“Il desiderio si può prendere solo alla lettera”
Appunti sparsi su “La direzione della cura e i principi del suo potere”

 

Sommario

Questo contributo si pone l’obiettivo di commentare alcuni dei passaggi fondamentali del testo di J. Lacan “La direzione della cura e i principi del suo potere”. Più specificatamente l’intento del saggio è quello di sostenere la tesi che questo fondamentale scritto di Lacan, rispetto al corpus complessivo del suo insegnamento, è collocabile in una sorta di terra di mezzo, dove giungono a maturazione alcune delle più significative acquisizioni teoriche del suo cosiddetto periodo del registro simbolico e al contempo però si manifestano, tra le righe e sottotraccia, in modo sintomale, potremmo dire, i segni di questioni che vedranno la luce e si definiranno compiutamente solo successivamente. È in tal senso, questo, un testo in tensione, dove lo stesso desiderio di Freud appare preso, catturato in tale torsione teorica. Questo contributo vuole infine essere anche una riflessione sul potere che è in gioco nella verità di un’analisi.

 

La verità, invece, costituisce un elemento di interrogazione che mette in questione le configurazioni di un ordine di senso.

Michel De Certeau (2006, p. 132).

 

Per commentare questo fondamentale e fecondo scritto di Lacan,[i] crediamo possa essere utile, in via preliminare, tenere presenti alcune difficoltà che la distanza cronologica che ci divide dagli anni della sua stesura trascina inevitabilmente con sé. Vediamole, di seguito, molto rapidamente.

In primo luogo La direzione della cura è un saggio attraversato da un preciso intento polemico: contrastare nei suoi punti fondamentali la cosiddetta psicoanalisi post-freudiana, che negli anni in cui Lacan scriveva si praticava attraverso una prospettiva analitica, a suo avviso, distorta e fuorviante. In particolare, tale pratica poneva al centro del suo operare – diciamo così per semplificare – un’azione di suggestione immaginaria (e d’identificazione all’Io dell’analista) come principio guida e prospettiva di fondo della direzione della cura. La nostra difficoltà interpretativa si produce allora nella ridotta conoscenza attuale delle teorie, oramai per certi versi superate, verso cui Lacan organizza e indirizza la sua argomentazione polemica. Questo è un primo punto. Inoltre in tal senso, e questo è certamente più rilevante, ci pare trapeli in questo scritto anche una velata ma rilevante critica verso un certo modo di intendere e praticare la psicoanalisi da parte del suo stesso padre fondatore: Sigmund Freud. E in questo senso, seppure il testo non sia collocabile temporalmente all’interno della poi maggiormente conclamata “divergenza” (se di vera e propria divergenza possiamo parlare) dell’insegnamento lacaniano da quello freudiano, iniziano in questa sede a mostrarsi alcuni punti di discontinuità che si confermeranno quando Lacan, a partire dal suo seminario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, indicherà per l’analista il posto dell’oggetto scarto;[ii] chiamando l’analista a incarnare l’oggetto a e ad assumere lo statuto di oggetto fantasmatico (causa di desiderio) del soggetto analizzante. Scrive a riguardo Serge Cottet (2011, p. 216): “Il principio che Lacan promuove, in questo periodo, si fonda sul rifiuto radicale di qualsiasi identificazione all’analista” (da parte dell’analizzante)”.

Perché ci soffermiamo su questa questione? Per una ragione molto semplice: per rimarcare il fatto (e qui entriamo nel merito di un’altra difficoltà propria del testo) che La direzione della cura s’inscrive, rispetto all’intero corpus dell’insegnamento lacaniano, in una sorta di terra di mezzo dove giungono a maturazione alcune delle più significative acquisizioni teoriche lacaniane del cosiddetto periodo del registro simbolico e al contempo si manifestano, tra le righe e sottotraccia, i segni di questioni che vedranno la luce e si definiranno solo successivamente. È in tal senso, questo, un testo in tensione, dove lo stesso desiderio di Freud appare preso, catturato in tale torsione teorica.

