Il transfert da Freud a Lacan

La psicoanalisi è una clinica sotto transfert.

Questo è un punto che accomuna tutte le scuole, anche se, approfondendo nel dettaglio cosa si intenda con il termine “transfert”, le differenze cominciano ad apparire e risulta evidente la distanza tra un orientamento e l’altro.

L’idea freudiana di transfert: motore e impedimento.

Da una parte il transfert è la condizione affinché si possa dare un’analisi, e dall’altra è ostacolo al suo stesso sviluppo.

“Nel corso di una cura analitica, il transfert si instaura necessariamente” (Freud, 1912a, p. 523). Con queste parole, Freud indica chiaramente che il transfert non è un’opzione, non è qualcosa che può darsi oppure no; è piuttosto un dato ineludibile della clinica analitica.

Se il transfert è condizione necessaria affinché si possa realizzare un’analisi, d’altra parte sono note le riflessioni freudiane sul transfert cosiddetto negativo e la sua collusione con la resistenza.

Ma a cosa si riferisce Freud quando parla di transfert?

 

1.                cambiamento di lato del corpo del sintomo isterico (1888)

 

Freud utilizza il termine transfert, in francese, per la prima volta nel 1888, in un articolo sull’isteria. In quella circostanza, con “transfert”, egli si riferisce al cambiamento di lato del corpo del sintomo isterico: “è possibile trasferire un’anestesia, una paralisi, una contrattura, un tremore e via dicendo sulla parte simmetrica dell’altra metà del corpo (transfert), mentre l’area originariamente colpita ritorna normale” (Freud, 1888a, p. 51).

 

2.              origine suggestiva dei sintomi isterici

In quello stesso anno, utilizza nuovamente il termine in francese, mettendolo in relazione con la suggestione: “proprio il transfert, che sembra prestarsi particolarmente alla dimostrazione dell’origine suggestiva dei sintomi isterici, è senza alcun dubbio un processo genuino” (Freud, 1888b, p. 73).

Suggestione e transfert – transfert inteso come legame con l’analista.

 

3.              Relazione con il medico

Questi antecedenti aprono dunque la via alla costruzione di un concetto che trova la sua prima formalizzazione qualche anno dopo, in Studi sull’isteria.

È infatti nell’opera che Freud scrive a quattro mani con Breuer, che entra in scena il rapporto personale verso il medico, rapporto che si contraddistingue, fin da queste prime riflessioni, per la sua ambivalenza. Dice infatti Freud: “ben difficilmente si riesce a evitare che il rapporto personale verso il medico, almeno per un certo tempo, si ponga indebitamente in primo piano; sembra anzi che un’influenza di questo genere da parte del medico costituisca la condizione che sola consente la soluzione del problema” (Freud, 1895, p. 404).

Il particolare valore affettivo dei processi psichici richiede uno sforzo, un sacrificio da parte del paziente nell’esprimerli, che, secondo Freud, può essere compensato da un surrogato dell’amore, surrogato il quale si può manifestare con la premura, la cordialità, l’amabilità dell’analista.

Tre casi principali in cui l’ostacolo alla cura si verifica:

-            quando la paziente si crede trascurata, sottovalutata o non considerata;

-            quando teme di legarsi troppo all’analista;

-            quando trasferisce sull’analista le rappresentazioni penose che emergono dalla sua storia, cioè quando il transfert “avviene per un falso nesso” (Ivi, p. 437).

 

Falso  nesso: quando un desiderio rimosso riappare manifestandosi nei confronti dell’analista, e in forza di questa riedizione di quel desiderio, è possibile recuperare, grazie al lavoro associativo, l’occorrenza originaria; ma allo stesso tempo, poiché attiva sentimenti particolarmente intensi, se non viene trattato, rischia di provocare resistenza al proseguo della cura.

 

4.              passaggio del desiderio inconscio da un significante a un altro.

La parola Übertragung (transfert) è già presente ne L’interpretazione dei sogni (Freud, 1899), sia nell’accezione particolare che diventerà centrale, di trasferimento sull’analista di vissuti antichi, sia, e questo è lo specifico che vorrei evidenziare, in relazione a un processo relativo al modo di mascherare con i sogni l’espressione di un desiderio inconscio. Il desiderio inconscio si appropria di significanti (parole) svuotati di senso e li utilizza per veicolare un altro significato. Il desiderio si esprime trasferendosi dal significante represso a un altro la cui banalità lo rende accettabile alla coscienza (Lacan, 1953-54, pp. 300 e segg.). È il meccanismo costitutivo delle formazioni dell’inconscio dove la significazione è mascherata e veicolata da significanti svuotati della loro significazione originaria.

