Lacan e gli americani

 

Questo articolo “Lacan and the Americans” è stato proposto in inglese da Darian Leader alla rivista francese Essaim.

 

Nei primi anni ’90 mi trovavo su di un aereo che volava da Madrid a Parigi con molti analisti lacaniani, quando all’improvviso è iniziata una accesa discussione sulla società americana e la sua cultura. Gli Stati Uniti venivano rappresentati nei termini di una nazione di Filistei, preoccupati solamente di trovare delle soluzioni “smart”, dediti al consumismo e alla felicità istantanea. Un unico analista fu abbastanza coraggioso da dissentire, difendendo ciò che riteneva essere delle virtù ereditate dalla cultura protestante ed evidenziava inoltre l’accoglienza e l’apertura sociale di quel paese. Solo successivamente, sono venuto a conoscenza del fatto che l’analista in questione fosse sposato con una americana e che in quel momento in questione era qualcosa di più della sola valutazione della cultura americana.

Certamente in ogni valutazione è presente un qualcosa “di più” ed è un peccato che questo non abbia stimolato un esame più attento da parte del nostro gruppo. L’antiamericanismo di Lacan è sicuramente una eredità di Freud e il disprezzo di quest’ultimo per gli Americani è ben noto. Ad esempio egli riteneva che gli Stati Uniti sarebbero diventati entro il 1970 una “negro republic”, repubblica di negri (Alexander 1964). Anche se, come gli storici della psicoanalisi hanno mostrato, dal 1923 in poi Freud stesso utilizzava gran parte del suo lavoro quotidiano ad analizzare nient’altro che… Americani! (Roazen 1990). Se si assume che gli sviluppi concettuali siano influenzati in qualche modo dalla pratica clinica, questo significa che, per quanto possa sembrare strano, la psicoanalisi freudiana del ventesimo secolo porta con sé il timbro della “psiche americana”.

Senza dubbio si può obiettare, in quanto analisti, che non crediamo possa esistere qualcosa come “la psiche americana”, ma solo il soggetto in quanto elisione della catena significante, ma a quel punto come possiamo concepire e comprendere i riferimenti di Lacan ad esempio agli “Inglesi”, ai “Francesi” o ai “Giapponesi”? È risaputo che durante la Seconda Guerra Mondiale e anche nel Dopoguerra, gli analisti fossero frequentemente impiegati dai governi per compilare dei dossiers sulla “psiche nazionale” dei paesi nemici e Lacan stesso contribuì a tal riguardo. I risultati di queste analisi spaziano tra l’essere delle considerazioni interessanti fino al ridicolo (Mandler 2013, Pick 2012).

Qualunque sia il nostro punto di vista su questo tema, non dobbiamo farci fuorviare dalla rappresentazione che Lacan proponeva della psicoanalisi americana degli anni ’50. Questa, infatti, ci riduce a una raffigurazione piuttosto ingannevole della cosiddetta “psicologia dell’io”, indentificata con il triumvirato Hartmann, Kris e Loewenstein e all’enfasi data all’autonomia dell’io e delle sue funzioni. Questa è sicuramente una distorsione. Infatti, nonostante essi abbiano lavorato insieme a diversi scritti, Kris e Loewenstein propongono una visione nel complesso differente da quella di Hartmann, sia nei termini degli obiettivi che dei metodi della psicoanalisi e sia rispetto alla natura della domanda scientifica in sé. Si può sostenere a fatica, inoltre, che questi autori abbiano proposto un adattamento allo “stile di vivere americano” – o alla immagine di quest’ultimo che Lacan proponeva – mentre invece essi hanno affermato che la psicoanalisi implica un adattamento al – o con – il sintomo, una visione che Lacan stesso avrebbe adottato negli anni ‘70.

Le critiche sui rischi di mercificare la psicoterapia e di normativizzare i modelli della psiche nel dopoguerra facevano già parte della scena culturale psicoanalitica americana. L’innovativo libro di Eric Fromm Fuga dalla Libertà fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1941 e poi alcuni aggiornamenti degli argomenti trattati da Fromm furono pubblicati gli anni successivi.

