Che cosa ci ho capito del coronavirus

16-III-2020

 

Non sono né medico né biologo, ma ho parlato con vari amici medici e biologi, e mi sono chiarito finalmente le idee: che le idee sono tuttora molto confuse.

 

1.

L’eterno cliché dello spiritualismo umanista ripete: “Gli esseri umani non sono numeri!”  Ma i numeri dominano gli umani, come peraltro tutti gli altri esseri viventi.  Ignorare i numeri, è ignorare il fatto stesso che siamo dominati.  È attraverso i numeri che capiamo – in gran parte – quel che regola la vita umana.  Stalin disse: “Una singola persona morta, è un patetico caso umano. Un milione di morti è statistica”.  Ecco un wit che avrebbe potuto scrivere benissimo Oscar Wilde.  In effetti, di persona abbiamo sempre a che fare con le morti di persone singole, ma sono le statistiche a dirci come, complessivamente, va il mondo.

 

Un dato è molto verosimile: che il tasso degli infetti sia molto più alto dei numeri – in sé non elevatissimi, nemmeno in Italia – di chi si è ammalato.  Qualcuno ipotizza che nelle zone del Nord Italia più colpite, se si facesse il test a tutti, si rileverebbe che il 60% della popolazione è positiva (Angela Merkel ha ipotizzato qualcosa di simile per la Germania, il ministro dell’istruzione francese qualcosa di simile per la Francia).  Ma l’OMS non raccomanda di fare un tampone a tutti.  Perché?  La sola ragione plausibile mi pare economica.

In Corea del Sud hanno fatto il tampone non ai circa 52 milioni di coreani, ma a campioni presi casualmente.  Questo ha permesso di identificare le zone di focolaio e di isolarle, con risultati che non sono in grado di giudicare.  Non è stata questa la strategia adottata dall’Italia.

Non è chiaro nemmeno se la malattia indotta da coronavirus sia opportunista, o meno.  Ovvero, se essa uccida direttamente chi ne è infetto, oppure se aggravi semplicemente una patologia già presente nel paziente.  Per ora abbiamo i dati della Commissione Nazionale cinese per la Salute: circa l’80% dei morti superavano i 60 anni, e il 75% di loro avevano condizioni pre-esistenti come malattie cardiovascolari e diabete.

Alcuni dicono che il caldo, non la medicina, vincerà il covid-19, prova ne sia che i paesi equatoriali ne sono stati finora quasi immuni.  Per questa ragione, pare, alcuni governi hanno nicchiato, aspettando che l’estate sgomberi il virus (ma due paesi caldi, Il Bahrain e il Qatar, hanno già rispettivamente uno 124,6 ammalati su 1 milione, l’altro 117 ammalati su 1 milione; non è poco).  Sono ipotesi, non certezze.

A cosa serve la quarantena di un intero popolo?  (Pare che il termine, adottato da tutte o quasi le lingue, ‘quarantena’, sia di origine veneziana.)  Chi è stato infetto (che potrebbe essere uno qualsiasi di noi) in quindici giorni o rivela direttamente i sintomi della malattia, oppure silenziosamente il corpo reagisce producendo anti-corpi.  Molti di noi si “ammalano” e “guariscono” senza accorgersene.  Così, finita la quarantena – o meglio la quindicena – si spera che chi era stato positivo senza saperlo non possa più infettare gli altri.  C’è però un punto interrogativo: non sappiamo se una persona già infetta sia immunizzata per sempre, come accadeva con la peste.  Potrebbe essere invece come l’herpes: abbiamo il virus sempre, ma silente.  In certe occasioni però, approfittando della debolezza dell’organismo o dello stress, il virus si riattiva con quelle fastidiose bolle sulle labbra o sul naso che ben conosciamo.  E se il covid-19 fosse come l’herpes?  Dovremmo convivere per sempre con esso.  A meno di non trovare un vaccino.  Ma ricordiamoci che non abbiamo trovato alcun vaccino per l’HIV in 40 anni, anche se le cure di oggi rendono l’AIDS meno inesorabile.

