“My country, ‘tis of thee”[1]

 

A un certo punto della mia vita psicoanalitica, più di un decennio fa – ancora tirocinante presso il New York Psychoanalytic Institute and Society, oltre che studiosa di sottobanco – parlai a una conferenza internazionale lacaniana a New York per la prima volta. Non ho gli appunti allora usati, ma ricordo bene la domanda che volevo porre al pubblico dei lacaniani per lo più europei (la segregazione di Lacan tra gli psicoanalisti clinici a New York, o più in generale negli Stati Uniti, è più o meno ridotta; allora era abbastanza completa): che dire della prossima generazione, qui, in America, o altrove, visto che a questo punto, quello che serve per diventare psicoanalista è piuttosto estremo, a volte anche terribile?

Parlai di un campo fratturato e caotico, dovendo studiare per anni in una disciplina solo adiacente alla psicoanalisi, le realtà del debito del prestito concesso agli studenti, i problemi nello stabilire uno studio privato e le miserabili pratiche di filtraggio degli istituti psicoanalitici di ogni tipo. Il mio studio della psicoanalisi si sentiva impantanato nelle lotte, nei litigi, nell’acrimonia della generazione più anziana, senza alcuna consapevolezza per la diversità della nostra posizione in una storia che si svolgeva cento anni dopo Freud, per quanto è cambiato della prevalenza e del potere della psicoanalisi di New York nella metà del secolo scorso o di Lacan a Parigi nei tempi d’oro. Spesso, mi sentivo come se non ci fosse nemmeno benevolenza nei confronti degli aspiranti candidati, solo sospetti o tentativi di seduzione.

In retrospettiva (anche se probabilmente avrei potuto ammetterlo all’epoca), la mia posizione era certamente isterica. Osai persino dire al pubblico che avevo paura di loro e che non mi aiutava il fatto che chiamassero i loro istituti “scuole”. Li ho invitati, come tendevo a fare, a congedarmi, nonostante ciò che può esserci stato di reale in questo appello, non meno della sua ingenua serietà. Era una specie di sfida tipica dell’isteria: ascoltami o cedi alle tue identificazioni! Quanto tempo mi ci sarebbe voluto per imparare che il bastone viene sempre tenuto dalla parte sbagliata in questo tipo di sfida. Probabilmente non ho ancora realmente imparato; in parte perché non sbaglio nel ripetere la denuncia, a chiedere che venga ascoltata, anche se non può essere soddisfatta e deve essere ripetuta di nuovo a ogni generazione.

Alzando la posta isterica, mi lanciai poi in una descrizione di un caso clinico di Selma Fraiberg preso da un articolo su The Psychoanalytic Study of The Child del 1972, il cui infelice titolo è così tipico della psicoanalisi “americana” in contrasto con ciò che è in realtà affascinante del suo contenuto: “Alcune caratteristiche dell’eccitazione e della scarica genitali nelle bambine in fase di latenza”. Fraiberg indaga la consapevolezza delle bambine quanto alla loro vagina (sì, questo dibattito era ancora in corso), le prime esperienze di orgasmo vaginale e gli stati di anestesia genitale nei bambini e nelle analizzanti adulte. Lei si dà molto da fare per ri-centralizzare l’ansia di castrazione, non in relazione al “non avere un pene” per così dire, né ai sostituti del clitoride o al masochismo femminile intensificato, ma con un particolare tipo di evitamento di picchi di eccitazione e di esperienze di piacere che erano percepite come senza fine.

Fraiberg ha parlato di tentativi falliti di sostenere questa eccitazione attraverso l’elaborazione di fantasie o “storie” perché inducevano senso di colpa, avvicinavano troppo la bambina, da un lato, alle esperienze dell’onnipotenza della madre e, dall’altro, al terrore per la penetrazione paterna. La ricerca di questo piacere perduto, come un tesoro in soffitta – i ricordi abbondano nei suoi casi – è qualcosa che Fraiberg ha poi sentito ripetere dalle sue pazienti adulte. Il materiale del caso è squisito. Ma qual era esattamente il mio punto? Beh, ad essere onesti, non sono del tutto sicura di come io sia saltata dalle traversie dei candidati alla psicoanalisi all’eccitazione genitale nelle bambine in fase di latenza.

