Critica del concetto di psicosi ordinaria

 

23/02/2021

Riassunto

Il termine «psicosi ordinaria» indica un nuovo modo di pensare la clinica della psicosi e il legame sociale nel mondo contemporaneo.  L’espressione, spesso associata a quella di « preclusione generalizzata», lascia intendere che ci sarebbe oggi un’estensione della psicosi.  È così, o si tratta di una nuova lettura dei sintomi, alla luce dell’ultimo insegnamento di Lacan?  E la struttura, è questa ancora attuale dopo la scoperta della formalizzazione borromea?

Summary

The term « Ordinary psychosis » specify a new way of thinking the clinic of psychosis and the social link in the contemporary world. The expression, often linked to « generalized foreclosure », suggests that there is an extension of psychosis today.  Is this hypothesis true, or is it a new way of reading symptoms, founded on the last teaching of Lacan ?  And what about structure ? Is it still operating after the « discovery » of the Borromean formalization ?

 

Keywords

Structure, Borromean knot, continuity, foreclosure, symptom.

Interrogheremo la nozione di «psicosi ordinaria» a partire dai saggi pubblicati dall’École de la Cause freudienne, che hanno seguito una serie di incontri tra analisti: Il conciliabolo di Angers. Effetti di sorpresa nelle psicosi; La conversazione di Arcachon. Casi rari: gli inclassificabili della clinica; La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes.[i]

Precisiamo che il termine «critica» deriva dal latino criticus, che ha due etimologie diverse in greco antico: kritikos, «capace di giudizio», e crisis: «crisi», derivato dal verbo krinein «separare», «scegliere», «decidere».  Per quanto ci riguarda, più che attaccare l’uso della nozione di psicosi ordinaria, proveremo a metterla in crisi, ad analizzare il concetto per discernere gli interrogativi che apre, come le nuove prospettive di lettura della clinica della psicosi che attualmente ci consente.

Questo approccio intende anche mettere in discussione la pertinenza dell’uso della nozione di «struttura» nella nostra clinica quotidiana, e la sua articolazione con la formalizzazione borromea di Lacan.  Possiamo dire che la psicosi ordinaria è un sintomo della modernità?  Un «nuovo sintomo» contemporaneo?  E dovremmo pensare che c’è un’estensione della psicosi nella società di oggi?  Oppure la nozione di psicosi ordinaria permette una nuova interpretazione di alcuni fenomeni della clinica contemporanea?

Due questioni ci appaiono decisive: la direzione della cura, in particolare nella psicosi, e una nuova epistemologia della psicoanalisi, radicalmente distinta da quella della psichiatria e delle sue classificazioni.

 

 

Premessa

 

    Lacan non si accontenta di sovrapporre in modo meccanico il binario «Nome-del-Padre/preclusione (forclusion)» a quello di «nevrosi/psicosi» come avviene nella diagnosi psichiatrica.  In altre parole, ci può essere un’“esitazione” nella diagnosi strutturale senza che il caso in questione venga immediatamente riassorbito nella clinica borderline.  Questo particolare approccio della diagnosi permette di mantenere le diverse strutture cliniche, ma pensando una clinica in cui questa distinzione sia molto meno netta. Come formalizzare allora questa clinica?

Con il sintagma di «psicosi ordinaria», Jacques-Alain Miller designa delle forme di psicosi più moderate o mascherate.  Il termine si contrappone a quello di «psicosi straordinaria», riferito alla clinica del delirio sviluppata da Lacan nel seminario Le psicosi, e di cui Schreber è l’esempio più noto.  Nella psicosi ordinaria, l’attacco al legame sociale, che ritroviamo nella psicosi straordinaria, non è sempre chiaramente osservabile, da qui la difficoltà, a volte, di individuare la psicosi dietro certi comportamenti perfettamente «adattati».

Negli ultimi anni, la nozione di psicosi ordinaria ha conosciuto, in certi ambiti analitici, un’estensione eccessiva.  Forse a causa di un’iscrizione più fragile del padre nella cultura, è diventata, per alcuni psicoanalisti – così come i borderline per altri –, un calderone diagnostico.  Ciò non invalida la pertinenza di un’interrogazione più approfondita sull’argomento.

