Sul fascino del fallo e alcune sue implicazioni

Questo seminario è stato tenuto il 26 marzo 2021 nell’ambito della rassegna di seminari “Psicologia delle masse 100 anni dopo. Istruzioni per l’uso”, organizzata dal collettivo Settima Lettera, Fondatori: Alessandra Campo, Pietro Bianchi, Matteo Santarelli, Alessandro Siciliano, Ernesto Sferrazza e Francesco Di Maio. 

 

Indubbiamente il fallo è un simbolo che ha avuto e continua ad avere molto successo. Tutto l’ordine simbolico è riferito al fallo e ai suoi equivalenti simbolici in quanto insegne di potere.  Lacan enuncia l’equivalenza tra “fallo e scettro”.

Il primato del fallo, ancora prima che da Lacan, è stato introdotto da Freud per il quale il fallo è, tuttavia, il pene, l’organo di cui la bambina è priva.   Tale privazione la spingerà a procurarsi un risarcimento attraverso il figlio-fallo donato dal padre.  Abbiamo un meno sul piano dell’avere e la conseguente spinta a rimediare, a rivendicare un Ersatz: la rivendicazione è legata al fallo, come afferma Colette Soler.

Il primato del fallo in Freud è introdotto dal testo del 1923 “Alcune conseguenze della differenza anatomica tra i sessi,” secondo il quale “l’anatomia è un destino”. L’elemento primordiale di differenza è avere o meno il fallo in quanto organo.  Tale primato verrà sancito nei testi sul femminile del 1931-’32, in cui la bambina, rassegnata a non averlo (e tuttavia lo vuole: l’ho visto e lo voglio), si aspetta un bambino-fallo dal padre.  Èquesto l’ingresso nell’edipo dal lato femminile: la frustrazione diventa domanda di risarcimento con tutte le peripezie sulle quali Freud si interrogherà varcando la soglia del dark continent.

Per Lacan, invece, primato del fallo significa primato del simbolico.  Sottostiamo tutti al primato del fallo perché, in quanto umani, siamo esseri parlanti.  In termini lacaniani siamo, dunque, abituati a pensare che il fallo sia un significante. Molto particolare, privilegiato, in quanto marchio del desiderio articolato alla mancanza, almeno fino a un certo momento del pensiero lacaniano.  Il fallo è il simbolo dei simboli sganciato dall’organo, si direbbe, contrariamente a Freud.  Tuttavia, anche in Lacan, resta sempre una certa ambiguità.  Anche qui c’è un meno (-j) seppure non riferito al corpo, inconsistente, marcato dalla mancanza.  Il riferimento resta il fallo, ossia la logica è binaria anche dopo l’introduzione del Godimento Femminile.  Niente di male dal punto di vista puramente logico, ma questo trionfo simbolico è carico di molto altro, assumendo, evidentemente, l’esistenza di un fallo immaginario: è “un fatto”, dice Lacan.

Molto più tardi (dal Seminario X in poi) la dialettica del desiderio verrà riconsiderata e trasformata con l’individuazione dell’oggetto a, ossia del reale.  Oggetto che non è come gli altri oggetti modellati sull’immagine, se consideriamo l’immagine speculare come prototipo del mondo degli oggetti.  Essa è universale, ripetitiva, tende all’eguaglianza, all’assimilazione, a fronte dell’unicità dell’oggetto a.

 

Assumiamo, da analisti, che per trovare un posto nel mondo nell’ordine simbolico, sia fondamentale la posizione assunta nell’ambito dell’edipo e, soprattutto, quella in rapporto al fallo in quanto oggetto rappresentativo della mancanza.  Qui troviamo il perno e lo svincolo di un transito insidiosissimo e mai del tutto superato.  È proprio il fallo a introdurre (o così dovrebbe) alla dialettica della mancanza in quanto significante di quel qualcosa che manca (alla madre per Lacan, alla bambina per Freud) per definizione, e dunque intorno a cui ruota tutta l’interrogazione su presenza e assenza.

Dal sound and furydelle pulsioni, originario, inizia un qualche tipo di soggettivazione.  Nonostante sia in atto una precoce simbolizzazione dell’intermittenza presenza-assenza (il dono che la madre può fare o meno di sé, in termini di propria presenza, in Lacan; Il fort-dafreudiano, emblematico dell’insistenza di ripetizione, ma anche del padroneggiamento, embrione del simbolico), questo piano simbolico è segnato dall’immaginario, ne porta le pesanti zavorre.

