Recensione di “Leggere ‘Da un Altro all’altro’”

 

Leggere Da un Altro all’altro – Il Seminario XVI di Jacques Lacan”,

a cura di Melania Emilia Villa.

Con contributi di Mauro Milanaccio, Alessandro Siciliano, Marco Ferrari, Luigi Francesco Clemente, Franco Lolli, Cristiana Fanelli, Francesco Filippini, Pietro Bianchi, Rocco Ronchi e Alex Pagliardini

Galaad Edizioni, 2021

 

“Ciò tuttavia non equivale affatto a dire che possa esserci in qualche modo una teoria dell’inconscio.  Fidatevi, non miro a nulla di simile.” (JL, Seminario XVI, p.60)

 

Leggere attentamente Lacan sembra configurarsi come un’impresa che non smette di imporre al lettore delle domande specifiche, di sottoporlo a dei passaggi obbligati.  Confrontarsi con la scrittura del pensiero dello psicoanalista secondo il quale “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” quasi non può non porre un interrogativo su cosa avvenga scrivendo; e quindi, su cosa avvenga leggendo.  Cosa avviene nelle, fra, attraverso le righe del testo? Domande che assumono una ulteriore specificità quando ci si riferisce al Seminario, nella misura in cui si tratta della trascrizione di un discorso di Lacan.  C’è una differenza tra il testo che nasce scritto, e quello trascritto; come leggere, quindi, il Seminario? Come si trasmette un sapere e come si trasmette il sapere specifico della psicoanalisi?

È attraverso questi interrogativi che la psicologa Melania Emilia Villa apre “Leggere Da un Altro all’altro”: un percorso che, raccogliendo i contributi di undici autori, accompagna passo passo la lettura del Seminario XVI.  Questa fu l’ultima edizione del Seminario tenuta da Lacan alla École Normale tra 1968 e 1969; riassunto col titolo “Da un Altro all’altro”, la sua pubblicazione in italiano per i tipi di Einaudi è avvenuta nel 2019.  Il titolo di questo Seminario descrive chiaramente un punto di partenza ed uno di arrivo; si tratta certo di un passaggio, ma forse vale la pena di sottolineare come la svolta qui descritta non avvenga in una corsa ad un traguardo, quanto in una danza fatta di ritorni, riletture e costanti rilanci.  Nella sua elaborazione Lacan “va avanti” – si perdonerà l’espressione, che odora un po’ di teleologia andata a male – nello stesso mo(vi)mento in cui “torna”.

Il movimento (che è movimento solo nel leggere, mentre è quasi equivoco nel pronunciare) di cui Lacan parla in questo seminario riguarda sapere e godimento: riguarda un Altro del sapere e l’altro del godimento.  “Cambiano” l’Altro e l’oggetto a; l’Altro nel poter farsi scrivere come un Altro perde il predominio nella sua supposta capacità di determinare il soggetto, laddove l’articolo determinativo segnala come a possa incarnare qualcosa di unico, che marca in maniera univoca ed irripetibile il soggetto.  Riprendendo Colette Soler, Melania Villa sottolinea come questa direzione sia forse isomorfa al tragitto compiuto in una psicoanalisi, “da un soggetto-supposto-sapere all’oggetto non supposto, ma avverato”.

Sono undici le sezioni del libro in cui altrettanti autori ed autrici leggono le venticinque lezioni in cui Lacan articola il passaggio che dà il titolo al Seminario, mobilitando Marx, Pascal e la teoria degli insiemi.  Questi capitoli non compongono un coro od una orchestra; si tratta forse di un gamelan, l’ensemble musicale indonesiana in cui ogni strumento ricama la propria voce a partire da una melodia centrale (qui, il testo del Seminario), creando una musica che non è né monofonia né polifonia, ma eterofonia; e in cui l’intonazione degli strumenti è tale per cui lo stesso strumento non può essere suonato in altri gamelan.