Aggiungi che il virus tende a mutare, e anche molto rapidamente.  Si è visto che il virus che impazza in Italia è leggermente diverso, geneticamente, da quello che ha imperversato nel Wuhan.  E magari negli Stati Uniti potrebbe essere un’altra variante ancora…  I vaccini però in genere sono efficaci per un’intera famiglia di virus.  Il punto è che non abbiamo alcun vaccino per il covid-19.

 

2.

La domanda fondamentale: che cosa differenzia il coronavirus da una qualsiasi altra epidemia di influenza, che ogni inverno miete tante vittime in tutto il mondo?  Si stima che ogni anno muoiano tra le 290,000 e le 650,000 persone nel mondo, per complicazioni dovute all’influenza stagionale – con i 6713 morti per covid-19 nel mondo (March 16, 2020, 15:27) in due mesi e mezzo, siamo ancora molto lontani dalla normale mortalità…  Ma allora, prima che si inventassero i vaccini, le influenze stagionali non dovevano spaventarci come il coronavirus?

Ad esempio, nel 1956-57 dalla Cina si diffuse un’influenza aviaria detta “asiatica”, che fece (allora i censimenti erano meno sviluppati) tra 1 e 4 milioni di morti; 69.000 solo negli Stati Uniti.  Ricordo l’asiatica da bambino: si diceva che era un’influenza un po’ più carogna delle altre, ma non ci fu alcuna reazione di panico.  Ci si facevano battute sopra, dove l’”asiatica” con cui si era a letto era una splendida giapponese… Insomma, la differenza tra ieri e oggi non è biologica ma culturale: oggi non accettiamo la fatalità per cui migliaia di persone debbano morire per un’influenza, nemmeno se i morti sono per lo più anziani.  Non si aggravano le pandemie, si acuisce il nostro rigetto delle malattie e della morte come parte integrante della vita.

Nel secolo scorso ci sono state quattro importanti pandemie influenzali: “la spagnola” (1918-1920) che fece tra i 50 e i 100 milioni di morti; “l’asiatica” (1957-8) di cui abbiamo detto; “la Hong Kong” (1968-9) che uccise circa un milione di persone, per lo più oltre i 65 anni; “la russa” (1977-1978) curata già con i vaccini.  Ognuna di esse aveva le sue particolarità.  Ad esempio, le influenze di solito sono più letali per i bambini sotto i due anni e per gli anziani, ma la spagnola, non si sa perché, colpì soprattutto le persone tra 20 e 40 anni. Uccise celebrità, come Max Weber, ed Egon Schiele a 28 anni.

Questa “relativizzazione” del coronavirus ispira forse le politiche alquanto menefreghiste di alcuni, ad esempio di Boris Johnson in UK (finora…).  Esse puntano alla cosiddetta “immunità di gregge”: quando un’epidemia si espande in un gregge, quasi tutti gli individui alla fine si immunizzano.  Purtroppo però questa immunità di gregge non avviene in qualche mese, ma nel corso di varie generazioni…  È vero che oggi siamo quasi tutti immunizzati contro la peste, ma quante pestilenze abbiamo dovuto patire perché si giungesse a questo punto?…  Inoltre: il gregge si immunizza, ma la parte più debole – in questo caso i più anziani – è falcidiata.  Avviene una classica selezione biologica in cui i più deboli soccombono.  Quando Johnson ha pronunciato la terribile frase -“britannici, be prepared to lose loved ones before their time” – si riferiva evidentemente agli anziani che moriranno (mia postilla maligna: siccome l’elettorato di Johnson è costituito soprattutto da anziani, speriamo che almeno sfoltisca i voti per Johnson).  È questa la prospettiva che l’Italia ha rifiutato: pagando il prezzo di una sicura crisi economica, salvare il più possibile i propri anziani.   I due paesi hanno optato per due biopolitiche diverse.

La teoria che oggi prevale per spiegare lo sterminio di gran parte degli amerindi punta non tanto sulle persecuzioni inflitte dai coloni europei (certo, anche queste persecuzioni fecero la loro parte) quanto sul fatto che gli europei hanno portato tra gli autoctoni il virus dell’influenza, che i loro organismi non conoscevano.  Certo gli amerindi di oggi non soccombono più per un’influenza, ma quanti milioni di morti ci son dovuti essere per giungere a questo?