Da parte di coloro che criticano la nozione di psicosi ordinaria, si percepisce talvolta una certa confusione tra il concetto di « preclusione generalizzata» e quello di «psicosi ordinaria»: ma i due sintagmi non indicano la stessa problematica clinica ed etica.  Se la psicosi ordinaria tocca la questione della struttura e della diagnosi, la preclusione generalizzata riguarda il rapporto di ogni parlessere (parlêtre) con il reale.

Anche pensare un parallelismo tra « preclusione generalizzata» e «perversione generalizzata»[ii] può essere fuorviante.  Gli approcci, infatti, sono invertiti: nella perversione generalizzata si tratta di un meccanismo induttivo, di tipo statistico – si ricava una generalità nel campo del sociale a partire da un’osservazione clinica –, mentre la preclusione generalizzata è una deduzione stabilita a partire dalla portata che assume la dimensione del reale nell’ultimo insegnamento di Lacan.

Questa lettura, legata alla formalizzazione del nodo borromeo e ad altre scoperte degli anni ’70 – pensiamo ai concetti di lalingua[iii] e di sinthome[iv] –, ci invita a un nuovo modo di pensare l’inconscio e la cura stessa.  Oggi è necessario riconsiderare la diagnosi di psicosi: la nozione di psicosi ordinaria è, all’inizio, una constatazione clinica, e resterà comunque, anche nelle sue altre accezioni, legata a questo specifico campo.  Precisiamo che la diagnosi in psicoanalisi non nasce da una esigenza di classificazione, ma come strumento clinico per pensare la direzione della cura.

Gli psicoanalisti di orientamento lacaniano si trovano così in un vicolo cieco: quelli che vedono la psicosi ordinaria ovunque e gli altri che, rifiutando questo approccio, non interrogano più le forme di psicosi meno comuni, limitandosi a parlare di psicosi latente o non scatenata,[v] senza considerare l’organizzazione particolare di questa forma specifica di psicosi.  Oppure si ripiegano sulla nozione di borderline, nozione che ha sicuramente una sua propria validità clinica, ma che è inconcepibile con la concezione strutturale di Lacan.[vi]

Abbiamo quindi scelto di mettere in discussione questo concetto, cercando di approfondire le questioni cliniche e sociali, in tensione con la clinica psicoanalitica e psichiatrica.

 

 

Due casi: la questione della diagnosi

 

Prenderemo due esempi che pongono la questione della diagnosi:

 

Caso n° 1

 

Una donna sulla trentina, che ha fatto lunghi studi scientifici, che lavora e vive sola, ha sempre avuto un problema: non parla.  Dalla sua storia, vengo a sapere che non ha finito la tesi di dottorato che aveva intrapreso, e che è stata ricoverata una volta per depressione.  Sua sorella, di due anni più giovane, aveva avuto gravi problemi psichici all’adolescenza, ma la paziente non sa dirmi di che tipo[SB1] .  Non si ricorda nulla della sua infanzia, solo che tutti si occupavano a fondo dei problemi di sua sorella.

La giovane donna afferma non avere veramente un desiderio particolare nella sua vita e di non essere felice, ciononostante non abbia mai pensato al suicidio. Non esce mai e non ha vita sociale, il suo lavoro non le piace, si sente sempre messa da parte, mi dice.  È tutto ciò che ho potuto sapere di lei, dopo più di un anno di analisi.  La paziente viene regolarmente alle sue sedute.  Quando le pongo una domanda, le sue risposte sono sempre dell’ordine di un «Sì», un «No», [SB2] un «Non lo so», «Non mi ricordo», oppure, silenzio.  Se affermo qualcosa e le chiedo un parere, immancabilmente mi dice: «Sì, potrebbe essere così».  Lei è sempre d’accordo con quello che le dico.

All’inizio ho pensato che si trattasse di una resistenza difensiva, di tipo nevrotico, di fronte a ricordi traumatici che non potevano essere facilmente evocati; poi, della paura dell’incontro con la castrazione, problema che incontra ogni soggetto nel momento in cui prende la parola, soprattutto durante la cura.  Oppure poteva trattarsi di un transfert che faticava ad instaurarsi, ipotesi che è stata presto scartata, perché la paziente mi ha subito chiesto di passare a due sedute a settimana.