 

Questa idea di transfert, come passaggio del desiderio inconscio da un significante a un altro, come insistenza di una significazione via significanti diversi, è un’idea generale di quella più specifica, relativa all’analista, che Freud sta elaborando già in quegli anni e che nei lavori successivi prenderà sempre più centralità. Potremmo dirlo così:

Ø  l’analista non è altro che il significante attraverso il quale si veicola il desiderio dell’analizzante. È un punto in cui si incrociano dimensione simbolica e immaginaria dell’analisi, anzi a ben vedere è il punto in cui, dalla dimensione immaginaria si stacca e prende rilievo la dimensione simbolica .

 

Sono dunque il “falso nesso”, e quello che chiamiamo “lo slittamento della significazione da un significante a un altro”, i due nuclei tematici che Freud svilupperà e integrerà, successivamente, in Dinamica della traslazione (Freud, 1912a).

 

Per Freud ogni essere umano ha un certo modo, singolare, di vivere l’amore, che è il frutto, da una parte, di una disposizione congenita, e dall’altra, di incontri e relazioni che risalgono all’infanzia. Dunque le forme e i modi dell’investimento amoroso non sono frutto di un capriccio contingente, né subiscono variazioni casuali, sono piuttosto organizzate secondo un cliché: “ciò che caratterizza il modo di condurre la vita amorosa, vale a dire le condizioni che [ciascuno] pone all’amore, le pulsioni che con ciò soddisfa e le mete che si prefigge” (Freud, 1912a, p. 523). Indole, schema, cliché, si tratta di qualcosa che si ripete, nell’inesauribile ricerca di appagamento amoroso.

Su queste basi, il modo di avvicinare un altro essere umano è condizionato da “rappresentazioni libidiche anticipatorie”. Rappresentazioni che vengono attivate ancora prima di instaurare un rapporto stabile, fin dal primo incontro con qualcuno. Rappresentazioni che si richiamano dunque a un modello, a qualcosa che sta prima, poiché l’investimento libidico è lì, pronto a essere riattivato.

L’attivazione delle rappresentazioni avviene anche nei confronti dell’analista, cosicché egli viene a far parte di una delle serie psichiche del paziente, un’imago paterna, materna o fraterna, secondo le trame che hanno caratterizzato i suoi incontri significativi.

Tali rappresentazioni libidiche sono sia di carattere conscio che di carattere inconscio e possono essere oggetto di imbarazzo quando non di resistenza. Perché questa dimensione affettiva appare a Freud come “l’arma  più forte della resistenza”? (Ivi, p. 528). Fondamentalmente perché pone l’analizzante in una situazione difficile: confessare all’analista desideri, pensieri, sogni proibiti o comunque sconvenienti, a lui (apparentemente) diretti.

È possibile, per sistematizzare, mettere in evidenza due componenti del transfert, così come vengono delineate nel testo freudiano: una componente negativa, espressa dai sentimenti ostili, e una componente positiva, composta da sentimenti amichevoli o affettuosi le cui radici inconsce presentano le qualità erotiche della sessualità, poiché “anche le persone che nella vita reale ci limitiamo a stimare o ammirare possono continuare a essere oggetti sessuali per il nostro inconscio” (Ivi, p. 529).

Secondo Freud, la resistenza alla cura sarebbe alimentata

-            dalla componente negativa, che si ritrova sul lato ostile, dell’odio, e

-            dalle propaggini inconsce (erotiche), della componente affettuosa.

Ritengo dunque che vada indagato, caso per caso, quanto la componente affettuosa e amicale, anche quando prende la forma della stima, non sia un’arma anch’essa a favore della resistenza. Si tratta in fondo di sentimenti, affetti ed emozioni che indirizzano la relazione verso il campo dell’ideale, rispetto al quale questi moti libidici mostrano un cedimento che pone il soggetto in imbarazzo e in difficoltà nel comunicarli. Anche su questo punto Freud aveva già ammonito l’analista di fare attenzione a non prendere la strada delle confidenze reciproche, pensando di ottenere risultati analitici attraverso l’instaurazione di un clima di intimità, poiché questo atteggiamento può mettere seriamente a rischio la conduzione della cura e la risoluzione positiva del rapporto analitico (Freud, 1912b). La vicenda che vide coinvolti Breuer e Anna O. resta un monito per ogni psicoanalista (Freud, 1924c).