Ricordo l’esempio che scelsi di citare per intero e con cui ho concluso. Fraiberg chiede a una bambina che chiama Nancy di spiegarle i sentimenti che lei dice “non finiscono mai [“don’t get finished”] e che la spaventano. Dice: “Sai com’è? È come quando si suona il pianoforte. Supponiamo che tu suoni do, re, me e fa. Bene, il fa è come piangere solo perché finisca il sol. È come un bambino che piagnucola per la mamma”. Se i sentimenti non finiscono mai, Fraiberg la assilla di nuovo. Beh, no, dice Nancy, apparentemente infastidita dal fatto che Fraiberg non abbia commentato la straordinaria articolazione che dà al problema in questione. Poi si lancia in una spiegazione di quello che si prova:

 

“Va bene. È andata così. [Ora cantava con una voce atonale stramba, usando, tra tutte le cose, la prima strofa di "My country, 'tis of thee."] Va bene, è così: My country ’tis … My country ’tis … My country ’tis…”

Sembrava pronta a ripeterlo senza fine.

Alla fine, ho chiesto: “E come si fa a finire?”

Nancy: “Beh, finisce quando vado a dormire.”

Adoro questa bambina esausta, lirica, impaziente con la sua psicoanalista: “E va bene, lo vuoi veramente sapere? Ecco!” La sua ripetizione demoniaca, la sua voce che comunica interminabilità. È interessante notare che l’analista le ripeta tutto … di tutte le cose, di tutte le tonalità, di tutte le canzoni– America?!  50’

Fraiberg, che conclude il suo articolo con una sorta di ossessione alla Masters-e-Johnson per l’eccitazione genitale, chiede ancora una volta: “Finisce? [“does it get finished?”] Lei risponde… Vado a dormire. E l’altra metà del cielo è lasciata in elisione (tutto tranne che detto), ‘of thee [di te]‘ a cui potremmo anche aggiungere, sweet land of liberty [dolce terra di libertà]‘. Il punto non è finire, la pulsione in ogni caso è interminabile, ma l’articolazione dell’esperienza – il desiderio, la brama, la paura, il perdere, il ritrovare – rivolta all’Altro, thee, thou [‘tu’ all’antica], il limite più esterno di ogni esperienza. Tutto questo in un processo di analisi che, dobbiamo ammetterlo, è andato abbastanza lontano, tutto sommato [all things said: tutte cose dette].

Ho fatto alcune osservazioni sommarie che sono oscure nella mia mente. Se volevo ricostruirle, è per non riuscire a sentire il desiderio della prossima generazione di psicoanalisti, non meno di quello di una bambina di 9 anni, anche se espresso in un linguaggio di libertà di cui – ne sono ben consapevole – i lacaniani sono sospettosi, o parlato in significanti enigmatici ma ricchi che Fraiberg non ha sentore di ascoltare davvero perché non avrebbe mai incontrato Lacan, o la jouissance femminile che interessa gli psicoanalisti con cui ho studiato, americani e francesi allo stesso modo, ma che ciononostante ha ancora il potere di spaventarli. Forse siamo rimasti, come le bambine in latenza, senz’altra scelta se non andare a dormire, poiché tutti gli altri pensano solo a finire il progetto di psicoanalisi come lo immaginano. Qualcosa del genere, insomma.