Man mano, mi rendo conto che lo schema delle sedute «domanda-non risposta o mezza risposta» è quello che cerca nei nostri appuntamenti.  Questo schema ha una funzione compensativa immaginaria per la paziente, dell’ordine di a-a’:[vii] in altre parole, è questo che la fa «tenere».  Non è un gioco di potere del tipo «Ti resisto perché sono più forte di te, quindi non ti rispondo, non ti do nulla di me, ecc.» ma, «Ti resisto perché sono immobile, morta, in un eterno presente.  Ed è solo in questo modo, nel silenzio, che posso stare con te.  La tua parola diventa la mia, come in un gioco di specchi: io esisto nella tua parola, perché non posso esistere nella mia.»

Questa donna ha scelto il silenzio per stare con l’altro, in una strana esitazione tra la morte e la vita.  Mi dirà un giorno: «Se parlo, non sono più sicura di niente, mi sento persa, ancora più sola e tagliata fuori dagli altri di quando non ho nulla da dire.»  La parola separa: se la giovane donna potesse parlare, la parola la «taglierebbe» da sé stessa, cioè da un’identificazione all’oggetto sotto forma di rifiuto che la rende cadavere per l’Altro.

Se non può separarsi da sé stessa e neanche dall’Altro, lo fa attraverso la parola dell’altro (il simile).  Ma possiamo ipotizzare che si tratti di una psicosi, anche se siamo in assenza di qualsiasi fenomeno elementare?  E se è il caso, possiamo dire che il silenzio è un sinthomo per questa donna?

 

Caso n° 2

 

Una donna di quarant’anni viene da me, questa volta al Centro Medico-Psicologico dove lavoro, in seguito al tentativo di suicidio della figlia, bocciata al termine del suo primo anno di una scuola preparatoria che le avrebbe permesso di entrare in una Grande école de commerce della capitale francese.  La paziente mi parla anche di una diagnosi di psicosi puerperale, seguita da tre mesi di ricovero in ospedale, circa vent’anni fa: si ricorda di una forte irritabilità, dei suoi sbalzi d’umore estremi e di certe sue visioni, che sembrano, dalle sue descrizioni, delle allucinazioni visive.  Da allora non ha avuto problemi particolari nella vita, tranne, negli ultimi tempi, la preoccupazione per la salute psichica della figlia e per la sua difficile vita di coppia, a causa dell’alcolismo del marito.  La donna mi confida che aveva perso la madre all’età di 7 anni (non sa dirmi di quale malattia) e che era cresciuta con il padre, che la picchiava regolarmente.  Anche con i suoi fratelli e sorelle aveva rapporti complicati, tranne con il fratello più giovane: «Lui non si fa soggiogare da mio padre», mi dice un giorno.

La figlia si stabilizza dopo poco grazie alla ripresa degli studi alla Facoltà di Legge, e la paziente ne è ovviamente sollevata.  Nelle nostre sedute, a dire il vero piuttosto povere, si lamenta del lavoro che la stanca – è contabile in un’azienda -, e dell’irascibilità del marito, che continua ad ubriacarsi regolarmente.

Dopo circa un anno e mezzo di cura senza particolari sorprese, torna dopo le vacanze invernali: è caduta dalle scale e la sua vita è stravolta.  Mi informa dell’insorgenza di diverse malattie somatiche dopo questa caduta, tra le altre, una violenta artrite che le impedisce di camminare, una secchezza degli occhi e della bocca (sindrome secca),[viii] un dolore inspiegabile alle mascelle e alle tempie, e una strana sensazione alle unghie, che «la pungono» (se le lima tutto il tempo durante la seduta).  Soffre anche di apnea notturna.  Dopo questa «disconnessione» (débranchement),[ix] le sedute diventano «ricchissime»: parla di tutto (molto velocemente!), scherza su tutto, passando a volte di palo in frasca.  Il tempo non le basta mai, al punto di non finire sempre le frasi.  È agitata, eccitata, in evidente stato confusionale.

Viene messa in congedo per malattia.  Si dedica anche ad un’attività piuttosto curiosa: riempie piccoli fogli di carta dove scrive su più strati – una sorta di palinsesto –, in modo incomprensibile.  Durante le sedute, mi legge quello che dice di aver scritto per me il giorno prima.  Si tratta di ricordi importanti, commenti del telegiornale, progetti politici, invettive contro suo marito, contro suo padre, che ha osato telefonarle e chiedere notizie quando non si era interessato a lei per molto tempo.