In questo testo, egli affrontava in maniera diretta il problema della pratica psicoanalitica sotto il capitalismo e le conseguenze che questo comportava sia per la teoria psicoanalitica che per la pratica clinica ed egli avrebbe poi continuato questa critica per diversi decenni. Complessivamente, l’idea di Fromm e del progetto di Karen Horney fu quello di ricordare agli analisti che il loro lavoro non consiste nel modellare l’io del paziente secondo le norme sociali, ma invece quello di permettere al paziente di entrare in contatto con il proprio personale desiderio che è unico e difficilmente riducibile a delle norme, sia sociali che parentali (Fromm 1949, Horney 1939). La psicoanalisi, dunque, concerneva una separazione tra il desiderio del soggetto e la domanda dell’Altro e la nozione di desiderio in Lacan è per certi versi uno sviluppo di questa tradizione culturale.

Dovremmo ricordarci che la vera psicologia dell’io in America è riconducibile a Hartmann e David Rapaport, i due architetti di questa corrente in psicoanalisi. Il lavoro di Rapaport soprattutto fu influente anche per il fatto che egli viaggiò molto per tutti gli Stati Uniti negli anni ’50 per insegnare la psicologia dell’io nei diversi istituti psicoanalitici, prima della sua morte prematura avvenuta negli anni 1960.

Curiosamente Rapaport non ha mai praticato la psicoanalisi, anche se la sua teorizzazione “dell’autonomia dell’io” è quella più citata rispetto a quella di Hartmann. Entrambi condividono un’attenzione ai cosiddetti processi psichici “liberi da conflitti”, con il conseguente rischio, come diversi autori hanno indicato, di desessualizzare la psicoanalisi. Tuttavia, il lavoro di Rapaport fu semplicemente una estensione della teoria dell’angoscia di Freud del 1926 ad altri affetti e questioni connesse alla motivazione. Sia Hartmann che Rapaport speravano che la psicoanalisi potesse finalmente diventare parte di una psicologia generale pur riconoscendo l’autonomia dell’io che loro stessi misero in primo piano.

La psicoanalisi negli Stati Uniti è stata plasmata meno dagli emigrati dotti che hanno fatto proprie le scoperte freudiane, e di più invece da questi sforzi innovativi che cercavano uno statuto e una legittimità scientifica alla psicoanalisi, e Lacan ha commentato poco il loro lavoro. Similmente è scorretta anche l’idea che solo Lacan abbia messo in discussione i dogmi principali della psicologia dell’io, anche se questa asserzione è servita a confermare un proposito religioso-politico, decontestualizzando il suo lavoro per far sembrare che scaturisca dalla testa di Atena. In effetti c’è stata molta opposizione al lavoro di Hartmann e Rapaport negli stessi Stati Uniti d’America, in Inghilterra e in tutto il continente. In Francia, la polemica più coraggiosa è quella di Nacht che presentò una terribile critica alla psicologia dell’io di Hartmann definendola “stérilsante et régressive” al Congresso di Amsterdam del 1951, mentre sedeva accanto ad Hartmann sul palco. Egli contestò la concezione di una autonomia dell’io e delle sue funzioni psichiche, le personificazioni dell’io, dell’es e del super-io e denunciò il pericolo di fare dello psicologismo. Da questo vertice, infatti, non esisterebbero “istanze” psichiche, ma solamente “processi”, ed è in questo contesto che dovremmo interpretare l’enfasi di Lacan sull’“instance de la lettre”.

Nacht effettivamente sostenne la variabilità del tempo analitico standard e programmato, e al congresso di Zurigo del 1949 sostenne una de-ritualizzazione del processo analitico stesso. Al tempo già esisteva un interesse nuovo per lo studio del linguaggio, soprattutto tra gli analisti americani che, come Lacan, esploravano ciò che si poteva imparare dalla cibernetica. Hartmann stesso già nel 1948 sostenne che la psicoanalisi contemporanea avrebbe dovuto considerare “le implicazioni strutturali della parola e del linguaggio in analisi”, e Loewenstein nel 1952 alla New York Psychoanalytic Society fece un intervento simile (Hartmann 1951, Loewenstein 1982). Purtroppo, la teoria e il modello del linguaggio a cui potevano fare riferimento questi autori non era sofisticato come quello di Lacan, anche se al tempo in cui Lacan abbandonò lo studio del linguaggio erano presenti delle teorie più accurate studiate dagli analisti americani soprattutto nella monografia del gruppo vicino a George Klein “Psychological Issues”.

