Tribuna su “Psicologia delle masse” di Freud. Contributo di G. de Renzis

 

Premetto che non ho avuto ancora modo di leggere il libro di Benvenuto Soggetto e masse al quale fa esplicito riferimento Bruno Moroncini nell’avvio del suo intervento che ha il compito di inaugurare questa “Tribuna”. Ma, poiché come Moroncini stesso implicitamente dichiara in partenza (“Provo a chiarire la mia posizione…”), si tratta in effetti di una esplicitazione più formalizzata e ‘ufficiale’  di una discussione già da qualche tempo ritornante in messaggi più o meno estemporanei e coinvolgenti altri amici, mi autorizzo a portare un mio contributo,

ln premessa Bruno pone “un’osservazione di metodo”: ogni testo, lui ammonisce, andrebbe interpretato “nella sua contemporaneità”, con i correlati vincoli linguistici (filologici), storico-culturali e infine ermeneutici che gli competono. Poiché tuttavia riconosce che in “ogni lettura è presente inevitabilmente tutta la storia della sua ricezione” accetta che “stranamente (c.vo mio) un testo può dare l’idea di anticipare quel che è venuto dopo la sua ideazione e stesura”. Si tratterebbe dunque di una ‘concessione’ dovuta, seppure alquanto a malincuore.  Posso convenire con questa avvertenza, ma non capisco perché da una premessa ‘inevitabile’ debba derivare una conseguenza ‘strana’.  Preferirei perciò sfumare l’osservazione critica di Moroncini come un opportuno invito alla precauzione, senza addentrarci in questioni di correttezza storiografica o di ‘verboten’ di scuola che ci porterebbero lontano dal nostro argomento (è solo un’associazione del tutto ‘libera’, ma mi è venuto da pensare all’anatema di Croce contro le inosservanze ‘di metodo’ del de Martino del ‘Mondo magico’).  E infine vorrei comunque notare che nel caso del freudiano Psicologia delle masse del 1921, la ‘contemporaneità’ non è poi tanto lontana da quei fenomeni storici che di lì a poco sarebbero esplosi, ma evidentemente già in incubazione.

Tornando allora alla nostra ‘Tribuna’, la prima obiezione di Moroncini concerne la pretesa che Freud stesso intendesse indicare una ‘dicotomia’ fra ‘psicologia’ che si riferisce alle ‘masse’ e ‘analisi’ che concerne soltanto ‘l’Io’.  Bruno tiene a soffermarsi su “quel che dice Freud”.  E’ giusto, altrimenti, sarà la potenza del transfert, ma rischieremmo di fargli dire quello che ci passa per la testa; però possiamo ‘laicamente’ criticare, se e quando ci pare il caso, “quel che dice Freud” se per caso in qualche passaggio non ci sembra del tutto convincente (è questo il senso che, in una precedente occasione di scambio avevo dato al termine ‘secolarizzazione’, approfittando della circostanza che stiamo celebrando il centenario della pubblicazione del testo da cui parte questa discussione).

Per esempio non trovo convincente questa riflessione proposta da Moroncini con ‘appoggio’ su Freud.

“Ma proprio per questo, per la sua refrattarietà alla politica che vuole mettere fine alla storia edificando la città finalmente giusta, un progetto cui Freud guarda con sospetto, che le masse organizzate, i collettivi politici, il legame sociale istituzionalizzato, non hanno nulla a che vedere col fascismo (come con lo stalinismo e col nazismo).  La presenza del Capo, il legame libidico fra lui e le masse, sono soltanto elementi costitutivi e non ideologici della società come istituzione.  Sono dati di struttura qualunque sia la forma di governo, imperiale, monarchico-assolutista, dittatoriale, autoritaria e totalitaria, e insieme liberale, democratica, fondata sulla forza di legge e sulla divisione dei poteri”.

Voglio dire che l’appropriatezza della riflessione, se vale, deve trovare in sé la sua consistenza, non avendo, a me pare, rilievo al proposito “la refrattarietà alla politica” di Freud, potendo essa essere considerata come una soggettiva idiosincrasia che gli impediva appunto di riconoscere la ‘politicità’ delle sue ‘masse’.

