Dibattito su “Natura versus cultura. Una critica”

12/09/2020

 

Antonello Armando, commento al testo di S. Benvenuto,

“Natura versus cultura. Una critica”, European Journal of psychoanalysis, 25-VIII-2020,

http://www.journal-psychoanalysis.eu/natura-versus-cultura-una-critica/

 

Caro Sergio,

dopo avere letto una prima volta il tuo denso e impegnato saggio del 2004 sul rapporto tra natura e cultura, ti avevo scritto di essere rimasto colpito per non avervi mai incontrato la parola greca “fusis”; e, avendomi tu chiesto di chiarire cosa ti volessi significare, l’ho letto una seconda volta.

 

Rileggendolo mi sono anzitutto domandato cosa ti abbia spinto a riproporre oggi pensieri di sedici anni fa.

Una risposta mi è parso di trovarla già nelle prime righe del tuo saggio, nelle parole del taxista di Novosibirsk: la crisi della cultura socialista avrebbe indotto quanti avevano creduto che gli esseri umani potessero convivere riconoscendosi l’un l’altro come uguali a ritenere che ciò fosse di fatto  impedito dalla loro natura; quella crisi avrebbe dunque spalancato di fronte a quanti avevano creduto in quella cultura l’abisso di una depressione.

Nei sedici anni intercorsi dai tuoi pensieri di allora, quella depressione si è aggravata nutrendosi del progressivo affermarsi di nuovi totalitarismi e di un degrado della natura che minaccia di sottrarre agli esseri umani il loro stesso  ambiente di vita. Hai perciò forse ritenuto che i tuoi pensieri di sedici anni fa non bastassero più e li hai dunque proposti a una discussione aspettandoti che dal riconoscimento dei loro limiti ne sorgessero altri più idonei a risolvere quella depressione.

 

Già sedici anni fa avevi cercato qualcosa che sopperisse alla crisi della cultura del socialismo.  Lo avevi fatto opponendoti alla  convinzione che fosse “un tratto della natura umana l’aspirazione di ciascun individuo (…) a essere superiore all’altro”, ovvero  alla convinzione della presenza innata in tale natura di un conflitto che rendeva impossibile agli umani riconoscersi l’un l’altro come uguali; e ti eri opposto a quella convinzione proponendo che nulla di definito in tale natura è innato. Non per questo avevi però sposato le posizioni di quanti sostenevano che tutto è cultura. Anzi, avevi svolto un’articolata critica delle varie forme di quella che hai chiamato “Grande Dicotomia”, ovvero mostrato che non è possibile uscire dalla depressione indotta dalla crisi della cultura del socialismo né sostenendo che l’agire degli umani è determinato dalla loro natura, né che è determinato dalla loro cultura. Avevi inteso “decostruire”, “scardinare”, la “Grande Dicotomia” di natura/cultura accogliendo l’emergere di “una nuova concezione” e dedicando più pagine del tuo saggio a presentarla. In sostanza, mi sembra di avere compreso che tale “nuova concezione” non intenderebbe la natura umana come invarianza, “eidos, essenza preformata di cui ogni fenotipo sarebbe portatore”; la intenderebbe invece come resa variante dalla cultura la quale introdurrebbe altresì invarianze nel suo variare a lei stessa dovuto. Non vi sarebbe dunque più opposizione natura/cultura, ma “differenza relativa, non assoluta – qualcosa è naturale da un certo punto di vista e culturale da un altro punto di vista”.

Definisti questa “nuova concezione” “relativista naturalista”, ma subito dopo ti correggesti parlando a suo proposito di “differenzialismo naturalista”, perché, scrivesti, “il termine ‘relativismo’ gode pessima fama”. Va però osservato che il cambiamento del nome non cambia la cosa; non basta a riaffermare come possibile la convivenza degli umani e il loro riconoscersi l’un l’altro come uguali e a risolvere l’intervenuta depressione. Può anzi aggravarla perché può essere la condizione in cui è necessario stare per risolverla, e perché il “differenzialismo naturalista” vanifica tale condizione frammentandola in un proliferare di “punti di vista” nessuno dei quali può scalfire la certezza del taxista di Novosibirsk che nella natura umana sia innato il conflitto.