Mi dice di vivere questo momento sconvolgente, attraversato dal dolore estenuante del corpo, come una «rinascita»: «A volte sto quasi troppo bene, dottoressa».  Cosa ha fatto precipitare questa donna in uno stato «psicotico»?  Cos’è che si è «sconnesso», «scollegato»?  Si può parlare di scatenamento psicotico a partire dall’insorgenza dei fenomeni psicosomatici e dalla caduta anche in assenza di fenomeni elementari?

 

La formalizzazione strutturale e la formalizzazione borromea

 

Se ci fossimo fermati alla psicoanalisi post-freudiana, questi due casi non solleverebbero alcun dubbio, sarebbero inclusi nella nebulosa categoria dei borderline.  O, al limite, si potrebbe considerare che c’è «un po’» di psicosi senza psicosi, in altre parole saremmo di fronte a una psicosi «bianca» o a una psicosi «fredda».  Con il termine di «psicosi bianca», Jean-Luc Donnet e André Green[x] introducono le nozioni speculative di «ombelico della psicosi» e di «nucleo psicotizzante».  Gli autori mischiano la tesi kleiniana del nucleo psicotico presente in ciascuno con quella lacaniana della psicosi come organizzazione strutturalmente distinta dalla nevrosi.  Nelle loro elaborazioni, la distinzione tra sindrome e struttura non è più mantenuta.  Invece la «psicosi fredda» è una nozione che cerca di comprendere il campo delle psicosi non deliranti a partire da un approccio metapsicologico, basato sul modello dell’anoressia mentale e distinto dal riferimento strutturale.  In questa forma di psicosi gli autori evidenziano l’importanza di un’organizzazione di tipo perverso, di cui sarebbero testimonianza una ricerca costante del piacere dell’insoddisfazione e una relazione feticistica all’oggetto.[xi]

Queste concezioni amalgamano nozioni teoriche diverse e non tengono conto delle supplenze e delle compensazioni che possono essere messe in atto da certi soggetti psicotici, a partire dalla preclusione del Nome-del-Padre.  È solo alla luce dell’approccio strutturalista di Lacan, in particolare in seguito alle sue ultime revisioni degli anni ’70,[xii] che possiamo considerare i due casi clinici qui esposti come delle psicosi.

Non si tratta infatti di nuove patologie, non ci sono, nei nostri due casi, «nuovi sintomi» in senso stretto, che darebbero origine a nuove strutture cliniche.

Ciò che è nuovo oggi non sono i sintomi, ma il modo di leggerli, cioè la clinica, soprattutto a partire dall’ultimo insegnamento di Lacan.  In questo senso, l’uso del termine «neo-psicosi» mi sembra adeguato, se si considera che «neo» significa un aggiornamento della clinica delle psicosi.  Le psicosi ordinarie di oggi, che sarebbero altrimenti diagnosticate come nevrosi gravi o come borderline, non invalidano le psicosi straordinarie.  Così come i depressi, gli anoressici, i bulimici e i dipendenti da videogiochi non annullano le isteriche di Charcot, le Dora, gli Uomini dei lupi, ecc.  Ciò che cambia è il modo di pensare la clinica a partire dall’«incontro» tra struttura e nodo borromeo, come cercheremo di dimostrare.  La topologia, secondo la nostra ipotesi, non invalida l’approccio strutturale, lo completa.

Precisiamo che Lacan si è iscritto nella corrente dello strutturalismo dall’inizio del suo insegnamento, proiettando uno sguardo originale sulle tesi maggiori di Lévi-Strauss, Jakobson e Saussure.  È a partire dai seminari, … o peggio e Le savoir du psychanalyste degli anni 1971-1972 che Lacan ha introdotto, nel suo insegnamento, la formalizzazione del nodo borromeo: il reale, l’immaginario e il simbolico sono annodati insieme secondo il principio del nodo borromeo.  Se uno degli anelli della corda cede, la continuità del rapporto tra le tre istanze si interrompe, e il nodo viene sciolto.  Nel seminario Il sinthomo (1975-1976), Lacan passerà dal nodo a tre al nodo a quattro, in cui il quarto anello, il sinthomo, assicura la tenuta del nodo quando c’è disgiunzione tra le corde.

La struttura è una formalizzazione discontinuista e categoriale: «Il principio logico – scrive Lévi-Strauss – è di poter sempre opporre dei termini, che un impoverimento preliminare della totalità empirica permette di concepire come distinti.»[xiii]  Per quanto riguarda la struttura clinica, l’opposizione si iscrive a partire dal Nome-del-Padre: c’è iscrizione di questo significante primordiale o esso è precluso (forclos)?