(Non capisco perché alcuni rigettano la nozione di “biopolitica”, introdotta da Foucault.  Le scelte politiche sono spesso una scelta non solo sul modo di vivere di tante persone, ma su chi deve vivere e su chi deve morire.  Mettere un paese in quarantena o lasciare che un’epidemia uccida i più deboli è una scelta su chi deve vivere.  Decidere di investire enormemente sul sistema sanitario oppure no, comporta la vita o la morte di tanti cittadini.  Se si dichiara una guerra, si decide più o meno su chi debba morire.)

3.

 

Prescrizioni poco credibili delle autorità sanitarie, soprattutto le prime settimane.  Ad esempio, l’OMS sconsiglia di portare la mascherina a chi non è affetto dalla malattia.  Ma sappiamo che le persone che hanno il virus sono di gran lunga più numerose di quelle che si ammalano, solo che non lo sanno.  Il fatto che io, per ora, stia bene non mi garantisce affatto che io non possa infettare.  Perché allora non prescrivere la mascherina a tutti?

Ma poi si dice anche che la mascherina semplice è inutile, perché il virus è sottile e attraversa senza problemi la stoffa.  È efficace solo la mascherina con filtro, quella che portano i medici, ma ce ne sono pochi esemplari.

E perché non dire a tutti di usare i guanti usa-e-getta?

 

4.

Il privilegio di sapersi affetti.

Alcune persone note – come Zingaretti o Tom Hanks o la moglie del primo ministro canadese Trudeau – si sono scoperte positive al virus e l’hanno detto.  Ma non ci dicono la cosa essenziale: perché hanno fatto il test?  Perché avevano i sintomi dell’influenza?  Ma loro stessi dicono che, per ora, stanno bene!  Da qui il dubbio maligno: queste persone importanti, pur senza avere alcun sintomo, sono riuscite lo stesso a farsi fare il tampone.  Le persone comuni invece non possono.  “Devi essere in fin di vita per farti fare il tampone” mi dice un amico di Bergamo ospedalizzato: aveva la febbre da molti giorni, ma non gli hanno fatto il test.  Poi è risultato positivo.  Sapersi positivi è un privilegio.  Se io sapessi di essere positivo e la mia compagna no, mi isolerei dalla mia compagna.  Anche nella pandemia, che non guarda al portafoglio di nessuno, le differenze di potere emergono dietro la maschera del “siamo tutti nella stessa barca”.

 

5.

Mentre scrivo (15 marzo) leggo le statistiche della pandemia.

Il paese con la maggior frequenza di ammalati è l’Italia: 350 casi per un milione di abitanti.  Sorprende su quale sia il secondo paese più infetto: la Norvegia (208,1 per un milione), seguita dalla Corea del Sud (159,2) e dalla Svizzera (159).  Chi l’avrebbe mai detto?  Mentre in Cina l’incidenza è molto bassa (solo 56,2), meno della Francia per esempio (69).

E come spiegare il fatto che la Francia, pur avendo meno ammalati della Germania (4500 contro 4649), abbia dieci volte più morti della Germania (91 contro 9)?  Forse che la malattia in Germania colpisce una popolazione più giovane, in Francia una più anziana?  O in Francia si è sviluppata una variante più virulenta del coronavirus?

Pare che il sesso maschile sia quello più debole al coronavirus: il 71% degli ammalati sono uomini. Perché?

E perché i bambini sembrano quasi immuni dalla malattia?  Mi si dice: i bambini piccoli non sono immuni da quasi nessun virus, appunto perché non vi sono stati ancora esposti.  Siccome si devono immunizzare dai virus uno per uno, il covid-19 è solo uno di essi; quella che appare una loro debolezza, risulta in questo caso una loro forza.  Ma appunto, perché con altri virus risulta debolezza, e con questo specifico virus risulta una forza?

Avremo un giorno una risposta a tutto questo?

 

6.

 

La teoria matematica della complessità è lo strumento più potente di comprensione anche della realtà sociale di cui disponiamo oggi.