Dovremmo inoltre ricordare che l’orientamento adottato da Lacan nei primi anni ’50 si ispirava direttamente a dei ricercatori americani, quelli che lavorarono a programmi diversi da quelli di Rapaport e Hartmann, i quali cercarono di creare una connessione tra la cibernetica e le nuove scienze della comunicazione. Esistono pochi dubbi sul  fatto che Lacan stesso abbia letto i vari convegni di Josiah Macy Jr, o organizzati dalla fondazione di Macy,  dove psicoanalisti, biologi, antropologi e linguisti ebbero l’occasione di scambiare idee e che fosse a conoscenza dei loro interessi per i modelli matematici e per i processi circolari messi in primo piano dalla cibernetica. I primi grafi degli anni ’50 vengono spesso associati ai diagrammi che si ritrovano nei lavori di Lévi-Strauss, anche se probabilmente derivano da alcuni lavori germogliati dalla collaborazione di matematici e scienziati sociali negli Stati Uniti alla ricerca di un punto di incontro tra i due campi di studio (Harary e Norman 1953).

Quando Lacan partecipò nel 1953 a un seminario della durata di un anno, organizzato dall’Unesco, dal titolo “The Utilization of Mathematics in the Social Sciences” – dibattito a cui presero parte anche Lévi-Strauss, Benveniste, Piaget, Riquet e Guilbaud – si inseriva chiaramente, in parte, all’interno di una cornice di studio dei ricercatori americani. È un peccato che il lavoro di Lacan “Pattern Logici nella Pratica della Psicoanalisi” presentato a questo seminario non sia mai stato pubblicato, anche se lo schema L è contemporaneo al seminario, così come l’attenzione alla teoria del grafo e alla teoria dei gruppi fu certamente sull’agenda durante questi incontri (International Social Science Research Council 1959).

Quando si affronta da vicino la letteratura della psicologia dell’io, l’approccio lacaniano a quest’ultima viene facilmente messo in discussione. L’esempio più conosciuto è il caso dell’uomo mangiatore di cervella, che viene spesso presentato per mostrare la stupidità dell’approccio della psicologia dell’io al sintomo e il diniego della domanda del desiderio (Kris 1951). Lacan dice che Kris affrontò il timore di plagio del paziente leggendo il materiale in questione per verificare se in “realtà” il lavoro fosse originale. Tuttavia, se ci interessiamo a leggere il caso ci accorgiamo che Lacan ha completamente distorto i fatti: Kris non ha mai fatto una cosa del genere, ma ha semplicemente domandato al paziente riguardo il suo lavoro (Leader 1997, Orellana 2002).

Anche la teoria secondo cui la psicoanalisi americana predica il conformismo e l’identificazione è decisamente scorretta. Anche se si può trovare a volte questa tendenza estrema in qualche autore, questa non è tuttavia molto diffusa. Invece più comune è l’idea che l’obiettivo dell’analisi sia quello di permettere una assunzione idiosincratica della propria sofferenza, si tratta di un “know-how” e non di una imitazione degli altri. Eissler, ad esempio, sosteneva che l’analisi potenzialmente potesse dare dei risultati anticonformisti e rivoluzionari, facendo eco a Fromm. Erikson invece evidenziava come l’obiettivo della psicoanalisi non fosse quello di plasmare un cittadino modello, ma invece di realizzare un nuovo “stile” nel soggetto, cercando di divulgare in questo modo il concetto di stile in analisi e quello delle pratiche individuali come risultato dell’analisi (Erikson 1950).

