Il setting entro i limiti della sola tecnica della parola[1]

Premessa

La tecnica analitica si fonda sui concetti della teoria analitica.  Sin dagli inizi degli anni ’50 Lacan sosteneva che “…la tecnica non può essere compresa, né correttamente applicata, se si misconoscono i concetti che la fondano”, vale a dire l’inconscio, il transfert, la sessualità, la pulsione, ecc. (Lacan, 1956, p. 239).  Il rapporto teoria-tecnica è un circolo che non possiamo spezzare, il che significa che è impossibile parlare di tecnica senza teoria e viceversa.  Le questioni inerenti alla tecnica analitica in Lacan hanno sempre seguito gli sviluppi della sua teoria.  In questa sede darò ampio spazio all’elaborazione proposta da Lacan nei primi anni ‘50, ossia in quel periodo in cui ha posto al centro della pratica analitica il campo del linguaggio e la funzione della parola.  Per ragioni di tempo lascerò da parte gli spostamenti teorici elaborati dagli inizi degli anni ‘60 fino alla fine degli anni ‘70 e le conseguenze tecniche che ne sono derivate.

In questa fase della sua ricerca clinica e teorica Lacan ha pensato l’esperienza analitica innanzitutto come un’esperienza di parola.  “La psicoanalisi non ha che un medium: la parola del paziente” (p. 240).  Pertanto: “Ricondurre l’esperienza psicoanalitica alla parola e al linguaggio come ai suoi fondamenti, interessa la sua tecnica” (p. 282).

La centralità conferita al linguaggio e alla parola portò Lacan a porre la tecnica analitica come “tecnica della parola” (p. 268) e fu in questo stesso periodo che introdusse la distinzione fra i tre registri del simbolico, dell’immaginario e del reale, dando in questo momento una supremazia al simbolico.  Il simbolico costituisce la “struttura e [il] limite del campo psicoanalitico” (p. 259).  In conformità a questa distinzione, nonché alla supremazia del simbolico, deriva il modo di intendere le regole analitiche e la cornice simbolica all’interno della quale si svolge l’analisi.

In questo articolo mi propongo di mettere in luce alcune costanti di questa cornice.  Per una ragione puramente espositiva – dunque non teorica – dividerò questo lavoro in due parti.  Nella prima esporrò le ragioni che spiegano certe costanti della pratica analitica lacaniana; nella seconda parte affronterò la questione del tempo nella tecnica analitica lacaniana sotto due forme: durata dell’analisi e durata della seduta, quest’ultima in rapporto sia al “non agire” dell’analista, sia alla “tecnica della parola”.

 

 

1. Ricondurre il setting alle condizioni essenziali del discorso analitico

 

Ricordiamo innanzitutto che la parola setting manca nel vocabolario di Lacan e in quello dei lacaniani.  Lacan riduce all’essenziale ciò che costituisce l’esperienza analitica, vale a dire la riduce alla sua dimensione simbolica.  È il caso, dunque, di isolare le costanti cui ho già accennato. 

 

 

Il luogo dell’analisi

 

Lacan non ha scritto nulla sulle caratteristiche del luogo dell’analisi.  Senza speculare troppo, posso stabilire, in accordo con alcuni autori lacaniani, che questo luogo deve garantire le condizioni di produzione e di ascolto della parola e soprattutto che la comunicazione avvenga al riparo dall’ascolto di soggetti estranei alla relazione analitica (Cosenza, 2003, pp. 39-40).

Le condizioni di produzione della parola consistono nel ridurre al massimo le possibili stimolazioni sensoriali che caratterizzano la nostra vita quotidiana.  Si tratta di una neutralizzazione del campo percettivo, ossia di una riduzione degli “input” che il luogo dell’analisi deve garantire.  Neutralizzazione del campo percettivo in analisi non equivale ad un impossibile annullamento totale di questo campo bensì consiste nel fatto che in esso non ci devono essere elementi particolari che, manifestandosi, possano catturare l’attenzione del paziente come normalmente accade nella nostra esperienza.  Tale neutralizzazione svolge una duplice funzione: a) deve consentire, senza interferenze, lo svolgersi del discorso del paziente; b) deve rendere possibile la messa in rilievo di “un altro tipo di input”, vale a dire che in analisi l’attenzione del paziente si rivolge ad “eventi di pensiero” o su ciò che accade (o cade) nel suo discorso e si presenta a lui come estraneo, sorprendente o con tonalità affettive che contraddistinguono nella parola del soggetto l’emergenza dell’inconscio.  Come ha fatto notare Jacques-Alain Miller, da cui riprendo questa tesi, la seduta analitica è “un’operazione sull’attenzione”.  In altri termini, nel discorso analitico produciamo una modificazione della fenomenologia della percezione per cui oggetto di attenzione diventa progressivamente ciò che accade come pensiero e soprattutto come discorso[2] (Miller, 2001, pp. 17-18, p. 19).  Da qui la necessità dell’articolazione con la seconda costante del discorso analitico.

 

 

La posizione acinetica del paziente e dell’analista[3]

 

La pratica della parola in analisi non ha alcun rapporto con il modo in cui discutevano i peripatetici.  Oltre a ridurre gli stimoli percettivi, la seduta analitica fa ostacolo all’eventuale esito motorio prodotto da questi stimoli, vale a dire fa ostacolo ad un’azione sotto forma di movimento.  Tutto deve passare nel discorso, oserei dire nel movimento del discorso e la disposizione acinetica è fatta per far emergere sotto forma di parola e non di azione motoria i significanti dell’inconscio.  Lacan riconosceva un movimento proprio al discorso nell’analisi, concludendo che “l’eppur si muove! dello psicoanalista si congiunge a quello di Galileo nella sua incidenza” (Lacan, 1956, p. 252).  Infatti, una volta ridotti gli stimoli e sospesa la motilità, vediamo emergere qualcosa che generalmente passa inosservato, vale a dire che emergono dei significanti che rompono la continuità del discorso cosciente.  È qui che il soggetto fa l’esperienza di essere abitato da quella che Freud chiamava “l’altra scena” e che Lacan chiamerà l’Altro come discorso dell’inconscio, quell’Altro che “nelle più intime pieghe della mia identità a me stesso, è lui che mi agita” (Lacan, 1957b, p. 519).  Si tratta di ciò che chiamerà con un neologismo “extimité”, condensazione di “esteriorità” e “intimità”, e indica il fatto che l’inconscio è una “intima esteriorità”, cioè qualcosa che ci è più prossimo pur essendo per noi estraneo.  Segnalo di sfuggita che questa tesi di Lacan sull’inconscio come “extimité” è una ripresa di ciò che Freud dichiarava del rapporto del soggetto con il proprio inconscio: “tutti gli atti e tutte le manifestazioni che osservo in me e che non so come collegare con il resto della mia vita psichica devono essere giudicati come se appartenessero a qualcun altro e trovare la loro spiegazione in una vita psichica attribuita a quest’altra persona” (Freud, 1915, p. 53, c.m.).  Era questa la rivoluzione copernicana ripresa da Freud via Kant.  Da qui l’articolazione logica con la terza costante.


La funzione del divano nell’analisi lacaniana

 

Il passaggio al divano comporta una riduzione – non un’eliminazione totale – dell’inevitabile quoziente di specularità immaginaria interno al faccia a faccia tra analista e paziente tipico dei colloqui preliminari[4].  Con il passaggio al divano, l’analista “non si rivolge più a colui che gli sta in prossimità, e questa è la ragione per cui gli rifiuta il faccia a faccia” (Lacan, 1961b, p. 592).  L’analista sottrae la sua immagine al paziente e, contemporaneamente, fa sì che anche l’immagine del paziente gli sia sottratta; in questo modo si rivolge al soggetto dell’inconscio, soggetto messo al lavoro in rapporto alla dimensione simbolica della sua parola, senza lo schermo costituito dall’immagine dell’analista, mentre questi si destina all’ascolto della parola.  In effetti, l’immagine dell’analista può interferire in diversi modi con il libero fluire della parola del paziente: può inibirla, può costituire uno stimolo visivo da cui il paziente può far dipendere il suo discorso modulandolo sull’analista, trovandosi così alienato nell’immagine dell’altro, secondo lo schema che Lacan ha proposto nelle varie versioni dello “stadio dello specchio” (Lacan, 1938; 1949; 1953-1954; 1961a).  Nella teoria dell’immaginario proposta con questo stadio è implicato l’altro con la a minuscola, cioè quel nostro simile con cui originariamente ci identifichiamo e con cui abbiamo un rapporto speculare, con cui possiamo arrabbiarci, di cui possiamo innamorarci ecc., da cui siamo catturati e da cui non ci distinguiamo.  Questo altro per Lacan si situa nel registro immaginario in quanto è ad un tempo un’immagine riflessa del nostro io (moi) e il nostro io (moi) è una sua immagine riflessa.  Possiamo scrivere questa relazione in questo modo:

 

Io (moi)                altro (alter ego, immagine dell’io)

 

Per Lacan l’io (moi) è strutturalmente speculare, è caratterizzato da una reciprocità o da una simmetria bilaterale, indicata qui dalla duplice direzione della freccia.  Pertanto, far scomparire l’immagine dell’analista libera lo specchio piano da questa immagine e consente il riaffiorare nel paziente di quelle immagini che hanno segnato la sua storia.  Tuttavia l’emergenza di queste immagini richiede un preciso funzionamento della parola del soggetto in analisi, cioè richiede che il terzo, ossia il simbolico, sia introdotto nel lavoro analitico in modo decisamente diverso rispetto al normale dialogo.  Da qui la quarta costante.

