Dibattito sul Green Pass. Intervento di F. Rigotti

Le due paure

 

Premessa e ringraziamenti

Innanzitutto grazie. Grazie a Giorgio Agamben e a Massimo Cacciari per il loro appello, e grazie all’Istituto italiano per gli studi filosofici per averlo pubblicato. State in guardia, dice la nota, usate tutta la vostra intelligenza e la vostra prudenza perché qui succedono cose che non devono succedere.

Premetto poi che nel mio breve commento parto da una posizione personale che non è certamente contro il vaccino. Mi sono fatta bivaccinare, all’estero, nel mese di maggio, illudendomi del fatto che ciò mi avrebbe ridato i diritti fondamentali ma mi sbagliavo. Il fatto che molti si siano prestati a farsi docilmente inoculare un vaccino non sufficientemente testato ha portato a demonizzare chi ha scelto di non vaccinarsi. Di conseguenza mi comporto in solidarietà con questi ultimi, non recandomi in alcun luogo che richieda la dichiarazione di avvenuto vaccino se non per strettissime esigenze di lavoro, per le quali mi vergogno di dover cedere al ricatto.

 

In un paese civile non dovrebbe succedere che la popolazione venga divisa e una parte di essa trattata in maniera discriminatoria perché non gradita all’esecutivo in quanto, nello specifico, si rifiuta di procurarsi e di esibire il «Green-pass». Tra l’altro, e per inciso, una cosa è esibire un certificato di vaccinazione come una sorta di lasciapassare (come il timbro sulla mano in discoteca o come la patente alla guida dell’auto); un’altra lasciare l’impronta dei propri dati che potranno sempre essere controllati senza che sappiamo quando, come, da chi, a che scopo.

 

La paura, cifra della nostra epoca

 

Ciò detto, e dando per scontato che in uno stato di diritto liberaldemocratico queste cose non dovrebbero accadere, propongo una analisi a partire dalla paura.

La paura, o quella che è stata definita ben prima del Covid 19, «la cifra della nostra epoca», è la grande discriminante, che si manifesta in due forme:

 

- La paura della pandemia ovvero di un fattore esterno come possono esserlo la criminalità o il terrorismo, gli elementi sui quali si concentra la paura mondiale, e tra i quali paradossalmente non rientrano i cambiamenti climatici, e

 

- La paura che i mezzi e le misure per il controllo della pandemia escano dagli argini della democrazia, del liberalismo e dello stato di diritto e dilaghino andando a formare una società del controllo e della sorveglianza che già altri fattori hanno contribuito a creare, soprattutto dopo l’11 settembre.

 

E’ una storia vecchia, che risale almeno alla alternativa tra sicurezza e libertà proposta da uno dei primi teorici del contrattualismo, Thomas Hobbes, per il quale le persone quando hanno paura (e Hobbes dichiarava di averne, e tanta) sono facilmente disposte a sacrificare ogni bene e ogni valore alla sicurezza.

 

 

- Dunque voi avete paura di ammalarvi di Covid 19, avete paura dell’epidemia, avete paura di morire di una polmonite virale bilaterale, forse perché avete visto persone vicine a voi rischiare o perdere la vita.

Ne avete una tal paura che state tappati in casa oppure osate uscire e entrare in altri spazi chiusi solo dopo accurato controllo condotto non tramite la diagnosi stabilita da un medicoma da un test, o dopo un vaccino (entrambi imperfetti e non sufficientemente testati) e esibito tramite un dispositivo elettronico sul vostro smartphone (a proposito, che ne è stato dalla App Immuni?).

 

- Noi temiano forse anche la malattia e siamo pure disposti a farci vaccinare, ma ancor più temiamo le tendenze autoritarie e paternaliste dei governi.  Temiamo gli atti di dispotismo e di strapotere, temiamo le leggi contrarie alla costituzione e ai diritti emanate in nome del bene comune. (Cui bono? Cui prodest?Sarebbe importante occuparsene). Noi temiamo i provvedimenti che minacciano le istituzioni e la pratica della democrazia (dovremo esibire l’App anche per votare?) e con essa i diritti e la libertà. Noi abbiamo paura della disciplina e del controllo, dei dispositivi di identificazione, di investigazione e di repressione, delle tecnologie della sorveglianza – perfino se rivelassero un grado elevato di protezione dal virus – per i costi altissimi che presentano in termini di limitazioni della libertà e di offesa della dignità. Temiamo i pass elettronici, la censura nella rete, sui media e degli stessi media, le violazioni della privacy, le limitazioni del movimento, le difficoltà enormi (per alcuni) di lavorare e di guadagnare.

 

- Voi che avete paura della malattia vi affidate a chi ritiene di sapere con allarmante sicurezza che cosa sia meglio per i cittadini, considerandoli quali minori cui prescrivere benevolmente che cosa possono e devono fare e che cosa no, mentre alcuni cittadini delegano la loro autonomia e responsabilità per rientrare volonterosamente nei ranghi dei sudditi/minori e prestare gioiosa obbedienza.

 

- Noi temiamo invece chi crede di poter individuare con disinvoltura priorità tra i valori e tra i diritti quando il problema è diventato di difficilissima soluzione nel momento in cui ci siamo lasciati alle spalle Dio e la natura quali fonti autoritative. Che cosa viene prima, la dignità, la libertà o la vita, e c’è vita, e che vita, senza dignità e senza libertà? Se Dio è morto non è che tutto è permesso, ma è che tutto è diventato più difficile, come trovare una soluzione assoluta in caso di conflitti tra diritti e valori. In ogni caso è importantissimo mettere i diritti al primo posto perché ciò impedisce che in nome del bene comune possano essere emanate leggi e disposizioni contrarie ai diritti stessi. La legge può notoriamente garantire le peggiori ingiustizie, come nel caso delle leggi sulle donne e gli schiavi. Noi che siamo donne lo sappiamo bene, e se ben che siamo donne, paura non abbiamo.

 

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09/08/2021

 

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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