Recensione di: Elisabeth Roudinesco
“Sigmund Freud”, Seuil, Paris 2014, pp. 576

Si dice che nella prima seduta di un’analisi ci sia tutto. Forse perché in tutto c’è tutto? Perché tutto è in tutto? E perché se tutto è in tutto, perché mai non dovrebbe essere anche a metà, tre quarti, alla fine o, metafisicamente, all’inizio?

Anche nei libri, in ogni modo, nella prima pagina c’è tutto. Solo che lo si sappia ascoltare, e solo che il seguito illumini quel tutto che altrimenti non sarebbe nulla. La prima pagina della sterminata biografia che Elisabeth Roudinesco ha recentemente pubblicato su Sigmund Freud conferma la regola. Il libro esordisce con parole lapidarie:

“Un uomo non è davvero morto, diceva Jorge Luis Borges, se non quando è morto anche l’ultimo uomo che l’ha conosciuto. Ed è il caso, oggi, di Freud, anche se vive ancora qualche rara persona che ha potuto avvicinare il vecchio Freud nella sua prima infanzia.”

Freud è morto, sta dicendo Elisabeth Roudinesco, o, almeno, sta lasciando che il suo testo e la sua citazione borgesiana dicano, al di là di quello che lei dice e forse sarebbe felice di trovarsi a dire. Freud è morto, e questa morte definitiva di Freud è il presupposto del lavoro che ha reso possibile questa biografia, che, molto semplicemente, e molto coerentemente con questa premessa, promette la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità su quello che è stato uno dei personaggi più chiacchierati, oltre che uno dei pensatori più originali e influenti, più idolatrati e contestati, dell’intera storia della cultura occidentale. Solo quando l’oggetto di cui si parla risulta definitivamente privo di ogni vitalità anche indiretta, anche mediata dall’ultimo uomo che se ne sia lasciato contagiare, si potrà dire la verità, solo la verità, nient’altro che la verità su di esso. Solo allora quell’oggetto sarà integralmente oggetto. La Nottola di Minerva, si sa, si alza in volo a cose fatte, quando l’ombra cala sulla scena del mondo.

Proprio per questo, qui appunto troviamo tutto ciò che avremmo sempre voluto sapere su Freud, dal massimo al minimo, dall’arcinoto al noto, a tutto quanto sin qui era ignoto, o almeno relegato in uno degli innumerevoli archivi che Elisabeth Roudinesco ha setacciato da cima a fondo, collazionando e confrontando indizi da un archivio all’altro, da un documento all’altro, da un testimone all’altro. Troviamo chiarimenti sulla questione teorica più raffinata e sulla vicenda biografica più minuta e sul fatto più pruriginoso su cui Michel Onfray, in un suo ampio e fortunato “libro nero” – che possiamo vedere come una sorta di contraltare all’impresa odierna di Elisabeth Roudinesco – aveva appuntato la sua immaginazione invero piuttosto piatta. Roudinesco studia, scava, approfondisce ammirevolmente, dimostra in maniera per lo più definitiva. Non è vero che una seduta analitica col padre della psicoanalisi costasse l’equivalente di cinquecento euro; non è vero che il padre della psicoanalisi fosse un vecchio libidinoso, frequentatore di bordelli e incessante masturbatore. È vero che Freud analizzò la figlia Anna, cosa che nessun analista oggi farebbe mai; è vero che Freud ha vergato su un suo libro una dedica a Mussolini.

Troviamo tutto, in queste pagine, comprese indicazioni sulla prima occorrenza del sintagma “complesso di Edipo”, sui complessi rapporti tra Freud e Sabina Spielrein e sulla vera paternità o maternità del concetto di “pulsione di morte”, sui legami tortuosi e a volte spinosi che Freud strinse, allentò, tagliò con l’uno o l’altro dei suoi discepoli, imprimendo di volta in volta al movimento psicoanalitico l’una o l’altra direzione che esso prese, destinandolo di volta in volta all’uno o all’altro dei percorsi che qui vediamo nascere in maniera esitante. E insieme ritroviamo a un secolo di distanza come una sorta di destino, espressione integrale della sommatoria integrale degli eventi del tempo. Sono ormai disponibili abbastanza documenti perché oggi ci sia possibile superare l’immagine eroica del Freud che emerge dalla vecchia biografia di Ernst Jones, o da quella piena di chiaroscuri propostaci quarant’anni fa da Max Schur. Oggi possiamo dire che è l’epoca, attraverso i mille fili invisibili che la legano a Freud, attraverso mille strade grandi e piccole, a parlare per bocca di Freud. Il particolare si è risolto nell’universale, che l’aveva peraltro sempre contenuto e previsto.