Non si deve dimenticare che è sul piano immaginario che il soggetto trova il proprio statuto originario (Lacan, Seminario IV, p. 128), la propria struttura egoica in quanto Io unitario, “integrato”, cosa che non è dall’inizio.  Secondo Freud tale unificazione è resa possibile dall’identificazione con l’immagine di se stesso da cui il soggetto è catturato nel rapporto con l’altro, altro che esiste sin da subito e ha funzione strutturante, altro che psicologia della monade.  L’investimento pulsionale sull’io è possibile solo a partire dalla Gestalt dell’altro, ossia dal rapporto con l’altro immaginario.

Questo piano di narcisismo è, dunque, secondo Freud, l’investimento libidico di un’immagine dell’io.

Attraverso la lettura lacaniana del narcisismo freudiano, abbiamo ben presente sia il giubilo relativo al potersi vedere/immaginare intero da parte dell’io che si va formando, a fronte della controparte reale di un corpo a pezzi, sia l’insorgere delle istanze aggressive e rivalitarie, che Lacan mette a punto attraverso la lezione hegeliana mediata da Kojève, ma anche attraverso Melanie Klein e il suo universo originario.  Ma soprattutto il soggetto inizia ad avere contezza che qualcosa può mancare.  Perché? Perché manca all’Altro, alla madre, o alla bambina, per Freud.  Dalla mancanza dell’Altro il soggetto è introdotto alla propria, che è essenzialmente mancanza dell’oggetto d’amore.  Tale “incompletezza vissuta (Lacan, Seminario IV)” non è, dunque, solo l’essere in difetto rispetto dell’alienazione immaginaria (per la quale l’essere umano resterà insufficiente per definizione), ma (soprattutto?) perché il soggetto in fieri, nell’interrogarsi su ciò che manca, inaugura tutte le peripezie del caso: cosa ti manca, Altro? Come posso completarti? Sarò sufficiente in questa operazione di completamento? A me cosa manca? E via dicendo.  Dal punto di vista di Freud compare lo spettro della castrazione nel maschietto, e inizia l’aspettativa di riparazione-rivendicazione nella femminuccia.

In questa sorta di agonia narcisisticail soggetto in fieri è, dal lato lacaniano, introdotto dalla mancanza dell’Altro (materno) alla propria e alla sua (auspicabile) assunzione; freudianamente compare la nostalgiaper un oggetto mitico, ideale, che ha più a che vedere con l’io-ideale che con l’Ideale dell’Io, ossia con un’istanza basica, esigente, che chiede perfezione narcisistica. Tale oggetto, nella sua versione immaginaria di fallo-seno è investito dell’aspettativa di colmare ogni mancanza, ogni insufficienza.

È presente una predominanza del fallo in tutta la dialettica immaginaria, ossia narcisistica, di cui andrebbe riconsiderata la portata.

Sottolineo il carattere profondamente orale del narcisismo freudiano (o relazione immaginaria), che ritroveremo in Psicologia delle masse rispetto all’identificazione al capo, modellata sulla relazione duale in Freud, a tre (madre-bambino-fallo) in Lacan.  Anche per Freud, dunque, sin dall’inizio l’altro è costitutivo, se è lui che permette la strutturazione dell’Io e l’investimento libidico stesso.  Io e oggetto si costituiscono “in modo strettamente correlativo (Lacan, Seminario I)”.  Questo per sottolineare ancora una volta come ogni lettura della metapsicologia freudiana in quanto psicologia della monade, sia grossolana o surrettizia.

Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921) è un testo che vede tutte le sue premesse in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915).  Quest’ultimo è un saggio durissimo; Freud non tenta nemmeno di nascondere la propria rabbia, a guerra appena scoppiata, per la suscettibilità degli esseri umani alla suggestione, all’emozionabilità (di cui farà una disamina puntualissima nel testo del ’21), all’essere pronti ad abbandonare ogni razionalità e, in sostanza, a diventare stupidi.  Verosimilmente è irritato anche con se stesso visto che nemmeno lui è stato immune alle lusinghe nazionaliste e guerrafondaie, come testimonia la sua lettera a Abraham.  Dopo questo (effimero, per la verità) entusiasmo, ritroviamo il Freud illuminista che fornisce della guerra una lettura del tutto inedita ed eversiva, dichiarando che negli esseri umani c’è la violenza, pronta al libero corso se le condizioni politiche consentono il venire meno delle inibizioni necessarie al vivere sociale. È lo stesso testo in cui Freud introduce, in quanto argomento tematizzato, quello della morte.

Nel saggio del ’21 l’idea freudiana è che la violenza insita nell’essere umano sia addomesticabile proprio da quelle istituzioni del cui funzionamento viene fornita una accurata disamina.  Freud mette in guardia, effettivamente, sulla minaccia di una improvvisa disgregazione di tali istituzioni, pena lo scatenarsi dell’angoscia (pulsionale) non più legata.