La preclusione del Nome-del-Padre indica il fallimento della metafora paterna, cioè la non produzione di un effetto di significato, a partire dalla non-iscrizione di ciò che Lacan chiama il «significante fallico» (Φ).  Ci può essere preclusione del Nome-del-Padre, cioè psicosi, indipendentemente dallo scatenamento, dall’insorgenza dei fenomeni elementari.  Cioè non sono le allucinazioni, il delirio, i disturbi del linguaggio a determinare la struttura psicotica: questa seconda condizione è contingente.

Nella psicosi, c’è scatenamento quando il soggetto deve affrontare un vuoto nella significazione, il buco nel simbolico prodotto dall’incontro con l’«Un-padre – scrive Lacan – [situato] in posizione terza in qualche relazione che abbia come base la coppia immaginaria a-a-’».[xiv]  Dal punto di vista del nodo borromeo, lo scatenamento comporta il disannodamento del reale, dell’immaginario e del simbolico, scioglimento che può avvenire anche in una struttura nevrotica.[xv]  In tal caso, anche se si verificano fenomeni elementari – vedi le allucinazioni o il delirio onirico nell’isteria –, il disannodamento avviene senza che ci sia, dal punto di vista della struttura, preclusione del Nome-del-Padre.  In questo senso, permane l’opposizione tra le strutture.

Possiamo già vedere come la formalizzazione strutturale (discontinuista e fondata sull’opposizione) sia correlata con la formalizzazione borromea (continuista, flessibile e fondata sulla rottura nei nodi):[xvi]  l’una non esclude l’altra.  Ricordiamo quanto disse Lacan nel 1972: « […] credo di dimostrare la stretta equivalenza tra topologia e struttura »,[xvii] e nel 1977: «I miei nodi mi servono perché sono le cose che ho trovato più vicine alla categoria di struttura».[xviii]  Lacan parla anche della struttura come reale nel 1968[xix] e dirà ancora nel 1972: «La struttura è il reale che viene a galla nel linguaggio»;[xx] in questo senso, non è dell’ordine della finzione o del sembiante.  Lo psicoanalista non può semplicemente considerare che esistano degli individui secondo una logica nominalista o fenomenologica, vale a dire senza presupposti, come se si dovesse partire ogni volta da zero.  Lo psicoanalista è nominalista, in un certo senso, solo all’inizio della cura, durante i colloqui preliminari.

Lacan dà alla struttura una definizione non strutturalista, coinvolgendo il soggetto nel sistema,[xxi] e considerando la struttura come un insieme chiuso, incompleto e fondato su un’esclusione: nella struttura è assente ciò che fonda il suo funzionamento.  Ispirandosi ai teoremi di Gödel,[xxii] Lacan sottolinea il carattere di incompletezza della struttura: mette in relazione la chiusura e la continuità tra gli elementi dei diversi insiemi (parla di «riferimenti reciproci»).[xxiii]  C’è una possibile articolazione tra la supplementarità[xxiv] e la continuità del nodo borromeo? (Da notare che «supple-mentarità» e «supple-nza» hanno la stessa radice).

 

 

Continuità

 

Sul versante borromeo non vi può essere una classificazione, in quanto non c’è opposizione che potrebbe soddisfarne il principio logico.  Detto questo, se la struttura è aperta alla clinica «elastica»[xxv] della formalizzazione borromea, anche quest’ultima lo è rispetto alla discontinuità della struttura.  In altre parole, lo scompenso nella clinica borromea corrisponde allo scioglimento dei nodi, che si denomina, se utilizziamo un termine della biologia, come il «momento catastrofico».[xxvi]  Certe relazioni linguistiche si possono analizzare partendo dalla curva di Gauss: «Alle estremità ci sono i radicalmente opposti e in mezzo c’è una campana di più o meno.».[xxvii]