Questo dovevi saperlo anche tu già allora se concludesti il saggio riferendoti nuovamente, come a chiudere un cerchio, a lui e chiedendoti se non avesse ragione. Ma soprattutto devi essere giunto a saperlo ora se hai riproposto quel tuo saggio attendendoti, credo, che dalla sua discussione, e dall’eventuale riconoscimento di ciò che vi mancava, potessero sorgere pensieri in grado più dei tuoi di allora di rompere quel cerchio e di risolvere la depressione indotta dalla crisi della cultura del socialismo.

 

Già notando l’assenza nel saggio della parola “fusis” avevo tentato di rispondere alla tua richiesta di discuterlo. Sono però stato criptico e giustamente mi hai richiamato al dovere di spiegarmi.

Nella ricerca di come rispondere al tuo richiamo, mi è venuto in mente un romanzo di Murakami, 1q84, che racconta dell’esistenza di due lune. Non racconta però di un’altra “Grande Dicotomia”, ma di due realtà umane tenute a convivere e a fecondarsi a vicenda. Il limite di quei tuoi pensieri di sedici anni fa sembra a me risiedere appunto nel loro dipanarsi tutti all’interno di una luna sola. L’altra vi risulta eclissata per l’eclissi di un’altra parola. Quei pensieri sono infatti imperniati su due termini, “natura umana” e “cultura”, laddove i termini in gioco nella complessa questione che affronti sono di fatto tre: “natura umana”, “cultura” e “natura”. Il terzo termine, “natura”, risulta in quei pensieri eclissato per ricomparire però nel tacito sovrapporsi al primo determinandone il significato. Nel tuo saggio la “natura umana” è sempre presentata con termini attinti dalla natura. Non nel senso che tu sostenga sia fatta di alberi, monti, fiumi e quant’altro, ma di altri dati pertinenti alla natura: neotenia, genoma, DNA, persino il clitoride.

 

Come sai, la naturalizzazione della natura umana ha una lunga storia che ha inizio con la comparsa di quella parola, “fusis”, nel tuo saggio assente e la cui comparsa nel corso della storia della nostra cultura equivale al levarvisi di una seconda luna.

Fusis”, da “fluō” che possiamo rendere con “fluire”. Solo approssimativamente però perché è un fluire che fu inizialmente rappresentato in quello dell’acqua del grande fiume Oceano; e perché la possibilità di intendere quell’acqua come un dato di natura venne meno quando divenne l’acqua di un qualunque fiume il movimento delle cui onde è invariante e varia, è sempre lo stesso ed è sempre diverso. È sempre lo stesso perché sempre avviene che un’onda si levi e ricada nel levarsi di un’altra. È sempre diverso perché sempre avviene che, nel ricadere di un’onda e nel levarsi di un’altra, una forma scompaia nell’epifania di una nuova forma. La possibilità di intendere il fluire dell’acqua di un qualsiasi fiume come un dato di natura venne cioè meno quando fu chiarito che quel fluire sta a rappresentare una dialettica del vivente della quale partecipano tutti gli umani. Essa costituisce la loro natura comune e comprende la condizione, che oggi temiamo possa andare per sempre smarrita, del loro convivere nel reciproco riconoscersi come uguali.

Nel corso della storia della nostra cultura si è levata anche questa seconda luna: benché accada, non è remunerativo, prima ancora di non essere intellettualmente lecito, non dedicare almeno un momento a considerare come appaia, a guardarla dalla sua altezza, la complessa problematica che affrontasti in passato.

Essa si trasforma. Il problema che balza in primo piano non è più quello del rapporto tra cultura e natura, ma quello del rapporto tra la cultura e la dialettica del vivente. La “Grande dicotomia” non è più quella che oppone natura e cultura, ma quella che oppone una cultura volta a conservare e fortificare tale dialettica e una che le oppone rassicuranti invarianze: solo uno, altri scrisse, deve essere il comandante in capo.

 

Non chiedermi, almeno ora, di dirti dei momenti storici e delle forme di questa “Grande dicotomia”. Lascia piuttosto che concluda ricordando che ambedue sappiamo come ve ne sia un’altra, “piccola”, nella quale quella “grande” si riflette e attualizza, tra i nostri due modi di pensare. Chi sa se, tra le tante possibilità aperte dall’avere tu riproposto il tuo saggio, non vi sia anche quella di aprire una via di passaggio tra le nostre due lune. Di “scardinare” questa “piccola” dicotomia facendo confluire i nostri due opposti modi di pensare nella comune ricerca di una risoluzione della depressione del taxista di Novosibirsk, e nell’oggi non solo sua.