Comuncque è vero: Per Freud “l’Io è fin dall’inizio in rapporto con un altro […] modello, oggetto, soccorritore o avversario”.  Ma questo ‘inizio’ è l’inizio della storia individuale di ogni umano che viene al mondo.  Ciò che invece Freud ci ‘narra’ nel capitolo decimo (La massa e l’orda primordiale), che Moroncini subito dopo riprende, concerne in verità un altro ‘inizio’: quello della “forma più antica della psicologia umana”, in cui

“la psicologia dell’individuo deve essere antica quanto quella delle masse, perché sin dall’inizio sono esistite due diverse psicologie, quella degli individui-massa, e quella del padre, della guida, del capo.  I singoli individui della massa erano vincolati esattamente come lo sono oggi (c.vo mio), solo il padre dell’orda primordiale era libero.  I suoi atti intellettuali erano forti e indipendenti, la sua volontà non necessitava della conferma di terzi”.

Ho riportato in extenso questa citazione perché c’è qui un raccordo problematico (un’ipotesi di ‘snodo’, come l’ho definito altrove) fra due ‘inizi’, quello ‘storico’ che biograficamente riguarda ognuno di noi e quello ‘preistorico-mitologico’ che dovrebbe non soltanto anticipare ma perfino spiegare le vicissitudini del primo.  Ci tornerò.

Comunque Moroncini commenta: “Per Freud – ed è quello che conta – le due psicologie sono cooriginarie […] una psicologia [c.vo mio] delle masse che ignori i dati della psicoanalisi è una psicologia delle masse completamente sbagliata”.  Questo mi pare incontrovertibile.  E conclude: “si può fare una psicologia psicoanalitica [c.vo mio] delle masse, ossia si può trattare l’oggetto massa dal punto di vista e con l’aiuto della psicoanalisi”.  Anche questo mi pare incontrovertibile; ma la questione posta da Benvenuto, se l’ho intesa, non respinge la congiunzione fra “Psicologia delle Masse” e “analisi dell’Io”, ma l’assimilazione fra “psicologia” e “analisi”.  Non intendo qui prendere  posizione, ma solo notare che su questo punto, non secondario, il discorso mi sembra aperto e l’aggiunta dell’attribuzione ‘psicoanalitica’ a ‘psicologia’ da sé sola non mi sembra risolutiva.

Prosegue Moroncini:

“E quali sono i concetti psicoanalitici con i quali si può costruire una psicologia delle masse decente e fondata?  Il modello dell’origine della società umana elaborato in Totem e tabù, ossia l’uccisione del padre dell’orda primordiale da parte dei figli-fratelli e il passaggio allo scambio delle donne (esogamia) sulla base del tabù (divieto dell’incesto)”.

Ma di nuovo: se si tratta appunto di ‘concetti’, di ‘modello’, la loro utilità ‘esplicativa’ deve restare delimitata allo loro natura concettuale o di modello:

“l’essere tenuta insieme della società umana dalla forza dei legami libidici, divisi in verticali, identificazione al tratto o al sintomo, e orizzontali, investimento oggettuale; il carattere istituzionale che, per durare, deve necessariamente assumere il legame societario.”

troverebbero in questa ‘mitologia’ non una ‘realistica’ antecedenza, ma una sorta di ‘proiezione’ difensiva.  Se invece, con Freud, tendiamo a considerare l’orda primordiale un “fatto realmente accaduto”, così come l’assassinio del padre primordiale, cui ‘conseguentemente’ è seguita la ‘realtà’ della comunità dei fratelli, rischiamo di mettere in fila ordinata e in un percorso a senso unico ‘origine’ e ‘divenire’ (Benjamin ci avvertiva opportunamente che è l’origine a provenire dal divenire).  Seguendo questa ‘logica’, essendo l’uccisione del padre (primordiale) avvenuta olim, una volta per tutte, nella (sopravvenuta) comunità di fratelli non si darà più il caso di recidive!  Preferisco pensare che la costruzione mitica (la mitopoiesi) dell’origine ‘traumatica’ dell’umana con-vivenza sia proprio essa un prodotto del divenire storico (che, di suo, neppure semplicemente ‘diviene’); un’operazione che ponendo l’origine-trauma ‘prima’ da sé stesso, al contempo prova difensivamente (e, certo, non proprio efficacemente!) a sequestrarla ‘fuori’ da esso.  Se è così, il ‘reale’ dell’uccisione del padre (per riprendere una convincente interpretazione ‘lacaniana’ di Moroncini) non è mai ‘avvenuto’, tanto meno una volta per tutte, in nessuna ‘antecedenza’, se non in quella appunto della costruzione del mito che solo un’umanità già sufficientemente ‘acculturata’ poteva sentire l’esigenza di inventare e di proiettare in una ‘origine’ mai più ri-tornabile.  Ma se è così, quel ‘reale’, per annodarsi, deve pur insistere a “non cessare di non scriversi”.