Certamente la tecnica in psicoanalisi non è dell’ordine della padronanza, non è uno strumento da imparare a usare, piuttosto la tecnica tocca questioni etiche: la tecnica va sostenuta oltre il setting inteso come dispositivo, automaton, di normalizzazione.

Proprio per questo, è imprescindibile mantenere aperta la possibilità che una cura non si riduca a un effetto suggestivo.

Ho mostrato come il transfert sia strettamente collegato alla resistenza, in quanto l’analizzante intensifica e tende a rendere pervasive le componenti affettive del transfert, anche per eludere le componenti erotiche, ma così facendo consolida la resistenza.

Ho messo in evidenza anche come le componenti transferali, soprattutto da parte dell’analista, possano, quando questi facilita un ambiente accogliente o concede informazioni sulla propria persona, provocare un clima segnato irrimediabilmente dalla suggestione e da una idealizzazione dell’analista. Questo accade quando, nel registro immaginario, il rapporto analitico è particolarmente sbilanciato sulla persona dell’analista e si riduce così lo spazio per la funzione che invece lo caratterizza.

È questo il punto limite della concezione espressa da Freud nel testo del 1912, dove transfert e suggestione sembrano sovrapporsi. Come ho già detto, ma vale ancora la pena sottolinearlo, l’idea freudiana espressa in Dinamica della traslazione, considera il transfert la riedizione di un legame libidico vissuto in passato.

Mi pare ora interessante arricchirla con le riflessioni sviluppate dallo stesso Freud pochi anni dopo in Ricordare, ripetere e rielaborare (Freud, 1914a).

In alcuni casi i ricordi, in primis l’infanzia, non affiorano, mostrando in questo modo di essere caduti sotto l’azione della rimozione. Non per questo però, quegli elementi, sono lontani dalla vita del paziente, anzi, sono presenti e connotano le sue relazioni attuali poiché, non li ricorda ma “piuttosto li mette in atto. Egli riproduce quegli elementi non sotto la forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li ripete, ovviamente senza rendersene conto” (Freud, 1914, p. 356).

All’interno della relazione analitica vengono dunque ripetuti quegli elementi che sono strettamente associati al rimosso – inibizioni, sintomi, atteggiamenti, atti – e questa ripetizione riguarda l’analista, lo coinvolge. Ecco qui il punto dove il transfert diventa condizione di possibilità di un’analisi: la relazione analitica assume la qualità di un luogo intermedio – in quanto creato ad hoc – che può consentire il passaggio dalla ripetizione all’elaborazione, passando per una storicizzazione della posizione soggettiva. È il nesso tra ripetere, ricordare e rielaborare.

È il punto dove Freud ha scoperto che la nevrosi diventa una nevrosi di transfert: per guarire bisogna ammalarsi!

Questa possibilità di storicizzare i vissuti, a partire dalla relazione attuale con l’analista, per rivedere la propria posizione nelle relazioni passate, incontra un limite quando, attraverso un agito, il paziente provoca una interruzione del rapporto analitico vanificando in questo modo la possibilità di una trasformazione. Del resto, è proprio una situazione transferale di questo tipo, quella con Dora, che porta Freud a fare un passo avanti nell’elaborazione del posto del transfert in una cura.

I tre vettori del transfert, ripetizione, resistenza e suggestione sono uniti da un tratto comune: l’amore di transfert. In particolare lo snodo resistenza-amore, ha una portata tale, in certi casi, da mettere a rischio la cura. Qui, nuovamente, Freud insiste nell’indicare come sia la resistenza ad alimentare l’ amore in quanto la paziente “sotto la forma apparente dell’innamoramento, esprime semplicemente una resistenza” (Freud 1914b, 370).

L’amore, in quanto passione narcisistica, porta con sé una carica immaginaria in cui la relazione analitica rischia di rimanere intrappolata, se non si realizzano certi movimenti nella direzione della cura.

Lacan: Immaginario e simbolico nel transfert

Quindi, la riedizione di una relazione del passato, è una componente importante del transfert, ma quest’ultimo non si esaurisce nella ripetizione. C’è anche del nuovo, una componente che apre all’inedito, al non ancora dato proprio a partire dalle potenzialità insite nel transfert, e nella stessa ripetizione, che nell’attualizzare i moti amorosi del passato, rende possibile una loro trasformazione. Lacan raccoglie il lascito freudiano sul transfert proprio in questo punto, tant’è che seppure il modo di pensare il transfert da Freud a Lacan è cambiato, tuttavia la concezione del transfert di Lacan resta freudiana nel suo orientamento.