Se così non fosse, se Freud, cioè, non fosse morto, tutto sarebbe in cammino. E noi non potremmo dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità su quell’oggetto. Perché appunto quell’oggetto non sarebbe un oggetto, e noi non potremmo mettercelo di fronte come qualcosa d’altro e di compiuto. Solo ciò che è compiuto ha un senso, è un fatto nettamente circoscritto, è un segno chiaramente interpretabile. Ciò che è incompiuto non ha “un” senso ma molti sensi, non è un fatto ma un enigma in attesa di molte possibili decifrazioni, non è un documento che risponda a una nostra domanda ma una domanda misteriosa che ci spinge alle risposte più conflittuali. Ciò che è incompiuto non è mai ciò in cui si manifesta lo spirito del tempo, ma ciò che dà forma a un’epoca che per parte sua non sarebbe affatto quella che è, o che sarà stata.

Per questo forse la sonorità sottesa a queste pagine lisce e sicure è quasi ovattata. Per questo il tono di Roudinesco coincide col fruscio impercettibile delle ali di un uccello notturno. La Nottola di Minerva dà la parola alla verità perché toglie la vita alle cose di cui parla e di cui rende possibile parlare “in verità”. Da molti punti di vista, l’attacco rabbioso, scomposto, incomprensivo, infondato promosso da Michel Onfray documentava un Freud vivo, un Freud che proprio in quanto vivo si lasciava misinterpretare, esigeva il fraintendimento, chiamava all’accusa fraudolenta, provocava alla falsificazione più o meno intenzionale. Quest’opera di storiografia impeccabile, destinata con ogni probabilità a rimanere insuperata per i prossimi cinquant’anni, documenta un Freud di cui si può dire la verità perché la battaglia ha smesso di infuriare, un Freud di cui lo storiografo può elencare con equanimità meriti e demeriti, o di cui, ancor meglio, può mostrare con equanimità che non ci sono meriti e demeriti, ma solo circostanze obbiettive, e alla fin fine necessità che non avrebbero potuto seguire altro corso da quello che hanno seguito.

Freud e il suo tempo si sono saldati in un unico blocco necessario. A noi non resta che il compito della verità come adaequatio. L’equanimità è l’affetto della fine di tutte le cose e della morte dell’ultimo amico. Suonava ben altrimenti la biografia di Jacques Lacan che Roudinesco dette alle stampe vent’anni fa, dove tutto aveva il pathos di ciò che è in corso, della battaglia ancora indecisa, dell’indizio sempre controvertibile, dell’incertezza sul senso degli eventi e della certezza che qualche ingiustizia, qualche imprecisione, qualche violenza potrà esser compiuta. Non tutti gli amici o i nemici di Lacan erano morti, né lo sono, del resto, oggi. Troppa vita circola ancora da quelle parti. E l’ingiustizia, o almeno quel residuo d’ingiustizia che ogni azione giusta seguita a scontare nonostante le migliori intenzioni, è forse l’indizio più peculiare della vita che accade. E che proprio perciò accade qui e non lì, facendo valere un interesse e non tutti gli interessi, mettendo in campo, al posto del tutto che lo storico fotografa in quanto storico, quel non-tutto che è piuttosto un innamorato a inseguire, o un ladro a rubare.

E allora, Freud è morto, mentre Lacan sarebbe vivo? Sta di fatto che l’esordio della biografia lacaniana consegnataci anni fa da Roudinesco era altrettanto sintomatico dell’esordio borgesiano che incontriamo oggi aprendo il suo Freud. Anche quell’esordio conteneva tutto ciò che avremmo trovato nel libro. Ma quel tutto era un non-tutto, era uno scarto che portava in tutt’altra direzione e che aveva tutt’altro sapore, com’è davvero il caso di dire. Quell’esordio parlava della provenienza di Lacan, della famiglia di commercianti d’aceto in cui era nato il piccolo Jacques, dell’odio per l’esistenza borghese che Lacan adolescente aveva nutrito, della feroce determinazione a fare tutt’altro da quel che si era fatto per secoli:

“Nel cuore della vecchia Orléans, sin dal regno dei primi Capetingi, i segreti di fabbricazione erano custoditi così bene che ancora alla fine del diciannovesimo secolo gli stessi storici credevano alla turpe leggenda dell’aceto preparato con escrementi umani. Si raccontava che alcuni produttori avevano pensato di trasformare i fusti di vino in altrettanti gabinetti dove gli operai erano costretti a fare i loro bisogni. Dopo qualche giorno, il liquido diventava delizioso aceto.”

 10 giugno 2015

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059