Omaggio a Jean-Luc Nancy

Discorso tenuto alla Grande Chapelle, Cimetière Nord de Strasbourg, in Robertsau, Strasbourg, il 31 agosto 2021

È stato deciso che parlerò dopo Anna, la mia figlioccia, in questa cappella che ci risparmia di avere un funerale senz’anima, in questa cappella poiché la Repubblica non ha saputo né potuto costruire, ha detto Malraux, nessun tempio o nessuna tomba e poiché, nel bene e nel male, il cristianesimo deve ancora essere decostruito.  Come sappiamo, Jean-Luc ha lavorato a questo compito per tutta la vita.

Jean-Luc era il più vecchio amico, l’amico di sempre, come io stesso ero il suo più vecchio amico.  Abbiamo goduto di un’amicizia magnifica, esigente, impeccabile per oltre sessant’anni.  Ho sempre ammirato la grande e calorosa semplicità di Jean-Luc che ha messo chiunque su un piano di parità con lui e che non ha mai perso l’occasione di spingere in primo piano i suoi amici più oscuri.  Colui di cui nessuno poteva parlare male, è sempre stato “tutto per tutti” come dice l’apostolo e come abbiamo detto nella nostra superstiziosa giovinezza dalla quale forse abbiamo avuto tanta difficoltà a guarire.  Lui è sempre stato lì, presente a tutte le feste così come a tutte le prove dell’esistenza, dicendo ogni volta la parola giusta che ti permette di ricominciare, di riprenderti, di non lasciarti sconfiggere.  Il suo genio, quello che più di tutto mi sta a cuore, lo ha messo al primo posto nella sua vita, in questa esistenza la cui parola e nozione attraversano tutta la sua opera.  ”Esistenza” è il tener conto della finitezza, della singolarità insostituibile e della fragilità di ciascuno, tanti rivelatori della nostra umanità.

Mentre la sua assenza oggi ci gela il sangue e ci abbatte, io a mia volta vorrei provare a riprendermi e a dire qualche povera parola anche se, parlando dopo chi non può più rispondere, posso dare la sciocca impressione di avere l’ultima parola, per chiudere o fermare un dibattito.  Un dibattito che tuttavia non aveva mai cessato di aprire, risvegliando, rinnovando, amplificando il peso dell’enigma che abita tutte le nostre domande.

 

Sono accorsi da tutti gli angoli del mondo, e parlo qui anche a nome di Divya e Shaj Mohan di New Delhi con cui Jean-Luc mi aveva recentemente messo in contatto come se un giorno potessi prendere il suo posto.  Sono accorsi da tutti gli angoli del mondo e forse siamo uniti qui da ciò che abbiamo in comune, in un momento in cui il mondo è in difficoltà e la società è così gravemente fratturata.  Grazie a Jean-Luc, ora sappiamo più che mai cosa significa ancora “comune”, cosa significa “comunità” e ora stiamo vivendo, reale o virtuale, l’esperienza viva del nostro essere in comune.

 

Domenica scorsa ho avuto una lunga conversazione telefonica con lui e credevo, tanto la sua voce era così forte e calma, che ancora una volta, fenice leonina, soggetto indistruttibile, si sarebbe salvato di nuovo, che avrebbe vissuto un’anastasi, quella di cui parla in uno dei suoi libri più segreti, una resurrezione, un rimbalzo, una guarigione.  Perché, per 30 anni, tutta la sua vita è stata disseminata di crisi, di colpi terribili che l’intransigente “vigilanza” del trapianto aveva provocato.  Ma anche di queste prodigiose rinascite che lo avevano reso vivo, e di una gran vita, un sopravvissuto la cui forza tranquilla gli avrebbe permesso di stringere innumerevoli amicizie e regalarci un’opera monumentale.  Questo miracolo continuato, ogni volta che la sua vita ricominciava, ci ricorda forse che anche questa è “grande salute”.  Tutti danziamo su un abisso e dobbiamo fare come lui, soprattutto non risparmiarci o salvaguardarci.

 

Lui che cercava disperatamente l’alba e la possibilità di un mondo in mutamento, lui che cercava un senso, sapeva che non c’era altro senso che quello che cercava, quello che era, quello che ci sarà per molto tempo ancora.  E nel dire “là” lasciatemi evocare il da del Dasein che, a torto o a ragione, mi sono sempre compiaciuto di avergl rivelato.  Il da del Dasein, il là dell’essere-qui, è il là estatico dove ogni uomo può aprirsi a se stesso impegnandosi nella decostruzione del mondo.  Vorrei, perciò, per finire, più modestamente, intendere allo stesso modo, nel Dasein, il “là” semplicemente spaziale.  Perché Jean-Luc mi aveva detto non molto tempo fa che intendeva un giorno avere il suo posto e riposare da qualche parte su questa terra, avere il suo posto in un piccolo angolo della terra.  Il pensatore dell’incarnazione, il terrestre che era, avrebbe vissuto su questa terra fino alla fine.  E ora, così sia.

 

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12/09/2021

 

François Warin taught for five years at the University of São Paulo in Brazil, and for eleven years in Black Africa, at the Ecole Normale Supérieure in Bamako and the University of Ouagadougou in Burkina Faso, before returning to France at the end of the 1980s to the classes préparatoires at the Lycée Perrin in Marseille and at the University of Provence.  The question of nihilism runs through all of his work, whether it concerns ethics (the question of modern evil – Georges Bataille with Sade, the Rwandan genocide), aesthetics (Romanesque art, primitive art, prehistoric art) or the history of philosophy (Georges Bataille, the “madman of Nietzsche”, etc.).  Hence also the constant exchange that Warin had around Heidegger (on whose philosophy he did his Diplôme d’études supérieures with Paul Ricoeur) with his great friend Jean-Luc Nancy, as well as his attempt to respond to the criticism of ‘primitivism’, a concept of Jean-Loup Amselle, the anthropologist friend he met in Africa.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
Scientific Journal in the List 11 by the ANVUR (Italian Agency for Evaluation of the University System and Research)