Lacan pone a fondamento del transfert due funzioni inedite (che non troviamo in Freud): il soggetto supposto sapere e il desiderio dell’analista.

Prima di trattare questi due concetti, però, vorrei dedicare alcune parole ad inquadrare come Lacan vi approdi, proprio a partire dal punto di empasse che ho evidenziato nel paragrafo precedente.

Nel 1953, anno inaugurale del suo insegnamento, Lacan riprende gli scritti di Freud sulla tecnica e pone la questione del rapporto tra dimensione immaginaria e dimensione simbolica del transfert. Si chiede Lacan “come si collocano in rapporto alla parola tutti quegli affetti, tutte quelle referenze immaginarie che sono comunemente evocate quando si vuole definire l’azione del transfert nell’esperienza analitica?” (Lacan, 1953-54, p. 135).

Il punto di interrogazione è molto preciso, si tratta di isolare, sullo sfondo immaginario, la funzione della parola nell’esperienza analitica. C’è una dimensione immaginaria della parola, che Lacan situa lungo la strada dell’indottrinamento che opera attraverso le convinzioni intellettuali che l’analizzante costruisce “per l’intervento educatore, cioè superiore, proveniente dall’analista” (Ivi, p. 137).

A questo livello ritengo possibile formulare il transfert in questo modo:

$ —–> S1

riprendendo la parte superiore del discorso dell’isterico[1], di colui che cerca nell’ Altro il significante della sua identità, il significante che, immaginariamente gli consentirebbe di ricomporre la divisione – a questo livello coincide con il sintomo – che gli impedisce di fare uno con sé stesso.

Si tratta, però, di considerare, oltre alla posizione dell’analizzante, anche quella dell’analista.

A questo livello, l’analista, soprattutto nelle prime fasi dell’analisi, è davanti ad un paradosso che solo caso per caso può essere affrontato:

-            se risponde, rischia di ritrovarsi nella posizione dell’educatore, del maestro, con un bene da offrire che nel punto più algido è la sua stessa persona come ideale;

-            se non risponde, rischia che l’angoscia prenda il sopravvento e il paziente se ne vada.

Ci dev’essere però qualcos’altro, qualcosa che metta in gioco l’efficacia della psicoanalisi al di là dell’indottrinamento e che riguarda l’atto di parola nella sua dimensione simbolica.

Ecco cosa dice Lacan sempre nel Seminario I: “ogni volta che un uomo parla a un altro uomo in modo autentico e pieno vi è, nel senso proprio, transfert, transfert simbolico; succede qualcosa che cambia la natura dei due esseri in presenza” (Lacan, 1953-54, p. 137). È questo un punto cruciale per provare ad individuare ciò che nell’analisi opera come fondamento dell’efficacia terapeutica, e dunque, per contro, nei casi di fallimento o di empasse, provare a cogliere il limite di tale movente.

A questo livello, vi propongo che il transfert possa coincidere con la parte superiore del discorso dell’analista: 

(a)  —–> $.

L’analista occupa il posto dell’oggetto (a) e promuove, da lì, il lavoro del soggetto nella direzione di una possibilità di articolazione dialettica della divisione soggettiva.

In un lavoro di qualche anno precedente, Intervento sul transfert (Lacan, 1951), Lacan aveva già affrontato il tema dell’analisi come esperienza dialettica, a partire dal dato fenomenico che è un’esperienza che si svolge tra due soggetti e nella quale “la sola presenza dello psicoanalista apporta, prima di ogni altro intervento, la dimensione del dialogo” (Ivi, p. 209).

È importante cogliere che non si tratta del “dialogo”, ma della “dimensione del dialogo”, una dimensione che si apre a partire dalla semplice presenza dell’analista, ancor prima che egli dica qualcosa. Anzi, una dimensione che può essere preservata a partire da un certo ritegno dell’analista a dire.

Ciò che a mio parere Lacan sta qui affermando, è che la dimensione dell’intersoggettività non è la dinamica dell’analisi, ma piuttosto la condizione affinché sia possibile, attraverso delle rotture dialettiche, una gravitazione della verità che riguarda il soggetto. L’esperienza analitica è altra cosa da un’oggettivazione delle proprietà psichiche dell’individuo; l’analista non è uno scienziato davanti al suo oggetto di studio.

L’inter dell’intersoggettività va pensato come il “tra” due esseri parlanti (parlesseri). È lì che possiamo pensare il soggetto dell’inconscio.

