Recensione di: L. A. Armando, “Storicizzare Freud”, Milano, Franco Angeli, 2019

Nella “Presentazione” di questo lavoro l’Autore osserva anzitutto che l’identità della psicoanalisi dipende in gran parte dal racconto delle sue origini. Vi sono stati racconti intesi a mitizzarla presentandola come originata da un atto eroico identificato nell’autoanalisi di Freud; altri intesi a demitizzarla presentandola come il risultato di ricerche che l’avevano preceduta; altri ancora intesi a situarla nella cultura dell’ambiente e del tempo in cui apparve. Il racconto che l’Autore svolge in questo libro tende invece, come annunciato nel titolo, a “storicizzarla”, ovvero a definire la funzione che la sua formulazione ha svolto nel contesto della storia personale di Freud letta nel contesto della storia della cultura occidentale.[1]

Nell‘“Introduzione”, come in uno spartito musicale, l’Autore dà inizio a questa forma di racconto presentando  un palpitante e partecipato caso clinico che trova poi pieno svolgimento  in un altro caso riportato nell’ultimo capitolo, intitolato  “Sulla cura: 2019”, cui conducono i capitoli intermedi dedicati al trauma,  allo spaesante, al sogno, alla bellezza, al  desiderio e al caso di Dora.  

Un riferimento più esteso al primo caso può aiutare a capire l’impianto teorico della ricerca. Si tratta di  un paziente di circa 50 anni che dopo quasi  sei mesi di psicoterapia  racconta questo sogno: «Cammina per le vie della sua città insieme alla sua compagna. La precede di qualche passo fino a perderla di vista. Si trova poi di fronte a un confine. È il confine della Libia. Ha un passaporto che gli consente di attraversarlo. Sa che la Libia e le terre al suo sud sono luoghi pericolosi. Resta dunque sorpreso nel trovare al momento tutto tranquillo. Scorge poi una strada che da quel confine volge verso mete indefinite e desidera inoltrarvisi. Subito dopo si rende conto di avere due portafogli di cui uno, di colore verdino, pensa sia di colei che aveva lasciato indietro. Si sveglia come da un incubo» (Armando, 2019, p.15).  Al risveglio il sogno esplode dunque in un incubo la cui motivazione  l’Autore  riporta a un incontro, quello con una nuova donna, che induce nel paziente uno spaesamento nel quale concorrono la meraviglia e il terrore per l’affacciarsi di un sentire che prospetta possibilità di vita prima silenti. Quell’incontro costituisce dunque un trauma; ed al trauma è dedicato  il primo capitolo del libro.

In esso l’Autore demolisce il codice psicoanalitico tradizionale trascrivendolo radicalmente. Egli distingue il “trauma secondo Freud” dal “trauma di Freud”. Il “trauma secondo Freud” si riassume nella sua formulazione del complesso edipico. Il “trauma di Freud” è quanto sta alla base di tale formulazione. Egli la intende infatti come una risposta difensiva di Freud a un evento che lo aveva spaesato costituito dall’incontro, nel 1897, con l’arte e la cultura apparse nel definito momento del Rinascimento italiano compreso nel passaggio dal XV al XVI secolo. Nell’ intervista del 2018 già citata in nota (pp. 55-56) egli così si è espresso al riguardo: «L’incontro con l’arte di Leonardo fece temere [a Freud] la catastrofe di quella che chiama la sua mentalità razionalistica ed analitica. Si ritrasse da quell’incontro, si convinse che ad averlo turbato fosse stato l’incontro con l’affresco del Giudizio Universale di Signorelli ad Orvieto e ne tradusse il messaggio in quel complesso di Edipo in base al quale ritenne di poter interpretare anzitutto i sogni. Qualcosa di simile gli accadde di nuovo qualche anno dopo ad Atene. Rimase turbato alla vista  dell’Acropoli e questa volta se la cavò sostenendo che a turbarlo fosse stato quel complesso che riteneva di aver scoperto qualche anno prima».  Secondo l’Autore questa difesa  è basata sul «meccanismo psicologico della dimenticanza», descritto da Freud in uno scritto del 1898, che provoca una sorta di regressione per la quale Freud sovrappose al trauma indottogli  dall’incontro con l’arte e la cultura di quel definito momento del Rinascimento il trauma indottogli dalla commistione di morte e sessualità rappresentata nell’affresco di Signorelli; commistione che costituisce il nucleo del complesso di Edipo da lui posto alla base di ogni nevrosi.