L’apertura del seminario è commentata dall’introduzione di Melania Villa.  Mauro Milanaccio si occupa invece delle lezioni II, III e IV, articolando la sua lettura attorno ai concetti di discorso, taglio, struttura e reale: lettura che, sottolineando con precisione alcuni concetti pertinenti alla logica formale, rende apprezzabile quanto poco certe dicotomie (storia/struttura, reale/significante) si adattino a render conto della teoria lacaniana.  Viene sottolineata poi l’omologia tra il plusvalore di Marx ed il plusgodere di Lacan; in quanto entrambi sono effetti di un discorso, all’interno del quale hanno inoltre la stessa funzione (causa del desiderio).  Ma come tenere assieme il rigore logico con l’esigenza di non saturare la faglia aperta nel soggetto da a? Dove collocare il desiderio? È per rispondere a questa domanda che Lacan (ri)mobilita il suo grafo del desiderio alla luce della teoria degli insiemi, in modo da chiarire come, nella topologia del discorso, il luogo della verità non possa essere se non “tra le righe” e quindi come l’analista debba lavorare tra le due frontiere del fatto e del detto.

La lettura di Alessandro Siciliano delle lezioni IV, V e VI comincia notando come la revisione dei rapporti tra significante e godimento – in particolare nella struttura del grande Altro – del Seminario in analisi trovi la propria specificità nell’utilizzo di strumenti ed attributi provenienti dal formalismo logico: per esempio, “incompletezza” ed “inconsistenza”.  In questo Seminario, l’aporia secondo la quale l’Altro precede il soggetto che purtuttavia lo decompleta, secondo cui il soggetto non può che trovare la consistenza al di fuori del discorso dell’Altro, è accostata ai teoremi dell’incompletezza di Gödel.  L’inconsistenza dell’Altro invece si rifà al suo essere privo di sostanza, sostanza che Lacan assegna invece al godimento, rendendo possibile per il soggetto in qualche modo sperimentarla nel fantasma.  Clinicamente, ciò si declina per la nevrosi nell’effettiva credenza che l’oggetto si trovi nel campo dell’Altro.  Quasi metafora o paradigma della psicoanalisi stessa, e forse anche per l’esperienza umana in quanto del parlessere: non poter incontrare qualcosa della propria consistenza, della sostanza (del godimento) se non percorrendo la tortuosa strada dell’inconsistenza (dell’Altro).  Altro che a questo punto non può essere concepito se non costruito sulla pietra angolare di a.

Marco Ferrari, nel suo commento delle lezioni VII, VIII ed IX, illustra come in questo Seminario il godimento sia affrontato sia nella sua assenza (la dimensione assoluta del godimento) che nella sua presenza (il plusgodere).  Non si pronuncia “plusgodere” senza evocare lo spettro di Marx: spettro che in questo seminario, dopo aver dato qualche indicazione sul plusvalore, deve però rassegnarsi a cedere la preminenza a Pascal.  È infatti la figura del filosofo della scommessa ad ispirare a Lacan numerose riflessioni sulla struttura del soggetto, del suo rapporto con l’Altro e sullo statuto del sapere.  È la scelta di Pascal di usare, argomentando in favore del cristianesimo, la scommessa sull’esistenza di Dio e non la dimostrazione a renderlo così citato in questo seminario.  Non è solo l’Altro ad essere ridotto a qualcosa sulla cui esistenza si può scommettere, lo è anche – e di conseguenza – l’Io: la scommessa ontogenetica per il parlessere è allora fra Io ed a.  Scommessa che, utile per capire il dipanarsi della questione, non è necessariamente la direzione della psicoanalisi, la quale punta in ultima analisi – è il caso di dirlo – verso quel reale “assoluto” di cui Pascal non tratta.

Ma di cosa è espressione, o sintomo, la scommessa di Pascal? Questo uno dei temi delle lezioni IX, X e XI, riprese da Luigi Francesco Clemente.  Né l’elaborazione pascaliana né il suo rovescio – quella di Descartes – potrebbero venire formulate senza una disgiunzione tra sapere e verità, che nel pensiero antico erano forse più intimamente connesse.  Tale disgiunzione è a sua volta ciò che apre la strada alle moderne concezioni della scienza e del mercato, i cui oggetti (saperi e guadagni) sono infinitamente cumulabili.  La scommessa non riguarda davvero la scelta del credere, quanto le perdite ed i guadagni immanenti alla scelta, o – per dirla con Miller – “la maniera di metterci del proprio per sostenere l’esistenza del grande Altro”.

