“La fine della filosofia e il compito del pensiero”

 

Questa formula (che non è una frase) è qui tra virgolette perché è una citazione. È la citazione dal titolo di una conferenza di Heidegger tenuta nel 1964. Non è uno dei testi di Heidegger più citati, tra l’altro perché la sua prima frase – “la fine della filosofia” – fa rizzare i capelli scatenando addirittura la furia di quelli che lo ascoltano.

 

A prescindere da ogni altra considerazione politico-mistica di Heidegger, accettiamo prontamente di interessarci a ciò che ha scritto sulla tecnica, sull’arte e perfino sull’essere, ma il più delle volte ci rifiutiamo di considerare la possibilità anche solo di parlare di “fine della filosofia”. Per la stragrande maggioranza, è grossolano se non grottesco parlare di “fine della respirazione” … come premessa di un “lavoro di apnea” in cui dobbiamo discernere il nostro futuro.

Ciò presuppone che la filosofia sia l’unico respiro della nostra vitalità intellettuale e spirituale – ed è proprio questa la posta in gioco nell’opposizione heideggeriana tra “filosofia” e “pensiero”.

 

La questione qui non è se “un” filosofo abbia ragione a dire questo o quello. La filosofia parla attraverso tutti i filosofi, e se parla della sua “fine” questo ha un significato filosofico. Heidegger cercava proprio quel senso in cui dalla filosofia veniva il segnale di una fine, di un compimento e quindi di un nuovo destino. Questo lo sapeva Hegel: con Hegelsi tratta sempre della fine della filosofia e di un altro inizio. Se non vediamo che non vediamo niente.

 

 

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Tuttavia, il mio scopo in questo articolo non è affatto commentare il pensiero di Heidegger. Voglio limitarmi a mostrare che l’espressione “fine della filosofia” pronunciata per la prima volta più di mezzo secolo fa – ma preparata, sia pure in modi molto diversi, da Marx, Nietzsche o Kierkegaard quanto da Comte, Russell e Carnap[1]- non è senza significato.

 

Questo è difficile da ammettere, perché i più si affrettano a sottolineare che la filosofia, anche nei suoi rivolgimenti più violenti da due secoli a oggi, è l’esercizio stesso della nostra umanità, e tanto più che la si trova ovunque, in ogni popolo e in tutti i tempi (almeno così crediamo, avendo dato alla parola “filosofia” un’estensione sconsiderata). C’è una filosofia bambara e c’è una filosofia del management, quindi si dice che dovremmo dire che c’è un pensiero bambara e un’ideologia del management. Quando fai parlare alla radio o alla televisione qualcuno che presenti come filosofo, devi aspettarti un discorso che parlerà dello stato del mondo e di ciò che dovrebbe essere cambiato o migliorato. In breve, una filosofia è un modo di rappresentare e valorizzare il mondo.

In generale, infatti, il contenuto di questi discorsi è già noto: condanniamo la violenza, l’ingiustizia, denunciamo l’egoismo, dichiariamo che dobbiamo ripensare al bene comune o all’essere in comune. A volte la prospettiva è più riformista (e mostra così che non ha nulla da cambiare in fondo alle cose) a volte è più rivoluzionaria (ma l’idea stessa di rivoluzione resta quella di un trasferimento di poteri all’interno del quadro acquisito di superpotenza tecnica – come del resto è avvenuto dopo Lenin e Mao). In un modo o nell’altro, vengono riversate buone parole che trasmettono un ideale: un’umanità migliore, più razionale, più aperta a tutti e a ciascuno.

Va detto: ci riferiamo a questa specie di fiducia sonnambolica in un “miglioramento” (se non in una “emancipazione”), ripetendo così, consapevolmente o meno, quanto dicevano Kant, Husserl o Sartre – che abbelliamo con qualche spezia più moderna. Intendo ad esempio la “soggettivazione” di Foucault, l’“altro” tratto da Levinas, usi allusivi e imprecisi della “differenza” di Derrida o della “creazione” di Deleuze: ci piacciono queste briciole filosofiche, ma ci si guarda bene di affrontare i problemi in gioco (su cui tornerò).

