L’audacia di Jean-Luc Nancy

 

Se l’altro – cioè la persona di cui cerchiamo l’immagine – si ritira nel ritratto, nel suo ritratto,  non è tanto per nascondere nella profondità di questo ritiro il segreto di un’identità misteriosa e affascinante, quanto per condividere con noi, che lo guardiamo, l’estraneità che gli è propria solo in quanto è anche nostra.[1]

 

Jean-Luc non c’è.  È solo attraverso le convenzioni di significato che mi poteva esser dato di capire. Non c’è nessuna misura o segno di questo ritiro, nessuna traccia.  Chi o cosa potrebbe assicurarmi la definitività di questo ritiro, che il suo nome non apparirà su nessun dispositivo? – Come ha fatto fino alle sue ultime parole al telefono, “parleremo dopodomani”.  Solo saggezza pontificale sulla morte e sul tempo, che dispensa più spiegazioni sul fatto che non sta arrivando, non ancora, non su skype, non allo squillo del telefono, non alla segreteria.  Questo fatto è un segreto rivelato, presente in ogni momento, rimosso dal senso, dalla conoscenza, persino dalla memoria, rimosso dal passato che tuttavia userò se necessario, rimosso dal “sì” e dal “no”, e quindi rimosso dal lutto e dalla malinconia.  Questa assenza, così spesso chiamata morte, è con me, come potrei immaginare di pormi prima di essa (vorlaufen)  o di rifuggirla?

Da cosa si potrebbe derivare la certezza che è “andato” o “perso”? Oso dire – cosa c’è da perdere – che l’impossibilità di una tale operazione modifica il lavoro imposto da questa sua assenza.  Mi fa osare di rifiutare il lavoro del lutto – cioè il lavoro che conferisce conferisce la qualità di passato a qualcuno.  E di rifiutare anche ogni uso di nominare la tristezza e l’angoscia che si prova di fronte a questa assenza dell’altro che è più reale della sua immagine, del suo ritratto, della sua memoria, nella misura in cui essi sono dispositivi che consegnano un passato o “una vita”.  Mentre ciò che accade realmente è che l’assenza di Jean-Luc è inseparabile dalla sua venuta, che non ha nulla a che vedere con la logica delle aspettative messianiche.  E la sua venuta è per me – prima, e ogni volta, e per sempre – con Hélène.  Dalla prima volta che ha aperto la porta, la prima foto, le conversazioni sull’India, Nietzsche, Nusrat ….

Jean-Luc aveva cercato e scritto su un altro tipo di ritratto, la cui possibilità aleggia sulle superfici del ritratto: “Si spoglia sempre ulteriormente della somiglianza e del richiamo intesi in termini di umanesimo, intenzionalità e rappresentazione”[2].  Le cose, le parole e gli atti che ha indirizzato a tanti di noi, suoi amici, e attraverso i quali la sua venuta è arrivata a ciascuno di noi in uno dei milioni di modi possibili, sono ovunque.  E non sono più finiti dei significati, a volte tardivi, di ciò che condividiamo tra di noi.  Includono i turbini di amicizie entro la cui scia ci ha lasciato.  Negli angoli e nelle fessure di questa profusione di incontri, dove le cose, gli individui e noi ci guardiamo, l’esperienza del tempo comincia e ricomincia, una veglia senza fine. Scrive: “Perdersi nello sguardo”[3].  Non è forse quello che alcuni di noi hanno cercato a volte durante la settimana passata e che continueranno a fare d’ora in poi: condividere con gli altri questi sguardi di Jean-Luc in cui ci perderemo ancora e ancora, ritrovandoci in questa passione dello sguardo?  Non ci costringe a rompere le convenzioni e gli impulsi del silenzio e della parola? Perché chiunque legga le sue opere di filosofia può vedere che ha trasformato tutte le regole e i tropi del soggetto, dell’io, del tu, del noi, della vita, della morte.  Da dove viene questa trasformazione?  Da una spinta il cui nome e la cui origine non possono essere determinati da nessuna legge conosciuta, e che quindi è al di là delle cerimonie, dei pudori e delle occasioni, specialmente quelle che si sono accumulate intorno alla “morte”. Li rispetterei in altre occasioni, ma non oggi.

In questa spinta, che solo a poco a poco si sta rivelando a me, in me e in altri amici di oggi, sta emergendo una libertà terribile e una responsabilità vertiginosa.  Una spinta che non è il contrario del lavoro, e che non è assolutamente Thanatos.  Questa spinta è uno sguardo, che mi guarda da tutto ciò che ha inviato a me e da me ad altri, e da altri a me o a chiunque altro.  Tutto quello che ha mandato, e quello che viene ora attraverso la sua assenza, è e sarà una feconda disseminazione: un’opera, un compito, o anche più compiti, che non obbediscono a nessun genere ma che prendono la loro forma secondo ogni singolare amicizia di Jean-Luc.  Lui stesso ha annunciato un lavoro così imprevedibile quando, il mese scorso, ha finito il suo saggio “‘La fine della filosofia e il compito del pensiero’” e ha detto, mentre lo spediva, “Devo usare le mie ultime forze.

