Commenti alla relazione di R. Madera al webinar “Soggetto e masse”

Note in margine alla relazione di Romano Madera “Disposizione alla socialità e psudospeciazione nelle identità di gruppo”, tenuta il 12 marzo 2021, nella seconda giornata del webinarSoggetto e masse. La psicoanalisi e le politiche dell’inconscio.

 

 

Per Romano Madera, relatore della seconda giornata, 12 marzo 2021,  del webinar Soggetto e masse. La psicoanalisi e le politiche dell’inconscio, con un testo intitolato “Disposizione alla socialità e psudospeciazione nelle identità di gruppo”, pubblicato sia sull’European Journal of psychoanalysishttps://www.journal-psychoanalysis.eu/disposizione-alla-sociabilita-e-pseudospeciazione-nelle-identita-di-gruppo/),  che sul sito del Webinar, massenpysychologie.com(https://www.massenpsychologie.com/2021/02/09/disposizione-alla-sociabilita-e-pseudospeciazione-nelle-identita-di-gruppo/), non si può accettare una spiegazione dei processi sociali come quella di Freud, basata, come Madera ha precisato, su un processo psicoenergetico, e cioè sulla pulsione.  Il suo diverso discorso si basa sull’esistenza di meccanismi innati di inibizione dell’aggressività fra appartenenti alla specie umana, e di cooperazione del gruppo sociale volti alla sua sopravvivenza.  Essa è garantita da competenze operative che si maturano in un lungo apprendistato e sono indispensabili per ricavare tutte le risorse necessarie dal proprio territorio.  Non sono ammessi perciò tradimenti e defezioni, pena una pesante sanzione sociale, fondata su un meccanismo di rinnegamento, definito pseudospeciazione, secondo il quale chi traligna, o il nemico, non viene considerato appartenente ala stessa specie, e cioè è considerato come non umano.  Il che rende possibile aggredire o punire molto pesantemente senza le inibizioni che un meccanismo innato produce rispetto all’aggressione e uccisione di individui della stessa specie.  È insomma invocata una condizione naturale, con le sue implicazioni e conseguenze, per spiegare i processi fondativi della socialità.  In essa il potere, che risiede nelle mani del capo, proviene non dall’investimento libidico degli altri componenti la massa, come propone Freud,  ma dalle istituzioni, le stesse che in quest’ipotesi garantiscono il ricambio dei vertici e la loro stessa sopravvivenza.  Il complemento della cooperazione in questi meccanismi sociogenetici sarebbero relazioni o reiezioni rubricate come riconoscimento o misconoscimento, specificamente denominato pseudospeciazione, quando assume la forma di mostrificazione, che è l’ultimo passo nella procedura di costruzione del capro espiatorio.

Alla fine questi meccanismi, che comportano il riconoscersi all’interno di una cultura (ethos), mi sembrano portare tuttavia sempre al concetto di un qualcosa di comune, a una medesima appartenenza, a un’identificazione di un qualche genere, finendo per avvicinarsi alle ipotesi di Freud nonostante la dichiarata volontà di differenziarsene.

 

Rimangono tagliate fuori da questo discorso delle cose importanti:

 

1)    Se sia l’individuo a procedere dal gruppo o se vi sia fin dall’inizio anche il singolo, o meglio la pluralità e le singolarità. L’argomento appare indecidibile.  Ma si può comunque affrontare il tema nei termini, ad esempio, di Rousseau, e parlare di una doppia antecedenza, su una posizione che è fatta propria anche da Nancy nell’articolo appena inviatoci e già pubblicato anche in traduzione italiana su EJP, che sarà la base della sua relazione del 23 aprile, cui si rinvia per questo (https://www.journal-psychoanalysis.eu/nostalgia-del-padre/).

 

2) Il punto cruciale del rapporto fra mente individuale e mente di gruppo.  E del come si origini il distacco del soggetto dalla massa.  Freud fa l’ipotesi dell’archi-distacco prototipico, padre di tutti i soggetti singoli che sorgeranno nell’umanità. Di un uno che apre la serie dei molti uno, come dice Nancy nello scritto citato.