Antonello Armando

 

 

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Risposta di Sergio Benvenuto

 

Caro Antonello, grazie per i tuoi commenti e stimoli.

 

Perché ho riproposto quel saggio dopo 16 anni? Perché in occasione del dibattito sul coronavirus sono stato impressionato da quanto la Grande Dicotomia sia viva tra gli intellettuali, e come essa separi ancora nettamente le valutazioni sulle origini della pandemia. Io stesso sono stato oggetto di ripulse furibonde, in quanto la mia posizione è stata considerata troppo “naturalista”. Ho pensato allora di scrivere addirittura un libretto su questo tema. Prima di farlo, ho riletto le cose da me già pubblicate, e ho visto che quel saggio del 2004 diceva già le cose essenziali che avrei detto nel libro… Ragion per cui l’ho riproposto. Anche perché era uscito nel medium sbagliato, all’epoca. Comunque, sono 30 anni che lavoro sul superamento della Dicotomia, e vorrei dare a questo lavoro uno sbocco meno occasionale.

 

Perché non uso il termine “physis”? Perché è un termine greco antico che mi avrebbe portato verso la storia della filosofia. In effetti, penso che “physis” non fosse la nostra “natura” ma qualcosa che oggi chiameremmo l’insieme degli enti. Quando Eraclito scrive Φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ (fr. 123), ho l’impressione che parli dell’insieme degli enti. Ma capire che cosa i greci intendessero per “physis” è una questione ancora aperta e dibattuta, che mi avrebbe portato lontano.

Diciamo che intendo per “natura” tutto ciò che è oggetto delle scienze dette appunto naturali, le quali oggi escludono che nella natura ci siano cause finali (a parte quelle che introduce l’essere umano). Mentre in Aristotele, per esempio, i fenomeni della physis sono soggetti a cause finali, oltre che a cause materiali efficienti e formali.

Siccome accetto sostanzialmente l’immagine che della natura ci danno le scienze di oggi (non abbiamo immagini migliori, purtroppo), non accetto l’idea che esista una “dialettica del vivente” come dici tu. Riserverei il termine “dialettica” a quel che significava per gli Antichi, una conversazione in cui si oppongono tesi diverse. Non sono hegeliano, quindi non credo nella dialettica della natura.

Leggo sempre più i fenomeni – sia “naturali” che “umani” – attraverso i modelli proposti dalla teoria della complessità e del caos. Non a caso ho recensito un libro recente di Telmo Pievani, Imperfezione.

 

Scrivi che la mia analisi decostruttiva “non basta a riaffermare come possibile la convivenza degli umani e il loro riconoscersi l’un l’altro come uguali e a risolvere l’intervenuta depressione”.

Non ho mai detto che la convivenza tra gli umani non sia possibile: abbiamo avuto e abbiamo tante guerre, ma anche tanta pace. Secondo i calcoli fatti da storici e antropologi, la nostra epoca è una delle più pacifiche – se presa globalmente – della storia umana. I milioni di morti delle due guerre mondiali, se messi in relazione con la popolazione mondiale, sono ben poca cosa in proporzione ai morti nei conflitti antichi. La convivenza del resto non esclude il conflitto: le democrazie pluraliste scommettono sul fatto che in una nazione si possa convivere pur avendo idee politiche del tutto diverse. Anzi, la democrazia si basa proprio su questa sfida: che il conflitto e la discordia, se regolate politicamente, se incruente, siano un modo di convivenza migliore di una convivenza monolitica, in cui tutti sono d’accordo. Sono molto deluso oggi dalla democrazia, ma la sua sfida è ancora viva.

“Riconoscerci gli uni con gli altri come eguali”. Che significa? Mi pare che tu dia per buono il mito secondo cui “tutti nasciamo liberi ed eguali”, cosa che sappiamo bene essere del tutto falso. Non nasciamo liberi perché sin dall’inizio siamo alla mercé degli altri, in particolare dei genitori, i quali possono fare di noi quasi tutto quello che vogliono, e questo fino alla nostra adolescenza inoltrata. In molti casi la vera libertà dai genitori fallisce fino all’età adulta e oltre, lo sappiamo bene noi analisti nella nostra pratica… Non nasciamo eguali perché la biologia ci dice che non esistono due individui eguali geneticamente (a parte i gemelli veri), sappiamo che siamo tutti diversi. Due fratelli, nati nella stessa famiglia, possono prendere delle direzioni di vita completamente diverse… Siamo diversi non solo per il sesso, non solo perché nasciamo in famiglie che appartengono a strati sociali diversi, ma perché, semplicemente, le specie che si riproducono sessualmente generano continuamente mutanti. Siamo tutti mutanti, ovvero siamo tutti diversi, e questa diversità ha prodotto la storia.

