viticulteur exceptionnel, propriétaire du magnifique château de Pommard, capable, comme son père et ses ancêtres vignerons, de dormir sous les rameaux en cas de gelée précoce, afin de surveiller dès l’aube, la couleur changeante du précieux cépage.
Après un passage dans la Résistance, entre 1943 et 1944, il se tourne à la Libération vers le trotskisme. Admis à l’Ecole normale supérieure de la rue d’Ulm, il se destine à la philosophie, passe l’agrégation en 1950 sous la houlette de son maître Jean Hyppolite puis participe au groupe Socialisme et Barbarie, fondé par Claude Lefort et Cornelius Castoriadis en 1948. Grâce à une bourse, il se rend à l’Université de Harvard puis croise à New York l’histoire du mouvement psychanalytique en rencontrant Rudolph Loewenstein, fondateur en 1926 de la Société psychanalytique de Paris (SPP), qui, avant son immigration, avait été l’analyste de Jacques Lacan et de Daniel Lagache.
C’est sur le conseil du philosophe Ferdinand Alquié, qu’il entre en analyse avec Lacan, devenant ainsi, en quelques années, avec Serge Leclaire, l’un de ses plus brillants disciples. Lacan s’attache à lui et le pousse à faire des études de médecine, tandis que Lagache lui ouvre une carrière universitaire à la Sorbonne dans le cadre de sa politique d’implantation du discours freudien et de la clinique psychanalytique au coeur des départements de psychologie.
En 1960, lors d’un fameux colloque organisé à Bonneval par Henri Ey, ami de Lacan et grand patron de la psychiatrie dynamique de cette période, Laplanche, après avoir soutenu une thèse remarquée sur Hölderlin et la question du père (PUF,1961), présente avec Leclaire un exposé, «L’inconscient. Une étude psychanalytique», qui a pour particularité d’être divisé en chapitres signés séparément par chaque auteur. Les deux amis ne sont pas d’accord sur les hypothèses lacaniennes dont Laplanche se démarque de façon paradoxale. Il propose en effet de renverser la formule de Lacan – «le langage est la condition de l’inconscient» – en son contraire, «l’inconscient est la condition du langage», jugée plus conforme à l’idée freudienne du refoulement originaire, c’est-à-dire du primat de l’inconscient dans la formation du sujet.
De fait, cet exposé marque la première étape de la rupture de Laplanche avec Lacan, lequel ne supporte d’ailleurs pas d’être contesté. Mais elle indique aussi, comme le souligne fort bien Marcelo Marques, ami de Laplanche, «combien toute l’oeuvre ultérieure de celui-ci se développera comme un dialogue sans réponse avec Lacan», ou, plus exactement, serait-on tenté de dire, comme une tentative permanente faite par Laplanche de réfuter la conceptualité lacanienne sur le terrain même où Lacan avait effectué sa refonte de l’oeuvre freudienne. Position classique de tout élève qui se veut à la fois fidèle et infidèle à un maître.
Et c’est à partir de cette contradiction que Laplanche parviendra à élaborer sa propre lecture de l’ensemble de l’oeuvre de Freud : d’abord dans Vie et mort en psychanalyse (Flammarion, 1970), organisé autour des trois thèmes de la pulsion de mort, du moi et de la sexualité, puis dans les six volumes des Problématiques (PUF, 1970-1992), et enfin dans le recueil de ses interventions : La révolution copernicienne inachevée. Travaux 1967-1992 (PUF).
La vraie rupture entre les deux hommes se produit en 1964, lorsque Lacan, contraint de demeurer en dehors de l’International Psychoanalytical Association (IPA), fonde l’Ecole freudienne de Paris (EFP), tandis que Laplanche fonde, avec notamment Jean-Bertrand Pontalis, Didier Anzieu et Wladimir Granoff, l’Association psychanalytique de France (APF) intégrée à l’IPA. Malgré cela, Leclaire et Laplanche resteront d’excellents amis.
C’est avec Pontalis, lui-même analysé par Lacan, qu’il rédige le Vocabulaire de la psychanalyse (PUF, 1967), véritable chef d’oeuvre d’intelligence freudienne, qui sera traduit en vingt-cinq langues et dont la valeur ne s’est jamais démentie même si, hélas, l’ouvrage n’a jamais été réactualisé.
En 1969, en rupture avec la politique menée par Lagache, Laplanche crée à l’Université de Paris VII un Laboratoire de psychanalyse et de psychopathologie, introduisant pour la première fois officiellement le mot psychanalyse dans un département dominé par la psychologie. Au même moment, à l’Université de Paris VIII, située à Vincennes, Leclaire crée le premier département de psychanalyse de l’Université française. Leurs héritiers prendront ensuite un chemin différent.
Enfin, en 1980, entouré d’une vaste équipe, Laplanche lance aux PUF la première entreprise de traduction des oeuvres complètes de Freud, à partir d’une conception dite «freudologique» de l’art de traduire, selon laquelle la langue de Freud serait moins «allemande» que «freudienne». D’où la nécessité pour les adeptes de cette vision de la traduction d’inventer des néologismes susceptibles de faire exister, en français, cette langue «freudologique». Laplanche eut le courage de répondre à toutes les critiques mais il n’accepta jamais de corriger cette traduction contestée.
Et si Laplanche voulait ainsi traduire en freudien l’oeuvre freudienne, c’est parce qu’il considérait que Freud était un penseur génial qui s’était «fourvoyé». Dans Les nouveaux fondements de la psychanalyse (PUF, 1987), il donne la clé de sa démarche en révisant la théorie de la séduction à laquelle Freud avait renoncé en 1897 pour relativiser la causalité traumatique : l’abus sexuel réel de l’adulte sur le corps de l’enfant existe certes, disait Freud, mais elle n’est pas généralisable à tous les cas où apparaissent des pathologies. Aussi bien la vraie cause de la névrose vient-elle, selon Freud, du fantasme de séduction intériorisé dans l’enfance par le sujet lui-même.
Laplanche oppose à cela une théorie de «la séduction généralisée», selon laquelle, du point de vue psychique, nul ne peut être le séducteur de l’autre, l’enfant étant le messager ou le traducteur de l’inconscient de l’adulte. Manière de transformer la position et la langue de Freud comme il avait traduit et inversé celle de Lacan : «Le propre d’une pensée vivante est de reprendre à son compte les problèmes et non de prolonger la pensée d’un «maître», disait-il».

Riconosciuta come Rivista Scientifica dall'ANVUR, sezione 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche)