La verità e il Coronavirus

 

Agli psicoanalisti sono poste nuove domande urgenti. Esse si presentano in forma di richieste d’assistenza: “aiutatemi a risvegliarmi dall’incubo di questa nostra attuale epidemia!”  Anche Slavoj Žižek ha di recente confessato di aver pensato di uscire di casa per contrarre l’infezione del nuovo Coronavirus per non doversene così più preoccupare come minaccia incombente. È uno dei trucchi per avere un ingannevole sopravvento sul reale, ma non è sostenibile. Ahimè, non ci si può risvegliare dall’incubo. Il risveglio da questo può solo promettere che il sogno continuerà in una forma nuova.

 

L’incubo è un ritorno all’enigma della pulsione, è un ritorno all’impossibilità di dare un senso a tutto ciò. Esso apre anche alla possibilità di produrre nuove soluzioni attraverso la scienza — che agisce direttamente entro il reale — e attraverso un atteggiamento quotidiano di iperpragmatismo. Infatti, stiamo rapidamente accedendo al genere di pragmatismo che funziona in India, dove al momento sto scrivendo. Gli indiani sono regolarmente impegnati nel mantenere attivamente strategie di confine, negoziati attivi col loro ambiente. E, come Max Weber ha energicamente argomentato molti anni or sono: la posizione Darmica sulla reincarnazione ha bisogno di fissarsi sul ciclo di vita senza fine delle rinascite, di quella vita che deve infine pur giungere a una fine. È un sogno, questo, che abbiamo già cominciato a sognare in America. Un sogno del XXI secolo sul reale rispetto al quale ciascun soggetto cerca conforto in un mondo oscuro e caotico.

 

L’urgenza ha raggiunto adesso un acme febbrile mentre la richiesta con cui ci confrontiamo manifesta essa stessa sempre di più la sua verità. In mezzo a tutte queste cose, la psicoanalisi diventa un rifugio resistendo alla tendenza a pretendere che il soggetto ulteriormente entro il reale.  Chi desidera vivere in un mondo che costringe a scegliere fra la scienza e la peste? L’unica scelta che il soggetto vede oggi  è quella di volgersi verso la scienza pragmatica come risposta all’urgenza o altrimenti saltellare da un posto all’altro in un mondo in cui si deve costantemente mantenere il confine fino allo sfinimento o fino alla solitudine.

 

Ahimè, l’incubo non ha mai fine.

 

La psicoanalisi si oppone a queste due risposte e stabilisce un patto con l’incubo mettendolo al lavoro per la causa della verità. Non è un caso che l’epidemia corrisponda a tutte le coordinate di recente esposte dall’Associazione Mondiale della Psicoanalisi, i cui ultimi anni di lavoro hanno testimoniato lo sviluppo dei concetti di urgenza, di incubi, di stati di panico, di reale, enigma, e così via. Sono le coordinate del nostro mondo freddo e nuovo che ci aiutano a tracciare la mappa dello spazio per una nuova invenzione.

 

Dobbiamo scoprire oggi un modo nuovo di distanziamento dal reale senza perdere per questo il nostro filo col sociale.  La psicoanalisi ha affrontato l’enigmatico virus direttamente come pietra angolare del suo discorso e come filo del suo nuovo legame sociale.  Così quando Freud, nel suo viaggio verso l’America,  disse — sebbene non vi sia alcuna prova che lo abbia detto davvero — “non si rendono conto del fatto che stiamo portando loro la peste”, egli in un certo senso collocava la psicoanalisi dalla parte della peste. Ciò è già sufficiente a dimostrare che il rifiuto di Lacan della cura della salute come un obiettivo della psicoanalisi è nello spirito della scoperta psicoanalitica. Dovremo allora essere assai modesti, giacché il nostro obiettivo non è “curare” la gente dalla peste: il nostro obiettivo è piuttosto trovare quel che entro la peste offre accesso a una verità che ci determina e potrebbe essere messa a servizio della società.

 

La vera minaccia oggi non è necessariamente il coronavirus, ma il reale in sé, che apre la strada al coronavirus e a tutte le altre terrificanti e sfrenate epidemie come gli stati di dipendenza, la solitudine, la depressione, gli attacchi di panico, e così via. Mentre lottiamo per bloccare il reale o per evitarlo (mediante varie tecniche della cosiddetta “bio-politica”, come i controlli della temperatura, le mascherine, l’auto-isolamento, e così via), rischiamo anche di non riuscire ad affrontare le strutture che le hanno originate. Se gli aeroporti e le stazioni ferroviarie erano di solito luoghi di demarcazione di uno spazio dall’altro, essi sono diventati ora spazi confusi: il confine che separa nevrosi e psicosi, come il confine che separa pubblico e privato, è crollato.  E questo crollo implica che vi sarà chi correrà a implementare modi nuovi e più scaltri per gestire e controllare il mondo.

 

Il capitalismo e la filosofia pragmatica che lo sostiene si offrono loro ancora una volta come antidoto al caos: la scienza pragmatica, pronta a immergersi nel reale per trovare una soluzione, il libero mercato, e le altre nozioni cristiane secolari di intervento imparziale, tengono la ribalta mentre altre interpretazioni suggeriscono che il coronavirus sia la conseguenza di dittature incontrastate.  L’implicazione è che il capitalismo — e il mercato che spinge i medici a inventare un altro strumento o un’altra pillola, un altro rimedio e così via — è l’unica alternativa sana. Questo discorso si  può pensare solo in termini di di capitalismo e dittatura, o di pragmatismo e autoritarismo, i quali sono, per tanti versi, due risposte sintomatiche al reale. Ma il pragmatismo non è mai stato realmente una filosofia più di quanto il capitalismo non sia stato un sistema politico-economico. Se i filosofi radicali, Marx e Bakunin inclusi, furono pronti a chiedere: “quali potrebbero essere le alternative?”, questo accadde perché essi talvolta non si avvidero che il capitalismo aveva assunto la posizione di “alternativa”.  Il capitalismo è l’alternativa (all’autoritarismo, al dogmatismo, al socialismo, e così via). Il capitalismo riesce a vendersi non per le sue intrinseche libertà ma piuttosto per il suo approccio alla verità “monetizzato” (per prendere a prestito un’espressione dei pragmatisti americani): la verità è vera precisamente perché produce un effetto che ha un qualche valore di evidenza.  Il capitalismo oggi si mantiene offrendosi come l’alternativa pragmatica a qualsiasi ferma convinzione.

 

Il trauma del capitalismo ha la sua base entro il reale. Se siamo soggetti a disastri ambientali, a un incombente crollo planetario, o a crisi biologiche, in ogni caso testimoniamo il ritorno senza fine al reale infrenabile. Questo Michel Foucault  e i suoi seguaci (di molti dei quali sono state recentemente pubblicate le lettere sull’European Journal of Psychoanalysis) oggi sembrano non cogliere: il “ritorno  alla “nuda vita” o alla “bio-politica” è una visione angusta in quanto focalizza e mette in primo piano tecniche di gestione senza riconoscere  queste tecniche come risposte ai nuovi paradigmi del godimento. Dobbiamo resistere alla tentazione di vedere la biopolitica solo come un tentativo di gestire il reale;  essa consiste anche delle intrusioni del reale in qualunque tentativo di questo tipo di gestirlo e controllarlo.

 

È questo il motore della politica oggi, è questa la verità del nostro tempo.

 

 

traduzione dall’inglese di Pietro Pascarelli

 

 

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Duane Rousselle, psicoanalista lacaniano e sociologo americano, ha scritto numerosi libri fra cui Gender, Sexuality and Subjectivity: A Lacanian Perspective on Language, Identity and Queer Theory (London: Routledge, 2020), Jacques Lacan & American Sociology: Be Wary of the Image (London: Palgrave, 2019), Lacanian Realism: Political and Clinical Psychoanalysis (London: Bloomsbury, 2018), and Post-Anarchism: A Reader (London: Pluto Press, 2012).

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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