Associazione libera, campo del linguaggio e funzione della parola in analisi

 

La scomparsa dell’immagine dell’analista si articola al funzionamento libero e aperto del discorso del paziente.  Lacan non amava molto l’espressione “associazione libera” che per lui non indicava a fondo ciò di cui effettivamente si tratta nella pratica analitica (Lacan, 1953-1954, p. 217). Per Lacan la regola fondamentale consiste nel togliere gli ormeggi alla parola, vale a dire che la parola nel corso dell’analisi non segue le regole che normalmente caratterizzano la comunicazione nella nostra vita quotidiana.  Mollare tutti gli ormeggi della relazione parlata significa rompere la relazione di cortesia, di rispetto, di obbedienza all’altro.  Cerchiamo di tagliare quei legami già costituiti che ordinariamente caratterizzano la conversazione con l’altro.  Tutte le nostre consegne hanno lo scopo, nel momento in cui liberiamo il discorso del soggetto, di togliergli ogni vera e propria funzione della parola.  In questo caso il paziente è immesso nel campo del linguaggio senza quegli ordinari vincoli che regolano il nostro discorrere quotidiano.  Da quel momento il soggetto si trova in una certa apertura e mobilità in rapporto a questo universo del linguaggio in cui l’impegniamo.  È questa situazione di oscillazione della parola che produce sul piano immaginario quell’oscillazione dello specchio che permette a cose immaginarie e reali, che per il soggetto non hanno l’abitudine di coesistere, d’incontrarsi in una certa simultaneità o in certi contrasti (pp. 217-218)[5].  È questa una delle ragioni per cui non consideriamo come un intervento analitico il fatto che l’analista possa rivelare qualcosa di sé al paziente con l’idea che in questo modo può aiutarlo.  L’analista deve escludere dalla relazione analitica ogni immagine costituita di sé, ogni comunicazione sulla sua persona per dare al paziente la possibilità di far emergere le proprie immagini in connessione con la propria parola.  Da qui la quinta costante.

 

 

La funzione del denaro in analisi.

 

Il denaro interviene nell’analisi in tre modi distinti: elemento di realtà, funzione simbolica e perdita di godimento.

A) Il denaro è certamente ciò attraverso cui “la realtà interviene nell’analisi” (Lacan, 1956, p. 304, c.m.).  La ragione di ciò è presto detta: il nostro lavoro va retribuito come accade regolarmente in tutti i nostri scambi economici.  Inteso in questo modo, il denaro in analisi svolge la medesima funzione cui generalmente adempie negli scambi che caratterizzano la nostra realtà quotidiana.  Primum vivere, dicevano gli antichi, e l’analista non sfugge a questo principio primo dell’esistenza.

B) Tuttavia nell’analisi il denaro non si riduce a questo elemento di realtà; esso presenta anche uno statuto simbolico la cui funzione è di essere “annichilente [di] ogni significazione” (Lacan, 1957a, p. 34).  Che cosa vuol dire? Innanzitutto, il simbolico per Lacan è caratterizzato dal fatto di annichilire o annullare la realtà e di farla funzionare come altra cosa.  Posso prendere un elemento della realtà (per esempio una pietra, un pezzo di legno, ecc.) e collocarlo tra me ed un altro per simbolizzare una linea di confine.  Ecco che il pezzo di legno e la pietra sono aboliti nella loro realtà e diventano altra cosa.  “Il simbolo si manifesta in primo luogo come uccisione della cosa” (Lacan, 1956, p. 313).  Ma il simbolico ha il potere di annullare anche i significati immaginari e persino quelli simbolici già costituiti nei vari codici simbolici.  Il simbolico in Lacan non si identifica affatto con i diversi codici simbolici che caratterizzano le varie epoche della storia.  Per esempio, a proposito del denaro, il fatto che quest’ultimo sia nella nostra società capitalistica “simbolo” di potenza economica è escluso dalla dimensione simbolica dell’analisi e, aggiungerò, soprattutto dall’etica analitica.  Allora che cosa vuol dire che il denaro in analisi è “annichilente [di] ogni significazione”?  Vuol dire che farsi pagare è importante affinché l’analista non installi nella relazione analitica col paziente l’idea che lui è qualcuno che lo accoglie perché lo ama come potrebbe amarlo un padre, una madre, un fratello o una sorella.  Se l’analista installa nella cura questi significati immaginari e simbolici predetermina la sua posizione e dopo non può dire che il paziente nel transfert lo colloca nel posto di un familiare dato che ci si è messo lui stesso.  Tutti questi significati sono annullati dalla funzione simbolica del denaro e il pagamento marca l’estraneità dell’analista rispetto a tutte queste figure immaginarie, simboliche o reali[6].  È una condizione necessaria affinché la cura analitica possa risultare efficace e questo distingue l’analista da qualsivoglia figura professionale.  Per esempio, se sono un medico e presto soccorso ad un paziente l’efficacia della mia azione non è compromessa dal fatto di non farmi pagare la mia prestazione.  Ma se sono un analista fa parte della mia stessa etica farmi pagare perché se non lo facessi impedirei al paziente il libero gioco dei suoi transfert immaginari e simbolici che in un’analisi si devono produrre il più spontaneamente possibile ed essere elaborati nel corso dell’analisi.  Infine, come potrebbe il paziente esprimere qualsivoglia sentimento ostile verso l’analista dal momento in cui questi non gli fa pagare le sedute? Questo escluderebbe di fatto tutto un materiale che parlare a quel punto di lavoro analitico sarebbe risibile.

C) Pagando il paziente sa che per il lavoro analitico deve perdere qualcosa, deve rinunciare a qualcosa.  Il denaro in questo caso svolge la funzione di un oggetto reale di godimento che l’analizzante perde consegnandolo all’analista, come condizione per poter realizzare un lavoro di trasformazione soggettiva (Cosenza, 2003, p. 42).  Questa terza funzione del denaro attiene alla perdita di un godimento pulsionale e costituisce a mio avviso un’indicazione importante quando riceviamo pazienti adulti che intendono far pagare la loro analisi ad altri soggetti, rivelando così un impegno verso l’analisi decisamente discutibile.  Talvolta succede che i pazienti, nel corso dell’analisi, spendano ben al di là dei limiti imposti dalla loro situazione economica, fino a indebitarsi, negando in questo modo la perdita che l’analisi impone loro, tentando di rafforzare il circuito della pulsione.  È questa una delle ragioni per cui il debito in analisi non va alimentato soprattutto quando l’analista sa che il paziente sta spendendo i suoi soldi in un altro modo.  Una delle indicazioni – non è una regola vera e propria – nell’analisi lacaniana è di far pagare il paziente seduta per seduta, il che serve in primo luogo ad evitare che la perdita venga percepita principalmente a fine mese, mentre fino a quel momento il paziente può non averne percezione, cioè negarla; viceversa, pagando di volta in volta non solo tale perdita si distribuisce sulle singole sedute ma ogni seduta è connotata e percepita come perdita.  In secondo luogo questo può evitare al paziente di spendere i soldi con l’idea poi di indebitarsi con l’analista, rimuovendo in questo modo l’aggressività rivolta nei confronti di quest’ultimo per il prezzo richiesto dall’analisi.  È un fatto che i pazienti si lamentano del “sacrificio” economico non indifferente che l’analisi comporta per loro.  Che l’analisi comporti un sacrificio economico è certo, ma l’economia cui allude questo sacrificio non è solo di questo ordine.  Infine, questo può consentire al paziente di interrompere l’analisi in qualsiasi momento mentre reputo sempre problematiche quelle analisi che si interrompono con un debito lasciato in sospeso.  Occorre forse ricordare la significazione che assume il debito, soprattutto nella nevrosi ossessiva? (Safouan, 1974, pp. 65-73).  Comunque, il pagamento seduta per seduta è un’indicazione che seguo nel mio lavoro, il che non vuol dire che quando il paziente non può pagare la seduta non lo ricevo o non prendo in considerazione un momento di difficoltà economica dei miei pazienti.