Nel secondo capitolo l’Autore approfondisce il tema dello spaesamento. Sostiene che l’incontro con lo spaesante può svolgersi  nel terrore o nella meraviglia e spinge chi lo vive a ridefinire la propria identità. Chiarisce inoltre che l’evento di tale incontro non va inteso in termini esclusivamente privati, ma anche storici in quanto prodottosi con il tentativo di realizzare una cultura del mondo interno che, apparsa nel suddetto periodo del Rinascimento, ha provocato la crisi della cultura del sacro dando inizio alla modernità e che si ripropone nell’oggi ogni qual volta lo sguardo si apre su un mondo interno che non comprende solo il complesso, ma anche quella che uno dei protagonisti di quel passaggio, Leonardo, aveva chiamato «miracolosa cosa».

Il terzo capitolo sviluppa  il discorso sul sogno svolto in un precedente lavoro, cui quello qui recensito è strettamente legato, ove il sogno è definito «come un processo di recupero e ritrovamento di quanto perduto e relegato nella dimenticanza» (Armando – Bolko, 2017, p.137).

Il quarto capitolo, “Sulla bellezza”, commenta il saggio del 1916, Caducità, nel quale Freud racconta di una sua conversazione con un poeta che con tutta probabilità era Rilke.  L’Autore evidenzia come, in quest’occasione,  sfugga a Freud «il motivo del turbamento del poeta».  Egli sostiene che quel turbamento non era dovuto, come  intese Freud, «alla prospettiva della scomparsa  della bellezza della natura e dell’arte, ma a quella della scomparsa della capacità di riconoscerla, goderne e restituirla» (p. 100); e che ciò gli sfugge perché, avendo incontrata tale bellezza nei viaggi in Italia e in Grecia, l’aveva sepolta sotto la formulazione del complesso edipico.

Il quinto capitolo, ”Sul desiderio”, traccia a grandi linee la storia del modo di intendere il desiderio  nella civiltà occidentale per giungere a concludere che la concezione del desiderio come commistione di sessualità e morte è un  costrutto di origine biblica che nel corso di tale storia ha assunto la forma di un «delirio culturale» [2] consolidato dalla formulazione del complesso edipico.

Vi è infine  la sezione costituita dagli ultimi due capitoli (“Sulla cura: 1901” e  “Sulla cura: 2019”) dedicata alla clinica. Essa è,  a mio avviso, la parte del libro meglio riuscita, meno speculativa,  più ancorata alle “cose”.

Nel capitolo  “ Sulla cura: 1901”  l’Autore commenta il caso di Dora.[3] In breve, riferendosi al  secondo sogno di Dora, egli sostiene che Freud non tenne conto di quanto da lei vissuto a Dresda nell’incontro con un dipinto di Raffaello perché tale vissuto era lo stesso sperimentato da lui nel suo viaggio in Italia del1897 e poi dimenticato. Il capitolo porta come sottotitolo “La nemesi”. Con ciò l’Autore intende che, con l’interruzione dell’analisi da parte di Dora, Freud paga lo scotto di quella sua dimenticanza.

L’ultimo capitolo,  “Sulla cura: 2019 “, ha come sottotitolo  “La giunta. Un gioco di specchi e di immagini nel lavoro di uno psicoanalista”. In esso l’Autore intende «mostrare, anche attraverso il confronto con quanto detto nel capitolo precedente sul caso di Dora, la ricaduta clinica dei contenuti storici e teorici espressi nel libro; ovvero di mostrare come quei contenuti orientano il processo terapeutico e funzionano nella sua prassi» (p. 129).

Come all’inizio del primo capitolo, anche all’inizio di quest’ultimo l’Autore riporta un sogno di un suo paziente in cui compare una donna. Il sogno è questo: «Appariva una donna nella quale [il paziente] riconosceva la sua attuale compagna. Stava lì un istante, poi la sua immagine sfumava in quella di una donna sconosciuta, un’analista, cui egli mostrava un foglio con un testo incompleto e un data indecifrabile, per ritrovarsi immediatamente dopo sdraiato sul lettino dell’analisi con la analista alle spalle, come in una seduta. Va tutto bene, le veniva dicendo, ma c’è come un grumo, un oscuro indefinibile perturbamento. E subito dopo averle detto così viveva lì, in quella seduta di analisi sognata, qualcosa che non gli era mai successo di vivere in nessuna delle sedute delle sue analisi reali: un momento di vuoto, un non riuscire a pensare e a parlare. Quando lo comunica all’analista, questa interpreta così: È la giunta» (p.130).

