MATERIALE PER UN DIBATTITO. Osservazioni sull’articolo “Il primato delle donne” di Sergio Benvenuto

 

Ho letto un interessante articolo di Sergio Benvenuto, uscito il 10 aprile 2021, dal titolo Il primato delle donne e il mito dei Mosuo(https://www.doppiozero.com/materiali/il-primato-delle-donne-e-il-mito-dei-mosuo), che illustra diversi volti e ruoli che la presenza femminile ha incarnato nei millenni sul pianeta.  Non solo e non sempre, fortunatamente, in una condizione di marginalità, esclusione, subalternità e sofferenza, ma anche al contrario di riconoscimento di un’alta significazione spirituale, di dominio simbolico, e di posizione di governo familiare e sociale.  Non è facile scrivere e leggere resoconti antropologici provenienti da campi lontanissimi senza una distorsione, una tara interpretativa.  Che può derivare dall’etnocentrismo, o dal maschilismo, o dalle proprie emozioni e semplicemente dal fatto che leggiamo i resoconti antropologici con gli occhi di un tempo o di una cultura, o di un’ideologia, profondamente diversi. Il nostro sguardo spesso  cerca  l’interrogazione dell’altro da sé per capire se stessi, come già scriveva Lévi-Strauss, se ben ricordo, in Tristi Tropici, cercando distanza da un’Europa dove si erano consumate atrocità mai credute  possibili.

L’esotizzazione prodotta dalla differenza di culture, o dalla lontananza e dal tempo remoto, in un vortice di energia e materia ci riporta ad esempio alle Potniele grandi dee-madri mediterranee, icone di fertilità, legate al labirinto e a poteri sugli animali, cantate da Omero, raffigurate in sculture e dipinti dell’arte minoica, che hanno echi moderni a mio parere in Brancusi. Oppure, come nella narrazione di Benvenuto, si lega alla Cina d’oggi dove convivono regimi sociali e condizioni delle donne diversissimi. In una piccola enclave, quella dei poco più di quarantamila Mosuo, le donne godono di una libertà speciale, e di una supremazia rispetto ai maschi, che riguarda molte cose, inclusi i costumi sessuali, a proposito dei quali le donne “godono” di una condizione che può apparire di grande libertà, ma forse è diversamente limitata e condizionata rispetto ad altre culture, ad esempio la nostra occidentale.  E a distanza di anni luce da questa saccatura, a circondarla tutt’attorno vi è l’altra immensa Cina in cui tutto sembra ruotare, come in occidente, attorno alla famiglia nucleare, con la medesima partizione di compiti fra moglie e marito/madri e padri. Non ho letto i resoconti etnografici di prima mano, e quindi non posso dire se il transfert dei ricercatori vi sia analizzato, come sempre ha esortato a fare George Devereux, nella consapevolezza di un’impossibilità di essere obbiettivi, e di dover perciò almeno porsi il problema di esaminare l’angoscia nel proprio transfert (lui lo chiama controtransfert, ma io trovo più convincente la scelta lacaniana di usare lo stesso termine per entrambe le polarità coinvolte). Di cercare così di correggere le tante possibili sviste, riguardanti le cose che per ragioni emozionali possono essere non viste, o viste in modo distorto. Ma al di là di questa prima difficoltà nella ricezione e trascrizione dei dati etnografici e antropologici, specie quando incidono su un tema così controverso ed erotizzato come la questione dei due sessi, e la condizione femminile, vi è il rischio ulteriore, se non la certezza, di ritrovarsi inavvertitamente a  magnificare e rielaborare secondo valori odierni e secondo le ideologie di cui siamo impregnati, la diversa civiltà di cui ci riferisce l’antropologo, o che viene da altri riportata al grande pubblico. Oltre a ciò nell’articolo di Benvenuto compaiono diverse valutazioni di merito rispetto alle qualità maschili e femminili, e si pone l’interrogativo se un sesso sia superiore all’altro, e se l’uno o l’altro di essi possa meglio dell’altro governare la società.  La ricca materia di questo articolo, come tutte le cose di valore, ha il pregio di aprire diversi interrogativi, che io riduco come segue:

 

 

1)

come si fa a giudicare in merito a una presunta superiorità qualitativa fra M e F, senza poter davvero conoscere il profilo di M e F in uno stato nascente, se mai può esistere, e quindi non culturalmente determinato, non segnato dalla storia di egemonia o di sottomissione a seconda dei punti di vista, e da quel che corpi  e mente di ciò ricordano? Nella condizione normale in cui viviamo, chiunque non potrebbe che presentare delle astrazioni. Il dichiararsi donnista dell’autore  non può  essere probabilmente, io credo, una concezione basata sui fatti in quello stato nascente di cui dico, ma una legittima produzione della fantasia, un attestato di stima, un’ipotesi come un’altra.