A queste tre funzioni del denaro esposte da Lacan mi preme aggiungere un’altra considerazione.  La determinazione del prezzo della seduta diviene ogni volta, per ogni caso, una valutazione clinica legata alla particolarità del soggetto che domanda l’analisi e tiene conto della sua situazione economica.  Per quanto mi riguarda non ho un onorario standard.

 


La frequenza delle sedute

 

Il lavoro analitico richiede regolarità, perché il materiale inconscio richiede tempo e continuità per potersi manifestare e per poter essere elaborato dal soggetto.  Da qui l’esigenza di una frequenza costante degli incontri tra analista e paziente.  Tuttavia non c’è una prescrizione sul numero di sedute.  Le situazioni possono essere valutate caso per caso.  Per quanto mi riguarda ho seri dubbi nel considerare un seduta settimanale come un lavoro di analisi.  Ritengo che in alcuni casi due sedute possano andar bene, in altri possono non essere sufficienti.  Ma con la questione della frequenza delle sedute passiamo al problema della funzione del tempo nella tecnica analitica.

 

 

2. La funzione del tempo nella tecnica analitica lacaniana

 

Per cogliere la riflessione di Lacan sulla durata dell’analisi e soprattutto sulla seduta a durata variabile è opportuno ricordare che questi annoda inconscio, transfert e tempo.  Nel paragrafo che segue mi propongo di fornire alcune nozioni preliminari presupposte dalla tecnica della seduta a durata variabile.  Tali nozioni saranno diversamente riprese nei paragrafi successivi a partire da questa tecnica.

 

 

2. 1. Brevi note su inconscio, transfert e tempo

 

“L’inconscio esige tempo per rivelarsi” (Lacan, 1956, p. 306).  Questa tesi, che rappresenta un dato evidente della pratica analitica in generale, evidenzia la centralità del tempo nel lavoro analitico.  Possiamo trascriverla in una formula semplice: se nell’analisi l’inconscio esige tempo per rivelarsi, allora l’inconscio “non è senza il tempo” (Soler, 1986, p. 185).  Una tale formula sembra contraddire l’assunto freudiano secondo cui i “processi del sistema inc sono atemporali, e cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo, non hanno, insomma, alcun rapporto col tempo.  Anche la relazione temporale è legata al lavoro del sistema C” (Freud, 1915, p. 71).  Come interpretare questa tesi di Freud? Questa atemporalità va presa alla lettera, cioè l’inconscio non conoscerebbe alcuna forma del tempo, funzionerebbe come un disco detemporalizzato che si ripete identico all’infinito? Ci troveremmo così di fronte alla seguente aporia: se l’analisi è fatta per fare emergere l’inconscio, allora l’atemporalità di quest’ultimo renderebbe impossibile a priori il lavoro analitico, dato che siffatto lavoro si svolge nel tempo.  Così, l’invito che facciamo ai nostri pazienti – e che già Freud faceva – secondo cui nell’analisi occorre tempo, si troverebbe inverato da quell’impossibile che è “l’inconscio… fuori del tempo” (Freud, 1901, p. 293, nota 2)[7].  O forse bisogna interpretarla in un altro modo, e cioè che l’inconscio presenta una temporalità distinta da quella cronologica della coscienza o del preconscio?

In effetti, il punto centrale della riflessione di Lacan sul tempo si propone di riconcettualizzare, dopo Freud, i rapporti tra il tempo e l’inconscio.  È grazie a questa riconcettualizzazione che la seduta a durata variabile trova la sua ragion d’essere.  Procediamo con ordine.

In questa revisione la funzione del transfert si rivela decisiva.  Infatti, il transfert è “l’immistione del tempo di sapere” (Lacan, 1955, p. 322, nota 2, c.m.).  Questa tesi enuncia che il transfert è il tempo richiesto per giungere al sapere inconscio.  Abbiamo due termini: tempo e sapere inconscio che si annodano grazie alla funzione del transfert.  In realtà, la nozione di transfert in Lacan assume vari sensi.  Oltre al primo senso cui ho già fatto cenno, vale a dire il trasferimento sulla persona dell’analista delle varie figure immaginarie, reali o simboliche (nel senso corrente della parola) della sua storia, occorre isolarne altri due tra loro strettamente intrecciati.  Innanzitutto, definire l’inconscio a partire dal transfert vuol dire definirlo a partire dal trasferimento del sapere ad un soggetto, poiché nel transfert il sapere inconscio si disloca dallo stato latente in cui si trova come fosse un sapere senza soggetto e viene attribuito ad un altro soggetto, all’analista (Mazzotti, 2009, pp. 8-9).  È la nota teoria del transfert connesso al soggetto supposto sapere.  In secondo luogo, la questione del rapporto tra l’inconscio e il tempo, o più precisamente della struttura temporale dell’inconscio, si colloca all’interno del passaggio tra inconscio fuori e/o dentro il transfert (p. 8).  Per chiarire questa seconda accezione del transfert che lo collega al tempo, occorre ricordare che Lacan riprende il senso che il termine “transfert” aveva inizialmente in Freud, vale a dire come trasferimento da una rappresentazione all’altra imposto dalla censura nel lavoro onirico (Freud, 1899, pp. 512-514; Lacan, 1953-1954, pp. 300-301).  Dunque, il transfert è riletto da Lacan come connessione significante, ossia come trasferimento da un significante all’altro lungo la catena in funzione del fatto che qualcosa insiste per significarsi, nel caso del sogno “il desiderio rimosso” (Freud, 1899, p. 514).  Se il transfert immette il tempo è perché la catena significante è strutturalmente temporale e questo tempo è quello che occorre perché il soggetto in analisi si riappropri di quel sapere inconscio che inizialmente ha attribuito all’analista.

Per esporre questi due usi un po’ complicati della nozione di transfert e la loro articolazione in Lacan, prenderò le mosse da un sintomo nevrotico, tratto da un caso clinico di Freud (Freud, 1895).  Beninteso, l’esposizione che segue è puramente didattica ed esemplificativa e non si propone per nulla di spiegare in modo esaustivo tutte le sfaccettature del caso qui ripreso o del sintomo in Freud e Lacan.

Si tratta di Emma, la quale, come si sa, “soggiace alla coazione di non poter entrare in un negozio da sola” (p. 253).  Questo sintomo vuole dire qualcosa, significa qualcosa ma la paziente non sa che cosa.  In questo senso il sintomo è come un sogno: sappiamo che significa qualcosa ma non sappiamo cosa.  Da qui la domanda: che cosa significa questo sintomo che l’affligge? Questa domanda interroga la significazione del sintomo e dunque pone il problema di una sua possibile decifrazione.  Grazie a questa domanda il sintomo diventa un testo che veicola un messaggio da decifrare.  In questa domanda sulla significazione del sintomo sono implicate almeno tre cose.

Primo: questo sintomo deve stare al posto di qualcos’altro.  Il sintomo implica una sostituzione: sta al posto di qualche altra cosa anche se non si sa di che cosa.

Secondo: la significazione di questa sostituzione è inaccessibile al soggetto cosciente, viene da qualche altra parte, cioè dall’inconscio e turba la vita cosciente.  Il sintomo, dunque, non è la manifestazione diretta dell’inconscio ma è la manifestazione nella coscienza, sotto forma di affetto, di qualcosa che proviene dall’inconscio.

Terzo: il sintomo potrebbe risolversi nel momento in cui tale significazione diventa accessibile alla coscienza.

Nel lavoro con questa paziente Freud scopre due cose.  Un primo ricordo, che risale all’età di 12 anni, quando la ragazza entrando da sola in un negozio vide due commessi che ridevano tra loro e scappò via colta da un affetto di spavento.  Poi un secondo ricordo, più antico del primo: all’età di 8 anni entrò da sola in un negozio e il negoziante le toccò i genitali.  Ritornò una seconda volta in questo negozio e questo gesto fu ripetuto dal negoziante.

Sulla base di questi elementi, riprendiamo i tre punti sopra esposti per cogliere il modo in cui Lacan articola la nozione di sintomo e da qui giungere all’annodamento fra inconscio, transfert e tempo.