In Intervento sul transfert, infatti, Lacan prende le distanze da un’idea di intersoggettività come scambio simmetrico, speculare. Conseguentemente, la cura, non ha come finalità il bene del soggetto, ma piuttosto quello di far emergere la sua verità.

Qual è il ruolo del transfert in tutto questo?

È quello di rimettere in moto il processo dialettico nei momenti di stagnazione attraverso la sua stessa interpretazione, la quale è certamente un’illusione, “ma quest’illusione è utile perchè, anche se ingannatrice, rilancia il processo” (Ivi, p. 218).

Il soggetto supposto sapere

Lacan ritorna sull’importanza dell’interpretazione del transfert da parte dell’analista in La direzione della cura e i principi del suo potere, e lo fa a partire dagli effetti dell’intervento dell’analista in quanto soggetto supposto sapere.

Proprio perchè l’analista, per effetto della sua posizione, fa da supporto ai fantasmi dell’analizzante, è necessario che non intervenga con i suoi sentimenti, e che non eserciti il potere, che la sua posizione gli conferisce, per dirigere il paziente. Piuttosto si deve impegnare a dirigere la cura, ovvero a “far applicare al soggetto la regola analitica” (Lacan, 1958, p. 581), mentre per quel che riguarda le interpretazioni e i suoi interventi attivi, non deve dimenticare che il transfert lo sdoppia, in quanto ciò che dice viene ricevuto “come se venisse dalla persona attribuitagli dal transfert” (Lacan, 1958, p. 586). È un effetto sopportabile, ma va interpretato, per evitare che l’esperienza analitica si riduca ad una pura suggestione, dove l’idea della realtà dell’analista si impone al di là della sua volontà, al di là dell’esercizio esplicito del potere.

Affinché il soggetto supposto sapere, istituito dal transfert e fondamento della domanda analitica, non si rovesci nell’elemento che impedisce lo sviluppo della cura, Lacan ha introdotto la funzione del desiderio dell’analista.

Il desiderio dell’analista

Il desiderio dell’analista è un tema che può essere affrontato lungo due binari paralleli, due linee di ragionamento che almeno inizialmente pongo come separate.

Ø  Da una parte il “desiderio dell’analista” rimanda alla soggettività desiderante dell’analista.

Ø  Da un’altra parte “desiderio dell’analista” è un concetto introdotto da Lacan per indicare una funzione a cui è chiamato l’analista nella direzione della cura. In questo senso si può dire che “desiderio dell’analista” identifica la posizione che l’analista è chiamato a tenere in un’analisi. Questa posizione sottende una precisa idea di “soggetto dell’inconscio”, un’idea profondamente diversa da quella di soggetto così come lo pensa la filosofia ed eventualmente la psicologia.

Tratto brevemente la prima linea di ragionamento come premessa per affrontare poi la questione del desiderio dell’analista in quanto funzione.

Nella formazione dell’analista l’asse centrale è la propria analisi personale. Alcuni orientamenti tendono a differenziare l’analisi che fa un aspirante analista, che viene chiamata analisi didattica, dall’analisi che fa una persona per curarsi. Io penso che non ci sia nessuna differenza e che l’analisi, che è un’esperienza particolare, unica per ciascuno, sia allo stesso tempo un dispositivo universale che consente di trattare la propria nevrosi o la propria psicosi e di modificare ciò che tende a ripetersi nelle forme mortifere della coazione a ripetere. Detto questo, accade che per alcuni, a un certo punto dell’analisi, si manifesti il desiderio di diventare analista, per altri questo desiderio è antecedente l’avvio di un’analisi, anzi è proprio il motivo che li porta in analisi. Potremmo dire che questo è almeno inizialmente un sintomo: voler curare gli altri per non curare sé stessi. A questo livello il desiderio dell’analista non ha nulla di specifico, è un desiderio la cui dinamica interna è riconducibile a quella di qualsiasi altro desiderio. In questo senso è auspicabile[2] che colui che vuole fare l’analista analizzi questo desiderio, ne rintracci le determinanti all’interno della sua storia personale e ne individui la logica interna: perché mettersi ad ascoltare le vite degli altri? Molti pompieri sono diventati pompieri sublimando la loro pulsione piromanica, molti chirurghi sono diventati chirurghi come modo di trattare un certo loro sadismo. Cosa ha trattato colui che diventa analista?

Si tratta pur sempre di mantenere aperto l’interrogativo che in altre professioni può invece rimanere chiuso: cosa vuole un analista?

Vuole essere amato? Domanda legittima perché sappiamo che la psicoanalisi è un dispositivo che funziona sotto transfert, e il transfert, è una forma dell’amore.