La terza cautela interpretativa che ci pare opportuno rilevare deriva dalla precedente e riguarda il fatto che questo testo condensa e mette a tema tutta una serie di questioni che vengono date per scontate e, di più, date per acquisite da Lacan, visto che venivano argomentate in un contesto dove lo psicoanalista francese poteva sentirsi attorniato da un pubblico “fedele” per lo più buon intenditore del suo insegnamento. Ricordiamoci, infatti, che il testo è il risultato di una rielaborazione di una conferenza orale. Più nello specifico, Lacan tralascia di riprendere la differenza tra rapporto immaginario, che caratterizza il rapporto duale tra simili (ego-alter), e il legame simbolico che invece s’instaura tra soggetto e Altro. Senza aver ben chiara questa differenza, pensiamo che non sia possibile comprendere molto di questo testo. Il problema è che non si tratta di chiarirne l’aspetto cognitivo, piuttosto semplice da intendere, ci pare, ma piuttosto il modo in cui questa differenza si traduce sul piano clinico nell’affrontamento della patologia nevrotica. E questo è davvero un punto di capitone del saggio.

Questo aspetto è stato, non a caso, sottolineato da Colette Soler in un suo recente intervento sul testo in oggetto (Soler, p. 27-44). Grazie alla prospettiva suggerita dall’autrice, diviene evidente come La direzione della cura sia un saggio costruito da Lacan tenendo presente il celeberrimo grafo del desiderio, che però verrà introdotto (in tale sede è solo evocato nelle note) in un saggio successivo, anch’esso molto importante, intitolato Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio (Lacan, 1974a). In un certo senso nel commentare La direzione della cura dovremmo quindi prescinderne, ma l’invito che ci permettiamo di fare è di tenerlo presente e di evocarlo mentalmente in filigrana. Veniamo ora alle questioni di merito che abbiamo deciso di discutere in questa sede.

Crediamo, in primo luogo, che La direzione della cura sia senz’altro uno scritto organizzato attorno alla questione della pratica analitica. Insomma, ci pare si tratti di uno scritto tecnico a tutti gli effetti. Nel senso che Lacan interviene con una precisione dettagliata e a tratti luminosa sui differenti modi attraverso cui un analista deve agire e inter-agire con l’analizzante al fine di promuoverne la cura sollecitandone l’inconscio. A questo fine, Lacan ci dice che esiste una regola fondamentale. E l’applicazione di questa regola è, nella psicoanalisi, inaggirabile. La regola è quella che chiede al paziente di dire tutto quello che gli passa per la mente attraverso il metodo delle associazioni libere. Secondo Lacan l’analista ha una responsabilità verso il paziente. E questa responsabilità deve assumere caratteristiche precise. La direzione della cura non deve, infatti, mai diventare un dispositivo di comandamenti. Non si deve confondere il dirigere la cura con il dirigere il paziente o, detto in modo ancora più chiaro, dirigerne la coscienza. Qui Lacan è davvero molto esplicito:

 

La cura è sicuramente diretta dallo psicoanalista. Il primo principio di questa cura, quello che gli è sillabato per primo, e ch’egli ritrova ovunque nella propria formazione fino a impregnarsene, è che non deve affatto dirigere il paziente. La direzione di coscienza, nel senso della guida morale che un fedele del cattolicesimo vi può trovare, qui è radicalmente esclusa (Lacan, 1974b, 581).

 

Tradendo forse anche una preoccupazione, o meglio forse, un desiderio/convincimento, quello di pensare la psicoanalisi come una pratica che non sia interna al discorso del padrone, ma che anzi s’inscriva proprio in un legame antagonista rispetto agli ideali del padrone.

Dirigere la cura è una questione e una pratica tutt’altro che semplice, come è noto ed evidente. Se non altro perché, come dice Lacan, l’analista deve pagare. Deve pagare emotivamente. O meglio, come dice ancora Lacan, deve pagare in parole, formulando interpretazioni, di persona (col suo essere) facendo da supporto ai meccanismi proiettivi che si producono nel transfert. Con un agire che deve essere sempre disinteressato (deve tacere sull’amore), che deve sapersi tenere lontano dal farsi coinvolgere nel suo essere all’interno della relazione immaginaria che il transfert produce a supporto dell’analisi. Tanto è vero che a un certo punto del testo egli si scaglia contro chi sostiene che “l’analista guarisce meno per ciò che dice e fa che per ciò che è” (Ivi, p. 582) e aggiunge in modo nitido e scevro da equivoci: “egli tanto meno è sicuro delle sua azione quanto più vi è interessato nel suo essere” (Ivi, p. 583).

