Spazio, possesso, diritti. Percezione e adattamento al tempo della pandemia.

 

In quanto architetto, ciò che so sulle pandemie è poco e impreciso, se non errato.  Tuttavia in questi giorni, come tutti, sono coinvolto in dibattiti dai toni a volte aspri su diritti violati e violabili, su quanto le limitazioni imposte impattino le libertà fondamentali dell’uomo, e su quanto stiamo perdendo, o rischiando di perdere.  È significativo per me, in quanto architetto, che le discussioni più accese siano sorte per le limitazioni al movimento nello spazio, al fatto cioè che sia stata limitata la possibilità di vivere lo spazio pubblico.  In primo luogo perché si tende, in ambito accademico ma anche professionale, a pensare che lo spazio pubblico non sia poi tanto apprezzato dagli italiani – perché, tendenzialmente, di scarsa qualità.  In secondo luogo perché le reazioni elevano quel vivere lo spazio pubblico, cioè quel muoversi nello spazio non privato, addirittura tra i diritti fondamentali dell’uomo.

Non mi interessa molto né discutere le posizioni degli schieramenti, né provare a mettere i valori in gioco su un’ipotetica scala.  Mi interessa tuttavia rilevare un tratto decisivo: che le discussioni si basano sull’assunto che la pandemia sia un evento passeggero, che tutto sommato ci lascerà, tra poco tempo, tornare alle nostre solite vite.  Un fastidio temporaneo, di cui limitare le ingerenze nella nostra sfera privata: e cui quindi si può guardare oltre, pensando ai diritti violati oggi e magari perduti per sempre.  Ad esempio questo mi sembra dire la chiosa di Giovanni Leghissa nelle sue Riflessioni sul valore della vita individuale in un collettivo afflitto dalla pandemia (http://www.journal-psychoanalysis.eu/riflessioni-sul-valore-della-vita-individuale-in-un-collettivo-afflitto-dalla-pandemia/).  E la stessa premessa è quella che consente di discutere se perdere l’abitudine al jogging mattutino sia o no lesivo della libertà, e quindi frutto di un potere totalitaristico.  Credo al contrario che potrebbe avvenire qualcosa di molto diverso: cioè che la pandemia sia un evento in qualche modo duraturo, che potrebbe cambiare in modo anche radicale la nostra percezione.  Tanto che ciò che oggi appare ad alcuni una limitazione della libertà, domani non sarà nemmeno considerato tema afferente alla libertà: e intendo con questo non che domani quella limitazione sarà compresa, o accettata, ma che non si penserà più nemmeno che c’entri qualcosa con la libertà.  Tanto che ciò che oggi consideriamo un sacrificio, domani potrebbe non pesarci: non essere qualcosa che accetteremo di fare magari malvolentieri, ma qualcosa che non percepiremo nemmeno come sacrificio.  E questo non perché i gusti cambieranno, o perché ci stancheremo delle polemiche, ma perché potrebbe darsi che evolveremo insieme alla pandemia: e con le cose, cambierà anche la nostra percezione delle cose, adattandosi.