Ricordo bene i commenti che seguirono il mio discorsetto. Un analista mi ha ringraziato in modo un po’ paternalistico per aver condiviso “la mia sofferenza” da psicoanalista e poi mi ha detto “ci sono altri modi per essere psicoanalista”. Un altro mi ha raccontato con entusiasmo della sua ricerca sulla voce e sulla cristallizzazione del super-io, considerando la blue-note nel jazz[2]. Fu sorpreso di sentire che una bambina articolasse così chiaramente e iniziò a borbottare sulla pulsione di morte. Un altro analista, mentre uscivo, mi fermò con aria di urgenza e di sconcerto, chiedendomi se pensassi davvero che fosse possibile parlare ai bambini di queste cose. Sono rimasta interdetta, alla fine ho risposto: “Sì, perché no? voglio dire, lo ha fatto, no?” Ha fatto spallucce e ha detto che lui non poteva immaginare di farlo. Forse perché era un uomo.

Guardo indietro a questo momento con una certa nostalgia, non solo per quel tempo in cui stavo al New York Psychoanalytic Institute and Society, ma anche per i miei primi incontri con i cosiddetti lacaniani. La divisione, ‘Americana’ e ‘Lacaniana’, sembra pittoresca, praticamente provinciale; l’incontro, a prescindere dal mare di malintesi, si è svolto su un precipizio, anche se gli effetti istituzionali sulla psicoanalisi erano manifesti in modo schiacciante. D’altra parte, dopo appena dieci anni o giù di lì, la violenza e la frammentazione del campo sono le stesse, ma la possibile trasmissione della struttura freudiana, ironicamente presente in egual misura sia nella versione ortodossa della psicoanalisi americana che nelle prime generazioni di lacaniani, ha l’aria di essere sotto una sorta di foreclosure[3] [pignoramento] – anche se ci sono sempre più studenti a cercarla senza sapere cosa stanno cercando. Slitteranno verso altri discorsi se non ci sarà nessuno là per incontrarli.

È come se questo racconto aspettasse dormiente questo articolo di Darian Leader, Lacan e gli americani, e il suo scambio con Essaim pubblicato qui sotto. Che ciò che avevo implicitamente capito a causa del mio strano duplice training aveva bisogno della sua esasperazione e del suo orecchio attento dall’altra parte dell’Atlantico; dall’Altro psicoanalista lacaniano di lingua inglese. Se fossimo venuti in difesa della psicoanalisi americana, di quella che passa col nome di Ego Psychology o di Freudiani Ortodossi Americani, sarebbe apparso un’autogiustificazione. Leader può farlo, e con un certo grado di forza polemica, perché non parla come un americano, pur avendo pagato le sue quote a Lacan e alla psicoanalisi francese abbastanza a lungo. Non è meraviglioso che la canzone America rubi la sua melodia a God Save the Queen?

È tragico che un saggio che funge da invito a tutti gli psicoanalisti a tornare in un luogo in cui eravamo meno divisi di quanto immaginassimo perché condividevamo le stesse domande e ricerche, dove lo scisma tra Lacan e l’Associazione Psicoanalitica Internazionale non era una serie infinita di scosse di assestamento che hanno spaccato la disciplina in due, sia preso come motivo per correre ai ripari. Alla fine, la divisione non è necessariamente culturale, perché questo significherebbe che come psicoanalisti non potremmo trascendere la cultura, ma segue le divisioni linguistiche, quindi tribali. Mentre cerchiamo sempre di raggiungere Freud, tale è l’incredibile corpus di lavori che Lacan ha prodotto con i suoi seminari, sembra che la psicoanalisi abbia finalmente raggiunto lo stato attuale delle cose: il declino dell’impero e la riaffermazione di linee tribali, le atmosfere di offesa, il degrado del discorso.

Darian Leader, freudiano-lacaniano in Inghilterra, e, ennesima ironia delle ironie, The European Journal of Psychoanalysis, la cui redazione si è spostata dall’Italia all’America ma che ha sempre pubblicato in inglese (insieme alle traduzioni in italiano, francese e russo), raccoglierà i pezzi del dibattito che, non essendo pubblicato su Essaim, è perso per il pubblico degli psicoanalisti lacaniani francofoni. In un tempo che sembra proprio che stia perdendo tanto, continuare a immaginare gli americani come un’epidemia di un Freud annacquato che invada il continente europeo è semplicemente sciocco, nonostante il cattivo gusto dell’allusione al Coronavirus. Tutto sommato, il punto è che c’è troppo lavoro da fare e non possiamo permetterci il sonno della psicologia delle masse e dei suoi cliché culturali. My country, come dice la canzone, ’tis of thee.