In effetti qui si aprirebbe una riflessione più ampia che mi limito soltanto a accennare e che concerne quella che si propone ormai canonicamente come la ‘nascita stessa stessa della psicoanalisi’ nella famosa lettera di Freud a Fliess in cui confessa “non credo più ai miei Neurotica”, perché la rinuncia alla realtà di ‘fatti realmente accaduti” nella ‘realtà materiale’ della storia delle sue pazienti, lo convinse a riportare quelle evenienze nella nuova ‘realtà psichica’, che tuttavia corse il rischio, se non di neutralizzare almeno di invischiare nelle ‘proprietà’ classiche dello stesso nome di ‘realtà’ quella ‘potenza’ effettivamente innovativa che la qualità ‘psichica’ le conferiva.  E’ peraltro questa la ragione per la quale per Freud la stessa ‘verità’ restava saldamente dipendente dalla ‘realtà’, questione sulla quale si è prodotta quella che a me appare forse la più significativa ‘differenza’ della successiva teoresi lacaniana.

Perciò trovo troppo ‘discorsiva’ la prosecuzione di Moroncini:

“Per Freud lo stare in società non è un dato originario della specie umana, l’uomo non è naturalmente un animale ‘politico’: è un animale che per diventare sociale, ossia per assumere la postura civile, deve compiere un gesto violento, far fare un salto all’evoluzione naturale, macchiarsi di un delitto abominevole come il parricidio.  Deve mettere fra sé e il suo passato naturale una distanza quasi abissale”

(tutti i c.vi sono miei, per evidenziare quella che a me sembra un’enfasi su un passaggio che sarebbe ‘catastrofico’ se appunto fosse stato effettivamente ‘realmente accaduto).  Certo, Bruno precisa che lo stato di natura è “presunto come sempre”, però aggiunge che

“La società umana è invece cosa totalmente diversa da questa ‘socialità’ naturale: in primo luogo perché è il risultato di un delitto, poi perché si basa sulla rinuncia a riempire la casella del ‘padre dell’orda’, e infine perché è potenzialmente egualitaria dal momento che il padre cui pure si richiama attraverso l’identificazione è pur sempre un padre morto, un padre cotto e mangiato e pure defecato”.

Tutto bene, ma mi sentirei più consenziente se tutto questo ‘risultato’ lo riconoscessimo più come esso stesso ‘risultante’ dalla nostra permanentemente attuale ‘realtà psichica’ (per dirla nei termini di Freud e ben venga Lacan a proporci più impegnativi e ‘con-vincenti’ annodamenti) che come ‘fondato’ su una realtà materiale, ancorché dislocata in un tempo ormai inaccessibile.

Vengo ora a un passaggio della riflessione di Moroncini che mi sembra davvero illuminante.

“La domanda alla quale la psicoanalisi deve dar risposta è questa: come accade che la civiltà umana continui nonostante il disagio?  Che cosa permette alla Kultur di andare avanti quando il prezzo che si paga è così alto?

Per questo a Freud interessano non le masse fugaci ed effimere e tutto quello che possano combinare nella loro breve esistenza, ma le masse organizzate e artificiali, le masse che durano nel tempo e resistono ai cambiamenti storici. […]

Che cosa permette alla società umana di durare?  Il suo diventare istituzione. Appunto la chiesa, l’esercito, il governo, la burocrazia, sono istituzioni. La massa o si istituzionalizza o non è. Non si può pensare la massa senza il suo costituirsi in istituzione”.

Per incidens, vorrei suggerire qui un possibile rimando alle riflessioni di Roberto Esposito nei suoi ultimi testi sul ‘pensiero istituente’, sulla natura dialetticamente ‘inconcludente’, sempre ‘ri-attualizzante’ delle istituzioni, che mi pare possano bene articolarsi con un successivo commento di Moroncini quando ricorda che:

“Poiché la società umana è attraversata periodicamente da spinte disgregative dovute all’insopprimibile ricerca del soddisfacimento, l’unico modo per rinsaldare il vincolo civile è, secondo Freud, la riattivazione della situazione originaria, quella dell’orda primordiale in cui la massa era tenuta insieme dal fatto che tutti erano perseguitati allo stesso modo dal padre dell’orda e tutti lo temevano.  Che cosa vuol dire Freud con questa osservazione?  Che veramente ogni tanto, a intervalli più o meno regolari, gli uomini tornano allo stato di natura, fanno a ritroso il cammino della civiltà e infrangono la barriera che li separa dalla loro provenienza naturale? [...] La regressione in realtà è un ritorno del rimosso”,

anche se, come al solito, non darei per scontato che “nella memoria filogenetica e di conseguenza anche in quella ontogenetica resta conservato sotto rimozione originaria l’assassinio del padre e quindi sia ciò che lo precedeva – la sottomissione dei figli al padre dell’orda – sia le conseguenze – la fondazione della civiltà”.