Non è detto che questo adattamento sia automaticamente positivo, ovviamente: in compenso, potrebbe avvenire in modo più repentino di quanto si possa pensare.  È questo qualcosa che esperisco quotidianamente in ambito professionale.  Prendendo ad esempio un caso reale tra i tanti, consideriamo una coppia non più giovane che decide di lasciare la sua casa ai figli, trasferendosi in una più piccola.  Sembrerebbe una scelta razionale e anche “buona”, dato che dà occasione ai genitori di aiutare i figli, di mantenere la casa e così via: eppure provoca un’istintiva repulsione.  Andare nella casa più piccola significa infatti rinunciare allo spazio, e quindi alla libertà, che è prima di tutto il possesso dello spazio.  Io sono a casa “mia”, cioè posseggo lo spazio di quella casa.  Posso avere camera “mia”, o avere il “mio” letto anche se sono in un dormitorio pubblico.  E sento “mio” il quartiere, il parco e così via.  A seconda dell’ambito di riferimento, percepisco lo spazio come “mio” in diversi modi.  Sebbene magari quella coppia non abbia vissuto in una casa più piccola e quindi non sappia davvero come sarà abitarci, comunque avvertirà nella rinuncia allo spazio una violazione, una violenza persino.  Per affrontare queste situazioni, normalmente rovescio la prospettiva: cioè faccio capire che quello spazio non è mai stato davvero loro – certo è una prospettiva piuttosto straniante.  La quasi totalità delle persone infatti non vive in case progettate per le loro specifiche esigenze, bensì in abitazioni studiate in modo generico, e tendenzialmente progettate male perché orientate alla massimizzazione dei profitti più che alla qualità della vita: non è un caso che il campo del real estate sia ben distinto da quello dell’architettura.  A questi spazi, semplicemente, ci si adatta, senza nemmeno accorgersene.  Così, quelle esigenze che riteniamo irrinunciabili sono frutto di quell’adattamento, più che diritti fondamentali: abitudini, più che preferenze.  Come un gas che riempie lo spazio che ha a disposizione, l’uomo si adatta allo spazio della casa: a noi in Italia sembra impossibile vivere in camere troppo piccole, eppure in Spagna le stesse camere hanno dimensioni del 40% inferiori, e in Giappone o Corea ci sono molte case complete, adatte a famiglie, grandi come le nostre stanze da letto.  Se ci trasferissimo in uno di quei Paesi, semplicemente ci adatteremmo, scoprendo che possiamo comprimere il nostro spazio, proprio come un gas.

Ma questo non è tutto, e anzi non è ancora niente.  Il punto è che quell’adattamento, nel momento in cui vi sia solamente una contrazione quantitativa dello spazio, sarà un adattamento negativo.  Se cioè la coppia passerà in una casa più piccola, progettata nello stesso modo di quella grande (cioè non progettata), non esperirà altro che la riduzione della scala e la perdita percentuale dello spazio di cui disponeva: ovviamente, la parte persa sarà quella più importante, quindi si adatterà perché costretta dalle circostanze, ma sarà infelice.  Ma se invece si trasferisse da uno spazio grande ma mal pensato, a uno piccolo ma accuratamente progettato, allora quella casa non sarà più “piccola”: sarà solo diversa.  Come cioè nel passaggio da un abito magari ampio perché di taglia abbondante, a uno di taglio sartoriale realizzato su misura, ci si troverà meglio nel secondo anche se fisicamente più “piccolo”: perché percepiremo le sue dimensioni e caratteristiche come “giuste” – con una sovrapposizione tra ambito morale e geometrico non casuale.  E l’adattamento sarà allora verso qualcosa di migliore, verso un assaporare lo spazio come mai prima: un adattamento positivo, che genera felicità.  Certo quell’esperienza di adattamento positivo si può fare solo alla fine della transizione, e da qui emerge l’importanza della fiducia reciproca tra architetto e committente (e della competenza dell’architetto, ovviamente).