 

*

             Mi sentirei negligente se concludessi la mia prefazione senza indicare la straordinaria ricchezza di conoscenze che Leader porta avanti come fertili linee di indagine intorno alle discipline lacaniana e freudiana. Questo è il lavoro che svolge in dettaglio nel suo straordinario nuovo libro, Jouissance: Sexuality, Suffering and Satisfaction (Polity 2021), dove il complesso nodo tra identificazione, piacere e dispiacere, e significazione, aveva tenuto occupati molti psicoanalisti nella loro ricerca fino agli anni ’70. Teme che questa complessità si perda nell’attuale uso gergalistico del concetto di jouissance tra i lacaniani contemporanei, in particolare la specificità tecnica che avrebbe dovuto indicarci.

Ci sono varianti di questo problema nei contesti psicoanalitici del mainstream, specialmente quando si tratta di diagnosi e resti di potere psichiatrico che ancora indugiano nell’etere psicoanalitico, problemi continui intorno a configurazioni pre-edipiche ed edipiche che troppo rapidamente polarizzano le questioni di tecnica e di ascolto, relazioni oggettuali viste come relazioni con gli altri reali e ciò che si immagina dovrebbe essere possibile lì, e la lunga e controversa battaglia intorno all’identità di sex e gender, che sta a cavalcioni della psicoanalisi nelle sue dimensioni cliniche e politiche, per citarne alcune. È molto chiedere agli studiosi di riprendere il dibattito due o anche tre volte, su binari paralleli, se sono interessati a studiare Lacan e l’analisi freudiana del mainstream, per non parlare di tutto ciò che si trova al di là di questi, dalla teoria contemporanea delle relazioni oggettuali alla Self psychology alla psicoanalisi relazionale ai winnicottiani e così via. Qui è necessario un po’ di lavoro a partire dalla vecchia generazione, per il quale Leader sta cercando di darci una mappa.

In questo articolo, la questione è più quella di annullare una visione riduttiva della psicoanalisi americana e riaffermare il lavoro di Fromm, Erikson, Horney, Jacobson, Abfelbaum, Fromm-Reichman, Ferenczi, Fraiberg, Leites, Spitz, Searles, Greenacre, Knapp e Galenson, per mettere in primo piano coloro che Leader nomina. Ce ne sono molti altri che ho aggiunto a questa lista, così come tornare a quelli con cui Lacan stesso ha trascorso del tempo e che ha ammirato, contrariamente alle sue affermazioni sulla psicologia dell’ego e sul suo presunto triumvirato: Gittelson, Glover, Reik, Tower, Sharpe, Isakower, Michael Fliess e molti altri. Da qualche tempo sono affascinata da Bertram Lewin che ha affrontato un terreno così vicino a quello di Lacan, dallo schermo dei sogni fino al rapporto tra inconscio e linguaggio, alla psicologia dell’euforia e al corpo come fallo. Inoltre, mentre Leader menziona Edith Jacobson sulla psicosi, nel suo lavoro sul super-io, sul super-io femminile in particolare (1976), vi troverai affermazioni che sono contemporanee come tutte, quando afferma ciò che dovrebbe essere ovvio, vale a dire che una donna che non esternalizza il proprio ideale in una controparte maschile ma prende questo ideale dentro di sé non ha nulla a che fare con l’essere una donna maschile, e rappresenta invece l’intersezione di qualcosa di vecchio (vale a dire il luogo e il problema delle introiezioni) e di nuovo (cambiamenti culturali) di cui la psicoanalisi dovrebbe fare il punto. Questo lavoro è ulteriormente elaborato da Jacobson in relazione alle identificazioni, agli stati d’animo e alla depressione più in generale, lavoro che ho sempre immaginato potesse fornire un crocevia per le relazioni oggettuali, il freudismo classico, con le teorie precoci e tardive di Lacan sull’io tese tra l’immaginario e il reale del corpo.