Ma il punto in cui Lacan mostra con maggiore chiarezza – così ci pare – che cosa l’analista deve pagare è di nuovo (non è la prima volta infatti) nell’evocazione della posizione che deve tenere rispetto alla partita nel gioco del bridge.

 

Qui espressione fissa e bocca cucita non hanno affatto lo stesso scopo che nel bridge. Piuttosto, in questo modo l’analista s’aiuta con ciò che in questo gioco si chiama “il morto”, ma solo per far sorgere il quarto come partner dell’analizzato, e di cui l’analista con le sue giocate si sforzerà di fargli indovinare le carte: ecco il legame, di abnegazione potremmo dire, che la posta della partita nell’analisi impone all’analista (Ivi, p. 584).

 

La prima parte del testo è quindi – come dicevamo – dedicata alla messa in questione della pratica post-freudiana della cosiddetta psicologia dell’Io (e forse anche di un certo Freud, o meglio di una certa teoria freudiana, che interpreta la sua famosa massima Wo Es war, soll Ich werden riportata nel modo in cui ce l’ha consegnata Cesare Musatti: “Dove era l’Es deve subentrare l’Io”. E non invece come secondo Lacan andrebbe intesa: “Io devo divenire dove c’è l’Es”) (Cfr. Recalcati, 2012, pp. 9-10). Detto altrimenti, si tratta di prendere una posizione netta e critica verso un orientamento della cura che ha come obiettivo la produzione di effetti che agiscono a livello dell’Io.

Ecco, qui Lacan richiama la distinzione fondamentale tra soggetto e Io, distinzione che ha a che fare, come dicevamo, con la relazione con l’Altro. Il soggetto è in rapporto al desiderio dell’Altro. Il suo desiderio è il desiderio dell’Altro. Una delle massime più note del pensiero lacaniano.[iii]

Per quanto riguarda La direzione della cura, la questione che ci interessa è il rifiuto da parte di Lacan di muovere quest’ultima seguendo l’identificazione suggestiva e verticale del soggetto analizzante con l’analista. Questa è secondo Lacan una direzione sbagliata. Crediamo che qui Lacan si interroghi (già dagli anni cinquanta, dunque) sul rapporto di potere che è inscritto “necessariamente” nel dispositivo analitico. La cosa sorprendente è che pare interloquire e imbastire una difesa efficace nei confronti delle feroci critiche che Deleuze e Guattari gli rivolgeranno (a lui e alla psicoanalisi freudiana) negli anni settanta. C’è un piccolo particolare però: questo scritto è stato pubblicato per la prima volta nel 1958, ben quattordici anni prima dell’anti-Edipo (Deleuze & Guattari, 1975).

Sono qui anticipate questioni che troveranno, ci pare, la loro formalizzazione compiuta solo nel seminario vii (Lacan, 1994). Nel corpo delle sue argomentazioni tecniche, sono implicate questioni etiche che hanno a che fare con l’ethos della psicoanalisi. E quindi con il desiderare. Con lo statuto etico, piuttosto che ontico, dell’inconscio. Ci torneremo nelle riflessioni di chiusura.

Vorremmo ora scegliere di analizzare la parte che consideriamo cruciale del testo,[iv] la parte conclusiva. Qui troviamo articolate per punti le conclusioni di sintesi che Lacan propone ai suoi lettori. La particolarità di queste conclusioni è che esse segnalano in modo inequivocabile anche la torsione che si sta producendo in seno all’insegnamento lacaniano. Vediamole e discutiamole in sintesi.

