Tribuna su “Psicologia della masse” di Freud. La questione del comunismo

Sulla questione del comunismo, che Bruno Moroncini solleva alla fine del suo intervento (https://www.journal-psychoanalysis.eu/tribuna-su-psicologia-delle-masse-di-freud-le-masse-sono-fasciste/)

io la penso come pensavano sia Freud che Lacan: la questione della fede nel socialismo è del tutto simile a quella della fede cristiana.  Sia Freud che Lacan non avevano fede né nel cristianesimo (e nella religione in generale) né nel socialismo, che vedevano come la Buona Novella laica. Lacan lo disse chiaramente: l’opera monumentale di Marx è un nuovo Vangelo.  La differenza tra Freud e Lacan è che il primo aveva un sostanziale disprezzo sia per la Buona novella monoteista (ebraica e cristiana) sia per la Buona novella bolscevica.  Lacan era molto più ambivalente su questo punto, oscillante, perciò nel 1953 cercò di far adottare il suo pensiero, simultaneamente, sia da parte del partito comunista francese (all’epoca completamente stalinista) che da parte della Chiesa di Pio XII…  (Pare che Lacan volesse per lui funerali cattolici, e su questo ci fu un lungo processo tra E. Roudinesco e gli eredi di Lacan, Judith e J.-A. Miller, dato che la prima aveva rivelato questo desideratum di Lacan sul letto di morte.  Il processo dette ragione a Roudinesco.)

Certamente la mia miscredenza nei confronti sia della religione che del socialismo è inscritta nella mia storia personale.  Vengo da una famiglia, in particolare paterna, che era ad un tempo cattolica e socialista.  Per cui nell’infanzia sono stato un pio cattolico, nella prima gioventù un pio marxista.  Poi mi sono emancipato da entrambe le “fedi”, senza però cadere in altre fedi (liberali, reazionarie, nazionaliste, ecc.).  Per altri la fede nel socialismo è parte di storie del tutto diverse.  Ma è possibile scindere le proprie evoluzioni (o involuzioni) etico-intellettuali dalla propria storia?  Esiste una super-storia della Ragione che possa trascendere le storie individuali?

Quanto a me, ho rispetto per chi crede in Dio e nella vita eterna, come ho rispetto in chi crede in una società socialista in cui tutti saremo eguali.  Ho rispetto, anche se non ci credo.  Rispetto nei monoteismi la sensibilità al divino, o se vogliamo al sacro, dimensioni che non possono essere, queste, ridotte alle illusioni immaginarie delle fedi confessionali.  E rispetto l’esigenza comunista di un’emancipazione universale, nella quale mi sento parte in causa.  Ma non credo né nella soluzione monoteista, né nella soluzione comunista.  Sarebbe ora di scrivere un “L’avvenire dell’illusione socialista”.

Penso che ci sarà sempre un bisogno di fede, in qualsiasi cosa, ovvero, un bisogno di scacco.

Certamente Bruno cerca qui di ammorbidire, di attutire, la Speranza comunista, dato che dopo i fallimenti del comunismo nel secolo scorso e nel nostro, una certa sicumera marxista non può, oggi, che abbassare la cresta.  Ma al di là di un ammorbidimento via Benjamin, resta comunque, anche in Bruno, la “roccia cresciuta” (Gewachsener Fels, come diceva Freud) del Credo comunista.  Così Bruno scrive:

 

Poiché non credo che le masse siano fasciste, io sto dalla loro parte, sto dalla parte delle masse moderne, delle masse malinconiche e angosciate, disincantate e con paternità sempre più incerte. Il mio comunismo oggi consiste in questo: portare queste masse al governo della società.

 

 

E che cosa è questo se non, sempre, palingenesi?  Un Credo, nel quale però io non credo.

Mi pare che alla fine, con queste parole, Bruno dica l’essenziale del suo dissenso – ben più etico-politico che logico-scientifico – da tesi come le mie: “Non credo [non voglio credere] che le masse siano fasciste”.  Al fondo c’è, credo, un malinteso essenziale sul termine Massen, che non sono “le masse” della retorica della sinistra, ma, come ho cercato di spiegare, collettivi caldi, politica idealizzata.  Credo che Bruno cadi nella trappola di un’omonimia.

Ricordo che negli anni 1960 un dirigente democristiano in un comizio disse “I comunisti non parlano mai di popolo, come facciamo noi, ma sempre e solo di masse.  Masse lavoratrici, masse proletarie…”  Ci sarebbe da chiedersi perché all’epoca i discorsi marxisti privilegiavano il significante “masse”.  Marx parlava di classi, non di masse.  Anche io, che allora ero un giovane comunista, godevo nel pronunciare il termine “masse”.  È quel che poi Negri e Hardt hanno ribattezzato “moltitudini”.  Masse, moltitudini, connota qualcosa di informe, di massiccio, di potente, di enorme…  Emerge un credo nel divino come Massa, come qualcosa senza volto e senza forma, un mana anonimo e oscuro, indistinto, che anela al potere, cioè alla distinzione, al prendere forma e volto.  Si connota la grande potenza della “massa” ma anche la sua miseria, il suo indistinto anonimato.  C’è ancora da fare tutta un’analisi dell’immaginario della sinistra, come è stato fatto così bene per l’immaginario della destra.

Personalmente, non credo che “le masse”, che per definizione non hanno potere in quanto indistinte, possano prendere il potere.  Alla fin fine, il potere è preso sempre e solo da élites, da chi si distingue.  Da oligarchie, possiamo dire.  E questo in tutti i campi.  Anche in filosofia, anche in psicoanalisi.  Tra le tante migliaia di filosofi che pubblicano oggi, quanti di questi saranno letti tra 50 anni? Forse si e no una decina.  E così in psicoanalisi: quanti psicoanalisti sono oggi, per noi, davvero importanti?  Li si conta su una mano, o poco più.  La storia, come l’evoluzione darwiniana, è spietatamente selettiva.

Potere, fama, prestigio, danaro, in qualsiasi campo si concentrano.  E così è stato anche nei socialismi vari, nei quali, sulla massa anonima, dominava una ristretta Nomenklatura.

Pessimismo conservatore, come dice Bruno di Freud?  No, direi, semplicemente, disincanto.

Per cui, ripeto, rispetto chi crede in Dio o nel socialismo – anche se confesso che, sotto sotto, temo che un giorno potrei sempre finire da lui o lei condannato o al rogo come eretico, o in un Gulag come dissidente.

E concludo con le parole di Lacan:

“Fare la Rivoluzione […] significa […] tornare al punto di partenza.  Anche perché vi rendete conto che è dimostrato storicamente: non c’è discorso del padrone più dannato che là dove si è fatta la rivoluzione, lo vogliate o no.”

(J. Lacan, Lacan in Italia, La Salamandra, p. 195)

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 23/12/2021

 

 

 

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