Psicoanalisi: una rivoluzione al presente

 

La buona teoria è quella che apre la strada anche dove l’inconscio era ridotto a insistere” (Lacan 2020, p. 9)

 

Solo letto insieme agli altri (Jacques Lacan e il trauma del linguaggio, 2011; Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale, 2016) l’ultimo libro di Alex Pagliardini (Lacan al presente. Per una clinica del reale, 2020) acquista il suo pieno significato. Il fitto gioco di rimandi interni, la ripresa incessante e lo svolgimento dei temi di volta in volta enunciati disegnano un’architettura imponente articolata in tre volumi che sono parte di un’unico progetto di ricerca. A che cosa risponde questo progetto di ricerca? Si potrebbe rispondere in molti modi, ma proverò in maniera parziale e secca a farlo articolando tre punti.

 

Primo punto. Non dobbiamo avere paura di ammetterlo, alla crisi della psicoanalisi, perché le crisi vanno aggredite, mai subite, per poterle trasformare in occasione, infatti come ci ricorda Walter Benjamin, solo lì dove è massimo il pericolo si può trovare la salvezza.

In un capitolo del libro, Clinica della rivoluzione, Pagliardini si mette alla ricerca delle ragioni di questa crisi che riguarda la psicoanalisi. Per l’autore la ragione di questa crisi va ricercata nella psicoanalisi stessa, “sempre più presa a legittimarsi attraverso altro, sempre più presa dal consenso, [ma soprattutto] sempre più supina alle sfide della clinica” (2020, p 341). E’ paradossale, quello che potrebbe a prima vista sembrare un antidoto alla crisi, sembra essere, il motivo più profondo della crisi.…o peggio.

Ma se c’è una lezione da far propria dello psicoanalista francese Jacques Lacan è che “la clinica non è la psicoanalisi” (Miller 2016, p. 157) e “quando si varca la soglia di una psicoanalisi la clinica va lasciata alle spalle” (Ivi, p. 158). Chiunque pratichi la psicoanalisi sicuramente si è confrontato con colleghi che affermano di imparare dall’esperienza, che la loro università è il loro studio, cioè imparano perché ascoltano per 12 ore al giorno pazienti, ma questo non è altro che la versione di quello che non è imprudente definire per quello che è, cioè un “empirismo ingenuo”. Ingenuo perché non è vero che sbagliando s’impara, sbagliando si continua a sbagliare, a meno che tra un errore e l’altro non si introduca un taglio e ci si interroghi su che cosa è successo, ma questo pensiero “che cosa è successo” ha una sua autonomia da quello che è successo, altrimenti rimaniamo schiacciati nell’errore.

E’ in questo punto di discontinuità che deve soccorrerci la teoria, un certo maneggiamento della teoria e il libro di Pagliardini in questo senso ci permette di fare uno sforzo di teoria, per mantenere aperta quella che lui chiama una “chanche rivoluzionaria” e non social-democratica della psicoanalisi.

Proprio per quello che ho cercato di dire il consiglio che propongo di seguire è “accelerare sul rettilineo della teoria, rallentare sulla curva della pratica”. Non unificare mai le due cose, perché se si pensa in modo accorto non si capisce niente, se si agisce in modo selvaggio si combinano dei disastri e basta. L’intenzione, quindi non è quella di superare la teoria, alla volta della prassi, ma al contrario, di sostenere una tensione mai chiusa tra l’una e l’altra, al cuore della quale l’attività teoretica non residua affatto ma piuttosto si approfondisce e potenzia.

 

Secondo punto. Lasciatemi un pò scherzare, molti psicoanalisti si riferiscono al “Vecchio Testamento” di Lacan, ma si rifiutano di avvicinarsi al “Nuovo Testamento” di Lacan e questo credo che sia un errore, o se vogliamo usare il gergo dell’autore un “errore fatale”. C’è un allievo di Martin Heidegger che dice che se vogliamo capire qualcosa di Essere e tempo dobbiamo partire dalle ultime opere del filosofo tedesco. Se questo vale anche per il Nostro, l’ultima parte dell’opera lacaniana serve non per cancellare, ma per fare i conti con i concetti che sono venuti prima, che è la stessa idea che Sigmund Freud aveva delle nevrosi, costituite da strati sedimentati. E così ciò che scompare dall’insegnamento di Lacan non è per questo abolito, ma non è nemmeno superato in modo hegeliano: ci sono degli strati sedimentati e ritrovare le costruzioni di Lacan nel momento in cui le ha elaborate ha un valore prezioso per noi.