Qui nell’imminenza dell’assenza (che è ora, per noi che guardiamo e viviamo, la persistenza dell’assenza) c’è un abbandono totale della vergogna.  La nudità di un’abbondanza; la sua assunzione senza riserve di altre forze in noi in mezzo alle quali le sue forze si saranno irradiate, aumentando e suscitando le nostre forze a venire, e sempre ora sul punto di farle vergognare per non essere abbastanza senza vergogna.

Forse è per questo che ha potuto misurare le sue ultime forze, perché le ha affidate alle forze incommensurabili dentro di noi che lui dava semplicemente per scontate.  Non ha già preso queste forze da noi che riceviamo le sue parole?  E d’ora in poi, dovremo dare, e scoprire cosa e come dare.

A chi sono rivolte queste parole – il discorso originale – il cui soggetto si perde nella voce impersonale, quella stessa voce che trova nella poesia nient’altro che una chiamata? Questo richiamo arriva dentro e attraverso la sua recente osservazione sulla parola originale – così avvincente perché avvolta nella questione della morte, della Sehnsucht e della comunità, per poi frantumare tutti i significati convenzionali che si potevano dare al termine ‘desiderio paterno’:

 

Questo appello comunica un’emozione solo perché l’emozione stessa è un appello dall’esterno e verso l’esterno – mettendo in moto lo stesso come tale.  Da nessuna parte, allo stesso tempo, il carattere dell’identificazione è meglio marcato nella misura in cui non è né fusione né unificazione.  L’emozione non riconduce a questo, è piuttosto l’autopercezione dell’id che chiama se stesso. Si chiama, e appena si chiama, si modifica e si identifica. Questo è il modo in cui è poetico[4].

 

Poesia, discorso.  Ma in essi si trova il ritratto impossibile della filosofia. Ora ci abbraccia con le sue ultime parole per la filosofia — la sua scommessa, la sua volontà, il suo addio, la sua supplica?

 

Sono cresciuta con il suo nome, e anni fa Il senso del mondo era un’apertura per la mia tesi di dottorato. Posso sentire le risate di Hélène e Augustin mentre gli parlavo il mese scorso di un prossimo libro sul male.  Tutte le sue opere ora mi guardano con uno sguardo diverso che cominciano a trarre da me, aprendo un tempo indefinito che verrà.  Ed è dalla sua assenza che il suo sguardo continua a venire e mi mostra la mia stessa audacia: prendere e dare.

Noi esistiamo come un’audacia di fronte all’esistenza. E un’audacia che, da Jean-Luc Nancy in poi, è :

Lo sguardo incessante…

l’audacia del lavoro …

gli inizi della filosofia …

 

Divya Dwivedi

30 agosto 2021

 

 

Pubblicato il  12/09/2021



[1]Jean-Luc Nancy, Lautre portrait, Paris: Galiée, 2014, p. 86.

[2]Jean-Luc Nancy, Le regard du portrait, Paris: Galilée, p. 85.

[3]Ibid., p. 86.

[4]Jean-Luc Nancy, “Nostalgie du père”, European Journal of Pscyhoanalysis, April 2021: https://www.journal-psychoanalysis.eu/nostalgie-du-pere/

 

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Divya Dwivedi è una filosofa che vive nel Subcontinente (India).  Insegna Filosofia all’Istituto Indiano di Tecnologia di Delhi.  E’ autrice, assieme a Shaj Mohan, di  Gandhi and Philosophy: On Theological Anti-Politics (London: Bloomsbury, 2019, foreword by Jean-Luc Nancy).  Più di recente si occupa di filosofia della letteratura, della formalità della legge, dei razzismi di casta post-coloniali.  Ha curato assieme ad altri i libri Public Sphere from outside the West, e Narratology and Ideology, e alcuni numeri delle riviste Critique no. 872-873 (dal titolo L’Inde capitale et colossale) e della Revue des femmes philosophes no. 4-5 (dal titolo Intellectuels, Philosophes, Femmes en Inde: des espèces en danger).  Nel 2020 ha fondato, assieme a Jean-Luc Nancy, a Shaj Mohan, Achille Mbembe, Zeynep Direk e Mireille Delmas-Marty la rivista (in inglese e francese) Philosophy World Democracy, che lei dirige.

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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