 

Questo è, non si deve negare, il triste stato della filosofia oggi (spesso anche nelle scuole e all’università). Questa è una versione apparentemente nobile del regno dell’opinione pubblica – di cui forse in realtà non esiste una versione nobile, la quale è sempre volgare e la cui volgarità è ora mediatizzata.

 

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Non c’è da stupirsi che questo porti a un’estensione illimitata del pragmatismo: come funziona? cosa funziona meglio o meno male? – ma chi funziona per cosa o cosa funziona per chi? ? in vista di cosa?… In vista di cosa questo flusso di informazioni, invenzioni, commenti? La regola pragmatista risponde: “in vista di un funzionamento sempre crescente e di un aumento necessariamente auspicabile”. Ma la vera risposta sottostante è: “per prestazioni tecniche e finanziarie che hanno come fine solo se stesse”.

Un esempio lampante è dato dalla discussione generale (al di fuori dei paesi dichiaratamente monomaniaci di identità religioso-razziali) sul “multiculturalismo” distinto da una “laicità” difficilmente individuabile. Da una parte o dall’altra si cerca il miglior managementdi una realtà di profondo cambiamento in quella che viene chiamata confusamente “cultura”, “identità”, “punti di riferimento”. Un altro esempio ancora più penoso è quello delle condizioni di lavoro, che vediamo insieme cambiare e peggiorare, sempre a vantaggio di alcuni e meno a vantaggio di altri, e anche qui gestiamo (psicosociologicamente) una situazione di cui nessuno si chiede quale ne sia il fine ultimo.

Quella che oggi viene più comunemente chiamata “filosofia” si riduce a vari miscugli delle tiepide acque del buon senso, della voglia di far bene e di un supposto sapere delle sorgentidel mondo. Mentre proprio le parole “senso”, “bene” e “conoscenza” sono in uno stato di grande precarietà se non addirittura di morte cerebrale.

Un minuscolo cartello dà un’indicazione: ovunque nel mondo anglicizzato il dottorato si chiama “PhD”, cioè “dottorato filosofico”, che si tratti di molecole rare, di antica storia della Kamchatka o di modelli cognitivi. “Filosofia” qui ha un significato completamente superato. È una pietosa caricatura della vecchia idea di una regina delle scienze o di un regime generale del sapere che si suppone applicabile alle lumache, ai meccanismi di “soggettivazione” o all’idea di “Dio”.

 

È ridicolo, ma questo rivela come sia stato possibile lasciare che una parola si estendesse come l’inchiostro su una carta assorbente. Tuttavia, questo inchiostro è molto datato e per noi molto oscuro: nessuno oggi può pensare che la “Filosofia” comprenda tutte le scienze. Ma cosa succede se essa è di un ordine altro? che quale esso è? qui balbettanole risposte – “riflessione”, “spirito critico”, “speculazione”, “elucubrazione”…

Naturalmente, questo non è più sorprendente in un certo senso di quello che è accaduto in francese alla parola “Monsieur”, che originariamente significava “il mio signore”. Eppure la differenza è evidente perché “signore” corrisponde a un vero e proprio spostamento storico di segni di rispetto e cortesia. Per quanto riguarda la filosofia, è quasi il contrario: abbiamo mantenuto il rango eminente della filosofia su tutte le scienze (e in fondo anche sulla teologia almeno quando quest’ultima designi chiaramente una disciplina di riflessione e di analisi, e non venga usata , rozzamente, come sinonimo di “confessione religiosa”). Ma questo eminente rango è insituabile… galleggia tra le nuvole[2].