Per parte mia aggiungerei che potremmo intendere questa quasi sorprendente capacità di noi umani di restare ancor oggi presenti sulla faccia della terra, nonostante noi stessi, come una sorta di dimostrazione di quanto Freud, appena un anno prima del testo sulle masse aveva ‘fantasticato’ al di là del principio di piacere, evocando lo scontro interminabile fra le due potenze celesti di Eros e Thanatos.

E qui Moroncini pone una domanda che introduce l’argomento che ci si attendeva fin dall’inizio, essendo propria essa quella che anticipa la ‘quaestio’ che dà vita a questa ‘Tribuna’:

Devo citare estensivamente

“Vuol dire questo che la massa è politica?  È la seconda tesi chiave di Sergio: per il fatto che vi sia un capo, una guida, un Führer, la massa diventa un’entità politica.  Cito da Soggetto e masse: «Freud in questo saggio si occupa dei collettivi politici, ossia del collettivi caldi» [...]  È evidente che per Sergio la qualifica di politico spetta solo ai collettivi caldi, quelli cioè che non solo implicano uno scopo o una causa ma anche e soprattutto una partecipazione emotiva alla loro realizzazione da parte delle masse che li formano.  Causa comune e amore per il capo sono gli elementi costitutivi dei collettivi politici che coincidono sempre con la formazione delle masse organizzate.  Da qui la tesi principale di Sergio secondo la quale, dal momento che per Freud «i legami sociali (libidici) tra i membri del collettivo dipendono dal riferimento comune a un Führer», se ne deve dedurre che per lui «ogni collettivo è nel fondo fascista» (p. 41).

Una prima osservazione ‘terminologica” inizialmente la questione concerne l’eventuale implicazione dell’attribuzione ‘politica’ alle ‘masse’.   Secondo Benvenuto, commenta Moroncini, “per il fatto che vi sia un capo, una guida, un Führer, la massa diventa un’entità politica”.  Più precisamente, e qui Benvenuto è citato direttamente: «Freud in questo saggio si occupa dei collettivi politici, ossia del collettivi caldi».  Fin qui seguo sia Moroncini che Benvenuto da lui citato e non troverei particolari rilievi a riconoscere l’attribuzione di ‘politica’ a una ‘massa calda’.  Dove però avverto un passaggio che, messo così, sembra piuttosto un salto, è nella conclusione: “dal momento che per Freud «i legami sociali (libidici) tra i membri del collettivo dipendono dal riferimento comune a un Führer», se ne deve dedurre che per lui «ogni collettivo è nel fondo fascista».  Dunque mi attenderei qualche precisazione, almeno da uno dei due.  In particolare da Benvenuto cui in una precedente occasione avevo posto la domanda, in relazione a una sua affermazione in cui veniva proposta una netta differenza fra i “collettivi caldi, politica idealizzata” (quelle descritte da Freud) e le masse “della retorica della sinistra” che già in quella occasione avevo sentito come alquanto insatura.

Nell’attesa vorrei a mia volta porre un quesito ‘complementare’: prima di confrontarci sulla plausibilità di affibbiare alle masse come intese da Freud una qualsiasi ‘fascisticità’, dovremmo intenderci su una ‘questione preliminare’: noi leggiamo oggi il testo di Freud dopo che il nome stesso di fascismo oltre che l’esperienza storica che se l’era attribuito hanno ormai segnato le nostre categorizzazioni e per alcune generazioni le nostre stesse vite in modi più o meno pesanti.  Questa distanza/vicinanza ci autorizza, per così dire après coup (senza trattino e cioè semplicemente col senno di poi) a interpretare le riflessioni del 1921 alla luce delle vicissitudine storiche e perfino delle trasformazioni culturali e tecnologiche successive?  E in tal caso, che giustificazione può avere l’attribuzione di una connotazione ‘fascista’ proiettata esplicitamente avant coup?