Ora, la pandemia non riguarda proprio lo stesso spazio, e l’esempio di adattamento quindi va, a sua volta, adattato: ma rimangono validi alcuni punti essenziali.  Lo spazio pubblico che oggi è tanto importante è uno spazio tendenzialmente non progettato, nato come risulta quando non ingessato dalla storia e reso monumento: ci siamo adattati a esso, abituandoci e magari lamentandocene.  È ovvio che alcuni, o molti, patiscano la limitazione del proprio movimento, e il non poter di nuovo prendere temporaneo possesso dello spazio pubblico: ma lo è perché è passato relativamente poco tempo (poco più di un mese alla data in cui scrivo) e quindi la percezione di ciò che stiamo perdendo (lo spazio nella casa della coppia, o il diritto di correre dei runner) è scioccante.  Se tutto finirà in pochi giorni, probabilmente la questione principale sarà proprio capire quanti diritti saranno stati persi e come riconquistarli.  Anche se questa breve esperienza avrà comunque spostato le nostre percezioni, come in uno degli shock di Naomi Klein: le conseguenze dello smart working sono potenzialmente esplosive, in questo senso, e dunque richiederanno molta attenzione.  Ma se invece la situazione perdurasse settimane, mesi, magari persino un anno o più?  Allora, forse, i nostri immaginari cambieranno in modo più deciso, ed esperiremo cose che oggi non possiamo sapere.  Modificheremo le nostre abitudini, i nostri desideri, ci adatteremo: e allora non potremo più davvero paragonare il vecchio con il nuovo, come non possiamo davvero confrontare un amore nuovo con un amore vecchio, né confrontare davvero la nostra situazione con quella delle generazioni che vissero le guerre mondiali.  La nostra percezione delle limitazioni della libertà, in sostanza, dipende dalla nostra idea di libertà: e quella potrebbe modificarsi senza nemmeno che noi ce ne accorgiamo, semplicemente come adattamento.  Nessuno protesta, oggi, perché in aereo c’è l’obbligo delle cinture di sicurezza: eppure questa costituisce una violazione del diritto di muoversi, e come il runner sostiene di poter “stare attento” e dunque non costituire una minaccia, altrettanto il passeggero dell’aereo potrebbe, banalmente, reggersi ai sostegni e quindi non rischiare di cadere.  Ma ci siamo adattati, poco per volta, a limitazioni come le cinture, i controlli doganali, gli scanner: tutti fattori che sono entrati nella nostra vita poco per volta, silenziosamente.  Ancor più evidente è quanto il cambiamento graduale dato dai social network abbia cambiato la nostra percezione di relazioni, privacy, diritto di espressione e così via.  Ci siamo adattati: e come per una persona prima e dopo una guerra, quando la pandemia sarà finita, magari dopo aver portato via amici e parenti, la nostra idea di libertà e diritti fondamentali sarà completamente diversa.

Allora la questione non sarà più la mera opposizione tra mantenimento dei diritti attuali nel futuro o loro cancellazione: perchè staremo ricostruendo una condizione diversa, cui ci saremo adattati.  Se ci saremo adattati negativamente sarà allora perché non siamo stati in grado di accompagnare intenzionalmente (in senso squisitamente husserliano) quel cambiamento, trovandovi le ragioni di nuove possibilità di vita: non avremo cioè progettato il nostro futuro, ma l’avremo vissuto con lo sguardo nostalgico, e inevitabilmente fallimentare, di chi spera di iterare un passato che non può tornare.  È un progetto che, rispetto a quello architettonico di una casa, sarà naturalmente molto più complesso: eppure, riguarderà ancora spazio, possesso e diritti, o meglio la loro percezione.  La politica pertanto non è solo chiamata a reggere la bilancia dei diritti, calibrandone le limitazioni: ma anche, e soprattutto, a leggere quel potenziale (per citare il pensiero orientale così ben raccontato da François Jullien) che la pandemia porta intrinsecamente con sé (come ogni altra cosa), orientando il futuro in accordo con esso, in modo da favorire un adattamento positivo di tutti noi.

 

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Carlo Deregibus, architetto, Ph.D., è assegnista e professore a contratto di progettazione architettonica al Politecnico di Torino, dove dal 2019 coordina il Masterplan Team, il gruppo di progettazione strategica di Ateneo. E’ autore di: Intention & Responsibility. Ethical Cosistency in Contemporary Architecture(Milano: IPOC, 2016), e insieme ad Alberto Giustiniano ha curato il volume TURNS. Dialoghi tra architettura e filosofia(Torino: Philosophy Kitchen, 2016). Ha partecipato a convegni in tre continenti e suoi articoli e saggi sono comparsi su riviste quali The IASS JournalConstruction HistoryAut autIl Giornale dell’ArchitetturaRivista di Estetica, e in diversi libri di rilevanza nazionale e internazionale. Nel 2008 ha vinto l’International Hangai Prize. Nel 2010 fonda il suo studio, Bottega di Architettura, che nel 2018 viene insignito del NIB Prize e inserito tra i migliori 10 studi di architettura emergenti d’Italia.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
Scientific Journal in the List 11 by the ANVUR (Italian Agency for Evaluation of the University System and Research)