 

Praticamente la filosofia è diventata la specialità dei non specialisti, di chi maneggia idee e valutazioni, ognuno dei quali si pronuncia secondo la propria opinione: filosofia è infatti diventata il nome nobile dell’opinione. Tuttavia, l’opinione designa il giudizio di una soggettività (individuale o collettiva): la sua molla è da ricercarsi nelle disposizioni, nei gusti e nelle tendenze di ciascuno. “A ciascuno la sua verità” – ma la parola “verità” non può più essere definita se non come… opinione.

 

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Ora, se c’è qualcosa che ha creato la filosofia, è proprio la questione della verità[3].Non della verità come ciò che corrisponde ai dati – per esempio questo computer pesa 1950 grammi, posso controllarlo su una bilancia. Per un bambino piccolo è già un po’ pesante, ma non stiamo parlando dell’utilizzo del computer da parte di un bambino o di un adulto. Parliamo in un sistema di comparazione e di strumenti di misura.

Ma la verità che sin dall’origine ha creato la preoccupazione della filosofia è stata la questione di cosa possa significare “vero” se non c’è misura o confronto possibili. Certo, le grandi civiltà che hanno preceduto la svolta filosofica hanno perfettamente padroneggiato strumenti e forme di calcolo molto elaborati: come testimoniano le conquiste dei Maya o delle antiche civiltà africane, come quelle degli Indiani, dei Cinesi, dei Giapponesi, degli Eschimesi, dei Vichinghi, ecc. per non parlare di tutte le conquiste tecniche, estetiche e simboliche di tutte le culture dal cosiddetto “Paleolitico”. Ovunque e sempre per almeno 300.000 anni.

 

Per tutte queste culture, il vero (che non portava necessariamente questo nome, né alcun nome) era dato con un ordine cosmico e simbolico secondo il quale la condizione umana aveva (ed ha tuttora, dove sussistono queste culture) il suo posto, il suo senso, la sua destinazione. L’esistenza non era meno difficile: malattia, lotta e morte non venivano mai negate, ma si poteva fare affidamento sull’ordine generale per dare loro il loro posto. Il dolore di essere umani, e anche di essere vivi, si mescolava alla gioia di sopravvivere, di procreare: il pensiero non li separava. E i pensieri di questi innumerevoli popoli sono ricchi, inventivi, sottili.

 

Ciò che apre la possibilità della filosofia è una rottura. Questa si verifica in una certa regione del mondo[4]. Questa regione, il Mediterraneo orientale, si è trovata a un certo punto scossa in quello che allora era un grande insieme di imperi e potenze sontuose. Si è parlato di un’invasione da parte di popolazioni del Mediterraneo occidentale. Ma si sa molto poco di questo sconvolgimento. Ciò che è evidente, però, è la profonda trasformazione di un mondo di cui si potrebbe dire non aveva più un ordine fondante.

 

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La filosofia inizia con questa domanda: cosa succede se non c’è più ordine disponibile – né sacro, né sociale, né cosmico? L’asse o l’anima della risposta filosofica consiste nella necessità di fondare se stessi un ordine.

Questa necessità ha due aspetti: da un lato richiede che scopriamo questo mondo spogliato dei suoi attributi, dall’altro richiede che giustifichiamo il processo intrapreso e i suoi risultati.

Parlando in modo molto semplice[5], possiamo dire: la prima esigenza inventa la “natura”, la seconda inventa la “ragione”. Niente di più elementare, sembra, di questa coppia natura/ragione. La conosciamo bene e essa ha strutturato secoli di pensiero. Ma oggi si scopre che ci confondiamo da soli: il petrolio, l’elettricità, la possibilità di calcolo, l’informazione sono realtà naturali o razionali?

 

Ciò che ha guidato la filosofia, in tutte le sue forme, è sempre stato dare ragione alla natura e naturalizzare la ragione. Dar ragione: cioè portare alla luce i principi da cui procedono il cosmo, la vita e, se possibile, il pensiero stesso. Quest’ultimo punto ritorna a quella che ho chiamato “naturalizzare la ragione “: comprendere che la totalità di ciò che esiste deriva e realizza una finalità. Quest’ultima cessò di essere la realizzazione di un ordine dato con il mondo stesso.