In quest’ottica, i due casi brevemente esposti, più che non classificabili, sono piuttosto indiscernibili: [SB3] non si sa da che parte metterli.  Non appena facciamo una bipartizione che soddisfi il requisito lévi-straussiano, si pone il problema degli indistinguibili: siamo di fronte a un’isteria, a una psicosi, o sono entrambe convocate?  Se questa zona al centro della curva di Gauss «si gonfia», mette in causa la linea di demarcazione stessa.  Se il limite «esplode», si ristabilisce in seguito la continuità.  Lévi-Strauss aveva già notato ne Il pensiero selvaggio: «Si vede dunque che l’evoluzione demografica può sconvolgere la struttura, ma che, se l’orientamento strutturale resiste al colpo, essa può disporre, a ogni perturbazione, di diversi mezzi per ristabilire un sistema se non identico all’antecedente, almeno formalmente dello stesso tipo».[xxviii]  Dal punto di vista strutturalista, esiste una continuità tra i sistemi prima e dopo l’urto.  È importante sottolineare il carattere mobile[xxix] della struttura, che partecipa a una clinica dell’approssimazione[xxx] – che ha i suoi matemi –, come la psicoanalisi.

La formalizzazione borromea mostra una stretta connessione tra il significante e il godimento, una messa in continuità tra i due campi, che nella prima formalizzazione strutturale di Lacan erano contrapposti.  Nel caso n. 2, i diversi fenomeni psicosomatici presentati dal soggetto, che possiamo considerare come «disturbi del corpo»,[xxxi] sono fenomeni di godimento[xxxii] che annullano la distanza tra corpo e parola.  Nel caso n. 1 la parola, troppo godente, richiede il silenzio da parte del soggetto, silenzio che è allo stesso tempo vettore di godimento e suo aggiramento.

L’idea di una continuità tra nevrosi e psicosi non è una caratteristica della modernità, non c’è più preclusione del Nome-del-Padre oggi rispetto a prima.  La generalizzazione della preclusione segnala che siamo tutti uguali nella nostra condizione umana, che dobbiamo tutti confrontarci con il reale, e lo psicotico non è un’eccezione.  Siamo tutti uguali di fronte alla morte e al godimento, abbiamo solo modi diversi di affrontarli.[xxxiii]  Ne consegue una continuità nella posizione dell’analista, che si stabilisce ormai prendendo come punto di riferimento la psicosi nel rapporto che il soggetto stabilisce con l’Altro e nei confronti del suo godimento.

L’articolazione tra la struttura e il nodo mostra che c’è una graduazione tra il punto di capiton [SB4] costituito dal Nome-del-Padre — formalizzazione nella quale l’Altro esiste ancora —, e i punti di capiton «altri» – come le supplenze, secondo il primo insegnamento di Lacan, e i sinthomi, secondo il secondo –, partendo dall’idea che l’Altro non esiste, un Altro che sarebbe il garante della parola e dell’atto del soggetto.  Non c’è nessuna gerarchia, né garanzia di tenuta, tra un punto di capiton costruito sull’Altro, cioè sul Nome-del-Padre, e un altro stabilito a partire da una supplenza o da un sinthomo, senza la garanzia dell’Altro.  Il caso di Joyce è un esempio.

 

 

Conclusioni

 

L’articolazione tra la formalizzazione strutturale e la formalizzazione borromea ci permette di pensare ad una nuova clinica della psicosi, e della cura in generale.  La posta etica in gioco non è di poco conto: la cura per lo psicotico, ordinario o straordinario, non è più centrata sul presunto deficit di un significante, il significante del Nome-del-Padre, che bisogna a tutti i costi supplire (farmaci, riparazione, holding, ecc.).  Possiamo invece sfruttare l’invenzione[xxxiv] dello psicotico che, nel migliore dei casi, permette il riannodamento e la stabilizzazione.

Pensare uno stato di psicosi «ordinario» ci permette di dissociare la psicosi dalla follia: Joyce era probabilmente uno psicotico non folle per esempio, e si può considerare che esistono dei nevrotici folli, come in certe forme di isteria.

Sotto un altro aspetto, utilizzare il termine «ordinario» per designare le psicosi non scatenate, compensate o con supplenza, resta problematico.  Questa parola è particolarmente densa dal punto di vista della significazione, e la confusione semantica può indurre in errore.  Il primo significato della parola «ordinario», secondo il dizionario Littré, è «ciò che è nell’ordine del comune», mentre nella clinica questo termine indica forme di psicosi inedite, piuttosto originali.  Ed è facile scivolare nella generalizzazione: come se la psicosi ordinaria fosse una psicosi «comune», «volgare», «allargata», «frequente», invece si tratta di casi del tutto singolari, che soprattutto non rientrano nelle classificazioni «ordinarie».  I nostri due esempi lo dimostrano.