Vuole curare? Anche se per un certo tempo, diciamo almeno fino agli anni  ’20, fino alle elaborazioni contenute in Al di là del principio del piacere, Freud era determinato nel ritenere che lo psicoanalista dovesse indirizzare la cura verso il sollevamento della rimozione, allo stesso tempo ci ha sempre messo in guardia dagli effetti del voler curare, e consigliava di non cadere nel furor sanandi, e potremmo dire che esortava altresì l’analista a prendere una certa distanza dal furor intepretandi.

Il transfert non è unidirezionale, non riguarda solo il paziente, ma inevitabilmente interroga la posizione dell’analista. Ecco allora che un altro punto da tener presente in merito alla soggettività dell’analista è relativo a ciò che lo riguarda del suo transfert verso l’analizzante. Nella letteratura psicoanalitica questo è stato chiamato “controtransfert”.

Del controtransfert si sono fatti degli usi abnormi a mio parere, arrivando a sostituire il testo dell’analizzante con il testo dell’analista. Ma è anche vero che in ambito lacaniano c’è una sorta di omertà sul controtransfert, come se fosse un tabù. A mio parere, è indispensabile tener conto del transfert dell’analista verso il paziente. Tenerne conto vuol dire analizzarlo, portarlo in supervisione. Non si tratta necessariamente di un fenomeno negativo. È tale solo se rimaniamo attaccati all’idea di un analista cadavere, solo se abbiamo un’idea mortifera della neutralità analitica. Può essere invece un fenomeno che interrogando la posizione dell’analista consente di operare dei movimenti nella cura.

Freud diceva che esistono tre mestieri o funzioni impossibili: governare, educare e curare. Queste tre funzioni sono sempre state pensate come relative a tre mestieri distinti; ma per quanto riguarda il tema specifico che sto affrontando, propongo di considerarli tre possibili cedimenti dalla posizione dell’analista:

- il governare come cedimento verso la posizione del padrone: colui che mette al lavoro l’altro a partire da un comando, da un’ingiunzione. Lacan nell’anno XVII del suo seminario intitolato “il rovescio della psicoanalisi” tratta proprio questo problema;

- l’educare come cedimento verso la posizione del maestro: colui che si pone come punto di arrivo a cui l’analizzante dovrebbe tendere. Molta letteratura analitica ha evidenziato il ruolo dell’identificazione all’analista come obiettivo finale della cura;

- il curare come cedimento verso la posizione del medico: colui che è depositario di un sapere sul dolore e su ciò che accade al paziente, è il medico incantato dallo scientismo della quantificazione, dalla riduzione del fenomeno a cifra e dell’intervento a protocollo, misurazione, valutazione.

Queste tre posizioni, qui solo abbozzate, possono essere pensate in senso weberiano come degli ideal tipi: costruzioni teoriche che non si presentano pure nella realtà di un rapporto analitico che a sua volta, invece, può contenere una quota variabile di questi tre cedimenti.

Nell’attualità è facile ritrovare un annodamento potente di questi tre cedimenti negli approcci cognitivo comportamentali che, anziché cedimenti, li considerano i punti di forza su cui impostare e condurre l’intervento. Ma anche nel campo analitico si possono presentare certe sfaccettature di queste tre posizioni. Qual è l’analista che non ha mai pensato di dover agire per il bene dell’analizzante? Quale analista non è mai scivolato lungo questi tre declivi?

Questi tre cedimenti, vanno intesi come conseguenze di due presupposti:

-            l’analista sarebbe colui che ha un bene da offrire al paziente, e

-            l’analista ha capito ciò di cui si tratta.

La questione etica non va confusa con la rigidità morale, piuttosto si tratta di elaborare una teoria che dia conto dell’efficacia della psicoanalisi. Dunque, in questo senso, perché considero deviazioni o cadute queste tre possibili atteggiamenti?