 

L’ordine che diamo al o scopriamo nel mondo, l’abbiamo chiamato “scienza” o “dominio delle forze”, raggiungimento di un “uomo totale”. La filosofia ha dispiegato tesori di ingegno per coglierlo: “ragione sufficiente”, “storia dello Spirito”, “ritorno alle cose stesse”, “essere che non è nulla di essente”. Allo stesso tempo c’è stato: “materialismo integrale”, “rivoluzione delle relazioni sociali” e ora “transumanismo” (aumento dell’uomo a opera della sua stessa tecnica). E infine, come abbiamo già detto, pragmatismo: abbandoniamo qualsiasi principio e arrangiamoci (cosa ci si può sempre chiedere: perché allora arrangiarsi???).

Ecco una sintesi ironica – ma non solo- crudele – ma non solo. Non solo perché di fatto il Dato Primitivo ha perso il suo prestigio di sapere e di manifestazione: ciò che è da sapere, le scienze lo sanno, e ciò che si può discernere è una fitta nebbia.

 

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(Tra parentesi: non sto mettendo tutte le opere filosofiche in discarica. Tutt’altro! L’importanza delle grandi opere del Novecento, l’acutezza e la profondità delle loro esigenze non si possono discutere. Tutte hanno contribuito ad approfondire la questione della “verità”. Ma troppo poco ci si preoccupa di questo fatto essenziale; sono tutte – qualunque siano le loro idiosincrasie – preoccupate della filosofa in quanto tale[6]. Se le osserviamo da vicino, possiamo vedere che tutte si occupano, attraverso vari pensiero, con la questione della filosofia in quanto tale. Tutti questi filosofi – potremmo dimostrarlo testi alla mano – soffrono di ciò che sanno mancare senza sapere per questo ciò che manca, e soprattutto dubitando che sia qualcosa di identificabile. Ma che manchi e soprattutto che non basti dire “manca, è così” (formula del nichilismo), ecco cosa importa davvero.

Tuttavia, per fare questo non basta inventare una nuova filosofia. L’innovazione, la trasformazione, la mutazione o la rivoluzione erano fin dall’inizio inerenti a quella che veniva chiamata “filosofia” (amica del sapere del discernimento o della padronanza ma non competenza acquisita o accertata). La filosofia ha intrapreso il proprio progetto in un modo che si potrebbe dire volutamente infinito. Questo può essere mostrato in modo preciso su ciascuna filosofia.

 

Quello che ci aspetta – e che i filosofi hanno sentito (diciamo per semplificare, a partire da Hegel) – è superare questa infinità[7]senza peraltro imbavagliarla con una cinghia dogmatica (nichilista o cinica o mistica che sia).

 

 

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Stava quindi considerando l’enorme ambivalenza dell’impresa filosofica – che comprende sia la politica, l’arte e la fede[8]di quello che è stato chiamato “l’Occidente”.

L’ambivalenza è insita nel termine: l’occidente è tramonto. È quindi sia una realizzazione che un’angoscia. L’Occidente sarà stato una macchina di realizzazione così potente da diventare il tessuto fisiologico di un organismo planetario, persino cosmico. Sarà stata altrettanto l’angoscia di un mondo intero consegnato alla propria distruzione. È come se l’intera fisiologia dell’organismo planetario continuasse a sviluppare un’autoimmunità che lo esaurisce.

La colonizzazione è l’emblema di questa autoimmunità (cioè di questo autoavvelenamento). Risultato dello sviluppo esponenziale sia del desiderio di appropriazione di tutti i beni possibili sia della volontà di conoscere, la colonizzazione ha frantumato il mondo che pretendeva di unificare. Si trattava sia di aprire il mondo alla propria conoscenza, sia di chiudere questa conoscenza a ciò che poteva superarlo (al dato che lo avrebbe preceduto senza però anteriorità – anzi come un’esteriorità, come il suo esterno. leggere).

