La scommessa di Nancy

 

 “Stiamo andando a fronteggiare l’insostenibile? O ci accontenteremo della nostra povera autonomia filosofica? Oppure, perché non farla finita, avendo fornito la prova (che nessuno chiedeva) di una superba, maestosa e abbondante inanità?”[1]

 

Non c’è lutto qui. Nessun cuore vigliacco, che non salga alla gola quando viene chiamato nelle ultime ore scandite da abbondante inanità. Richiama. Questo è il cuore del parlare di filosofia. Il cuore voluttuoso della filosofia – voluttuoso[2]con la passione per l’inconsueto, polinomio nell’essere pronto a essere strappato, a soffrire la rovina… e l’anastasi.

 

I

 

Questa chiamata di Jean-Luc Nancy, che inizia con una citazione di un altro (Heidegger) e finisce con una domanda a tutti gli altri che siamo e saremo: questa chiamata è una provocazione, una richiesta, un invito, una sfida. Noi che siamo nati in queste ultime ore riceviamo questa chiamata come niente di meno che una scommessa, la scommessa di Nancy, le pari de Nancy.

Ogni chiamata è un’apertura. Se può portare all’instaurazione o alla fondazione di qualcosa, non ha tuttavia alcun potere assoluto per assicurare questo fondamento dalla rovina o per bloccare le scoperte delle omologie che si trovano nelle rovine.

I poeti lo sanno, hanno scoperto i richiami — di angoscia, desiderio, stupore — che attendono nelle parole, sia della vita quotidiana che di altri poeti, e hanno mandato queste parole “dall’altra parte” (come dice Celan in “Die Schleuse”) cambiate ma non esaurite. E sono intimi con questa forza struggente e voluttuosa del richiamo anche gli amanti della poesia, soprattutto Platone che la distinse attraverso il suo neologismo mimesis, sebbene pochi oggi covino lo struggimento che lui vi registrò mentre i più lasciano intatto il suo isolamento funzionale nella famiglia di imitazione, verosimiglianza, realismo.

Questo struggimento era prima di tutto nelle citazioni che danno il discorso dell’altro non presente, virgolette di citazione che per Platone istigano al possesso con le parole, con il richiamo dell’altro — allo-fonia— facendo di noi un essere polinomiale, capace di dare alloggio ad altre leggi. Questi marchi si rendono anche invisibili nell’esercizio di questo potere, così che altre possibilità ancora sconosciute si precipitino nell’intervallo (span) che inizia ad allungarsi intorno alle virgolette, protendendosi e attraversandole. E i punti interrogativi — dal più antico al più moderno, nella scienza o nella poesia, socratico, heideggeriano, freudiano, althusseriano, o gli interrogativi interrogati da Derrida — sono ancora altri richiami, che aprono, che istigano.

Citando il titolo del 1966 di Heidegger nel suo stesso titolo, e poi richiamando il dramma di filosofia e pensiero, Nancy ha aperto un altro teatro, facendo sentire un altro richiamo per farlo scontrare con quello che Heidegger chiedeva, ma anche con quello che Nancy aveva già chiamato nei suoi scritti recenti. Qual è l’intervallo (span) che si è aperto in questo dispiegarsi di citazioni in cui il “compito” di Heidegger lascia il posto alla scommessa di Nancy?

Riceviamo le sue tre domande in un momento distinto che può essere caratterizzato, secondo Kant, come il “Jüngster Tag” che, ovviamente, è da intendersi come le ultime ore. Siamo nei giorni più giovani della filosofia. Siamo anche nelle ore della nascita di un nuovo essere, la cui differenza specifica può essere indicata solo dal termine “tecnologico”, che deriva da ciò che era l’uomo. In questo caso intendiamo che sta nascendo qualcosa per cui la filosofia sarebbe diventata troppo vecchia.