Allo stesso modo, quando attribuiamo a Lacan l’idea che l’analisi vada oltre il significato dei sintomi, questa idea era già diffusa nella psicoanalisi americana nel 1940. In una serie di articoli su “Psychiatry” e altre riviste, Frieda Fromm-Reichmann ha mostrato come gli analisti di quel periodo dessero solo una collocazione secondaria al contenuto dei sintomi e ai significati rimossi, concentrandosi invece su altri aspetti dell’incontro psicoanalitico, vedendo il sintomo meno come qualcosa di patologico e maggiormente come una risorsa creativa (Fromm-Reichmann 1949a, 1949b). Inoltre, insieme a queste osservazioni si connetteva una critica del modello della patologia e della malattia mentale e un tentativo di trasformare la visione del paziente come “oggetto di terapia” in “partner del terapeuta”, in uno sforzo collaborativo dove le interpretazioni fossero prerogative sia del paziente che dell’analista. Da notare inoltre l’uso del termine ferencziano “analizzante” nella psicoanalisi americana precedente al suo uso in Francia. Termine che evoca proprio il ruolo attivo del soggetto in analisi.

Similmente, la distinzione lacaniana tra un’interpretazione e un agito era ben conosciuta in America fin da periodo post-bellico. Fromm distingueva i due concetti in un suo saggio del 1959 “On the limitations and dangers of psychology”, anche se questi due concetti erano già differenziati in qualche modo in precedenza nella distinzione tra “interpretazione” e “enactment”, come mostra il seguente esempio (Fromm 1963, p. 206). Una cantante si presenta in stato di agitazione per la perdita improvvisa della propria voce e per un bolo isterico, avendo anche un importante concerto la sera stessa. Lei fu soltanto in grado di bisbigliare che il suo sintomo comparve la mattina dello stesso giorno, a seguito di un rapporto sessuale con il suo nuovo amante. Questo condusse l’analista, il rinomato Lionel Blitzsten, ad ipotizzare che “i loro giochi sessuali probabilmente includessero anche un tentativo abortito di fellatio al quale lei reagì con disgusto” (Knight e Friedman 1954, p. 118; traduzione del curatore). L’analista, dopo essersi scusato, uscì dalla stanza di consultazione e andò in cucina per prendere un wurstel che “per fortuna” trovò nel frigo. Tornò dalla paziente e le avvicinò il wurstel insistendo perché lo prendesse in bocca. Questo produsse nella paziente un chiaro pianto mezzo-soprano di protesta e improvvisamente le tornò la voce.

Sicuramente, come Bernard Apfelbaum stesso evidenziò, questo intervento dell’analista limitò la possibilità che la paziente avesse preso in considerazione di non voler fare la fellatio – o di non voler andare al suo concerto – e che il suo desiderio non fosse relativo al volere in sé, ma proprio al non volere: il sintomo era la sua incapacità di dire di no (Apfelbaum 2005). Probabilmente, la paziente venne traumatizzata maggiormente dall’intervento dell’analista che dall’esperienza della notte prima, ma quest’esempio mostra l’uso di un intervento poco ortodosso e teatrale, che avveniva già durante gli anni ’30.

Possiamo fare un altro esempio a tal proposito riportato da Anne Louise-Silver quando iniziò la sua analisi con Harold Searles. Lei era congelata in un “trasnfert disperatamente idealizzante”. Searles disse, nel suo solito amichevole tono di voce, “potrei condividere un pensiero che ho avuto qualche minuto addietro?” e dopo che Silver acconsentì disse: “ho pensato: ‘e chi cazzo se ne frega se tu non dici più un’altra parola?’”. Questo intervento funzionò bene: il suo mutismo cessò e la sua idealizzazione probabilmente si ruppe (Silver 2012; traduzione del curatore).

Questi non sono esempi isolati presi dalla storia analitica, ma caratterizzano la diversità della scena analitica americana, e dobbiamo ancora imparare molto da essa. I lavori di Fromm, Erikson e Horney sono assolutamente attuali, così come lo sono gli studi di Edith Jacobson sulla psicosi, di Bernard Apfelbaum sulla tecnica psicoanalitica, di Frieda Fromm-Reichman sulla depressione maniacale e sulla schizofrenia, di Selma Fraiberg sullo sviluppo linguistico e sensoriale, di Nathan Leites sul transfert, di Martha Wolfenstein sull’humour e sul lutto, di Renè Spitz sul linguaggio, gli affetti e il corpo, di Phyllis Greenacre sui primi stati somatici e la formazione del soggetto, di Peter Knapp sugli equivalenti dell’affetto e di Eleanor Galenson sulla sessualità infantile, e questo per fare solo alcuni esempi.