Ma è proprio questo movimento – interessato sia al senso della padronanza che al senso della conoscenza – che guida la filosofia. Non si tratta (o non più) di ricevere un dato e di onorarlo. Si tratta di creare un nuovo ordine. Né si tratta di gestire un popolo e il suo territorio, ma di ridefinire entrambi, parlando di umanità e universo.

Si tratta di posare e sostenere le fondamenta. Bisogna inaugurare e continuare – sapendo sempre reinventarla – l’inaugurazione fino alla fine.

In questo senso, la filosofia si distingue da tutti i pensieri, le saggezze e le meditazioni di altre culture. Altrove non pretendiamo di fondare ma di osservare con attenzione e instancabile le forze, le tensioni in gioco, i respiri, le inclinazioni senza pretendere di conoscerne né la natura né il significato: concetti del genere sono anche qui fuori luogo. Può non esserci nulla da sapere o da realizzare: ma tutto da abbracciare, fino all’enigma o partendo da esso. (A questo proposito più di un pensiero occidentale, mistico in particolare, è parso almeno talvolta convergere con questo attivo abbandono.)

 

La differenza principale è che la filosofia non accoglie ma intraprende e realizza. Realizzazione – del significato, dell’essere, dei principi e dei fini – è la parola d’ordine della filosofia. Ecco come è inseparabile dalla formidabile tecnogenesi che ha dato origine a un mondo nuovo. La forza dell’esigenza di fondare e crescere è diventata esattamente civiltà tecnica.

Come è ben noto, la tecnica è apparsa con l’uomo, e non è necessario ricordare le magistrali conquiste di tutte le culture attraverso tutte le età dell’umanità. La novità dell’Occidente è che la tecnologia sta iniziando a diventare la sua stessa fine. C’era un motivo specifico – di ordine sacro – per la costruzione delle Piramidi. La torre Eiffel, al contrario, è votata solo alla padronanza dell’industria siderurgica di cui è il prodotto. Allo stesso modo, qualunque siano gli scopi invocati oggi per la ricerca biologica o cosmologica, la loro forza trainante risiede nell’auto-sviluppo delle capacità di analisi, di controllo e realizzazione dei programmi che le riguardano[9].

 

 

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Certamente non si possono negare le incomparabili conquiste della cultura occidentale. Ma non bisogna dimenticare che sono intimamente legate all’autorealizzazione che è stata al centro della filosofia (e della politica come dell’arte). Non dobbiamo quindi trascurare il fatto che non possiamo dissociare l’Occidente da questo desiderio frenetico di autorealizzazione che sta proprio soffocando il mondo.

La filosofia intraprende subito la strada che le si apre: come fare un mondo se tutti gli ordini cosmici, fisiologici ed energetici vengono scossi (e a poco a poco distrutti). Ha risposto con un’impressionante successione di rappresentazioni del mondo (matematiche, meccaniche, storiche, indicandone le contraddizioni o sprofondando nella carne delle cose, ecc.). Queste rappresentazioni esprimevano vari momenti di progressione nella storia che anche la filosofia si era data come proprio processo di realizzazione. Diviene così il compimento del suo sapere come tecnoscienza, il compimento del suo dovere di umanesimo e il compimento del suo desiderio di globalizzazione. A questo punto non è più necessario sviluppare rappresentazioni del mondo: il mondo è diventato rappresentazione di se stesso, è autonomia tecno-umano-cosmica.

 

Questa autonomia raggiunge infatti il ​​fine – lo scopo – e il compimento della filosofia, cioè dell’Occidente, cioè dell’autorealizzazione (che passa nello stesso tempo attraverso la miseria, la sventura e la distruzione di miliardi di individui di cui ci si chiede chi li consideri uomini, per non parlare dei disastri ecologici aggiunti alle disgrazie di tutti)[10].