In primis, Lacan parla del potere della parola. Subito dopo aver denunciato il potere del padrone: potere cieco e malizioso quello di fare il bene. Detto in altro modo, il potere del padrone sarebbe quello di sapere cosa è bene per l’altro. A questo potere si confronta il potere della parola. In secondo luogo, Lacan, in modo sorprendente, cambia posizione rispetto al concetto di parola piena che aveva introdotto in precedenza. Si palesa infatti una presa di distanza piuttosto netta da quello che aveva sostenuto in Funzione e campo di qualche anno prima (Lacan, 1974c), saggio altrettanto importante in cui Lacan aveva  espresso l’idea che la direzione della cura fosse quella di orientare il soggetto verso la parola piena. Mentre qui si dice che bisogna lasciarlo libero di cercare questa parola (libero di provarcisi). Perché? Perché non è in realtà possibile raggiungere una parola piena. Si lascia invece piena libertà, perché in tal modo l’analizzante può fare l’esperienza di cercare quello che non si può trovare. La cura assume in tal senso il compito di significare la mancanza, l’impossibile a riempire la propria verità con le parole. C’è qualcosa che sfugge al significante, che gli resiste. Che non si può dire. E questo è il metro dell’inconscio come campo aperto, come contingenza, come premessa alla propria libertà (Izcovich, 2009). E quindi nel terzo punto aggiunge che questa libertà è quello che nella relazione analitica si tollera meno.

Il quarto punto riguarda la questione della domanda in rapporto al desiderio. La direzione della cura prevede che la domanda dell’analizzante non venga soddisfatta, perché la condizione che ci sia un desiderio (un al di là della domanda) è che non ci sia da parte dell’analista l’intenzione di dare soddisfazione alla domanda. Occorre invece costruire uno spazio che si ponga al di là della domanda. Attenzione però, perché secondo Lacan – come già abbiamo visto facendo riferimento al gioco del bridge – questo non vuol dire che l’analista debba tenere una posizione di pura astensione al dialogo. La frustrazione stessa cui viene in tal modo sottoposto l’analizzante potrebbe infatti diventare una tecnica molto efficace di suggestione.

Il quinto punto riguarda allora proprio la possibilità di dirigere la cura oltre la domanda, canalizzandola verso il desiderio. Leggendo lo scritto in questione “Il desiderio è ciò che si manifesta nell’intervallo scavato dalla domanda aldiquà di se stessa” (Lacan, 1974b, p. 623) si chiarisce molto bene come la domanda abbia a che fare con il bisogno e come invece il desiderio si ponga al di là di esso. Inoltre qui è doveroso solo segnalare come ci sia una prima importantissima interpretazione del sintomo anoressico.[v]

Il sesto e ultimo punto è quello che appare come cruciale. Quello attorno al quale ruota tutto l’enigma/verità de La direzione della cura. È molto importante perché qui, in poche righe, Lacan introduce una questione nuova all’interno del suo insegnamento. Prima, nei suoi precedenti contributi, Lacan associava la parola piena alla possibilità di nominare il desiderio. O meglio, la parola piena era la testimonianza della verità del soggetto, del suo appello rivolto all’Altro che lo costituisce. Qui, invece, improvvisamente dichiara senza mezzi termini che c’è “incompatibilità del desiderio con la parola” (Ivi, p. 637). Questo è un punto dell’insegnamento lacaniano molto controverso che Lacan terrà da qui in poi sempre al centro dell’incandescenza delle sue riflessioni. Punto che evidentemente attiene alla questione del rapporto tra registro del simbolico e registro del reale.

A questo punto viene quindi direttamente interrogato il desiderio dell’analista. E le parole di Lacan che seguono sono straordinarie e meritano davvero di essere lette. E di essere prese alla lettera.

 

A quale silenzio deve obbligarsi oggi l’analista per individuare al di sopra di questo pantano il dito alzato del San Giovanni di Leonardo, perché l’interpretazione ritrovi quell’orizzonte disabitato dell’essere dove se ne deve dispiegare la virtù allusiva? (Lacan, 1974b, p. 637).

 

Proviamo a spiegarle brevemente. Alla domanda che l’analizzante porta con sé in analisi, che è una domanda di un supplemento di essere, si risponde rinforzando la mancanza ad essere. Il dito di San Giovanni indica poi in maniera davvero mirabile il fatto che l’interpretazione cui viene chiamato l’analista deve consistere in una interpretazione allusiva. Enigmatica. Occorre cioè lasciare al soggetto l’interpretazione dell’interpretazione (Izcovich, 2009).