Primo: il sintomo è una sostituzione.  La sostituzione sta a indicare che un termine va al posto di un altro termine.  Scriviamolo così: S’/S, che si legge S’ su S.  Abbiamo due S maiuscole, S’ e S, separate da una barra che simbolizza la rimozione: S sta sotto la barra, mentre S’ sta sopra, in funzione di sostituto.  Chiamiamo “significanti” queste due S maiuscole.  Che vuol dire significante? Partiamo dalla scena avvenuta all’età di 8 anni.  Il gesto del negoziante resta incompreso per la bambina, enigmatico ed è come tale che diventa significante, cioè significa qualcosa anche se non si sa che cosa.  Questo gesto si inscrive come un significante nella misura in cui su questo gesto cade la domanda: che significa? Il termine significante va inteso in due modi.  Innanzitutto è un verbo: participio presente del verbo significare.  Inteso in questo modo ciò che è significante implica necessariamente un significato, per quanto indeterminato.  In secondo luogo è un sostantivo.  Come sostantivo, il significante si rende autonomo dalla significazione e come tale si articola con altri significanti per potersi significare.  L’articolazione è una proprietà fondamentale del significante.  Se, per esempio, A è un significante e chiedo “che cosa significa A?”, mi si dirà che “A significa B”.  In altri termini, la significazione di A la trovo nell’articolazione con B.  Vediamo che cosa comporta questo discorso a proposito del sintomo.  Chiamiamo, con Lacan, il gesto del negoziante “significante enigmatico del trauma sessuale” (Lacan, 1957a, p. 513).  “Significante enigmatico” perché, appunto, come ho già scritto, la sua significazione è un enigma, per la semplice ragione che in quel momento la bambina non può articolarlo con nulla.  Così, il “significante enigmatico” si inscrive nell’inconscio e da qui insiste per poter ricevere una significazione.  La seconda scena, accaduta all’età di 12 anni, si presta bene a funzionare come elemento di articolazione con la prima, dato che in queste due scene c’è un elemento comune: l’entrare da sola nel negozio.  Dunque, la seconda scena riattiva retroattivamente la prima e vi si sostituisce, assumendo anch’essa una funzione significante.  Infatti, ci chiediamo: che significa questa paura della ragazza di entrare da sola nei negozi? Mettiamo il significante “paura di entrare nei negozi da sola” sopra mentre sotto mettiamo il significante enigmatico del trauma sessuale.  Di conseguenza, nel discorso di Lacan, il sintomo, in quanto sostituzione consiste nel fatto che un significante va al posto di un altro significante.  E questa sostituzione, ignota al soggetto, fa del sintomo una metafora.  Lacan chiama metafora il meccanismo di sostituzione di un significante con un altro, e dato che nel sintomo è operativo questo meccanismo, allora il sintomo è una metafora.  E in questa sostituzione sintomatica si rivela già la struttura di transfert del significante.  Ma non dimentichiamo che questa sostituzione è finalizzata a significare quel significante che è rimasto enigmatico per la ragazza.

Secondo: tra questi due significanti scocca una scintilla che fissa in un sintomo la significazione inaccessibile al soggetto cosciente.  La significazione inaccessibile alla coscienza non si trova nei singoli significanti ma nella scintilla che scocca tra l’uno e l’altro.  Quindi la significazione è un effetto di questa sostituzione e si fissa nel sintomo.  Il sintomo è un evento di significazione ed è questa significazione ignota che trattiene l’attenzione del soggetto cosciente grazie alla co-presenza di quegli affetti quali ansia, paura, ecc.

Terzo: il sintomo si risolve nel momento in cui questa significazione diventa accessibile alla coscienza.  Come può diventare accessibile la significazione del sintomo? È chiaro che questo accesso richiede una decifrazione – precisamente la decifrazione di questa sostituzione significante che è all’origine del sintomo e che viene da qualche altra parte, e cioè dall’inconscio.  La parola decifrazione lascia intendere che il sintomo ha una struttura significante, cioè di linguaggio[8].

Allora, per decifrare il messaggio presente nel sintomo, messaggio che insiste, che si ripete ma di cui si ignora la significazione si va in analisi, supponendo che l’analista possieda quel sapere ignoto a colui che patisce il sintomo.  Risiede qui il meccanismo del transfert connesso al soggetto supposto sapere.  Il paziente trasferisce nell’altro quel significante inconscio che permetterebbe, articolandosi con il significante sostitutivo, di giungere alla sua significazione e, da qui, alla risoluzione del sintomo.  Ma si tratta di una pura e semplice supposizione.  Infatti, il soggetto supposto sapere è solo una funzione che si incarna nell’analista ma questi non sa nulla del sapere inconscio di questo paziente.  L’analista, anche se è installato in questa funzione, non si deve prendere per colui che sa effettivamente di che cosa soffre il paziente[9].  È la situazione descritta da Freud a proposito del paziente che gli racconta il sogno: “il sognatore dice sempre di non sapere nulla.  Rifiutare la nostra interpretazione non può, dal momento che non abbiamo alcuna interpretazione da prospettargli.  Dovremmo dunque abbandonare… il nostro tentativo? Dal momento che il sognatore non sa nulla, noi non sappiamo nulla…, non vi è prospettiva di venire a capo di alcunché.  Ebbene, se volete, rinunciate pure al tentativo.  Ma se invece non è questa la vostra intenzione, potete proseguire il cammino con me.  Io vi dico infatti che è effettivamente possibile, anzi molto probabile, che il sognatore sappia che cosa significhi il suo sogno, solo non sa di saperlo e per questo crede di non saperlo” (Freud, 1915-17, p. 276).  Lo stesso discorso vale per il sintomo.  Allora l’analista deve fare in modo tale che si avvii un lavoro analitico e pertanto invita il paziente a parlare, cioè a inserire questo sintomo in quella catena associativa di cui ho scritto nel primo paragrafo.  Ed è paradossale perché a questo punto è il paziente a far sapere all’analista.  È la ragione per cui siamo sempre grati ai nostri pazienti per il sapere che ci trasmettono[10].  Abbiamo scritto il sintomo come una sostituzione: S’/S, allora scriveremo la catena associativa o significante in cui immettiamo il sintomo per venirne a capo in questo modo: S’’, S’’’, S’’’’.  Tutte queste S numerate sono significanti.  L’iscrizione del sintomo S’/S in una catena significante dovrebbe consentire di giungere alla significazione del sintomo:

 

S’/S  S’’, S’’’, S’’’’…

 

Vedremo tra poco cos’altro è richiesto per giungere a questa significazione, per il momento segnalo che la freccia indica l’iscrizione del sintomo in una catena significante.  Chiamiamo questa catena metonimia, termine che indica la connessione di un significante con un altro significante sull’asse orizzontale del discorso.  Sono in gioco due proprietà della catena significante: innanzitutto quella metaforica, che è verticale, e che consiste in una sostituzione: un significante (S’) prende il posto di un altro significante (S), ed è il sintomo; in secondo luogo, l’iscrizione di questa sostituzione nella connessione metonimica.  Qual è l’idea che ispira questa procedura? È l’idea secondo cui “il significante occultato”, cioè il significante che va sotto, “rimane presente per la sua connessione metonimica col resto della catena” (Lacan, 1957b, p. 502).  Pertanto, l’analisi consiste in un’iscrizione della metafora del sintomo nella catena metonimica.  Se il sintomo nevrotico, in quanto struttura significante, si articola agli altri significanti è perché ha già questa struttura di significante, cioè ha una struttura di transfert che lo destina al transfert in analisi.  Ed è questa articolazione a costituire per Lacan l’altro senso del termine “transfert”: abbiamo un trasferimento da un significante a un altro significante e così via e l’analista deve favorire questo lavoro.  In fondo, per Lacan, l’analista stesso, come destinatario del sintomo, è una formazione dell’inconscio.  La freccia che ho disegnato pone proprio quest’articolazione, costituita dal sintomo nel suo valore metaforico e dalla catena degli altri significanti supposti nell’analista.

Riepiloghiamo.  Come una lettera in attesa di decifrazione, il sintomo si destina all’analista come soggetto supposto sapere.  In questa funzione del transfert “il soggetto crede che la sua verità sia già data in noi, che noi la conosciamo in anticipo” (Lacan, 1956, p. 301).  Compito dell’analista è di immettere questo sintomo in una catena significante e con quest’altra funzione del transfert si avvia ciò che Lacan chiama “il patto principiale” (p. 302) o “patto” analitico (Lacan, 1953-1954, p. 225)[11].  Queste due funzioni del transfert, che sono le due facce di una stessa medaglia, costituiscono gli “effetti costituenti del transfert” e “si distinguono… dagli effetti costituiti che loro succedono” (Lacan, 1956, p. 302), ossia da quegli effetti rappresentati dal trasferimento sull’analista di quelle figure che hanno segnato la storia del paziente.  E questi effetti sono costituiti nella misura in cui sono il risultato del fatto che il paziente parla all’analista.  Etchegoyen ha sintetizzato in modo abbastanza preciso questa distinzione tra i due tipi di effetti (Etchegoyen, 1986, pp. 159-160).