La realizzazione della filosofia – nata essa stessa dalla necessità di potenziarsi in un mondo dove sembrava non esserci alcun riferimento ad altro – è la realizzazione della riduzione dell’”altro” in generale: dell’alloirriducibile a qualsiasi identità e anche a qualsiasi confronto (allonon appartiene ad auto, mentre heteroè correlato a homo).

Ma il reale è necessariamente allo. Come la pietra che ho colpito è fuori di me, colui o colei che amo è fuori di me; il lavoro dell’artista è fuori di me. Se qualcosa caratterizza gli dei di tutte le mitologie, è che non sono umani. La filosofia ha sempre conosciuto, fondamentalmente, questa allotropia del reale – quando parlava di “ben oltre l’essere” (Platone) o di “libertà inconoscibile” (Kant) o di “l’essere che non è” (Heidegger)[11].

 

Ma questa allotropia – quella del polpo o quella del pazzo, quella dei polimeri o quella delle alghe – non è oggetto di conoscenza o di un potere ed è ciò di cui, pur percependolo costantemente, ci siamo sempre dimenticati.

 

 

 

In realtà, questa non è una svista: è una contraddizione inscritta nel cuore della filosofia. Poiché procede dalla necessità dell’auto- «conoscere, potere, volere per sé» – non può che riconoscere e rifiutare simultaneamente l’alloin relazione al quale però l’autoè necessariamente determinato. Questo è quello che succede quando si vuole che un bambino “pensi da solo”: come accedere a questo “da sé solo” senza distinguerlo da “dagli altri”? Questa domanda, che sembra banale, attraversa in realtà tutta la filosofia. Può essere illustrato dal problema dell’anarchismo: come formare un anarchico senza alcuni precetti e obblighi.

 

 

La filosofia è essenzialmente anarchica: il motto dell’anarchia – “né Dio né Padrone” – può essere preso come sua massima. Ma questo “né… né” a sua volta pretende di essere considerato per se stesso. Che cosa significa la negazione di ciò che non è in alcun modo determinabile e quindi non più negato che affermato? Si potrebbe dire che l’intera serie teologica dal Rig Vedaal Genesi[12]ha dedicato estrema cura a preservare una certa presenza a ciò che sta al di là di ogni forma, materia o esistenza – nel né-né. È sempre in qualche modo una potenza di parlare e di fare essere attraverso la parola.

La filosofia coglie questa potenza non come una parola (come un indirizzarsi) ma come il legarsi a se stesso del logos, cioè dell’autosufficienza appunto senza dio né padrone. Si potrebbe dire che il culmine di questa autosufficienza si trova là dove Hegel, asserendo l’inanità del verbo “essere” come copula, ne deduce l’autonegazione e quindi la possibilità di un primo momento.

 

L’essere quindi non è né ente né nulla: si rapporta a se stesso negando se stesso. È così che la filosofia di Hegel realizza l’autorealizzazione[13]. La filosofia assume pienamente il né-né identificandolo come mutua e automaticaautonegazione (insomma) di ciò che tuttavia si apre in esso e ad esso come l’allotropiastessa o l’irriducibile distensione dell’essere. Ciò che in questo punto rimane e deve rimanere l’allo-logiaebbe a dirsi con queste parole di Chuang-Tse: “il punto culminante del discorso si situa in una modalità di espressione che sarebbe allo stesso tempo non-silenzio e non parola”.

 

 

10

 

Non pensate che io stia cercando di spalmare il cinese sul tedesco per ottenere una mediazione! Al contrario, le frasi di Hegel e quelle di Chuan-tse sono intraducibili l’una nell’altra. Questa intraducibilità tra due né-né non è questione di lingue. Puoi passare dall’uno all’altro all’infinito.