Se per “riconoscerci come eguali” vuoi dire che tutti siamo con-cittadini e quindi dovremmo godere degli stessi diritti, sono d’accordo. Del resto, a parte certi sovranisti di estrema destra, tutti siamo d’accordo su questo. Il cristianesimo e l’islam considerarono già ogni essere umano “nostro simile”. Se intendi questo per “riconoscerci eguali”, allora non c’è bisogno di Marx, basta san Paolo.

Ma l’eguaglianza dei diritti e la pari dignità di ciascuno non implica un’eguaglianza di qualità de facto. Direi il contrario. Tutti dovremmo avere il diritto di cantare, ma ci sarà sempre un amplio ventaglio di diseguaglianze da Placido Domingo fino all’ultimo stonato. Tutti dovremmo avere il diritto di scrivere quello che vogliamo e pubblicarlo, ma questo non significa che saremo tutti Proust – alcuni non riusciranno mai a mettere tre frasi assieme. Tutti dovremmo avere il diritto di accoppiarci sessualmente, ma ci saranno sempre delle bellissime donne e delle r…, degli Adoni e dei rospi.

Gli esseri umani sono disposti a RANGHI – certamente anche tra i filosofi, gli psicoanalisti, i rivoluzionari, i ballerini, le femministe… (conosco femministe che detestano cordialmente altre femministe perché queste diventano famose, vanno in parlamento e parlano alla TV, diventano scrittrici note… mentre loro restano oscure militanti.) E questo non perché la società impone diseguaglianze che non esisterebbero in natura, ma perché ogni assetto sociale interpreta a suo modo delle differenze che sono date ab initio. Come diceva Derrida, alla base di tutto c’è la differenza e il differimento….

Predicare l’eguaglianza universale è l’ipocrita e zuccherosa retorica della modernità, non saremo mai eguali in tutti i campi vitali che ci interessano (io, ad esempio, credo di conoscere bene i miei ranghi sociali in tutti gli ambiti, dalle capacità culinarie alla attività di saggista – in quelle culinarie, preciso, il mio rango è bassissimo.)

La sinistra classica insiste per lo più sulle diseguaglianze economiche. Sono favorevole nel ridurre quanto possibile le diseguaglianze economiche, ma un’eguaglianza economica assoluta è – dico io – non contro-natura ma… altamente improbabile. Del resto un’assoluta eguaglianza dei redditi sarebbe profondamente ingiusta: il lavoratore bravo e coscienzioso verrebbe pagato quanto lo scansafatiche incapace, il che sarà sempre inaccettabile, anche per dei comunisti anarchici. Nei primi anni dell’URSS tentarono questo egualitarismo assoluto, ma fecero ben presto marcia indietro.

Per questa ragione non sono depresso per il fallimento del socialismo, perché è da più di 40 anni che non ci credo. Non ho aspettato il crollo del muro di Berlino nel 1989 per capire che il socialismo era destinato a capitolare. Francamente, non ho alcuna nostalgia di Stalin, Mao, Brejnev, Castro, Pol Pot…

Questo non implica che io opti per una delle altre grandi visioni politiche che si contrappongono in Occidente: il fraternismo confessionale, il liberalismo del free market, il nazionalismo sovranista, l’anarco-liberalismo contro ogni gerarchia. Non mi accodo ad alcuna ideologia politica. Non ho alcuna speranza. Diciamo che da tempo sono stufo di speranza. Ho sempre più voglia di verità, anche se è una verità senza speranza. Come gli stoici antichi, cerco di vivere senza desideri e senza speranze politiche.

Oso credere però che chi ha un progetto politico preciso, chi spera, possa anche leggere quello che scrivo – come hai fatto tu, e te ne ringrazio – nella misura in cui gli può servire a capire meglio il mondo che vuole trasformare. Anche chi spera ha bisogno di verità. Ed è questa la merce di cui mi occupo.

 

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20/09/2020

Nuovo commento di Antonello Armando

Caro Sergio,

la tua generosa risposta mi spinge a continuare il nostro dialogo aggiungendo qualcosa a quanto ti ho già esposto, forse con insufficiente chiarezza.