Nonostante vi sia presente, oltre all’esposizione del caso clinico, una fitta rete di riflessioni teoriche, che intrecciandosi in filigrana, ma anche apertamente, al contenuto del testo, provoca un effetto spaesante nel lettore, che potrebbe chiedersi fino a che punto sia fuori luogo il sospetto che l’Autore sia qui anch’egli partito dalla teoria per arrivare alla pratica clinica, questo capitolo, per la profondità dei ragionamenti e per la sua elegante e quasi geniale forma, si avvicina, oso dire, alle migliori opere della letteratura mitteleuropea. Impossibile riportare qui la fitta trama dei passaggi in cui si dipana l’analisi del sogno e del caso. Basti dire che il paziente è egli stesso un analista che chiede a un altro analista, l’Autore, alcune sedute che lo aiutino a comprendere l’enigmatica risposta ricevuta nel sogno sopra riportato; e che quella risposta sta a dire che, per superare il vuoto da lui vissuto, l’analista momentaneo paziente dell’Autore deve “aggiungere” qualcosa alla teoria freudiana di cui si avvale: deve “aggiungervi” ciò sulla cui dimenticanza tale teoria si è costruita. La tesi  principale dell’Autore è infatti che la psicoanalisi non può essere più intesa come l’ha costruita Freud. Va ripensata includendo nella sua trama teorica ciò che Freud nel costruirla aveva escluso e relegato nella dimenticanza. E’ una tesi indubbiamente suggestiva che, sebbene, direbbe  Manzoni, “l’è  chiara, che l’intenderebbe ognuno”, può risultare difficile accettare per il fatto di essere fuori dal coro della letteratura psicoanalitica; tanto più che sembra ambire a riattualizzare una visione del mondo umano alternativa a quella sorta per la reazione, condensatasi poi nella teoria freudiana, alla visione di tale mondo apparsa nel passaggio dal XV al XVI secolo.

 

Alcune considerazioni possono avvicinare il lettore a tale tesi.

Con la prima intendo evidenziare la specificità della critica dell’Autore alla teoria freudiana. In un saggio del 1980  ho mostrato come già Svevo abbia tentato una critica di quella teoria. Lo ha fatto sostenendo che la psicoanalisi fornisce spiegazioni mitiche o magico-illusorie ed è perciò  «una sciocca illusione»  (p.444); che ripropone spiegazioni già fornite dai miti greci, da Sofocle e da Euripide; che  non assolve  ai compiti d’indagine e di cura perché Freud pretende di «raggruppare tutti i fenomeni di questo mondo intorno alla sua grande teoria»” (p.444); e che pertanto va  rifiutata per non «finire al manicomio con questi giocattoli» (p.460). Quella di Svevo, che per certi versi anticipa quella demitizzante di Ellenberger, è una critica senza appello che nega ogni realtà, non solo scientifica, ma anche storica, a Freud; mentre la critica dell’Autore si fonda sul riconoscimento della sua realtà storica.

Con una seconda considerazione intendo evidenziare che, nel momento stesso in cui propone una netta separazione da lui, l’Autore stabilisce anche una continuità. Ricorda infatti come Freud  abbia avvertito l’incompletezza della sua teoria invitando gli analisti a cercare al di là di essa; e conferisce al proprio lavoro il senso dell’accoglimento di questo invito (Armando, 2019, p. 50; ma si veda anche Armando – Bolko 1917a e Armando – Bolko, 2017 b, pp. 64-71).

Infine voglio richiamare l’attenzione su una “dipendenza” dell’Autore che resta in parte inespressa. Nel demolire il paradigma essenziale del freudismo, cioè il complesso di Edipo, egli chiama  infatti in causa psicopatologi fenomenologicamente orientati  come Jaspers e Blankenburg. Si rifà alla declinazione  jaspersiana del delirio,  a partire dall’atmosfera  in cui esso sorge: la  Wahnstimmung, uno stato d’animo delirante, in cui  esiste «sempre qualche cosa che è, seppure in modo non chiaro, il germe di un valore e di un significato oggettivo»,  alimentato da  «un sentimento di insensibilità e di incertezza». Questo  stato d’animo delirante è insopportabile e spinge istintivamente il malato a cercare un punto fisso cui  aggrapparsi;  di conseguenza insorge  in lui «una convinzione di determinate persecuzioni, di crimini, di accuse o, in presenza di una direttiva opposta del delirio, di un’epoca d’oro, di una elevazione divina, di una santificazione» (Jaspers, 1913, p.106).  

L’Autore chiama in causa anche Blankenburg che nei suoi lavori sulla percezione delirante mette in luce come in essa vada scorto un versante nevrotico o psicotico,  ma anche un versante creativo, qualcosa che malgrado tutto rimane integro come avviene nel fenomeno della resilienza.  L’Autore chiama infine in causa la fenomenologia anche riferendosi a scrittori che potremmo includere nella letteratura esistenziale contigua a quella husserliana, come Kafka e Murakami.[4]

L’esplicitazione e l’estensione di questi riferimenti alla fenomenologia rafforzerebbe a mio avviso il merito principale di questo libro: quello di contribuire in modo sostanziale a raccogliere l’invito di Freud a cercare al di là della sua stessa teoria ed  a sottrarre così la psicoanalisi e la formazione degli psicoanalisti e degli psicoterapeuti a derive religiose, medicalizzanti e scientiste riponendo, in continuità con il precedente libro del 2017, al centro della pratica clinica l’analisi dei sogni liberata dalle strettoie del paradigma freudiano.