Il rapporto tra sapere e verità è una questione che ritorna anche nelle tre successive lezioni, XII, XIII e XIV, affidate alla lettura di Franco Lolli.  In primo piano in questi incontri spicca lo statuto speciale dell’inconscio in psicoanalisi: “il sapere dell’inconscio consiste nel sapere che c’è una verità dotata della proprietà per cui non possiamo saperne niente”.  La psicoanalisi sa che esiste la pulsione, sa che c’è del godimento, sul quale però la categoria stessa del sapere non si applica.  Quella verità, la psicoanalisi la può far costruire partendo da ciò che sta fra le righe, nelle pieghe stesse dell’interpretazione, ed al servizio di una soddisfazione pulsionale: “Che cosa – nel dire [di un sogno, per esempio] – vuole?” Soddisfazione di cui alla fine di queste lezioni una riflessione sulla sublimazione ci consente di apprezzare un versante sessuato (che è il godimento indirizzato da a e sperimentato appunto attraverso la sublimazione) da un versante “di bordo del corpo”, asessuato, legato alla Cosa.  Versanti che trovano congiunzione nella struttura estima dell’oggetto a.

Della logica della sublimazione e dalla lezione XIV scrive anche Cristiana Fanelli, procedendo poi nel suo commento delle lezioni XV e XVI.  Viene messo in primo piano l’intreccio che si dipana in questo trittico di lezioni tra “non c’è rapporto sessuale” e “la Donna non esiste” – affermazione qui incontrata nella precoce variante “della Donna non si sa nulla”.  La questione del non rapporto sessuale assume qui una specifica importanza in quanto campo freudianamente percorso dalla mancanza, sulla quale i concetti lacaniani di estimità e vacuolo innestano prospettive di funzionamento logico dell’inconscio e dell’oggetto.  Prospettive che a loro volta contribuiscono a chiarire la struttura della perversione nel suo rapporto con l’Altro e con l’oggetto.

Il già citato Descartes torna – ribaltato sulla testa, o smontato – nella lezione XVII, letta da Francesco Filippini assieme alle seguenti due.  Il ribaltamento lacaniano di Descartes (“Sono dove non penso, penso dove non sono”) apre una riflessione non solo sulla non padronanza dell’Io, ma sullo statuto del godimento in questo Seminario, incentrato sul plusgodere e quello che dopotutto si rivela unica consistenza del soggetto: l’oggetto a.  Vengono inoltre messi in risalto cenni clinici di fondamentale importanza presenti in questi capitoli, riguardanti sia le nevrosi che la perversione.  Quest’ultima in particolare guadagna nella teoria lacaniana uno statuto forse diverso da quello che aveva nella teoria freudiana, dove veniva tratteggiata come il “negativo della nevrosi”; per Lacan, se il nevrotico si adopera per reperire a ricercando “la consistenza nell’Altro”, il perverso si adopera come un crociato per la causa “della consistenza dell’Altro”.  Cenni clinici possibili solo alla luce della specifica elaborazione su Altro e a compiuti in questo Seminario.

Pietro Bianchi sviluppa nella sua lettura delle lezioni dalla XIX alla XII quelle che Miller – nella sua redazione del testo – chiama la disgiunzione tra sapere e potere e la congiunzione di sapere e godimento.  La separazione del sapere dal potere contrassegna quella che Badiou chiamò la seconda nascita della filosofia: se nell’antichità cosiddetta classica il sapere è tale nella misura in cui viene detto da qualcuno che occupa la posizione del potere, la scienza moderna si organizza separando S1 da S2, tentando di articolare un discorso i cui effetti non dipendano dal luogo a partire dal quale viene articolato.  Questo, nota Lacan, ha degli effetti precisi sull’Altro, che proprio in ragione di un sapere autonomo e cumulabile viene detronizzato a un Altro; dalla Legge come prodotto della sovranità all’impero/emporio del sistematizzabile, quindi del valutabile e dello scambiabile.  In questa analogia tra articolazione della scienza e delle merci nel capitalismo, c’è qualcosa che non torna: il plusgodere, che l’oggetto a mette al centro del campo dell’Altro, che “in-forma” il campo dell’Altro.