Quando Heidegger convocava, ancora una volta nel 1966, la scena della filosofia che concludeva se stessa estinguendo se stessa nel bagliore uniforme della “comprensione tecnologica dell’essere”, e quando indicava un profondo spostamento della storia della filosofia come storia della metafisica, cioè come storia dell’”Occidente”, fu in un’epoca di venerazione accordata alla filosofia, quando, come disse in “Cosa chiama il pensare?” nel 1951, “vi è ovunque un vivo e sempre più udibile interesse in filosofia” e quando “i filosofi sono considerati ipensatori par excellence”. Egli potrebbe mettere in guardia contro il “filosofare” come, allora, la fonte di una “ostinata illusione che stiamo pensando”.

Ma oggi il cuore della filosofia parla a un mondo in cui i dipartimenti di filosofia vengono privati ​​di fondi o ai ricercatori viene chiesto di competere per sovvenzioni dalle aziende per progetti fattibili – questa è l’ironia oggi di essere “soddisfatti della nostra povera autonomiafilosofica” – mentre i filosofi che molestano punzecchiando gli uomini nel mercato, come Narendra Dabholkar e Govind Pansare, vengono giustiziati senza nemmeno un processo come venne fatto a Socrate. Ora, ciò che resta della cosiddetta “storia della filosofia” è attivamente dimenticato dietro la sua essenza industrialeestratta sotto forma di “teoria”, e ora è il “pensiero” che viene ovunque assunto come titolo delle attività delle industrie tecnologiche, “scienza dei dati”, e dei sogni di intelligenza artificiale e delle macchine-messia.

Se “filosofia” è ancora una parola che dà solo un valore aggiunto a tutta questa promozione del pensiero, allora potremmo dire, nell’idioma di Heidegger, che c’è ovunque un interesse al pensierocosì vivo e sempre più udibile da avere l’ostinata illusione di star filosofando. Allora, anche “pensare”, un’altra delle parole della filosofia (se dobbiamo continuare a parlare come se ci fosse questa cosa, la filosofia), dovrebbe essere trattata – come AbbausDestruktionshanno trattato la filosofia – a un esame – critica? psicoanalisi? decostruzione? – prima che potessimo accogliere i suoi “compiti”.

Questa, e non solo la “fine della filosofia”, è la profondità delle ceneri che sedimentano siadella filosofia chedel pensiero; così che la domanda perché non porre fine a tutto deve essere amaro scherno per coloro che sembrano sapere che è già finito e non è rimasto nulla che spetti anche a loro finire.

Accade così che là dove il saggio di Heidegger era passato, nella sua seconda sezione, ad abbozzare la figura sfuggente della “cosa del” pensare, si sente nel testo di Nancy un rifiuto di approfondire ciò che è “pensare”, una riserva studiata come una pulizia della tavolozza per un altro gusto di filosofia. Piuttosto, il “compito” è designato qui insistendo su “un significato filosofico” del discorso della filosofia sulla sua fine. E in questa pausa, le stesse parole “inizio” e “fine” si sono allontanate da Heidegger. Ciò conferisce un significato diverso a ciò che già Nancy, in quanto filosofa dell’inizio, aveva già detto: «La filosofia comincia da se stessa; questo è per essa un assioma permanente»; nello stesso testo ha parlato anche di «Gli inizi della filosofia: la parola deve essere scritta al plurale»[3].

 

II

Per cominciare, si dovrebbe distinguere “principio” da “origine”, come la sostanza che riceve le differenze che sono tollerabili per essa, cioè rimane la stessa finché i predicati sono all’interno di un certo ventaglio. Ciò significa che l’inizio va d’ora innanzi distinto, non solo dall’iniziale, dall’inaugurale e dall’arche, ma soprattutto dalla sostanzialità di una “filosofia” che sarebbe anche la sostanzialità dell’”occidente” nell’avere la “sua” storia nell’ambito designato da Heidegger come: metafisica comeontoteologia comestoria dell’occidente.

Questa differenza orientale-occidentale è oscura quanto la “differenza ontologica”, ed è indissociabile da essa in Heidegger, dove la prima costituisce la condizione per la seconda. L’occidente che è la metafisicaè sospinto dal sostentamento di una privazione dell’essere, che si articola come differenza ontologica. Ma questo significa che per Heidegger la privazione dell’essere che dà l’occidente è possibile solo dopoaver stabilito “l’occidente” come un fatto, che come tutti sappiamo è un fatto inventato di recente.