Riprendo l’idea di Freud: governare, educare e curare sono tre mestieri impossibili perché incontrano la resistenza del parlessere a lasciarsi governare, educare o curare. Proprio in quel parlessere che resiste c’è quanto di più prezioso possa incontrare lo psicoanalista. Quella resistenza a farsi l’oggetto dell’intervento dell’Altro, è allo stesso tempo l’espressione del soggetto, che in quel resistere testimonia la sua particolarità. Non si tratta di blandirla, di addomesticarla, ma piuttosto di ascoltarla e accompagnarla a trovare le forme della sua realizzazione. Per quanto riguarda l’ascolto, abbiamo l’indicazione freudiana: deve essere un ascolto liberamente fluttuante. E per accompagnare, ovvero per essere più tecnici, per orientarsi nella direzione della cura? Che posizione prende l’analista? In Discorso ai cattolici, Lacan dichiarava: “non ho alcun titolo per misurare il valore delle vite che da quasi quattro settenari ascolto confidarsi davanti a me” (Lacan, 1960b, p. 66). Non avere alcun titolo per misurare la vita degli altri ha una portata etica ed una portata politica. Sul piano etico si tratta di una scelta a favore della libertà dell’altro, una scelta a favore del rispetto di chi ci porta la sua sofferenza, senza giudizio. Sul piano politico è prendere posizione contro la tendenza dominante a misurare la vita, un rifiuto deciso a ridurre la vita a un numero, a pretendere di guidarla verso una supposta normalità. Lacan, in questo modo, indica che lo psicoanalista non aderisce ad un programma di adattamento sociale, non si tratta di funzionare meglio grazie ad un supposto controllo di sé (come ha inteso la cura l’ego psicology). Su questo punto, in particolare, la psicoanalisi rivela il suo nucleo sovversivo, di resistenza all’omologazione sociale.

Affronto ora il secondo punto, la seconda direttrice del ragionamento, quella del desiderio dell’analista in quanto funzione che introduca una dimensione dell’analisi che va al di là della persona dell’analista.

Il tempo che viviamo è il tempo della cura per la propria persona, intesa, sempre di più, come insieme di dimensioni che vanno dal materiale allo spirituale, dove il cosiddetto benessere starebbe nell’armonizzazione di queste dimensioni. L’idea di fondo è racchiusa nel significante “approccio olistico”, traducibile con l’immagine della sfera in quanto figura della pienezza. In disaccordo con questa vulgata, l’approccio psicoanalitico, per come lo intendo, sostiene piuttosto un’esperienza di soggettivazione della propria storia, è l’incontro con la libertà di scegliere il proprio destino.

Il posto della libertà in psicoanalisi è stato pensato da Lacan in una forma radicale.

Precludere lo spazio analitico di almeno un “poco di libertà”, comporta il rischio di ridurre la pratica analitica a una truffa in quanto pratica della suggestione e del comando, ma, d’altra parte, lo stesso Lacan richiama alla cautela nel promuovere la libertà in quanto la libertà trova nella follia la sua più fedele compagna.

E dunque?

Il desiderio dell’altro sul piano immaginario è un desiderio che abita la dimensione della rivalità immaginaria ed esprime il desiderio dell’oggetto di desiderio dell’altro (invidia e aggressività).

Il desiderio dell’Altro sul piano simbolico, è desiderio di riconoscimento, desiderio di essere riconosciuto dall’Altro, di essere desiderato dall’Altro. La posizione nevrotica è per eccellenza quella che risponde al desiderio dell’Altro facendosi domandare.

Dunque l’interrogativo circa il Che vuoi? da parte dell’analista, in quanto Altro, deve restare un enigma, solo così si apre quello scarto che consente lo scollamento dal desiderio dell’Altro.

Come aprire a un’esperienza di libertà dal desiderio dell’Altro senza che questa si converta in un discorso delirante? Come accogliere la libertà di enunciarsi del soggetto senza che questa enunciazione scivoli fino a quel punto estremo che rasenta la follia? Come indica Lacan alla fine del seminario VII dedicato all’etica, la fine dell’analisi più che nella prospettiva del comfort è da iscrivere nella dimensione dello smarrimento assoluto, nello sconforto di sapersi da soli in quel rapporto con se stessi che è la propria morte (Lacan, 1960a, p. 381).

Sostengo che per favorire il margine di libertà, l’analista deve sopportare il posto del soggetto supposto sapere (sopportare perché è lì che viene collocato inevitabilmente da un domandante).

Il soggetto supposto sapere a questo livello è un soggetto in cui è stata riposta fiducia che “ci sappia fare” con il materiale che gli viene riferito. Non è un dato fissato una volta per tutte ma un processo, perché i pensieri, le emozioni e i vissuti vengono espressi in una catena significante nell’auspicio che l’analista comprenda e restituisca una interpretazione, una chiave di lettura, al limite un’indicazione.

Questa dinamica, motore iniziale dell’analisi, condizione del transfert, è importante ma dev’essere annodata, in senso topologico, ad un’altra dimensione. Una dimensione che appare grazie ad una sostituzione: dal soggetto supposto sapere al desiderio dell’analista.