Questo aggiustamento non sarà più possibile per Freud in Il Disagio della civiltà(1929), quello che considero il testamento freudiano.  Ci sarà un resto con cui ce la vedremo per sempre, un reale inassimilabile.  È evidente come non tornino le letture miopi che tradiscono del tutto il pensiero freudiano, per le quali è la civiltà stessa a creare il disagio mentre noi umani saremmo felici in una sorta di stato naturale. La violenza, i sentimenti negativi, nascono con l’essere umano e iniziano a manifestarsi già nella stanza dei bambini: questo, in Freud, è chiaro.

 

Tornando a Psicologia delle masse, ciò che muove e lega le masse (organizzate) è la libido, ossia l’amore.  L’investimento libidico è alla base del meccanismo ipnotico, fascinatorio, da un lato, che lega le masse al capo.  Dall’altro, abbiamo il meccanismo basico dell’identificazione di cui Freud scrive un capitolo fondamentale nel testo del ’21.  Questo legame molto primitivo con l’oggetto si muove sul piano del narcisismo, riferito ancora più all’Io-ideale, che all’Ideale dell’io, in quanto struttura esigente e non orientata a mediare.  Un “oggetto che è un altro io nel soggetto”, dice Lacan (Seminario IV).  L’oggetto, in quanto ideale, viene assimilato, introiettato (incorporato) nell’io.

Verliebtheitè lo stesso termine che Freud utilizza sia nel 1914 che nel 1921 per designare l’innamoramento e la “dedizione amorosa illimitata al capo”, ossia lo stato di innamoramento freudianamente inteso.  l’io introietta l’oggetto d’amore e lo colloca nel posto dell’ideale dell’io: tu sei, oggetto, ciò che io vorrei essere.  I soggetti sono legati al capo come il soggetto singolo è legato all’Altro nel legame (o fantasma) amoroso.  La Verliebtheitnell’ambito della massa è non solo dedizione amorosa illimitata, ma anche durevole perché inibita alla meta, cosa che non è nell’innamoramento singolo con tutti i disastri del caso.  Nell’innamoramento singolo la componente di idealizzazione dell’oggetto d’amore può essere sganciata, scissa, da quella svalutata e tuttavia eccitante: la divaricazione tra dirne e la madonna, a cui l’economia psichica fallica ricorre spesso (Contributi alla psicologia della vita amorosa, 1912).

La concezione del legame amoroso (e dunque anche l’amore della massa per capo) in Freud è attraversata da due direttive fondamentali.  La prima è legata, da un lato, alla complessa e controversa teoria del narcisismo, dall’altro a quella dell’identificazione.  Non c’è amore per l’altro ma solo ciò che nell’altro si ama di noi stessi, l’altro idealizzato dell’amore è solo il supporto di un’identificazione che permette di ritrovare la perfezione perduta.  Ed effettivamente il contributo freudiano sul narcisismo alla psicologia della vita amorosa consiste infatti nell’affermare “l’equivalenza tra oggetto e Ideale dell’Io (Lacan, Seminario I)”, meccanismo che sottende i fenomeni descritti in Psicologia delle masse.  L’altra prospettiva freudiana sull’amore è quella nostalgica.  La nostalgia, struggente e inguaribile, riguarda l’oggetto per sempre perduto e sempre da ritrovare, quel primo Altro il cui Ersatz non è ritrovabile, mai.   Il movimento di uscita da sé per andare verso l’altro dell’amore risulta dunque illusorio, risolvendosi in un rimando speculare destinato a chiudersi su sé stesso e a riportare l’altro a sé (C. Cimino, Il discorso Amoroso.  Dall’amore della madre al godimento femminile, 2015).

La vera posta in gioco nell’amore per Freud (che in questo è assai più radicale di Lacan che, invece, si interroga sull’amore in quanto tale e, soprattutto, per il quale l’amore si dirige alla mancanza che sta nell’oggetto d’amore) è, dunque, il recupero di una mitica pienezza dell’origine.  Le vicissitudini del narcisismo, intese come tentativo di ritrovare la perfezione perduta, segnano la strutturazione dell’Io il cui sviluppo risulta indissolubilmente legato all’immagine di sé che l’altro riflette e che in continuazione gli rimanda.

Direi che tutto il pensiero freudiano è animato da un movimento centripeto di ritorno a sé (C.  Cimino, Tra la vita e la morte. La psicoanalisi scomoda, 2020).  Nel ’20 Freud ha scritto Al di là del principio del piacere, il monumento a ciò che torna sempre, a ciò che non può non ripetersi. Rispetto a questo ripetere, Freud degli scritti sulla tecnica (1914) è certo più ottimista verso un qualche decentramento rispetto alla ripetizione, un’uscita dal binario che introduca la novità. Anni dopo, precisamente in Analisi terminabile e interminabile (1937), anche rispetto alla ripetizione, troviamo un Freud molto meno possibilista rispetto al cambiamento, soprattutto perché ormai egli è pronto ad enunciare che ogni cura è destinata a infrangersi contro quella roccia biologica e invalicabile, ossia l’angoscia di castrazione.  Dopo il tentativo di inoltrarsi nel dark continent, Freud si risolve per un rigetto della privazione femminile, ossia della femminilità in quanto tale ma anche in quanto rappresentativa di ciò che sfugge alla padronanza dell’essere umano.