A me pare evidente che Benvenuto non intenda parlare del fascismo in senso proprio.  Però qui andrebbe, a me pare, precisato l’uso.  Se si tratta di una generica metaforicità, l’estensione semantica è magari suggestiva, come dice Pietro Pascarelli, ma in tal caso più le maglie sono larghe, più e pour cause, essa perde di significatività.  Potrebbe trattarsi invece di un uso per così dire di ‘metonimia’ temporale: fascismo (o anche mafia) non andrebbero intesi come ‘nomi propri’, designatori rigidi, ma come ‘modi di dire’ comparsi nel corso della storia che rappresentano però non singolarità congiunturali (una sorta di classe non esportabile in unità insiemistiche più ampie), ma declinazioni parziali di attitudini umane universali e ricorrenti, per la cui appropriata comprensione si richiederebbe uno sguardo capace di distogliersi da quel ‘particulare’ che altrimenti ci porterebbe a credere che una prua o una vela se ne vada sola soletta a navigare in giro per i mari.

Aggiungo solo che l’ambiguità del linguaggio risente anche del tempo e delle circostanze in cui i suoi termini, concetti e parole vengono adoperati (consapevole però che del tutto l’ambiguità del linguaggio non può essere neutralizzata:  va ‘patita’ e perfino riconosciuta come un indicatore della sua ‘verità’, altrimenti rischieremmo di scivolare sul piano inclinato di una infinità senza alcun Ur su cui andare salvificamente a sbattere).  Questa riflessione dovrebbe suggerirci un’altra prudenza, voglio dire il rischio di assolutizzare punti di vista ‘storicamente determinati’: il fatto che l’esperienza del comunismo ‘realizzato’ si sia dissolta per implosione ha lasciato, almeno nel nostro mondo occidentale, una buona parte degli orfani in balìa di una sorta di un afasico spaesamento melanconico più colpevolizzato che ‘disincantato’; invece il fatto che il nazi-fascismo sia stato sconfitto – almeno nell’evidenza manifesta della storia – da un nemico esterno ha facilitato pulsioni revansciste non a caso nel nostro paese rigogliosamente rappresentate e proprio in questa occasione pandemica riversate in un ribellismo di masse che anche senza le indicazioni di Benvenuto, si riconoscono sostanzialmente, per lo più, esse stesse come ‘fasciste’.

Per concludere, ma ovviamente solo per questa mia interlocuzione, su questa spinosa questione, a me pare che nella loro formazione originaria, le ‘masse’, primordiale effetto dalla indiscutibile propensione umana a una problematica con-vivenza non soltanto con i propri simili ma soprattutto con la propria ‘ambivalenza’ pulsionale, non possano essere connotate in alcuna ‘monovalenza’ valoriale, né positivamente né negativamente connotata dal nostro personale criterio di parte (lo è anche quello che si pone super partes).  Avevo prima accennato a Al di là del principio di piacere, un testo a mio parere non sufficientemente tenuto in considerazione da Freud nel suo appena successivo lavoro sulle Masse.  Possono nel corso della storia proporsi declinazioni e interpretazioni che evidenziano più o meno evidenti squilibri nella tenuta di un accettabile impasto pulsionale, che questi squilibri vengano avviati soprattutto dalla potenza di Thanatos mi sembra una verità indiscutibile; ma se non ci fosse stata finora, nella storia dell’umanità una qualche capacità riparativa (chiamiamola Eros, se vogliamo) è altrettanto indubitabile che ora neppure staremmo qui a discutere.  Le Massen si muovono molto spesso ‘contro’ qualcosa e soprattutto qualcun altro, rivendicando un proprio interesse ritenuto, a torto o a ragione, ‘legittimo’ (e infatti magari chiedono, tutte intruppate in coro, “libertà, libertà”); ma le masse possono mobilitarsi anche a favore, in soccorso, nell’interesse di qualcun altro che neppure conoscono.  Ecco la mia ultima questione: in queste due occorrenze di masse dovremmo necessariamente riconoscere in relazione alle diverse e perfino opposte finalità (e non avrebbe qui senso denotarle ‘politicamente’) una correlata, altrettanto sostanziale e discriminate diversità nelle loro modalità di formazione?  Per restare ai parametri freudiani: ideale dell’Io. identificazioni. oggetto, narcisismo svolgerebbero in entrambi i casi la stessa funzione?  Perché, se così fosse, le masse possono essere, a seconda di infiniti parametri anche solo occasionalmente confluenti, declinate in ua correlata infinità di predicazioni, comprese quella, eventualmente, se e quando se ne dà il caso, di fascista.

 

05/12/2021

 

 

 

 

 

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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