Il desiderio dell’analista, a mio parere, è un concetto cardine e allo stesso tempo velato nell’opera lacaniana, un concetto su cui Lacan è intervenuto esplicitamente molte volte, ma mai in modo sistematico. È anche un concetto nuovo: mai nessuno prima di Lacan aveva usato quest’espressione per indicare una funzione relativa all’analista.

Lacan introduce per la prima volta il concetto desiderio dell’analista nello scritto La direzione della cura e i principi del suo potere (Lacan, 1958), dove ne parla in due frangenti. Il primo all’interno della sezione intitolata “come agire con il proprio essere”, e ne parla in relazione alla necessità di formulare un’etica in grado di dar corpo alle conquiste freudiane sul desiderio. Il secondo frangente è in chiusura, proprio all’ultima pagina, dove si chiede che cosa dev’essere dell’analista – dell’essere dell’analista – quanto al suo desiderio, e richiama la portata del lascito freudiano, del suo instancabile operare marchiato da un fiume di fuoco nell’interrogare la vita e nel ritrovare nella morte l’emergere del desiderio.

Il desiderio dell’analista viene ad occupare il posto del desiderio dell’Altro e si configura come un enigma poiché l’analista “tace sull’amore” (Lacan, 1960b, p. 66).

Tacere sull’amore è uno dei modi di non rispondere alla domanda e rendere così operativo il desiderio dell’analista in quanto posto vuoto. In questo modo il desiderio dell’analista ha una posizione eccentrica nella serie del desiderio dell’Altro poiché mantiene aperto quello scarto tra il desiderio del soggetto e il desiderio dell’Altro che è la condizione per l’aprirsi di uno spazio di libertà. È in questo scarto, nella non sovrapponibilità tra questi due poli che è possibile ritrovare il soggetto dell’inconscio. Quest’impostazione sottende l’idea di un inconscio come pulsazione, fenditura, scarto, taglio, un inconscio che non è solo il deposito del rimosso, né il luogo del primordiale; un’idea che consente di pensare all’inconscio come avvenire, all’inconscio come ciò che retroattivamente potrà essere stato.

Bibliografia

Freud, S.:

- (1888a)          Isteria, OSF, 1, pp. 43-62

- (1888b)    “Prefazione alla traduzione di Della suggestione di Hippolyte Bernheim” in Ipnotismo e suggestione, OSF, 1, pp. 69-79.

- (1895)       Per la psicoterapia dell’isteria”, in Studi sull’isteria, OSF, 1, pp. 394-439.

- (1899)       L’ interpretazione dei sogni, OSF, 3.

- (1912a)      “Dinamica della traslazione”, in Tecnica della psicoanalisi, OSF, 6, pp. 523-31.

- (1912b)      “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico”, in Tecnica della psicoanalisi, OSF, 6, pp. 532-41.

- (1914a)      “Ricordare, ripetere, rielaborare” in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, OSF, 7, pp. 353-61.

- (1914b)     “Osservazioni sull’amore di traslazione” in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, OSF, 7, pp. 362-74.

- (1924c)     Autobiografia, OSF, 9, pp. 75-141.

Lacan, J.:

- (1951)  “Intervento sul transfert”, in Scritti, I (Torino: Einaudi, 1974).

- (1953-54)  Il seminario. Libro I, Gli scritti tecnici di Freud (Torino: Einaudi, 1978).

- (1958)       “La direzione della cura e i principi del suo potere”, in Scritti (Torino: Einaudi, 2002).

- (1960a)     Il seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi (Torino: Einaudi, 1994).

- (1960b)    “Discorso ai cattolici”, in Dei nomi del padre e Il trionfo della religione (Torino: Einaudi, 2006).

- (1969-70) Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (Torino: Einaudi, 2001).


[1] Lacan sviluppa i quattro discorsi: dell’isterico, dell’analista, del padrone e dell’università in Jacques Lacan (1969-70).

[2] Su questo aspetto che incrocia la pratica con l’etica, concordo con Gérard Pommier, psicoanalista francese che considera l’intersezione tra formazione e posizione dell’analista lo snodo, il punto di giuntura tra quelli che qui ho individuato come due versanti paralleli. Solo se un analista tratta nella sua analisi il suo desiderio di analizzare, può assumere una posizione etica nella direzione della cura. Si può trovare un’introduzione alla posizione di Pommier in una intervista rilasciata ad Alessandra Guerra, reperibile nel sito dedicato al manifesto per la difesa della psicoanalisi, http://www.manifestoperladifesadellapsicanalisi.it/Documenti/Intervista%20a%20Gerard%20Pommier.pdf.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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