Nancy aveva messo in questione il pensiero di Heidegger sulla filosofia, la storia, il destino, l’inizio e la fine, dicendo che:

 

Ciò equivale a confermare che nulla di essenziale è accaduto nel destino dell’Occidente, nient’altro che l’aggravarsi della metafisica e del suo divenire tecnico e democratico… Non ci sarebbe stata più di una storia? Sempre di più o qualcosa di diverso da “una storia”? L’istorialenon potrebbe essere plurale, sparso qua e là lungo un percorso meno ordinato di quello che questo pensiero assegna all’Occidente?[4]

 

La sostanzialità dell’“est-ovest” è costruita dalle varie immagini dei greci e dal riferimento ad esse in tutte le occasioni. Ad esempio, Heisenberg ha ritenuto necessario fare riferimento al concetto di privazione di Aristotele per giustificare la coesistenza di stati nella meccanica quantistica. In maniera molto più comica, i politici indiani imitano questo gesto e fanno riferimento a vecchi racconti o poemi epici per cercare di costruire una sostanzialità orientale: si sostiene che gli aerei fossero presenti nell’antico subcontinente, quindi avessero internet; dopo tutto gli dei comunicavano tra loro e con gli uomini a grandi distanze. Nancy avverte che noi,

 

“non riconosciamo in questo modo che con e dopo i Greci è successo molto che non sempre è venuto dai Greci. Ma abbiamo avuto bisogno di questa immagine dei Greci perché non sappiamo e non riusciamo, se non con grande difficoltà, a tornare più indietro”[5].

 

Questa costruzione del “principio della filosofia” ha costituito la condizione durevole, non per la filosofia, ma per una recente autobiografia, vecchia di circa trecento anni, stabilita in alcuni testi di filosofi. È una che – ma avrebbe dovuto esserlo molto prima – è giunta anche alla fine.

Nel Jüngster Tagqueste sono le cose da fare con urgenza: fare il punto sulle condizioni e soprattutto su cosa sia “condizione” e la sua differenza con l’essere, la causa e anche la ragione. Ovunque il cuore della filosofia parlerà in qualsiasi lingua, con qualsiasi nome o senza nome, questo sarà il suo compito filosofico. Sottolineiamo, per ora, due condizioni.

In primo luogo, la differenza orientale-occidentale è come gli dei gemelli che sono invocati nella metafora dei fiumi gemelli nel poema “Der Ister” di Hölderlin (nessuna sorpresa, per il post-Kant e insieme a Hölderlin, Hegel e al resto dei Romantici tedeschi, la filosofia ha iniziato la sua ossessione per “Europa”, “ovest” ed “est”):

 

und Füllen gleichIn den Zaum knirscht er,

e come puledri macina il morso,

Der scheinet aber fast

Rükwärts zu gehen und

Ich mein, er müsse kommen

Von Oste.

Eppure quasi questo fiume sembra

Per viaggiare all’indietro e

Penso che debba venire da

L’Est.

 

Compreso nelle opposizioni di “l’occidente e il resto” e di “filosofia e pensiero di Heidegger”, questi gemelli presero diversi avatar: la distinzione dei domini di pensiero, la distinzione degli stili e delle preoccupazioni di pensiero, le confusioni cartografiche, la geo-politica, la tecno-militaristica. Hanno preso questi avatar per distrarci dalla “fine” dando un senso illusorio alle nostre azioni.