Sappiamo che Freud ha liberato la perversione dalle catene della patologia, dicendo chiaramente che gli umani sono sessualmente dei perversi polimorfi non solo da piccoli, ma a vita.  Tutta l’economia fallica è costruita all’ombra della perversione, ossia della tentazione, più o meno potente, di bypassare la mancanza, se vogliamo, la castrazione.  O comunque ruota intorno all’interrogazione angosciosa: c’è o non c’è? I testi sul femminile in questo sono chiari: l’indicazione freudiana è quella di sostituire l’organo mancante alla donna con un bambino, una chiara soluzione perversa. L’oggetto fallico in quanto ideale è un oggetto endogamico, similare, che tenta il recupero di uno splendore mitico. Il feticcio satura nel reale ciò che non può essere assunto, ossia la castrazione.

Rispetto a ciò, abbiamo esempi estremi e macroscopici, come quello dell’estetica nazista: c’è una fascinazione orrida nella divisa nazista, precisamente in quella delle SS (disegnata da Hugo Boss, peraltro), e nelle sue insegne di potenza basata sul terrore (i teschi, le rune); questo corpo militare d’élite nasce per essere bello e violento, detentore di un controllo radicale e senza limiti sul femminile della “massa”.  La perfezione dei corpi (ariani) trionfa nel movimento congegnato come scenografia ripetitiva e grandiosa attorno al capo.  La bellezza e il controllo esasperati vanno nel senso del duro, del “secco”, per dirla con Theweleit (Male Fantasies, 1978) e Littel (Il secco e l’umido, 2008), a fronte dell’”umido”, del femminile della massa.

Abbiamo poi i fascini discreti e quotidiani per rangèr, incasellare, allineare le donne a un’ideale di uniformità, di universale, che riassorba la differenza nell’eguale.  Invece delle insegne vistose abbiamo lo squadernamento di significanti uniformi che normotipizzano le donne: “le donne sono tutte puttane”, “le donne chiacchierano (mi riferisco al commento recente di un uomo politico, che ne ha tratto la conseguenza che le riunioni a cui sono presenti le donne “durano troppo”)”.  La frequentazione diffusa del fantasma della pars pro toto, per il quale una parte del corpo femminile sostituisce il soggetto donna, quello più o meno praticato della donna prostituta-schiava-domestica, donne al servizio o già-morte.  Ambedue gli scenari sono dominati da ciò che c’è non essendoci e viceversa e dunque orientati a saturate, tappare, ciò che manca e continuerà a mancare.

Questa procedura è agli antipodi di un possibile legame di intimità con l’Altro.  Incontrare l’Altro nella sua intimità significa incontrarlo nel reale singolare della sua mancanza che non può non ricondurci al nostro. Afferma, inoltre, l’odio per ogni differenza, intanto per quella femminile, e a seguire per tutte le altre: neri, ebrei, musulmani, migranti, animali, e via dicendo.

Non so se il tratto (di padre, direbbe qualcuno), quell’Ainziger zug a cui la massa si identifica nella fascinazione al capo (L’identificazione (di secondo tipo di cui parla Freud nel testo del ‘21) abbia un effetto di fascismo per definizione (Benvenuto e Campo forse direbbero di si).  Tuttavia, il funzionamento dell’economia fallica, all’insegna della conservazione, della ripetizione, del recupero di una unità mitica originaria, e che, soprattutto, non si rassegna a ciò che sfugge, coniugato alla potenza libidica, costituiscono un terreno infiammabile e fertile per una minacciosa e iterativa illusione, per come ho tentato di descriverla qui.

 

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13/04/2021

 

 

Cristiana Cimino, psichiatra e psicoanalista di formazione freudiana e lacaniana, membro associato della SPI (IPA), membro dell’Istituto Elvio Fachinelli, Membro dell’Editorial Board della rivista Vestigia, ex editor dell’European Journal of Psychoanalysis, ha collaborato con l’Istituto Italiano per gli  Studi Filosofici; ha scritto molti saggi in diverse lingue, nel 2015 ha pubblicato Il discorso amoroso. dall’amore della madre al godimento femminile, nel 2020 Tra la vita e la morte. La psicoanalisi scomoda, tutti e due per Manifestolibri.

 

 

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059