In un’epidemia, si tratta essenzialmente di grandi numeri, ma non solo di statistiche.  Occorre calcolare probabilità, virtualità, scenari detti in logica contro-fattuali (“Se non chiudiamo le fabbriche…. quanti infetti avremo in più? ….”Se chiudiamo le fabbriche… quanto danno economico avremo in più?”)  La vita sociale è soggetta alle logiche numeriche, ma non solo: anche al valore che diamo ai numeri.  I numeri sono dati che possono avere i significati più diversi, a seconda delle epoche e delle persone.

Si pensa che finora il coronavirus abbia fatto aumentare la mortalità in Italia, soprattutto dei più anziani (mentre scrivo, 1800 morti in meno di due mesi).   Ma di quanto?  Da febbraio 2020 in poi, di quanto si è innalzato il tasso di mortalità rispetto allo stesso periodo invernale di un anno più freddo del solito?  Ovvero, questo tasso si è innalzato in modo significativo?  Dopo tutto, mille morti di più in un mese, in un paese di 60 milioni, sono statisticamente irrilevanti.

La mortalità degli anziani potrebbe essere compensata da una caduta degli incidenti stradali: le autostrade sono vuote.  Il crollo del traffico ha abbassato l’inquinamento, quindi, paradossalmente molte persone non moriranno per complicazioni polmonari, a parte quelle dovute al covid-19.  La criminalità si è ridotta ai minimi termini: sia perché le case non restano incustodite, sia perché non ci sono più occasioni per risse, scenate di gelosia, regolamenti di conti…  Potremmo scoprire che in questo periodo di quarantena la mortalità in Italia potrebbe essere diminuita, anziché aumentata.

Significa questo che abbiamo sopravvalutato il pericolo del covid-19?  No, perché i pericoli percepiti come tali non sono mai del tutto “oggettivi”, ma dipende dal valore simbolico che hanno per noi.

Ad esempio, non diamo alcuna importanza agli incidenti stradali perché abbiamo accettato fondamentalmente il principio che morti e feriti sulle strade siano un prezzo accettabile da pagare per permettere la mobilità collettiva.  Eppure nel 2019 in Italia abbiamo avuto 1.505 morti (1 ogni 3 ore) e 113.765 feriti (26 ogni ora) per incidenti stradali.  Accettiamo già meno i morti sul lavoro, anche se li consideriamo un corollario per molti versi inevitabile dello sviluppo industriale.  Quando alcuni anni fa il presidente Napolitano denunciò il tasso troppo alto di incidenti sul lavoro (morti, mutilati), gli italiani sembrarono cadere dalle nuvole.  Del resto anche Napolitano ragionava sui grandi numeri: aveva notato che il tasso di morti bianche in Italia era superiore a quello di altri paesi industrialmente comparabili.  Cercò di creare una compassione su base statistica.

Invece se l’11 settembre 2001 muoiono oltre duemila persone per attentati terroristici in US, la cosa ci terrorizza, abbiamo l’impressione che il mondo non potrà essere più quello di prima (idea di fatto falsa: la crisi del 2008 ha cambiato ben più il mondo della crisi terroristica del 2001).  E questo non solo per la spettacolarità di quelle morti – indubbiamente fu una catastrofe molto fotogenica – ma anche perché le morti per terrorismo fanno notizia.

Dopo il 9/11 una mia amica comunista mi disse che era stata più scossa dall’uccisione di tre ragazzi palestinesi a opera dei militari israeliani sulla linea di confine con la Palestina quello stesso giorno, che le migliaia di morti nelle torri gemelle.  Se le avessi detto che in quell’attentato terroristico erano morti anche tre palestinesi, la sua reazione emotiva non sarebbe cambiata: non importa che muoiano tre palestinesi, importa per quale ragione siano morti.  Se sono morti per un attacco all’imperialismo americano, l’evento numerico cambia valore, la morte assume un altro senso.

Qualcosa fa notizia quando ci interessa.  E raramente una morte ci interessa.  A meno che non sia la morte di una persona che ci è vicina: familiari e amici, concittadini, o persone in vicinanza ideologica (se siamo anti-israeliani la morte di un palestinese ci tocca, di molti israeliani per nulla; e viceversa se si è pro-israeliani).  Una notizia ci interessa perché per noi ha valore.  E il valore non è mai qualcosa di reale, ma qualcosa di simbolico.  L’importante è quanto una morte sia ammissibile simbolicamente.