Adesso dobbiamo prendere in considerazione quel qualcos’altro cui ho fatto cenno, e cioè la retroazione della catena significante.  Infatti, non basta soltanto iscrivere il sintomo in una catena ma occorre anche stabilire la via del ritorno che porta dalla catena al sintomo.  Completiamo il nostro schema con una freccia che ci porta dalla connessione al sintomo:

 

retroazione

  

                            S’/S                S’’, S’’’, S’’’’…

 

Ora, in questa retroazione della catena significante Lacan scopre una struttura temporale e precisamente quella Nachträglichkeit freudiana che egli rilegge e traduce con après-coup.  Partendo dalla tesi freudiana dell’inconscio “fuori del tempo”, egli rielabora in modo personale questa intuizione di Freud sulla Nachträglichkeit, che costituisce una rottura con la concezione classica del tempo.  In questo modo la temporalità strutturalmente retroattiva del transfert della catena significante consente, a partire dal futuro, la ritemporalizzazione di quegli elementi detemporalizzati dell’inconscio[12].  Ma perché a partire dal futuro? Perché grazie all’après-coup “il passato… si manifesta rovesciato nella ripetizione” (Lacan, 1956, p. 312).  Che cosa vuol dire? Se teniamo fermo il fatto che inizialmente Lacan lega la ripetizione al transfert, connesso al funzionamento temporalmente retroattivo della catena significante, allora l’après-coup è la ripetizione del passato rovesciato nel futuro.  La temporalizzazione dell’inconscio a partire dall’après-coup è il futuro come passato rovesciato nella ripetizione o, come vedremo più avanti, ciò che Lacan chiama il “futuro anteriore” (p. 293)[13].

A questo punto resta da stabilire in che modo l’inconscio si manifesta, nel presente della seduta, nella catena significante, consentendo così retroattivamente la produzione della significazione del sintomo iscritto in questa catena.  Lacan pensa la manifestazione dell’inconscio come “beanza, battimento, un’alternanza da suzione” (Lacan, 1966a, p. 841)[14].  Nell’uso di questi tre termini, che andrebbero esaminati singolarmente, appare chiaro che se l’inconscio si rivela nel tempo non si tratta né del tempo standard dell’orologio, né della durata.  Per Lacan il tempo dell’inconscio è dato dalla discontinuità, cioè da un’alternanza di apertura e chiusura, un battimento che si manifesta nell’attualità della catena significante del discorso di ogni singolo paziente in analisi.

Quindi, secondo Lacan, l’elaborazione dell’inconscio sotto transfert (nei due sensi appena esposti) in un’analisi non può essere dissociata dal tempo.  Se è così, allora questo vuol dire che “il tempo gioca il suo ruolo nella tecnica sotto diverse incidenze” (Lacan, 1956, p. 303).  Lacan ha accordato la seduta analitica a questa discontinuità dell’inconscio, al fatto che l’inconscio, attraverso il transfert, si manifesta in un inciampo, appare e poi scompare, si apre e si chiude immediatamente, ossia è un battito.  Questo tempo di scansione è dell’inconscio stesso prima che della seduta, semmai la seduta psicoanalitica a tempo variabile è quella che si modella su questa temporalità dell’inconscio (Mazzotti, 2009, p. 10).  In altri termini, Lacan ha cercato di eliminare lo sdoppiamento temporale che si produce tra il tempo dell’inconscio e il tempo della seduta quando la durata di quest’ultima viene fissata in anticipo.  Se chiamiamo T1 il tempo dell’inconscio e T2 il tempo fisso della seduta, noi abbiamo uno sdoppiamento temporale.  Lacan ha cercato di ridurre questo scarto, modellando il tempo della seduta (T2) sul tempo dell’inconscio (T1).

Per completare la mia articolazione su questo problema, e riprendere alcune questioni qui affrontate, divido questa parte riguardante la questione del tempo nella tecnica in tre parti: 1) la durata totale dell’analisi; 2) il non agire dell’analista; 3) la seduta a durata variabile in connessione con la tecnica della parola.

2.2. Durata totale dell’analisi

 

La durata totale dell’analisi “non può essere anticipata per il soggetto se non come indefinita” (Lacan, 1956, p. 310), vale a dire che non possiamo definire in anticipo il limite temporale dell’analisi (durerà 5 anni, 10 anni, finirà quel tal giorno, ecc.).  L’analisi non è come i giochi a quiz: avete 5 anni per risolvere i sintomi o le questioni.  Secondo Lacan ci sono due ordini di ragioni che rendono impossibile questa decisione.

La prima ragione si spiega con i limiti del campo analitico, cioè con i nostri limiti: non possiamo prevedere in anticipo quale sarà il tempo per comprendere richiesto al soggetto, in quanto include un fattore soggettivo che ci sfugge come tale.  Se decidessimo in anticipo la fine dell’analisi non faremmo altro che anteporre il momento di concludere al tempo per comprendere.  Segnalo che “tempo per comprendere” e “momento di concludere” sono due tempi che Lacan aveva elaborato in un testo dedicato al “tempo logico” (Lacan, 1945).  Ricordiamoci che l’inconscio esige tempo per rivelarsi e questo tempo richiesto al soggetto in analisi non può essere stabilito sin dall’inizio per la semplice ragione che non lo conosciamo.  Qui, più che altrove, si coglie forse in modo maggiormente evidente che il soggetto supposto sapere è una funzione del dispositivo analitico e non va confuso con una realtà effettiva.

La seconda ragione è propria del soggetto.  Se fissiamo in anticipo un termine all’analisi, questo potrebbe equivalere a una proiezione spazializzante in cui il paziente si troverebbe sin d’ora alienato a se stesso: dal momento che la scadenza della sua verità può essere prevista, qualunque cosa possa accadere nell’intervallo dell’analisi, cioè tra l’inizio e la fine già predeterminata, per lui la verità è già lì, il che vuol dire proiettarlo nell’attesa del momento della fine come quello veramente risolutivo.  Questo equivale a stabilire nel soggetto un miraggio, in quanto egli pone in noi la sua verità, dato che stabilendo il termine gli indichiamo che già la conosciamo.  (Su questi due punti, cfr. Lacan, 1956, pp. 303-304).

 

 

2.3. Non agire dell’analista

 

L’astensione dell’analista, il suo rifiuto di rispondere, è un elemento che appartiene strutturalmente all’esperienza analitica.  Tale astensione consiste nel fatto che l’analista non dà “spiegazioni, gratificazioni, risposte alla domanda… ecc.” (Lacan, 1961b, p. 588), e questo rifiuto di rispondere o questa negatività, come anche la chiama Lacan, è staccata da qualsiasi motivo particolare (Lacan, 1956, p. 303), cioè da qualsiasi motivazione immaginaria (non mi piace ciò che dice, non mi è simpatico, ecc.).  Questa astensione dell’analista coincide con una frustrazione alle possibili domande del paziente[15].

Tuttavia l’astensione dell’analista non è sostenuta indefinitamente, altrimenti non ci sarebbe nessun tipo di intervento (interpretazione, sottolineature, ecc.).  Ed è qui che Lacan ritiene che un altro modo di intervenire dell’analista può essere dato dalla chiusura della seduta senza predeterminare in anticipo la sua fine.  A tal proposito parla esplicitamente di “effetti tecnici del tempo” (Lacan, 1956, p. 303).

 

 

2.4. Tecnica della parola e seduta a durata variabile

 

La problematica del tempo si integra con quella “tecnica della parola” di cui ho già scritto nella premessa.  Per cogliere questa integrazione è opportuno approfondire, da una diversa prospettiva, qualche punto del discorso di Lacan che ho parzialmente sviluppato nel paragrafo precedente.

Innanzitutto Lacan definisce “interpunzione” (ponctuation) l’atto con cui l’analista chiude la seduta (p. 245).  Questo termine “designa l’azione, il modo di punteggiare un testo, da cui derivano i segni di interpunzione (ponctuation)” (Rey, 2006, p. 2840).  Questi ultimi rappresentano un “sistema di segni non alfabetici che servono a indicare le divisioni di un testo, annotando alcuni rapporti sintattici o alcune sfumature affettive” (Robert, 2009, p. 1962).  Dunque, l’interpunzione consiste in un atto con cui si appone una punteggiatura alla catena significante e che, se esercitata su un punto preciso del discorso del paziente, ne sancisce retroattivamente un certo senso[16].  Ho già affrontato la temporalità retroattiva del discorso a partire dal rapporto tra il tempo e l’inconscio.  Tuttavia mi sembra opportuno aggiungere un chiarimento decisivo a quanto già scritto.