Ciò che resiste è l’irriducibilità di allo. “Né-né” deve escludere ogni tipo di mediazione. Né una Cina che penseremmo di recuperare, né un Occidente che penseremmo di orientalizzare qui hanno senso, perché siamo nello stesso spazio, da tutte le parti privi di allotropiao, per dirla in altro modo, di esterno, di irriducibilità, di non identificabilità, d’irriconoscibilità.

 

Ciò che Heidegger intende per “compito del pensiero” – almeno ciò che possiamo indicare al riguardo – è questo: ci terremo faccia al non-tenibile? oppure continueremo ad accontentarci della nostra povera autonomia filosofica? oppure, perché no, metter fine a tutto ciò, dopo aver fornito la prova (che nessuno chiedeva) di una superba, maestosa e abbondante inanità?

 

Jean-Luc Nancy, 11 luglio 2021



[1]Questa breve lista ricorda semplicemente alcuni nomi tra i più importanti.

[2]E’ questo il caso, come è noto, da Aristofane in poi, cosa che meriterebbe una riflessione: ci si è sempre burlati della filosofia quanto la si venerava. Oggi non ce ne si burla più, perché essa è divenuta l’acqua tiepida di cui parlavo.

[3]A parte la verità contrapposta alla menzogna (in italiano, la veridicità), l’idea di verità, al di fuori della filosofia, si fonde con quelle dell’enunciato dell’essere, della presenza del dato. I primi versi del Popol Wuhdei Maya sono esemplari: “È la radice dell’antica parola di questo luogo chiamata Quiché” nuova traduzione https://fr.wikipedia.org/wiki/Popol_Vuh. Ma anche le traduzioni più antiche sono eloquenti; è sempre “ecco il Quiché (o Quichué) ecco il luogo di origine, originariamente chiamato con il suo vero nome. La verità del nome è il nome stesso”.

[4]Altre regioni conoscono do una rottura simile ma diversa: Buddha, Confucio, Lao Tzu, il santuario di Ise in Giappone, ecc. – rispetto a culture più antiche come quelle dei Maya, dei Veda, della Mesopotamia e molte altre. Bisogna naturalmente tener conto anche nel mondo mediterraneo della lunga e complessa trasformazione dell’Egitto, iniziata molto prima, così come di quella della cultura persiana.

[5]Troppo semplice di certo, ma il mio intento è di far emergere – senza semplicismi – le linee franche a partire dalle quali si potrà tornare verso la complessità..

[6]Nessuna mitologia si interroga sul proprio statuto.

[7]Ou questa indefinitezza:  non posso qui soffermarmi du questo punto, benché sia importante.

[8]Sarà sorprendente che non mi soffermi sulle religioni dell’Occidente, che hanno svolto un ruolo così importante. Questo perché esse stesse sono – in vario modo – aspetti del fenomeno occidentale e quindi filosofico. In particolare, Persia, Egitto e Israele hanno giocato un ruolo decisivo nella trasformazione occidentale.

[9]Certamente l’attuale pandemia ridà importanza alle finalità immediate. Ma la pensemia stess è un effetto dello sviluppo della tecnosfera… Analogamente, non si fermano i progressi nella ricerca sul cancro, ma d’altra parte non si ferma la tendenza a diffondere i cancri…

 

[10]Benché sia giusto e necessario, è vano protestare contro la ricchezza esponenziale di alcuni. In quanto questo accrescersi della ricchezza appartiene all’auto-sviluppo della Macchina.

 

[11]Per conservare solo questi esempi che si trovano in ciascuna grande filosofia.

[12]Non pretendo di stabilire alcuna filiazione diretta tra i due testi, ma ci sono tra loro delle analogie che colpiscono.

[13]Certo, è possible mostrare che questo non soddisfa nemmeno Hegel, il quale per questa ragione qualifica di infinito il rapport a sé dell’essere. Questa nozione di infinito richiederebbe un’altra analisi.

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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