Quanti in Europa furono turbati dal massacro nel Rwanda del 1994, che provocò tra i 500.000 e il milione di vittime, essenzialmente civili, in soli tre mesi?  Qualche morto negli Stati Uniti per una sparatoria ci colpisce molto di più.  Possiamo deprecare i due pesi e due misure quanto vogliamo: la realtà è che sentiamo l’America vicina, il Rwanda lontano.  Lontananza simbolica, appunto, non geografica.

 

7.

Inoltre, un grande insegnamento etico-politico di questa pandemia: il primato di quella che Max Weber chiamava “politica della responsabilità” rispetto alla “politica delle convinzioni”.  Ovvero, eventi di questo tipo scardinano le convinzioni politiche ferree, che appaiono finalmente stupide o inumane.  In Occidente esistono sostanzialmente cinque narrazioni (o ideologie, o convinzioni che dir si voglia): la liberista free market, la socialista, la religiosa-confessionale, la nazionalista-fascista, e la populista della democrazia diretta.  Potrei mostrare, se ne avessi lo spazio, che questa pandemia forza a decisioni che comunque cozzano con le convinzioni delle suddette narrazioni.  La decisione politica viene riportata alla sua fondamentale natura: essere una sorta di roulette russa.

Opportunismo, bluff, azzardo, fortuna, accortezza, coraggio che può apparire temerarietà…  Questo è il pane quotidiano della politica.  Quando, dopo Dunkerque nel 1940, molti consigliavano a Churchill di arrendersi nella guerra contro Hitler, avevano degli ottimi argomenti razionali.  La storia ha dato ragione alla tenacia di Churchill.  Ma non è detto che le cose dovevano andare così.  Cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti non fossero entrati in guerra?  E se Hitler non avesse attaccato l’Unione Sovietica?…  Si dice che la storia non si fa con i ‘se’, ma la politica sì, sempre.  Per agire si immaginano sempre i ‘se’ dei controfattuali a cui abbiamo già accennato.

Se non creiamo zone rosse in un paese, che cosa rischiamo?…  Se permettiamo alle fabbriche di lavorare, quanto rischiamo di incrementare l’epidemia?  Se chiudo le frontiere con l’Italia, quale danno economico potrò averne?  E cosa dirà chi trasporta merci dalla Francia all’Italia o viceversa?  Questa misura avvantaggerà o danneggerà i miei avversari politici?  Se allarmo la popolazione, creerò un riflesso patriottico di disciplina, o seminerò il panico, come è accaduto in Italia nelle prigioni?…

La politica implica sempre rischi assoluti, per chi fa politica ma soprattutto per chi ne subisce le decisioni.  È rassicurante pensare che in politica non ci siano alternative, TINA (There Is No Alternative), che si devono fare le cose che occorre fare perché si sa già quale sia la scelta giusta.  La responsabilità implica sempre un mettere tra parentesi le convinzioni.  La responsabilità è sempre scegliere chi può vivere bene, chi deve vivere male.  Tra chi deve vivere, e chi deve morire.

 

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Sergio Benvenuto, psicoanalista, già 1° ricercatore in psicologia e filosofia presso il CNR (ISTC) a Roma. E’ presidente dell’ISAP (Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi). Ha fondato nel 1995 e diretto “European Journal of Psychoanalysis”, che è pubblicato sia in inglese che in russo. Ha collaborato e collabora a varie riviste culturali, in varie parti del mondo. Ha tradotto in italiano per Einaudi il Séminaire XX: Encore di Jacques Lacan. Emeritus Professor presso l’Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo di Kiev (Ucraina).

Tra le sue pubblicazioni più recenti: Perversioni. Sessualità, etica, psicoanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 2005); ; Accidia (Bologna: Il Mulino, 2008); La gelosia (Bologna: Il Mulino, 2011); Lo jettatore (Milano: Mimesis, 2012);  “Sono uno spettro, ma non lo so” (Milano: Mimesis, 2013); Lacan, oggi (Milano: Mimesis 2014); La psicoanalisi e il Reale (Nocera: Orthotes, 2015). Leggere Freud (Nocera: orthotes, 2018); Conversations with Lacan (London: Routledge, 2020).

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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