 

Faccio rilevare che a mio modo di vedere l’ipotesi freudiana non pone all’origine una forza, la pulsione, che crea in qualche modo il gruppo.  Freud viceversa parte dall’esistenza del gruppo per cercare di spiegarne le forze di legame.

E nel far questo, il discorso di Freud si presenta con tutto il risalto della sua valenza interpretativa e creativa.  In esso la pulsione non è solo una spinta, ma anche qualcosa, una vibrazione dei corpi e della psiche del collettivo e delle singolarità presenti in esso, che si converte in simbolo (linguaggio), in ideale e in legame, sostituendo angoscia e colpa, o paura.  Poggia su questa base la svolta dalla società eterodiretta a quella autodiretta.

La prima cosa da notare dell’approccio di Freud al problema è il rilievo dato al rapporto circolare individuo singolo/gruppo che genera i soggetti, un rinnovamento dei soggetti nel rapporto con il collettivo.  Rapporti che comprendono non solo relazioni complesse, ma anche aree di sovrapposizione fra individui e gruppo, fra mente individuale e mente del collettivo.

Un soggetto si distacca dal gruppo, Freud dice, e si dice, grazie alla poesia.  La narrazione dell’epopea di questo soggetto conquista il gruppo, nella sua capacità di alterazione delle cose secondo una libertà (tutta libidica) di falsificazione, ovvero di invenzione, che egli si attribuisce  — segno distintivo inequivocabile della potenza e dell’egocentrismo del capo — e che fa la differenza rispetto a una qualunque narrazione.  In base a questa falsificazione egli dà a credere di esser stato tutto solo nell’impresa, di non aver avuto l’aiuto di nessuno negando quindi il supporto dell’orda.  Questa, già pronta per la nostalgia del padre morto a riconoscere e idealizzare nel poeta il nuovo capo, nello stesso tempo si trasforma in un collettivo costituito da soggetti distinti, per quanto funzionalmente equivalenti.  In questo processo è evidente la centralità per Freud del linguaggio, perché è sul suo piano che il distacco può avvenire, e nello stesso tempo può verificarsi l’identificazione dei fratelli, dei membri del collettivo.  Ma il linguaggio non gioca il suo ruolo solo come scoperta, con la poesia, del senso.  Esso implica anche che l’identificazione di cui si parla, sia con l’eroe su un asse verticale, sia tra fratelli su un asse orizzontale, sia anche identificazione di ciascuno dei soggetti implicati con la sua attiva capacità di significazione, e cioè di essere un significante, come citando Lacan rileva Nancy nel suo testo succitato.  Il giorno dei rimandi, delle relazioni e intrecci, determina che ne risulti quella realtà simbolica radicata nel collettivo senza nome, che Lacan definisce l’Altro.  Vi è cioè, sul terreno del linguaggio, un’oscillazione fra piano simbolico (il linguaggio)  e immaginario (le identificazioni): dal poema orale fondatore del soggetto, che col suo contenuto seduce e fonda società, al piano simbolico e viceversa, quando l’identificazione riconosce dei significanti nei soggetti.

Ma sappiamo da Lacan e dalla linguistica che tutto ciò che accade nell’area del senso (cioè del linguaggio), si riferisce a esseri senza essere.

Si potrebbe anche pensare che a dirsi non sia (o non sia solo) il soggetto, ma sia la Cosa, la verità. “La Cosa di cui si tratta enuncia: Io, la verità, parlo[1]Mi pare un tema importante. Lacan qui aggiunge: “Quello che viene scritto, della Cosa, bisogna considerarlo come ciò che se ne scrive provenendo da essa, non da chi scrive.    [  ] l’ontologia — detto altrimenti la considerazione del soggetto come essere — è, se permettete, un’onta”[2].

 

 

 

Bibliografia

 

Lacan, J., (2011) Le séminaire de Jacques Lacan, Livre XIX… ou pire (1971-1972) (Paris: Editions du seuil). Ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Testo stabilito da Jacques-Alain Miler, Il seminario, Libro XIX… o peggio 1971-1972 (Torino: Einaudi, 2020).

 

 



[1]Lacan 2011,  p. 112.

[2]Ivi.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059