Se partiamo dalla struttura della frase e chiamiamo S1 e S2 i termini di un’articolazione significante (significante 1 e significante 2), allora quando parliamo noi andiamo da S1 a S2, in un movimento di anticipazione.  Per esempio, se qualcuno dice: “Mi sento (S1) …” e poi interrompe la frase, gli chiederemo: “Mi sento … cosa?” In altri termini, siamo portati spontaneamente a chiedere il complemento (S2) e saremo tentati di completare noi stessi la frase.  Diremo: “si sente triste, allegro, si sente solo, ecc.”.  L’interruzione della frase ritarda l’emergenza del senso, crea una tensione temporale che esige un completamento.  Questo dimostra che c’è un movimento temporale di anticipazione prodotto dal significante stesso, il quale tende strutturalmente ad anticiparsi in un altro significante per produrre una significazione.  Quindi, prima forma temporale prodotta dalla catena significante: anticipazione.  Scriviamola in questo modo:

 

S1           S2

anticipazione

 

Se il nostro interlocutore conclude e dice: “Mi sento (S1) a mio agio (S2)”, allora abbiamo un ritorno che porta da “agio” a “mi sento” che permette di significare la parte iniziale della frase.  Così, oltre al vettore che porta da S1 a S2, il discorso produce anche un vettore di ritorno che va da S2 a S1 che dà luogo ad un effetto di significazione o effetto semantico.  Questo ritorno è, come ho già scritto, il tempo della retroazione di S2 su S1.  Possiamo schematizzare i due tempi in questo modo:

 

retroazione

  

S1                   S2

Anticipazione

 

Anticipazione e retroazione sono i due vettori temporali prodotti da ogni discorso, il quale determina così un doppio movimento temporale: dal tempo 1 (mi sento…) al tempo 2 (…agio) e soprattutto dal tempo 2 ritorno al tempo 1[17].  Come ho già scritto, ciò che aveva catturato l’attenzione di Lacan era la funzione logica del tempo retroattivo perché gli mostrava, appunto, un passato rovesciato nel futuro, il che lo condusse a valorizzare il tempo del “futuro anteriore” (“sarà stato”).  Nella formulazione: “Mi sento a mio agio”, “agio” è il punto che permette retroattivamente di sigillare un senso, e grazie a questo punto avrà significato, se così posso dire, il “mi sento”.  Ma questo vuol dire anche e soprattutto che il tempo è un effetto della struttura significante, e se entra di fatto e di diritto nella produzione della significazione è nella misura in cui è esso stesso un effetto di struttura (Miller, 1999-2000, lezione 17 maggio 2000; Cosenza, 2003, p. 51).  Così dobbiamo concludere che il rapporto fra il tempo e la catena significante non è un rapporto di esteriorità bensì il primo è l’effetto del secondo.

Ora, l’interpunzione agisce come un taglio rispetto alla diacronia della parola e fissa gli effetti semantici prodotti retroattivamente dal discorso.  Per evitare equivoci che possono essere generati dall’esempio didattico sopra riferito a proposito della struttura temporale della frase, mi sembra opportuno aggiungere che, lungi dall’intervenire con una parola che completerebbe il discorso del paziente, l’analista sfrutta l’emergenza di una parola in questo discorso per punteggiarlo proprio su questa parola, fissando così effetti di significazione.  L’analista non produce questi effetti ma li fissa arrestando il discorso del paziente su un certo S2, se così posso dire, emergente da questo discorso.  Seguendo il discorso del paziente come se si trattasse inizialmente di un testo privo di punteggiatura e che, punteggiato su una parola che testimonia retroattivamente l’emergenza di una certa significazione, l’analista fissa questa significazione.  “La punteggiatura appartiene al sistema della significazione; è sempre semantica…” (Miller, 1996, p. 126).  È in questo senso che Lacan può affermare che “l’analista partecipa dello scriba” (Lacan, 1956, p. 307), cioè attua “delle interpunzioni che permettono al soggetto, come nell’intervento editoriale su di un testo privo di segni ortografici, di chiarire la tenuta del suo discorso sottraendolo dall’ambiguità” (Cosenza, 2003, p. 49; cfr. Safouan, 1982)[18].  Questa interpunzione costituisce una vera e propria scansione temporale del discorso del soggetto e abbiamo qui un secondo termine: scansione.

Ho già scritto che l’inconscio esige tempo per rivelarsi.  Questa tesi, però, non ci fornisce nessuna indicazione su quale sia la misura di questo tempo dell’inconscio.  Qui Lacan sfrutta una distinzione stabilita da Koyré tra “tempo scandito” e “tempo misurato” (Koyré, 1948, p. 104).  Un conto è prelevare il tempo dell’inconscio lungo l’asse del tempo meccanico dell’orologio, cioè lungo la cronologia, un altro è prelevarlo in una scansione, in un taglio.  In effetti, la posta in gioco consiste nell’accordare la discontinuità temporale dell’inconscio alla seduta analitica.  Se la temporalità dell’inconscio è discontinua o a pulsazioni allora la seduta deve rispettare tale discontinuità, ossia deve essere organizzata tenendo conto delle scansioni.  In questo punto abbiamo il tentativo di Lacan di riprendere la questione freudiana del rapporto fra tempo e inconscio fuori dal tempo.  Grazie alla scansione temporale assistiamo al fatto che la problematica del tempo si articola con l’inconscio e, soprattutto, si integra nella tecnica della parola.  L’interpunzione, come scansione temporale, è il momento giusto per incidere sull’effetto semantico e grazie a ciò il tempo diventa operatore di interpunzione della parola.  Ma questo tempo non si aggiunge al discorso del paziente dall’esterno; la tensione della ricerca teorica e tecnica di Lacan è consistita proprio, come ho già scritto, nell’evitare quello sdoppiamento temporale tra il T1 del tempo del discorso del soggetto e il T2 costituito dal tempo stabilito dall’analista.  Si trattava per Lacan di eliminare “l’indifferenza” che si creava tra “il taglio del timing” (Lacan, 1956, p. 307) tipico della seduta a durata fissa e il movimento del discorso del paziente[19].

Dunque, si tratta di una tecnica che opera con la scansione temporale della e nella parola incidendo sull’articolazione semantica.  Perciò Lacan può scrivere che “è una felice interpunzione (ponctuation) a dare il suo senso al discorso del soggetto” (Lacan, 1956, p. 245).  A partire dall’articolazione tra la spaziatura dell’interpunzione e la temporalità della scansione, Lacan è portato in questi anni a considerare la seduta analitica come “un’unità semantica” (Miller, 1996, p. 127) e ogni singola seduta può eventualmente svilupparsi come la produzione di una significazione finita o parziale e integrarsi dialetticamente nella serie delle sedute[20].

Ci si potrebbe chiedere: con l’introduzione di questa variante che ne è a questo punto di quell’elemento del setting costituito dalla seduta a durata fissa? Integrando logicamente il funzionamento della seduta nella tecnica della parola, facendo dipendere la prima dalla seconda, portando alla luce la struttura temporale del discorso in rapporto all’inconscio quale ho tentato di descrivere, Lacan è condotto a spostare di conseguenza tutto l’asse della seduta sull’interpunzione a venire, quella che concluderà la seduta al buon momento, il momento che scandisce un certo effetto semantico.  Una volta posta la struttura della parola come l’elemento centrale della pratica analitica, occorreva riconfigurare su tale struttura la stessa seduta analitica (Mazzotti, 2009).  Lacan ironizzava sulla difesa della seduta a durata fissa come elemento fondamentale del setting a partire dal paragone che veniva fatto tra lo psicoanalista e il chirurgo: come a quest’ultimo è richiesta una certa strutturazione per eseguire i suoi interventi sul corpo, così la psicoanalisi necessita della seduta a durata fissa come elemento strutturale del setting al fine di poter dispiegare i suoi effetti.  Già, ma bisognerebbe aggiungere: come la strutturazione richiesta al chirurgo è fondata su ciò su cui deve intervenire ed è una variabile dipendente di quest’ultimo, ossia il corpo, così la configurazione del setting analitico si deve fondare su ciò che è al centro della sua pratica, vale a dire la parola se, come è noto, l’analista non procede con i suoi pazienti ad atti che appartengono alla pratica medica (palpazione, auscultazione, somministrazione di farmaci ecc.), cioè ad atti che intervengono sul corpo in senso medico.  In altri termini, quando il chirurgo organizza la sala operatoria dispone preliminarmente della conoscenza del corpo umano, della sua struttura, delle sue funzioni e di ciò che gli occorre nel tempo richiesto dall’intervento, ed è questa conoscenza che fonda, se così posso dire, il setting in cui esercita la sua attività.  Perché allora nel caso dell’analista la configurazione del setting, e in particolar modo la durata della seduta, non dovrebbe tenere conto delle leggi dell’oggetto su cui interviene, e cioè la parola, e procedere in modo inverso, ossia stabilire il setting indipendentemente da queste leggi? Per Lacan la tecnica della parola non è solo uno degli elementi che danno la configurazione del setting ma è ciò che fonda quest’ultimo.  Se tutte le costanti che ho isolato nella prima parte di questo lavoro si fondano, in un modo o nell’altro, sulla tecnica della parola, allora la stessa seduta, integrata a questa tecnica, è destinata a subire un rimaneggiamento temporale.  Se diventa seduta a durata variabile è nella misura in cui è una variabile dipendente della struttura della parola su cui si fonda l’analisi.