Allo stesso modo, si potrebbe tornare al lavoro di Charles Brenner sulla formazione del compromesso che ha una strana somiglianza con molte delle questioni sollevate dal sinthome, il quarto anello del nodo borromeo, e l’idea di fare a meno del padre (forte, castrante) nel racconto edipico di risoluzione dei conflitti libidici e narcisistici. Otto Isakower, il cui articolo del 1939 “On the Exceptional Position of the Auditory Sphere” Lacan amava, tenne una serie di conferenze inedite su “The Analytic Instrument” al New York Psychoanalytic Institute nel 1963 che esercitarono un’enorme influenza; le sue lezioni furono raccontate in articoli da Leon Balter, Richard Lasky, Herb Wyman, e la sua influenza può essere avvertita nelle opere di Roy Schaefer, figlio bastardo di David Rappaport, sull’”atteggiamento analitico”, o di Ted Jacobs sulla regressione e l’uso della soggettività dell’analista. Questo lavoro va contro la nozione di identificazione con l’io sano dell’analista che giunge a definire l’idea francese della psicoanalisi americana, e in effetti si avvicina a molte delle nozioni di Lacan riguardanti l’”essere” dell’analista nella direzione di un trattamento. E, se si volesse trovare un tono acerbo e divertente quanto quello di Lacan, altrettanto distruttivo nella spinta di una performance non meno rigorosa, nel suo scopo, per critica e forza, indicherei ai lettori Leo Stone e Philip Reiff. In effetti, la diversità dei toni nella psicoanalisi americana che Leader mette davanti agli occhi dei suoi lettori è uno degli aspetti più piacevoli dell’articolo.

Infine, ci sono domande reali sulla tecnica psicoanalitica implicita in ciascuna di queste esplorazioni teoriche, qualcosa di cui non si parla mai veramente, anche se ci sono stati molti dibattiti negli ultimi 50 anni, in America e all’estero. Per ragioni che non sono stata in grado di scoprire, le discussioni sono sempre riduttive, e all’incrocio “americano” /”lacaniano” sono forse quelle più ridotte e oscene – da questa parte dell’Atlantico si arpeggia sulla presunta violazione del quadro analitico attraverso la seduta a lunghezza variabile e si riduce l’attenzione al linguaggio a una sorta di intellettualizzazione indifferente,  mentre dall’altra sponda dell’Atlantico, come sottolinea Leader, si fa della psicoanalisi americana un indottrinamento alla “salute” attraverso l’io dell’analista come immagine del suo potere e della sua santità, mentre sarebbe ossessionato dalla comprensione del contenuto di ciò che viene detto e mai della sua forma. È semplicemente troppo stupido per parlarne, per cui tutto ciò sempre mi lascia prima senza parole, poi triste, e infine arrabbiata. Ringrazio Darian Leader per questa opportunità di rimettermi in piedi.


[1] E’ la prima strofa della canzone patriottica americana America, parole di Samuel Francis Smith scritte nel 1831. La musica è la stessa dell’inno nazionale britannico God Save the Queen. Tutti i bambini americani conoscono questa canzoncina. Letteralmente: “Il mio paese è a te”. [Nota del traduttore].

[2] Nel jazz e nei blues, una blue-note è una nota che—per ragioni espressive—viene cantata o suonata a un’altezza leggermente diversa da quella standard.  Tipicamente l’alterazione è tra un quarto di tono e un semitlono, ma la cosa varia a seconda del contesto musicale [Nota del traduttore].

[3] Si riferisce alla forclusion lacaniana, traducibile con “preclusione”. Sia forclusion che forclosure hanno il senso di pignoramento [Nota del traduttore].

 

09/12/2021

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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