Se vogliamo dirlo in un altro modo, per usare le parole di Pagliardini, le due linee, quella che lui chiama “linea maggiore” e “linea minore” dell’insegnamento lacaniano si intrecciano come in un nastro di Möbius, cioè la linea maggiore dell’insegnamento lacaniano e la linea minore dell’insegnamento lacaniano non sono due ipotesi collocabili nel tempo, temporalmente divise, ma costituiscono un unico presente.

Non esistono un primo Lacan, secondo Lacan, terzo Lacan, quarto Lacan, ma un unico Lacan che si può percorrere in tante direzioni e a me piace pensare che Pagliardini percorra Lacan contromano.

 

Terzo punto e vado verso la conclusione, questo è un libro, se così posso dire, insistente, perché insiste senza sosta su un punto che è il fine analisi. In ogni capitolo c’è in filigrana la questione del fine analisi e di come quel “malcapitato” che si sottopone al dispositivo analitico arrivi fino in fondo, perché è da queste parti che si trova il nucleo brulicante dell’esperienza psicoanalitica, che è fatto di godimento autistico e di sessualità.

La psicoanalisi, non ha nessun dubbio su questo l’autore, per funzionare, “e qui bisogna usare il verbo funzionare proprio nel senso in cui diciamo che una macchina funziona – prescindendo dal senso” (Ronchi 2017, pp. 139-140),  non può non occuparsi del reale, o meglio la sua direzione è dal simbolico verso il reale, per precipitare in una pratica che non fa ricorso al senso per trattare l’opacità del godimento.

L’essere umano, infatti, per il fatto di parlare, è quel soggetto “zimbello” del significante, che non coincide mai con se stesso, “diviso” tra coscio e inconscio, segnato dal “dualismo” che separa il mentale dal corporeo, laddove il “sinthomo” è quell’un-solo punto in cui il vivente si trova a divenire il corpo che ha e coincidere con sé stesso nella sua assoluta singolarità. Lacan, infatti, ricorre al termine “sinthomo” per tracciare quella virgola sbilenca che costituisce il sigillo attraverso cui il soggetto fornice il proprio assenso al reale e il reale come tale sta nel fatto che un corpo “è qualcosa che si gode” (Lacan 2011, p. 22).

Un’analisi, del resto, non può non “rivoluzionare” i rapporti del soggetto con il reale: bisogna lasciare ogni speranza e anche se potrebbe avere l’aria di una rassegnazione, non vi è alcuna rinuncia, perché come ci ricorda Lacan “essere senza speranza vuol anche dire essere senza timore” (2013, p. 344) e se non c’è alcuna cura per il reale, “essere abbindolato da un reale è l’unica lucidità aperta al corpo parlante per orientarsi” (Miller 2014).

 

Bibliografia

 

Lacan, J.:

-   (2011) Il Seminario. Libro XX (Torino: Einaudi)

- (2013) La psicoanalisi. Ragione di uno scacco in Altri Scritti (Torino: Einaudi)

-   (2020) Il Seminario. Libro XIX (Torino: Einaudi)

 

 

Miller, J.-A.:

-   (2014) L’inconscio e il corpo parlante. Presentazione del tema del X Congresso dell’AMP

-   (2016) “Cose di finezza in psicoanalisi”, in La Psicoanalisi n. 59 (Roma: Astrolabio)

 

Pagliardini, A.:

-  (2011) Jacques Lacan e il trauma del linguaggio (Giulianova: Galaad)

- (2016) Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale (Giulianova: Galaad)

- (2020) Lacan al presente. Per una clinica del reale (Giulianova: Galaad)

 

Ronchi, R. (2017) Comprensione e ripetizione. Note sul transfert, in La direzione della cura (a cura di A. Pagliardini e I. Pelgreffi) (Giulianova: Galaad)

 

07/08/2020

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Francesco Filippini. Psicoanalista, pratica a Bologna e Verona. Socio Jonas (Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi), è stato membro del collettivo psicoanalitico Pensare il Rovescio e ha partecipato al volume Pensare il Rovescio. Psicoanalisi in movimento (Giuulianova: Galaad, 2018).

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059