L’assurda riduzione della psicoanalisi americana solamente ad alcuni scritti di Hartmann, Kris e Loewenstein, insieme alla valorizzazione di una manciata di clichés sull’“American way of life”, difficilmente rende giustizia allo scenario analitico sorprendentemente ricco e variegato. Anzi, a pensarci bene una cosa che potremmo imparare dagli americani è esattamente ciò che ha impedito alla psicoanalisi lacaniana di avere successo in America! Mi riferisco a una certa resistenza a un insegnamento ex cathedra insieme a un certo scetticismo nei confronti di metodi di argomentazione gesuitici dove avversari inventati, anche un po’ in maniera fantasiosa, vengono ridicolizzati mentre la propria teoria viene presentata come l’unica possibile verità.

 

Note

 

Franz Alexander, Recollections of Freud, Freud Archives, Library of Congress, 1954.

 

Bernard Apfelbaum, ‘The Persistence of Layering Logic: Drive Theory in Another Guise’, Contemporary Psychoanalysis, 41, 2005, pp.159-81.

 

Erik Erikson, ’Childhood and Society’, New York, Norton, 1950.

 

Erich Fromm, ’Escape from Freedom’, New York, Holt, 1941.

 

Erich Fromm, ‘Man for Himself’, London, Kegan Paul, 1949.

 

Erich Fromm, ‘On the dangers and limitations of psychology’ (1959), in ‘The Dogma of Christ and Other Essays’, New York, Holt, 1963.

 

Frieda Fromm-Reichmann, ‘Remarks on the philosophy of mental disorder’ (1946), Psychiatry, 9, 1949a, pp.293-308.

 

Frieda Fromm Reichmann, ‘Recent Advances in Psychoanalysis’, Journal of the American Medical Women’s Association, 8, 1949b, pp.320-6.

 

Frank Harary and Robert Norman, ‘Graph theory as a mathematical model in social science’, University of Michigan, 1953.

 

Heinz Hartmann, ‘Technical implications of ego psychology’ (1948), Psychoanalytic Quarterly, 20, 1951, pp.31-43.

 

Karen Horney, ‘New Ways in Psychoanalysis’, New York, Norton,1939.

International Social Science Research Council, ‘The First Six Years, 1953-59’, UNESCO, Paris, 1959.

 

Ernst Kris, ‘Ego Psychology and Interpretation in Psychoanalytic Therapy’, Psychoanalytic Quarterly, 20, 1951, pp.15-30.

 

Robert Knight and Cyrus Friedman, ’Psychoanalytic Psychiatry and Psychology: Clinical and Theoretical Papers’, New York, International Universities Press, 1954.

 

Darian Leader, ‘Promises Lovers Make When It Gets Late’, London, Faber, 1997.

 

Rudolph Loewenstein, ‘Some Remarks on the Role of Speech in Psychoanalytic Technique’, (1952), in ‘Practice and Precept in Psychoanalytic Technique’, Yale University Press, 1982, pp.52-67.

 

Peter Mandler, ‘Return from the Natives, How Margaret Mead Won the Second World War and Lost the Cold War’, Yale University Press, 2013.

 

Sacha Nacht, ‘Les nouvelles théories psychanalytiques sur le moi et leurs répercussions sur l’orientation méthodologique’, (1951), in ‘La présence du psychanalyste’, Paris, PUF, 1963, pp.26-35.

 

Jorge Baños Orellana, ‘L’Ecritoire de Lacan’, Paris, EPEL, 2002.

 

Daniel Pick, ‘The Pursuit of the Nazi Mind: Hitler, Hess and the Analysts’, Oxford University Press, 2012.

 

Paul Roazen, ‘Encountering Freud’, New Brunswick, Transaction, 1990.

 

Anne-Louise Silver, ‘My Analysis with Harold Searles’, Division Review, 4, 2012, pp.33-8.

 

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10/12/2021

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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