Abbiamo lo stesso problema con la « preclusione generalizzata», che può far pensare all’abolizione delle differenze e delle strutture cliniche — che non sono delle classificazioni delle patologie — in una deriva contemporanea che non ha risparmiato la psicoanalisi.

A parte queste riserve, l’interrogazione sulle psicosi «fuori dal comune» nella clinica contemporanea ci permette di pensare la psicosi a partire da altre forme di innesco, meno rumorose di quelle che passano attraverso le allucinazioni, i deliri e i disturbi del linguaggio, come quelle che si stabiliscono attraverso:
– i disturbi del corpo, che comportano una delocalizzazione del godimento che non passa attraverso l’incontro con l’Un-padre (caso n. 2);
– il lasciare cadere (laisser tomber) dell’Altro (caso n. 1: è la nostra supposizione, a partire dai disturbi psichici di sua sorella).

 

Questo tipo di clinica implica un’altra posizione da parte dell’analista, il quale non è più il «segretario dell’alienato»,[xxxv] il testimone, il compagno, o anche lo scriba della follia del suo paziente.  Ciò che muove il transfert non è più il soggetto-supposto-sapere, ma lalingua, che permette ad un significante di far segno di qualcosa fuori senso (hors sens), sia esso un neologismo, un’onomatopea, un numero, una traccia, etc.  I disturbi del corpo, in quanto significanti che non hanno significato, fanno segno: fanno segno di qualcosa fuori senso, dell’ordine del godimento, come dimostra il nostro caso n. 2.

L’idea di «bricolage», di cui parla Lévi-Strauss ne Il pensiero selvaggio, è la chiave del nostro approccio, poiché permette delle correlazioni in ambiti che non hanno niente a che fare tra loro.  È così che la psicoanalisi rompe radicalmente con la psichiatria, e anche con la psicoterapia istituzionale: la psicoanalisi avrà vinto, nella cura delle psicosi, quando il termine alienazione non sarà più associato, una volta per tutte, alla condizione dello psicotico.

 

 

 

Bibliografia

 

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[i] J.-A. Miller (a cura di), IRMA. Il conciliabolo di Angers. Effetti di sorpresa nelle psicosi (Roma: Astrolabio, 1999); IRMA. La conversazione di Arcachon. Casi rari: gli inclassificabili della clinica (Roma: Astrolabio, 1999); La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, (Roma: Astrolabio, 2000).

 

[ii] Si veda in particolare il testo di J.-P. Lebrun, La perversion ordinaire. Vivre ensemble sans autrui (Paris: Denoël, 2007).

 

[iii] Lalingua non costituisce un mezzo formale di comunicazione come il linguaggio. Lacan la definisce come il luogo nell’inconscio «dove il godimento fa deposito», in altre parole, un idioma investito di affetto. J. Lacan, La terza (1974), trad. it. in La psicoanalisi, n. 12, Astrolabio, Roma, 1992, p. 26.

 

[iv] Nella teoria lacaniana, un sinthomo è un sintomo che tiene insieme le dimensioni del reale, dell’immaginario e del simbolico. Corrisponde al quarto cerchio del nodo borromeo e il suo valore è equivalente a quello del Nome- del-Padre.  Si forma indistintamente sia nella nevrosi che nella psicosi, ma in modi diversi.

 

[v] Ci possono essere delle psicosi – con supplenza o compensate – che non si scatenano mai, oppure molto tardi nella vita di un soggetto.

 

[vi] Nella concezione strutturale ci si distacca dal considerare la singolarità dell’elemento, per concentrarsi sulle relazioni che esistono tra i diversi elementi di un insieme. J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-1956), nuova ed. it. a cura di A. Di Ciaccia (Torino: Einaudi, 2010, pp. 210-211).

 

[vii] Attraverso la funzione di schermo immaginario (a’) che l’analista può assumere, il soggetto psicotico comincia a vedere sé stesso, a vedersi come io (moi) e a ricostruire la sua immagine narcisistica.  Non è dunque inutile cercare di re-instaurare un avatar dello stadio dello specchio, capace di dare al soggetto una certa «materialità immaginaria». Il soggetto ritrova la stessa consistenza dell’io nella paranoia strutturata. J. Clavreul, Le Désir et la Loi (Paris : Denoël, 1987, p. 110).