Subito dopo troviamo un’altra frase celebre di Lacan che lascia e al contempo anticipa un’ulteriore traccia dell’evoluzione che prenderà il suo insegnamento negli anni successivi: “Dato che si tratta di prendere il desiderio, e dato che lo si può prendere solo alla lettera, perché è la rete della lettera a determinarne, sovradeterminarne il posto d’uccello celeste [...]” (Lacan, 1974b, pp. 637-638). Lacan ribadisce che il significante e la sua articolazione metonimica non dicono tutto del soggetto e della sua relazione con il desiderio. L’essere del soggetto è, infatti, “incastrato” nella lettera come fissazione di godimento, come qualcosa che resiste al discorso e che si interpone tra i significanti stessi. “La lettera in quanto taglio che circoscrive l’oggetto a piccolo estraendolo dal campo dell’Altro, espone il soggetto al di là di se stesso e della sua verità” (Bonazzi, 2009, p. 162). In fondo Lacan pare suggerire già in questo scritto, e quindi molto prima della riflessione sul parlessere e sul sinthome, che la possibilità di essere, che muove l’analizzante verso la domanda di cura, si può ottenere solamente attraverso il placarsi della preoccupazione verso il proprio costitutivo difetto ontologico. “Diciamo altrimenti, quello che l’analisi radicalizza è la mancanza-ad-essere e questa radicalizzazione ha come effetto paradossale un effetto d’essere” (Izcovich, 2009, p. 92). Potremmo anche dire il costituirsi di un saperci fare con il proprio sintomo.

La direzione della cura accanto alla sua esplicita vocazione tecnica ha infine, a nostro avviso, e come prima annunciato, una forte intenzione etica. È, infatti, uno scritto che s’interroga sul potere in rapporto alla pratica analitica e alla questione della verità del soggetto che la psicoanalisi pone in gioco direttamente e costitutivamente.

In altre parole, lo scritto riflette sulle questioni del desiderio e della libertà soggettiva ponendoli al cuore dell’azione dell’analista. Desiderio che come abbiamo visto non deve essere confuso con la domanda di guarigione dell’analizzante.

Seguendo la trama etica del presente scritto, non possiamo allora non assumere e quindi provare a problematizzare la questione del nesso sapere-potere che una relazione di cura, per definizione asimmetrica, introduce nei processi di soggettivazione. D’altronde, questo è secondo noi ciò che inizia a fare Lacan in questo saggio, incominciando a cogliere e a mostrare lo statuto etico-politico dell’inconscio. Prezioso anche per questa ragione, questo saggio ci chiama al compito di interrogare la psicoanalisi in tale direzione. Soprattutto oggi, che il “disordine della sessualità” e lo smarrimento soggettivo (Chicchi, 2012) sembrano assumere proporzioni inedite e per certi versi preoccupanti.[vi] Al contempo e proprio per queste ragioni, crediamo che la psicoanalisi sia chiamata a confrontarsi in modo meno saltuario con le riflessioni che altre discipline cercano di costruire sulla crisi del moderno e sulla mutazione antropologica che ne deriva. Infine, per dirla con Michel Foucault, nel nostro presente è in gioco (anche per la psicoanalisi) una questione fondamentale: “il legame che si stabilisce, né più né meno, tra la libertà e la verità”.(Foucault, 2008, p. 71) Ci dobbiamo allora chiedere “come il fatto di obbligarsi alla verità (di obbligarsi a dire la verità, di obbligarsi attraverso la verità, attraverso il contenuto di ciò che si dice e attraverso il fatto che lo si dice) diviene effettivamente l’esercizio – l’esercizio più elevato – della libertà stessa?” (Ibidem).[vii]

 

Bibliografia

 

Bonazzi, M. (2009) Scrivere la contingenza. Esperienza, linguaggio, scrittura in Jacques Lacan (Pisa: Edizioni Ets).

 

Chicchi, F.:

-                 (2012) Soggettività smarrita. Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo (Milano: Bruno Mondadori).

-                 (2014) “Il desiderio si può prendere solo alla lettera”. Appunti sparsi su “La direzione della cura e i principi del suo potere”in A. Zanon, a cura di, Cura e soggettivazione, Lettera n. 4/2014.