In secondo luogo, e altrettanto importante, questa costruzione non avveniva da sola in Europa e attraverso l’Europa. Nel subcontinente indiano, questa distinzione tra oriente e occidente si stava stabilendo più o meno nello stesso periodo attraverso gli esercizi collaborativi tra coloni e pensatori delle caste superiori per quanto riguarda la codificazione e la distinzione delle religioni e delle civiltà dell’est. Una reciprocità più significativa investita nella differenza Occidente-Oriente è l’adozione e la reinvenzione della distinzione “ariano – an-ariano” da parte delle indologie tedesche, britanniche e francesi; una distinzione nel cui arco di sviluppo furono prodotti macabri effetti politici sia nel subcontinente che in Europa. In “L’Ister” e “Germania”, Hölderlin vedrebbe nel Gange e nell’Indo le condizioni per concepire una forza originaria (una forza che era ed è facilmente riconoscibile nel suo idioma di pirofilia come fuoco ariano – una pirofilia che ha anche conteso come l’altro della philosophia). Queste condizioni diedero origine alla “politica degli ariani”, che ebbe un effetto immediato sull’Europa nei secoli XVIII e XIX. I loro contemporanei nel subcontinente indiano erano la forma nazionalista del “popolo ariano” attraverso il quale le caste superiori, in particolare Vivekananda e Gandhi, e l’intero spettro delle loro organizzazioni moderne, hanno contribuito a inventare la religione “indù” e il suo fascismo, che ora governa l’India.

Nello stesso periodo in cui Heidegger stava investigando la distinzione orientale-occidentale in Germania, Mahatma K. Gandhi in India era impegnato in un progetto molto simile. Per Gandhi, come per Heidegger, l’Occidente ha segnato un declino dell’uomo nonostante le sue conquiste tecno-scientifiche. Gandhi vedeva l’oriente in tutti quei luoghi dove l’uomo non si discostava dal naturale. Per Gandhi, l’occidente era la designazione della deviazione dal naturale, e quindi la designazione delle sue necessarie apocalissi. Nel 1909 scrisse dell’Occidente:

 

“Questa civiltà è l’irreligione, e ha preso una tale presa sulle persone in Europa, che sembrano fatte a metà.

“Questa civiltà è tale che basta avere pazienza e si autodistruggerà”[6].

 

E anche lui opponeva la filosofia e l’Occidente come satanici al buon pensiero, che si può chiamare ipofisica. Mentre la metafisica può essere indicata con la formula “Essere è X”, il pensiero ipofisico – di cui ce ne sono molti ma che è stato articolato più esaurientemente da Gandhi, tra tutti i moderni pensatori del mondo – può essere indicato con la formula “La natura è valore”, dove natura è tutto ciò che non è creato dall’uomo. I razzismi, tra cui il razzismo metafisico di Heidegger e l’ordine delle caste del subcontinente, sono specie di ipofisica, come lo sono alcune dichiarazioni all’interno del romanticismo tedesco.

La teoria postcoloniale (che spesso combina Gandhi e Heidegger e molti altri pensatori di “Europa”, “civiltà occidentale” e “modernità”) e la politica postcolonialista così come sono praticate nel subcontinente sono state una facciata per la politica “ariana” che ora è in corso nelle opere di molti ex post-colonialisti.

Quindi, non è nella sola storia della filosofia di Heidegger che devono essere rintracciati questi effetti politici di costruzioni come “Europa”, “occidentale” e “orientale”, e non-occidente in molti altri modi. E, naturalmente, molte altre cose sono state generate dalla differenza orientale-occidentale, compreso l’arrivo in Europa dell’immagine liberata del ‘pariah’ (l’emblema dell’intoccabilità e dell’ordine di casta) che ora traduce “il parvenu” (qualcosa che dovrebbe continuare a disturbarci).

Questi esempi basterebbero a indicare che la differenza orientale-occidentale è stata opera di reciproche armonizzazioni e catene di imitazioni dell’una con l’altra, a tal punto che, ogni tanto, ci si chiede come Orwell:

 

“Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e di nuovo dal maiale all’uomo; ma già era impossibile dire quale fosse quale”.

 

Tuttavia, ciò che è ancora più preoccupante è ciò che è escluso dal gemellaggio e reso “non privabile”, ovvero ciò che non è capace di una privazione del pensiero interessato. Le persone e i mondi che sono ritenuti al di fuori delle varie immaginazioni della differenza orientale-occidentale: le persone in Africa, i nativi delle Americhe, i nativi d’Australia e Nuova Zelanda, gli scandinavi, l’Asia centrale, gli indiani del sud che sono chiamati dravidi. E questi popoli possono essere assimilati come predicati della differenza orientale-occidentale, come si sforza di fare qualche borsa di studio “decoloniale”, solo con grande rischio.