 

[viii] Una malattia autoimmune.

 

[ix] Non si può parlare di scompenso o di scatenamento psicotico.

 

[x] J.-L. Donnet, A. Green, L’enfant de Ça. Psychanalyse d’un entretien: la psychose blanche (Paris : Éditions de Minuit, 1973).

 

[xi] E. Kestember, La psychose froide (Paris : Puf, 2001, p. 83).

 

[xii] Come vedremo in seguito, il Lacan «strutturalista» può articolarsi al Lacan «borromeo».

 

[xiii]C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio (Milano: Il Saggiatore, 2010, p. 89).

 

[xiv] J. Lacan, «Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi» (1958), in Scritti, a cura di G. Contri, vol. II (Torino: Einaudi, 1974, p. 574).

 

[xv] Soprattutto in alcune forme di isteria, o durante un lutto, in qualsiasi altra struttura.

 

[xvi] La formalizzazione borromea non è propriamente una classificazione.  Nella clinica dei nodi, questi si deformano o si rompono.

 

[xvii] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia (Torino: Einaudi, 2011, p. 9).

 

[xviii] J. Lacan, «Discorso sull’isteria» (1977), trad. it. in La psicoanalisi n. 53-54, Astrolabio, Roma 2013, pp. 9-16.  Lacan aveva precedentemente detto, nello stesso testo: «Inseguo la nozione di struttura solo con la speranza di sfuggire all’impostura».

 

[xix] J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968-1969), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia (Torino: Einaudi, 2019, p. 24). «La struttura è da prendere nel senso in cui è la cosa più reale che esiste, o è il reale stesso».

 

[xx] J. Lacan, «Lo stordito» (1972), in Altri scritti, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia (Torino: Einaudi, 2013, p. 474).

 

[xxi] B. Toboul, «Le sujet et la différence», in M. Drach, B. Toboul (a cura di), L’anthropologie de Lévi-Strauss et la psychanalyse. D’une structure l’autre (Paris: La Découverte, 2008, p. 305).

 

[xxii] Il primo teorema stabilisce che una teoria sufficiente per fare dell’aritmetica è necessariamente incompleta, nel senso che esistono, in questa teoria, degli enunciati che non sono dimostrabili, e la cui negazione non è neppure dimostrabile.

 

[xxiii] J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, cit., p. 211.

 

[xxiv] Poiché il «non-tutto» partecipa al tutto-fallico, anche il non-forclusivo partecipa al forclusivo. Vedi, sul rapporto tra tutto-fallico e non-tutto, M. Bousseyroux, Au risque de la topologie et de la poésie. Élargir la psychanalyse (Toulouse, érès, coll. « Point Hors Ligne », 2011, p. 52). M. Bousseyroux commenta i passaggi di Lacan in Ancora (J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora, op. cit., p. 10.), sul tutto-fallico, insieme finito che, a partire dal suo limite, ammette una supplementarità, in altre parole l’apertura del godimento femminile.

 

[xxv] J.-A. Miller, La conversazione di Arcachon, cit., p. 124.

 

[xxvi] Philippe La Sagna, in La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, cit., p. 219.

 

[xxvii] J-A. Miller, Clinica flessibile, in La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, cit., p. 194.

 

[xxviii] C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, cit., p. 80.

 

[xxix] Il fiume di Eraclito rende bene l’idea.

 

[xxx] «Approssimazione» non significa che vi sia una mancanza di rigore nell’approccio.

 

[xxxi] Come si dice «disturbi del linguaggio» a proposito degli utilizzi inusuali della parola.

 

[xxxii] J. Lacan, «Conferenza sul sintomo» (1975), in La psicoanalisi, n. 2, Roma, Astrolabio, 1987.

 

[xxxiii] Ce lo insegna la teoria della sostanza e delle modali di Spinoza.

 

[xxxiv] L’invenzione si distingue dalla creazione, che va sempre intesa come ex-nihilo, dal nulla, mentre l’invenzione è una creazione a partire dai materiali esistenti, nell’ordine del bricolage.

 

[xxxv] J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, cit., p. 236.

 

 

Traduzione dal francese di Alessandra Reale

 

 


 

Silvia Lippi, psicoanalista a Parigi, psicologa titolare (EPS Barthélémy Durand), dottore in psicologia (PHD), ricercatore associato al CRPMS, Université Diderot-Paris 7.

 

 

 

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