Due considerazioni prima di concludere.

Innanzitutto, occorre chiedersi perché Lacan ha valorizzato l’interruzione della seduta piuttosto che qualsivoglia altro intervento.  Naturalmente una risposta articolata a questa domanda richiederebbe non pochi passaggi su punti decisivi della teoria di Lacan – l’interpretazione, la resistenza, il godimento, ecc. – che non rientrano nell’argomento di questo convegno.  Tuttavia, in accordo con Cosenza, affermo quanto segue: la sospensione della seduta presenta lo statuto di una scansione che valorizza un certo punto chiave del discorso del paziente, precipitando l’elaborazione di quest’ultimo su quel punto di densità che ha fatto capolino nella trama delle parole che ha detto in seduta.  Ciò rende possibile evitare che, nello scorrere puramente cronometrico della durata della seduta, il punto di apertura dell’inconscio del soggetto venga subito richiuso nel discorso dalla monotonia del lamento, della razionalizzazione, della ripetizione senza fessure del discorso cosciente.  La scansione della seduta nella tecnica di Lacan ha la funzione di fermare il soggetto sul punto di enigma che lo riguarda, emerso all’interno del suo stesso discorso (Cosenza, 2003, p. 53)[21]. 

Infine, se Lacan parla di “felice interpunzione” è per segnalare che la seduta non può essere chiusa in un momento qualsiasi.  Infatti, la chiusura della seduta sancisce qualcosa del discorso del paziente e chiuderla, per esempio, quando questi sta proiettando qualcosa sugli altri equivale a ratificare la sua proiezione.  Ecco perché chiudere la seduta in un punto sbagliato del discorso può rafforzare le difese di un soggetto o le sue resistenze, o può alterare il senso, come ho già rilevato.  In altri termini, un errore di interpunzione può giocare gli stessi effetti di un’interpretazione errata qualora fosse accettata dal paziente.

 

 

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Winnicott, D. W. (1971) Gioco e realtà (Roma: Armando Editore, 1974).



[1] Relazione letta il 19 ottobre del 2013 al convegno organizzato dal Centro Napoletano di Psicoanalisi (Società Psicoanalitica Italiana) presso la Sagrestia dei Vasari a Napoli, dal titolo: Dialoghi sulla tecnica psicoanalitica: il setting.  In un primo tempo al convegno era stato invitato, quale voce lacaniana, Fulvio Marone.  Scomparso improvvisamente nel maggio del 2013, Paolo Cotrufo, presidente del Centro Napoletano di Psicoanalisi, invitò me a prendere la parola come analista lacaniano.  Come parlare al posto dell’amico scomparso? Tale fu la questione che mi si pose.  Accettai, e ricordai Fulvio all’inizio del convegno, con la speranza segreta che queste pagine gli giungessero, dovunque lui sia, come testimonianza profonda di stima e di affetto.  Il resto è silenzio.

[2] Ciò che accade come pensiero in analisi è testimoniato principalmente dal discorso.  Si potrebbe obiettare giustamente che in un’analisi i silenzi del paziente esibiscono un loro valore.  Nessuna obiezione.  Infatti, seguendo le interessanti osservazioni di un articolo di Robert Fliess (Fliess, 1949), Lacan aveva valorizzato questi silenzi, mostrando che essi rientravano a pieno titolo nel discorso come fenomeni significanti di cui tener conto in seduta (Lacan, 1956, p. 295).

[3] Riprendo parzialmente da J.-A. Miller l’interpretazione di questa posizione “akinetica” (Miller, 2001, p. 18, pp. 20-21).  Si tratta di una nozione che l’autore riprende da Aristotele, il quale la riferiva al sonno inteso innanzitutto come “l’assenza di movimento della sensazione” (Aristotele, 2002, 454b, 25).

[4] Mi preme segnalare, seppur di sfuggita, che nella pratica lacaniana il numero dei colloqui preliminari non è predeterminato.  Tra le varie funzioni dei colloqui preliminari – tra cui va annoverata anche la diagnosi o una prima ipotesi diagnostica – una è certamente quella di mettere all’opera il transfert.  “Tra lamentare un sintomo che richiede sollievo ed entrare in analisi che suppone il lavoro analizzante, non c’è continuità” (Soler, 1986, p. 175).  Infatti, il passaggio all’analisi implica che un transfert si installi, vale a dire che “attraverso il transfert il sintomo è messo sotto forma di domanda” (p. 176).  Sul transfert ritornerò parzialmente nel paragrafo successivo.

[5] Lacan ha esposto questo annodamento che si produce in analisi tra la funzione della parola e le immagini attraverso uno schema, lo schema ottico che in questa sede devo necessariamente lasciare da parte in quanto la sua esposizione richiederebbe il passaggio attraverso nozioni che non rientrano nell’oggetto di questo convegno (Lacan, 1953-1954; Lacan, 1961a).

[6] In riferimento a quanto ho scritto poco sopra, è questa una delle ragioni per cui non ritengo opportuno che l’analista comunichi qualcosa di sé al paziente.  Una comunicazione di questo genere, infatti, tra le tante cose, può determinare due effetti: a) introdurre un’immagine dell’analista che funge da esempio o da modello con cui il paziente può identificarsi immaginariamente e trovare in questa identificazione una soluzione momentanea ad una sua difficoltà; b) fabbricare un transfert idealizzato per il fatto stesso che l’analista si è proposto come esempio.  Poiché i nodi sono destinati a tornare al pettine o, come direbbe Lacan, ci sono “cose che tornano sempre allo stesso posto” (Lacan, 1955-1956, p. 64), ossia il reale, ecco che la difficoltà si ripresenta e l’identificazione si rivela puramente posticcia.

[7] Fachinelli ha evidenziato bene come già con Freud la durata dell’analisi cominciò ad allungarsi (Fachinelli, 1983, pp. 30-31).  Reputo importante questo testo di Fachinelli sul tempo; più avanti, anche se parzialmente, ne discuterò in nota alcune tesi.

[8] Come ho già scritto, mi sembra opportuno ricordare che si tratta di una riduzione del discorso di Freud e di Lacan.  In quest’ultimo, infatti, come in Freud, il sintomo è sempre sovradeterminato, cioè può implicare più significanti rimossi.  Inoltre, il sintomo per Lacan è anche godimento o soddisfacimento sessuale, come sosteneva Freud.  Lacan aveva commentato questo caso clinico di Freud in un suo seminario, evidenziando che il gesto del negoziante andava inteso come un godimento enigmatico in rapporto alla Cosa (Lacan, 1959-1960).  Lascio da parte questi aspetti perché estranei al convegno.

[9] Mi preme sottolineare con cura questo importante problema teorico per dissipare una confusione molto diffusa.  Etchegoyen lo ha descritto bene laddove scrive che “non si deve dedurre…  che il soggetto supposto sapere si manifesti perché il paziente attribuisce all’analista l’onniscienza, un sapere assoluto che lo comprende, e afferra il senso di tutto ciò che lo riguarda.  Quando si presenta questo fenomeno allo stato puro, siamo di fronte alla psicosi; il paziente crede che l’analista conosca i suoi pensieri (paranoia) e insieme li provochi, come nel delirio transitivista degli schizofrenici.  In questi casi estremi il transfert funziona al massimo e il soggetto supposto sapere emerge in tutta la sua grandezza.  Prendiamo nota che, con o senza intenzione, Lacan si trova a definire con eleganza la psicosi di transfert” (Etchegoyen, 1986, p. 156).  Lettura condivisibile, a condizione di togliere il “senza” e dire: “con intenzione”.  Infatti, Lacan ha descritto in questo modo la manifestazione del transfert nella psicosi, e cioè che il paziente psicotico crede che l’analista sia un soggetto che sappia realmente tutto ciò che gli accade o che pensa.  Non era stata anche questa la lezione che aveva tratto dall’automatismo mentale di de Clérambault, e in particolare da quel fenomeno che si chiama “commento degli atti”? Di che cosa si tratta se non del fatto che l’Altro già sa tutto ciò che il paziente fa e pensa? Certamente, anche per quanto riguarda l’analisi di soggetti non psicotici, il soggetto supposto sapere si incarna nella realtà dell’analista ma qui il “fenomeno” non si presenta “allo stato puro”, come giustamente è sottinteso nel passo di Etchegoyen.  Spetta all’analista non prendersi per tale soggetto, cioè non realizzarlo mediante, per esempio, un uso eccessivo delle interpretazioni, che impianta nel paziente l’idea di un analista che sa tutto.  Occorre ricordare che un’analisi può anche fabbricare un “delirio a due”?