 

III

Se la filosofia deve essere salvata, anche attraverso la ricerca del “senso filosofico” della “fine”[7]della filosofia, allora deve prima salvarsi dalla razzializzazione, scartando questi orientamenti e occidentamenti, per non rischiare di diventare una “teoria bianca”. In questo emerge un’altra fondamentale differenza tra i due saggi che portano quasi lo stesso nome. Heidegger poteva solo iniziare il suo appello per un altro pensiero come “il pensiero che non sia né metafisica né scienza”. Ma Nancy riconobbe ugualmente i pericoli nel pensiero di Heidegger così come in quello di Gandhi in quanto “rischia di dissolvere nell’’oceano della Verità’ l’esistenza stessa di uomini e donne che questa stessa ‘Verità’ dovrebbe illuminare;” e quindi, ha fatto appello a “un pensiero, anche un mondo”, che non sia “né metafisica né ipofisica”[8].

La filosofia ricomincia, e di nuovo, a cercare questo pensiero, che è il proprio interminabile, irriducibile “per cosa” o fine – né fine come fine che compie il destino né fine come immagine totalizzante del “mondo” nello specchio dell’“ovest” — ma fini come fini, al plurale, che attendono le loro nascite ed esplosioni ancora sconosciute nella polinomia di tutte le cose. Ecco come ci arriva la scommessa di Nancy, attraverso quell’unica domanda delle tre che scatena un’esplosione di “fine” e di fini: ci troveremo di fronte all’insostenibile?

Nessun compito o materia [Sache] è annunciato qui, poiché il significato filosofico è già in gioco e ricomincia con un inizio e una fine: che tipo di fine è “l’insostenibile” e che tipo di inizio prende posizione? Come risponderemo a questa scommessa? Noi, con le nostre condizioni che, in quanto fino a poco tempo fa erano date dalla differenza ontologico-occidentale-orientale, sono diventate insostenibili?

Bisognerebbe prendere confidenza con questa insostenibilità: oggi, la sostanza recente, l’“oriente-occidente”, ha ricevuto più predicati di quanti ne potesse sopportare. Ora sta diventando qualcosa d’altro, così come è altra l’automobile, che aveva ricevuto diverse modifiche negli ultimi decenni – quattro ruote motrici, iniezione di carburante, navigazione satellitare e così via – in modo tale che ciò che era iniziato come cosa di libertà del movimento è ora soppiantato, con le automobili a guida autonoma, dalla reclusione mobile. Cioè, l’automobile ha avuto un passaggio di fase in una prigione. Appare evidente la dispersione di tutte le cose tenute insieme dalla confusa differenza di oriente e occidente. Così, la crisi della differenza oriente-occidente, svuotata di sostanzialità e del concetto di sostanza, ha creato una stasi.

I termini e gli spazi contenuti da questa differenza nelle varie articolazioni si stanno liberando e disperdendosi senza che un’altra legge comprenda. La fine in questo caso potrebbe essere affrontata come crisi, cosa con cui la filosofia ha un rapporto difficile, e più che mai oggi: siamo già oltre l’età della critica, che ha bisogno di intervalli sufficienti tra le azioni per dominarle. Questo intervallo è qualcosa che ci manca nell’era della velocità della luce. La criticità (criticalization) è venuta a prendere il posto della critica(critique). Quando gli elementi di un sistema raggiungono i loro limiti e si trasformano in qualcos’altro, con nuovi rapporti funzionali che quel sistema non può più accogliere nei limiti degli altri elementi, è la criticità (criticalization), che eccede i poteri della critica per definire i limiti del sistema e restituirgli i suoi elementi. La criticità (criticalization) porta alla stasi.

Dobbiamo iniziare tutto con questa affermazione di Nancy:

 

“In altre parole, dobbiamo imparare a esistere senza essere e senza destinazione, a pretendere di iniziare o ricominciare nulla, e anche a non concludere”[9].