Rocco Ronchi commenta le lezioni ventiduesima e ventitreesima.  Delle due, la primasi apre con una ripresa di Lacan rispetto alle tematiche del Seminario precedente, dedicato all’atto analitico.  Atto che, nel renderne ragione, trasforma quanto detto sul divano in verità; e che allo stesso tempo definisce una verità immanente al sapere, che non pre-esiste all’atto, ma che consiste nel suo evento.  Ne consegue che nemmeno ai concetti più fondamentali della psicoanalisi, alla luce dell’atto, può essere attribuita una verità trascendente: anche la castrazione va dunque modalizzata attraverso l’oggetto a, ed il trattamento cui a va sottoposto in una psicoanalisi è tale solo in quanto lo psicoanalista è disposto a farsi capro espiatorio dell’accadere del transfert.  La lezione ventitreesima è invece dedicata alla genesi del soggetto e del plusgodere; non è possibile intendere nessuna delle due se non a partire dall’originario raddoppiamento operato dal significante, che rende pensabile “l’Io che dice Io”, la padronanza di sé intendibile anche come risultato dell’hegeliana lotta delle autocoscienze per il riconoscimento.

La conclusione della lettura del Seminario è affidata ad Alex Pagliardini; la “resa dei conti” rispetto al materiale prodotto finora.  Si parte da tre termini: l’Uno (l’incidenza del significante sul vivente, che ripete, differisce ed altera), l’Un Altro (il depositarsi di un significante che fonda la catena significante, il tratto unario la cui incidenza cancella, rimuove ciò che v’era in precedenza) e l’Uno in più (prodotto dall’operazione precedente, la localizzazione della cancellatura e marchiatura).  L’intero processi dei passaggi è caratterizzato da una costante perdita e ripetizione; è nella ripetizione, nell’insistenza, che l’Uno in più assume lo stato di eccedenza; o meglio, eccesso che è perdita, perdita che è eccesso.  È a partire dall’incidenza dell’Uno nell’insieme vuoto dell’Altro che va ricercata l’attivazione della funzione dell’Altro; nella scrittura della teoria degli insiemi, tratto-insieme vuoto.  L’Altro qui si configura solo in seconda battuta come rinvio di significanti; in primo piano v’è la ripetizione di un “tratto che designa un vuoto”.  In conseguenza di ciò, il soggetto non è più (non principalmente, non solo) un rinvio tra i significanti ma il movimento tra il significante ed il vuoto che designa; ed il godimento non va inteso solo a partire dall’oggetto a, ma è anche il godimento del primo Uno, escluso nell’Un Altro e destinato quindi a riproporsi “dappertutto”, sempre traumatico, sempre cancellato.  La nevrosi risponde a questi passaggi tentando di dare consistenza all’Altro/sapere (e di riflesso, al soggetto) e tentando di integrare il godimento: un disagio in cui “siamo tutti dei pazienti” e a cui tentiamo di rimediare con l’ipotesi del soggetto supposto sapere.  Lacan è perentorio: “Le verità nascoste le nevrosi le suppongono sapute.  Occorre liberare i nevrotici da questa supposizione affinché cessino di rappresentare tali verità nella loro carne.” Si dischiude così, argomenta Pagliardini, la scommessa del fine analisi: rinunciare al soggetto supposto sapere per scommettere sulla propria concatenazione di Uno.

Su questa nota riguardante il fine analisi, commentando la fine del Seminario, trova la sua fine anche questo libro.  Che è a sua volta un molteplice accompagnamento alla lettura di un altro libro, scritto dopo essere stato detto.  “Leggere da un Altro all’altro” è una composizione plurale che, non avendo altro vincolo se non quello di partire dal testo, seleziona punti di svolta, scandaglia, compie digressioni, apre domande, procede tornando e rivede per partire; per undici volte, singolarmente.  Una preziosa testimonianza di cosa possa voler dire leggere Lacan e leggere l’insegnamento della psicoanalisi.

 

o7/02/2022

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Giacomo Bonetti è psicologo triestino.  Laureatosi in Psicologia all’Università degli Studi di Trieste, è specializzando in Psicoterapia presso l’IRPA di Milano.  Vive e lavora nel capoluogo giuliano, ed è membro dell’equipe del Centro di Clinica Psicoanalitica Jonas Trieste.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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