Nel leggerti mi ha questa volta colpito l’assenza di un’altra parola greca: “aletheia”. L’italiano “verità”, con il quale viene abitualmente resa e  che tu impieghi per significare il  senso della tua ricerca, nasconde quello che invece la parola greca comunica: che la verità è quanto, prima nascosto, non lo è più.

Mi è parso che più cose restino nascoste nella tua risposta.

Una è il tassista di Novosibirsk. Non dubito della motivazione, diversa da quella da me ipotizzata, che adduci all’avere riproposto il tuo saggio di sedici anni fa. Tuttavia la forte presenza in esso di quel tassista può significare qualcosa, prossimo a quanto da me ipotizzato, che non merita di restare nascosto: del resto, tu stesso scrivi di essere rimasto deluso dal socialismo ben prima di lui, già quaranta anni or sono, e di esserti poi posto a riflettere sulla Grande Dicotomia

Del tassista può però non importare più di tanto. Importa invece che altro resti nascosto nella tua risposta.

Prima di tutto la seconda luna. Lasci cadere su di essa un’ombra pesante e spessa che non si limita a nasconderla. In quanto a me, mi ha infatti indotto non solo a dubitare della sua esistenza, ma a fare mia per un momento una depressione più acuta e profonda di quella del tuo tassista.

Per superarla mi sono chiesto di cosa fosse fatta quell’ombra. E ho pensato fosse fatta dal restare nella tua risposta nascoste anche altre cose.

Una è di nuovo la parola “fusis”. Questa volta la nascondi nell’ombra dell’ “insieme degli enti” e nell’ombra della natura, per la quale intendi “tutto ciò che è oggetto delle scienze dette appunto naturali”, come aveva per tempo fatto Aristotele aspramente criticato da Bruno per questo.

Per il filosofo che ha detto che essa “ama nascondersi”, la “fusis” è però il “logos”. E il “logos” non è per lui natura quale la intendi tu, e neppure spirito o ragione, ma ciò che lega nel movimento rappresentato dal succedersi delle onde del fiume, reso da lui famoso, le differenze e i conflitti, la “guerra”, che fanno il mondo umano; è quanto è “comune” a tutti gli esseri umani e sta a fondamento del loro riconoscersi l’un l’altro come uguali.

Anche il senso di questo  “riconoscersi l’un l’altro come uguali” rimane nascosto nella tua risposta sotto il “mito del nasciamo tutti liberi e uguali” che concordo essere “falso”, “ipocrita”, “zuccheroso”, o sotto l’ovvietà dell’essere “tutti con-cittadini”.  Rimane nella tua risposta nascosto che “riconoscersi l’un l’altro come uguali” non significa avere tutti lo stesso naso o gli stessi genitori, o quant’altro. Significa qualcosa che viene prima di tutte le differenze, e cioè riconoscersi l’un l’altro come esseri umani. Significa quell’atto, quell’evento, che, come ho ricordato in uno scritto ospitato dalla tua rivista sei anni fa, qualcuno ha posto all’inizio del mondo umano affidando ad esso la speranza della realizzazione di una “civile equalità”.

Ancora una cosa resta nascosta nella tua risposta, questa volta non in quanto fai calare su di essa un’ombra, ma in quanto vi è taciuta. La “fusis” non “ama (ma forse meglio “tende a”) nascondersi” solo per sua natura, perché essa non è ciò che può essere “visto”, ma  ciò che deve essere “sentito”. Tende a nascondersi anche perché esistono “anime barbare” e con loro un “esercito di ingannatori”. Voglio dire che quanto nella tua risposta resta taciuto è l’esistenza di due culture. La “Grande Dicotomia” non è quella che oppone cultura e natura, ma quella che oppone una cultura volta a conservare il principio del modo umano nella continuità della dialettica del vivente e una cultura che le oppone rassicuranti invarianze fatte di cose morte.

Un’ultima cosa. Un passaggio nella tua risposta mi ha colpito. E’ quando scrivi che “capire cosa i greci intendono per fusis” ti avrebbe “portato lontano”. E’ un passaggio forte e significativo.  Accenna a spazi inesplorati, apre una via. Forse va percorsa anch’essa nella tua ricerca della verità e chi sa che non porti a vedere uscire dall’ombra la seconda luna.

Antonello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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