 

Cottet, S. (2011) Freud e il desiderio dello psicoanalista (Roma: Borla).

 

De Certeau, M. (2006) Storia e Psicoanalisi. Tra scienza e finzione (Torino: Bollati Boringhieri).

 

Deleuze, G. & Guattari F. (1975) L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia (Torino: Einaudi).

 

Foucault, M. (2008) Il governo di sé e degli altri, Corso al Collège de France (1982-1983) (Milano: Feltrinelli).

 

Izcovich, L. (2009) Conclusioni e prospettive, in: AA. VV., Sintomo e inconscio. Otto seminari di Commento dello Scritto: La direzione della cura e i principi del suo potere (Roma: Praxis del Campo lacaniano, pp. 85-95).

 

Lacan, J.:

-       (1974a) “Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”, in Scritti, vol. II, (Torino: Einaudi, pp. 795-831).

-        (1974b) “La direzione della cura e i principi del suo potere”, in Scritti, vol. II, (Torino: Einaudi, pp. 580-642).

-        (1974c) “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”, Scritti, vol. i (Torino: Einaudi, pp. 230-316).

-       (1994) Il seminario. Libro vii. L’etica della psicoanalisi (1959-1960) (Torino: Einaudi).

-       (2003) Il seminario. Libro xi. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964) (Torino: Einaudi).

 

Recalcati, M. (2012) Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Milano: Cortina).

 

Soler, C. (2009) La domanda nell’analisi, in AA. VV., Sintomo e inconscio. Otto seminari di Commento dello Scritto: La direzione della cura e i principi del suo potere (Roma: Praxis del Campo lacaniano, pp. 27-44).



[i]
                   Lo scritto di Lacan che qui commentiamo è apparso per la prima volta sul volume vi della rivista “La Psychanalyse” e costituisce la relazione del colloquio di Royaumont del 10-13 luglio 1958, riunito su invito della Société Française de Psychanalyse. Questo nostro commento è apparso anche in A. Zanon (2014 (a cura di), Cura e soggettivazione, Lettera n. 4/2014; Mimesis, Udine-Milano, pp. 109-118).

[ii]
                   “Per darvi delle formule di riferimento, dirò che, se il transfert è ciò che scosta la domanda della pulsione, il desiderio dell’analista è ciò che ve la riconduce. E, per questa via, egli isola l’a, lo mette a maggior distanza possibile dall’Io che egli, l’analista, è chiamato dal soggetto a incarnare. È da questa idealizzazione che l’analista deve decadere, per essere il supporto dell’a separatore, nella misura in cui il suo desiderio gli permette, in una ipotesi a rovescio, di incarnare, lui, l’ipnotizzato”. (Lacan, 2001, p. 269).

 

[iii]
                   Massima che, com’è noto, verrà però messa in discussione e problematizzata dallo stesso Lacan nell’ultimissima fase del suo insegnamento.

 

[iv]
                   Parte che inizia a p. 637 dell’edizione citata.

 

[v]
                   “Ma il bambino non s’addormenta sempre così nel seno dell’essere, soprattutto se l’Altro, che pure ha le sue idee sui suoi bisogni, se ne impiccia, e al posto di ciò che non ha lo rimpinza della pappa asfissiante di ciò che ha, cioè confonde le sue cure col dono del suo amore.

È il bambino nutrito con più amore a rifiutare il nutrimento e orchestrare il suo rifiuto come un desiderio (anoressia mentale)” (Lacan 1974b, pp. 625-626).

 

[vi]
                   Smarrimento che alcuni, nella psicoanalisi come in altre espressioni di pensiero, trovano bene di assumere come motivo nostalgico di recupero di istanze normative di un ordine simbolico oramai irrimediabilmente tramontato. Noi siamo invece convinti che non fosse questa la prospettiva che Lacan aveva intenzione di inaugurare e perseguire con il suo insegnamento.

 

[vii]
                   È a partire da tale questione che Foucault sviluppa le sue riflessioni in merito alla parresia intendendo per quest’ultima una modalità etica e non meramente cognitiva del dire la verità.

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059