 

2)

in base al modo in cui credo si debba intendere Lacan, non sono favorevole ad accogliere interpretazioni di mondi culturali che propongono una divisione dei sessi, e del dominio sociale su base sessuale. Nel Seminario XIX, ad esempio, Lacan argomenta che non esistono due sessi, ma due posizioni: maschile e femminile. Forse è giusto  decodificare il dato etnografico pensando che tali resoconti si riferiscono all’affermazione in certi mondi culturali della posizione femminile, o viceversa maschile, a seconda dei casi, di cui si potrebbero riconoscere le ragioni in una riflessione che, al di là delle ragioni “locali”, cerca di cogliere poi il nocciolo della questione.

 

 

Mi pare, alla fine, che nonostante i diversi avvertimenti di Benvenuto, fin dal titolo in cui parla di “mito” dei Mosuo, che si  idealizzi il dato etnografico. Noi lettori occidentali, infatti,  desideriamo ardentemente un sogno nuovo da sognare ogni giorno. E perciò prendiamo come oro colato il racconto antropologico nella sua forma letterale (in realtà letteraria, e sottomessa senza saperlo, all’immaginario erotico dei lettori). In tal modo il lettore si sottomette impercettibilmente a sua volta al potere della letteratura mitica, che gli fonda e gli somministra il bramato sogno, facendolo entrare così, come Alice through the looking glass, in un mondo originario e sorprendente (da qui l’ondata turistica di cui si parla nell’articolo) frutto di una narrazione il cui senso è diverso da quel che appare, o che vi si potrebbe trovare riducendo tutto il discorso alla questione sessuale, femminista o donnista che sia la posizione di chi legge o scrive.

 

 

Il fatto è che il mito occidentale, che presuppone un mito esotico,  preesiste, ma è anche alimentato o rinfocolato dall’epopea della spedizione etnografica, che non può che esporre i suoi resoconti appunto entro la forma letteraria, che assume la valenza del mito come modo per dire un’origine o una differenza, per far venire alla luce, dando il giusto risalto alla cosa. Ed è appunto quel mito e il mito dell’antropologo che vanno demistificati, per vedere al di là delle righe del testo, al di là della descrizione, il senso reale dei fatti. Nonostante il rigore e la buona fede del ricercatore, il suo racconto non può che essere, alla sua ricezione, frammentato e consumato per pezzi scomposti, e interpretato entro i canoni della cultura dominante che lo riceve. Da noi perciò è pressoché inevitabile la fantasia erotizzata che vede i sessi alternativamente al potere.

La cosa somiglia un po’ ai malintesi che sorgono nella lettura non rigorosamente psicoanalitica di opere come Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud, e ad esempio all’aspettativa che il Führer idealizzato del popolo tedesco sia stato Hitler per davvero, confondendo la figura storica con il fantasma psicoanalitico. Di Hitler si occupano i libri di storia. E perfino gli è stata dedicata qualche pagina di rotocalco decenni fa, quando periodicamente tornava il dubbio che fosse sopravvissuto alla caduta di Berlino, riparando magari in Sud America. Ricordo a questo proposito qualche copertina della Domenica del Corriere illustrata da Walter Molino.  Il capo idealizzato in termini psicoanalitici, invece, a differenza del sembiante storico, non c’è materialmente, e governa per così dire in absentia. Quella stessa idealizzazione che mette qualcuno al posto del padre nella realtà psichica è sostenuta dalla nostalgia della massa  per il padre reale che è morto, come sa chi ha letto Freud. Perciò il capo in carne e ossa è solo il supporto  in cui la massa proietta il padre morto. E il fantasma, perciò, in quanto creazione del desiderio inconscio, non può avere nemmeno un’immagine con cui andare sui giornali.

 

 

Per finire questo mio intervento con un ulteriore cenno per spiegare la mia posizione, colgo un coefficiente immaginario dell’antropologo, del tutto involontario, naturalmente, anche, ad esempio, nel titolo del libro di Michel Leiris LAfrique fantôme.

E d’altra parte quelle imprese etnografiche muovevano da una tensione etica e da un desiderio di riscatto culturale, dopo gli orrori della Grande Guerra, che non poteva non utilizzare i registri letterari e non spingere verso una lettura etnocentrica e soggettiva dei dati etnografici. Viene così ad accentuarsi una tendenza verso la produzione di mito che mi sembra già presente in partenza nella ricostruzione del passato come vivente, nel cercare un senso latente al di là dell’osservabile, e soprattutto nel cercare se stessi nei mondi lontani a partire, pur nel massimo rigore, dalla propria creatività e dalla propria angoscia.

13/04/2021

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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