 

Bibliografia

Armando L. A.(1986). L’invenzione della psicologia. Saggio sull’opera storiografica  di E. Boring. Roma: Nuove Edizioni Romane.

Armando L. A. – Bolko M. (1917a).  L’insoddisfazione di Freud per “L’interpretazione dei sogni”. In: Psicoterapia e Scienze Umane, 2017, 51 (3): 375-382.

Armando A.L. – Bolko M. (2017b).  Il trauma dimenticato. l’interpretazione dei sogni nelle psicoterapie: storia, teoria e tecnica”. Milano: Angeli.

Blankenburg W. (1998). La perdita dell’evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Ellenberger H. F. (1970). La scoperta dell’inconscio. Storia del­la psichiatria dinamica. Torino: Bollati Boringhieri, 1976.

Husserl E. (1913). Idee per una fenomenologia pura. Torino: Einaudi,1969.

Freud S. (1998). Meccanismo psicologico della dimenticanza. In: Opere 2. Torino: Bollati-Boringhieri, 1968.

Freud S. (1899). L’interpretazione dei sogni. In: Opere 3. Torino: Bollati-Boringhieri,1966.

Freud S. (1901). Frammento di un’analisi d’isteria. In: Opere 4. Torino: Bollati-Boringhieri, 1970.

Freud S. (1915). Caducità. In: Opere 8. Torino: Bollati-Boringhieri. 1976.

Freud S. ( 1927).  L’avvenire di una illusione. In: Opere 10. Torino:  Bollati –Boringhieri, 1978.

Jaspers K. (1913). Psicopatologia gene­rale. Roma: Il Pensiero scientifico, 1982.

Manzoni A. (1840). I promessi sposi. Milano: Mondadori, 2009.

Murakami H. (2008). Kafka sulla spiaggia. Torino: Einaudi.

Svevo I. (1938). La coscienza di Zeno. Milano: Dall’Oglio, 1974.

Tarantino F. (1980). La critica di I. Svevo al pensiero di S. Freud. In: Rivista Folia Neuropsychiatrica, XXXIII, fascicolo I-IV

Tarantino F. (2009). La psicoterapia nella prospettiva fenomenologico-esistenziale. In: Psicopuglia, 11.

Tarantino F. (2012). Stati modificati di coscienza: la prospettiva fenomenologica. In: Psychofenia, 26.

Tarantino F. (2015). Con il cuore e con la mente. Per una  prospettiva fenome­nologica nelle psicoterapie. Lecce: Milella.

Tarantino F. (2018). Schegge di esistenza: Un’intervista di Francesco Tarantino a Luigi Antonello Armando. In: Psychofenia,  37-38.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

[1] L’Autore aveva già usato il metodo della “storicizzazione” a proposito della nascita della psicologia scientifica nella sua monografia del 1986 su Boring. Si veda in proposito quanto egli dice nella mia intervista del 2018, p. 4.

[2] Per “deliri culturali” l’Autore intende «produzioni mentali false sostenute in modo convinto da un intero gruppo sociale e dunque avvertite dagli individui di quel gruppo come ego sintoniche, cioè esenti dallo stigma della malattia mentale» (1919, p.122).

[3] Riferendosi in generale ai casi clinici di Freud, l’Autore premette che non bisogna guardare al loro contenuto, ma alla loro funzione di convalida della teoria. Egli scrive: «Nell’assegnare loro questa funzione [Freud] si atteneva a una teoria della convalida secondo la quale una scoperta può essere convalidata come vera, e sottratta al sospetto che sia frutto di una disposizione a delirare, non già dimostrando che corrisponde a un fatto, ma facendola diventare un fatto con il renderla condivisa da tutti, ovvero universalizzandola.  Una delle tecniche idonee ad ottenere tale risultato è la reiterata pubblicazione di esempi dei successi ottenuti grazie a una data scoperta» (p. 128).

[4] A proposito dei romanzi di Murakami, l’Autore scrive: «[Essi] infliggono schegge nella mente di chi ascolta,  producono microtraumi, microscosse che rinnovino nel presente quelle che hanno colpito lo stesso Murakami di fronte all’Acropoli e a Firenze. Ciascuna di esse riattualizza il miracolo della nascita del mondo umano; e sarà il loro moltiplicarsi e assommarsi, la loro disponibilità e costanza, a risvegliare l’“Io sono” e a rendere possibile la durata di quel mondo» (p. 98). Non a caso ho intitolato la mia intervista del 2018 ad  Armando “Schegge di esistenza”.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059