 

Ciò significa che la filosofia, isolata funzionalmente di recente nella differenza “occidentale-orientale”, e che poi ha subito la stasi creata da questa differenza, deve starne(stand) al di fuori. Anastasis.

Ana-stasis è ciò che supera la stasi.

Stasis deriva dalla radice speculativa “*sta” che significa “tenere sul posto” o “tenere fermo”. Dalla stessa radice deriva anche il greco antico “histemi” (che significa “sto in piedi”). Nella polis greca, si diceva che si verificava stasisquando due o più fazioni comprese (comprised) pretendevano di dettare le leggi che avrebbero compreso le loro vite insieme nella città. Anche lo stato di inerzia dovuto a contesa o guerra civile è stasis, poiché in tal caso non vige alcuna legge.

Nel nostro tempo, stiamo subendo la criticità (criticalization) di tutte quelle condizioni – intellettuali, economiche, ambientali e tecnologiche – attraverso la critica (criticism) e anche la critica (critique) ha funzionato. Anastasis si impadronisce del sistema criticato (criticalized) per salvarne le omologie, per concedere alle inquiete analogie senza isolamenti funzionali la passione per la nondomesticità (unhomeliness), e nello stesso tempo per lasciare che un orizzonte di inquietudine riveli una gamma di leggi comprensive per la polinomia attiva. In effetti, cosa che Gandhi trovava e detestava, Anastasis lascia rovine.

L’anastasi non è né la risurrezione né il risorgere dei morti, ma “ha a che fare con ciò che l’anastasi non è o non produce dal sé, dal soggetto proprio, ma dall’altro”.

Ana-stasi è il sorgere dell’altro, che per noi sarebbe l’altro della differenza orientale-occidentale. Ma cos’è che viene dopo la vacanza della differenza oriente-occidente? Ogni apparizione della filosofia al di fuori dell’interscambio (trade-off) tra oriente e occidente sarà Anastasi della filosofia. Eppure, questa possibilità spetta anche alle macchine: i computer. Stanno dando i principi per vivere. Non abbiamo le condizioni per prepararci a qualunque cosa accada, ma dovremo scoprire e sviluppare quelle nuove facoltà con cui farlo. Come direbbe Derrida, prenditi il ​​tuo tempo ma sii veloce, perché non sai cosa ti aspetta….[10]

Anastasis è l’oscuro inizio che raccoglierebbe le rovine che appartennero sia all’occidentale che all’orientale per fare di entrambe una crisalide. E scatenerà le imago nate in essa. Saranno gettati in cieli completamente altri, con le proprie campate, e senza scambiare orientamenti e occidentamenti (occidentations). Saremo in grado di ascoltare i loro scambi se saremo in grado di assistere a questa prossima fine della differenza orientale-occidentale.

 

Divya Dwivedi, 13 luglio 2021



[1]Jean-Luc Nancy, “‘The End of Philosophy and the Task of Thinking’,” Philosophy World Democracy, July 2021.https://www.philosophy-world-democracy.org/the-end-of-philosophy?utm_source=sendinblue&utm_campaign=The_Other_Beginning_of_Philosophy_II_New_articles_and_translations&utm_medium=email

[2]Voluttuoso non ha nulla a che vedere con presenza.

[3]Nancy, Creation of the World or Globalization, 2007.

[4]Nancy, The Banality of Heidegger, translated by Jeff Fort, Polity Press, 2017, p.37

 

[5]Ibid., p. 39.

 

[6]M. K. Gandhi, Hind Swaraj, ed. Antony Parel, Cambridge University Press, 2008.

 

[7]“The end” in inglese può significare sia “il fine” che “la fine. Abbiamo optato per uno dei due sensi, ma il lettore deve tener conto di entrambi [Nota del traduttore].

[8]Jean-Luc Nancy, Foreword to Gandhi and Philosophyby Dwivedi and Mohan, Bloomsbury UK 2019, p. ix.

 

[9]Banality of Heidegger,59.

 

[10]Derrida, “The University without Condition”, in Without Alibi, Stanford University Press, 2002, p. 237.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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