[10] Si prenda la dedica di Winnicott a Gioco e realtà: “Ai miei pazienti, che hanno pagato per insegnarmi” (Winnicott, 1971, p. 7).

[11] È questa una delle funzioni dei colloqui preliminari.  Tale funzione, inoltre, permette al soggetto in analisi il passaggio dalla posizione passiva di paziente, che si attende dall’Altro la risposta alla sua domanda, alla posizione che Lacan chiama di analizzante.

[12]Per evidenziare di sfuggita la complessità della questione dei rapporti tra tempo e inconscio in Freud, segnalo che in un notevole saggio Jacques Derrida pone, dopo Lacan, il problema dello scarto problematico presente nella teoria freudiana tra l’intuizione della nozione di Nachträglichkeit e il concetto di inconscio come intemporale. “Qui lo scarto tra l’intuizione e il concetto freudiano è più sensibile che altrove. L’intemporalità dell’inconscio è certo determinata soltanto dalla sua contrapposizione ad un concetto corrente del tempo, concetto tradizionale, concetto della metafisica, tempo della meccanica o tempo della coscienza. Forse bisognerebbe leggere Freud nel modo che Heidegger ha letto Kant: come l’io penso, l’inconscio è intemporale solo rispetto a un certo concetto volgare del tempo” (Derrida, 1966, 277). Occorre segnalare che il “tempo della meccanica” è quello dell’orologio, mentre quello della “coscienza” è il tempo fenomenologico del vissuto e della durata?

 

[13] È noto che sul problema della ripetizione, Lacan si è riferito esplicitamente alla nozione kierkegaardiana di ripetizione contro la tesi platonica della reminiscenza che tende a invertire un processo di generazione (Lacan, 1957b, p. 514; Kierkegaard, 1843).  Sull’uso della ripetizione kierkegaardiana in Lacan contro la reminiscenza, rinvio all’importante lavoro di Adam, 2005, pp. 71-122.

 

[14] Forse qui Lacan rielabora un’altra intuizione di Freud, quella sulla periodicità.  Scrive Freud: “Ho formulato l’ipotesi che le innervazioni da investimento provenienti dall’interno dell’apparato siano inviate, a scatti rapidi e periodici, verso il sistema P-C (che se ne permea completamente) per essere poi altrettanto rapidamente ritratte” (Freud, 1924, p. 67).  È corretto segnalare che questa complessa articolazione, che qui ho notevolmente ridotto, fra atemporalità dell’inconscio, après-coup e periodicità è stabilita da Lacan nel corso degli anni della sua ricerca.  Essa non si trova in Freud.  D’altronde, lo stesso Laplanche ricorda che questi elementi sono stati lasciati inarticolati da Freud e si propone esplicitamente “di rimettere in prospettiva tutti questi innumerevoli elementi sparsi… nell’opera freudiana” (Laplanche, 1989, p. 417).  Credo che sia stato questo il compito di Lacan anche sul problematico rapporto fra l’inconscio e il tempo.

[15] Lacan ha distinto due gradi di frustrazione: una frustrazione di primo grado che riguarda i bisogni (mangiare, bere, ecc.) e una frustrazione di secondo grado che concerne la domanda d’amore.  In un suo seminario ha stabilito la successione cronologica e logica tra questi due gradi di frustrazione in connessione con la formazione della domanda d’amore da parte del soggetto (Lacan, 1956-1957, pp. 54-70).  Ha ripreso poi questa distinzione nel lavoro analitico, stabilendo che l’analista non risponde né ai bisogni (I grado di frustrazione), né alla domanda d’amore del paziente (II grado di frustrazione).  La funzione della frustrazione in analisi consiste nel fatto che compito dell’analista è favorire una regressione ai significanti arcaici della domanda d’amore, cioè a quella orale, anale, ecc., al fine di rimettere nella catena del discorso, e dunque ritemporalizzare, questi significanti.  In questo testo lascio da parte il problema posto dalla coppia frustrazione-regressione a cui occorrerebbe collegare anche la dimensione immaginaria dell’aggressività, come lascio da parte il problema del silenzio dell’analista in connessione con l’assenza e la morte, che Lacan fa più o meno coincidere con la funzione della “negatività” nel lavoro analitico.

[16] Desidero ricordare che per Lacan l’atto di chiusura della seduta non rappresenta l’unico segno di interpunzione.  Su questi problemi rinvio a Fink, 2007.

[17] Ho sviluppato in modo dettagliato questi problemi in un articolo dedicato all’allucinazione verbale in Lacan cui mi permetto qui di rinviare (Bottone, 2013, pp. 46-49).

[18] A proposito di questa ambiguità, Lacan ricorda che questa procedura la “si può constatare nella pratica dei testi delle scritture simboliche, si tratti della Bibbia o dei canonici cinesi: in cui l’assenza di interpunzione è fonte di ambiguità, l’interpunzione stabilita fissa il senso, il suo mutamento lo rinnova o lo scompagina, o, errata, equivale ad alterarlo” (Lacan, 1956,p. 307).  L’interpunzione, dunque, fissa il senso e, se errata, lo altera.  Ritornerò alla fine di questo lavoro su questa possibile alterazione del senso prodotta da un’interpunzione errata.

[19] Non è proprio questo sdoppiamento che Fachinelli aveva denunciato in Freud? Passando dal tempo “quasi feudale” (Fachinelli, 1983, p. 15), a quello “quasi utopico” (ibid.), per giungere infine a quel tempo “quasi barbarico” (p. 16), “esteso…, spazializzato, fornito di precise e monotone divisioni interne” (p. 21), Freud era stato portato nel corso della sua attività a fissare in ultima analisi la durata della seduta a 1 un’ora di lavoro, facendo suo il tempo del “Grande Orologio”, prodotto ad un certo momento “nella storia dell’Occidente” e, dunque, “tutt’altro che nuovo”.  “Ed è il caso di notare che Freud non accenna alla possibilità che qui si crei un’interferenza, un contrasto di tempi diversi, che l’atemporalità attribuita ai processi inconsci possa in qualche modo reagire col dispositivo temporale del trattamento che deve svelarlo” (p. 22).  Credo che la critica di Fachinelli qui sia debitrice a Lacan, giacché quest’ultimo aveva preso di mira l’utilizzazione in analisi del tempo prodotto dall’ormai famoso “orologio di Huyghens” (Lacan, 1956, p. 306).  Fachinelli conosceva molto bene questo testo di Lacan dato che ne era stato il traduttore ufficiale (Contri, 1974, p. XIV).

[20] Non posso entrare qui negli sviluppi successivi dell’opera di Lacan che lo condurranno, a partire dalla tesi dell’inconscio reale proposta tra la fine degli anni ’60 e gli anni ‘70, a pensare la seduta come un’unità a-semantica.  Occorrerebbe anche spiegare l’articolazione tra questi due modi di intendere la seduta analitica.

[21] Sarebbe opportuno discutere qui le considerazioni “critiche” di Fachinelli e di Etchegoyen sulla seduta a durata variabile.  Nel caso di Fachinelli convocano un’idea di temporalità alternativa sia a Freud, come ho già scritto, che a Lacan.  Malgrado riconosca l’innovazione prodotta da quest’ultimo, Fachinelli evidenzia la tendenza di Lacan ad abbreviare sempre di più la seduta, cioè “una variabilità a senso unico”, tendenza che “segnala con precisione, in un’impostazione decisamente innovatrice, l’impazienza dell’analista stesso, quell’urtare contro un muro cieco che egli pensa di rompere con il proprio agire sul tempo” (Fachinelli, 1983, p. 194).  Per rispondere molto parzialmente a questa obiezione, e dire che non si tratta di “impazienza”, occorrerebbe mettere in luce la nozione di godimento, centrale da un certo momento in poi nel discorso di Lacan e che lo portò effettivamente a spostare la seduta verso la brevità.  Etchegoyen, invece, sottolinea come la seduta lacaniana tende anch’essa a stabilizzarsi, togliendo proprio quella variabilità che aveva caratterizzato la ricerca di Lacan a partire dagli anni ’50 (Etchegoyen, 1986, p. 582).  Una tale obiezione è corretta in linea di principio se si tiene conto di certe derive nell’uso della seduta a durata variabile.  Ma le derive riguardano solo questo tipo di sedute?

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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