Tribuna su “Psicologia delle masse” di Freud. Contributo di Leonardo Provini

Ho sempre interpretato e pensato il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’io” anche come una proposta da parte di Freud di considerare un certo isomorfismo (ad esempio inteso nei termini del Tractatus di Wittgeistein) tra la struttura delle masse e quella dell’io. Quindi, egli parla di un processo che definirei di “strutturazione”. Ad esempio, pensiamo agli sforzi che Freud fa per spiegare l’identificazione e come essa tenda a funzionare. Sbaglio?

Provo a spiegarmi meglio.

Leggo questo saggio come uno sforzo da parte di Freud di chiedersi quali rapporti potrebbero esserci tra l’io e le masse. Inoltre, credo che egli ritrovi delle ambiguità e della confusione rispetto all’uso dell’io che poi approfondirà negli anni successivi. Ambiguità che potremmo tradurre nei seguenti quesiti: è una istanza, fa parte del narcisismo, è il soggetto dell’inconscio? E nelle masse cosa accade di tutto questo?

Credo che Sergio Benvenuto nel suo libro affronti solo il discorso dalla parte del Freud che parla del soggetto dell’inconscio.

Ho sempre letto anche “Totem e Tabù” da un vertice affine, utilizzando cioè una logica simile. C’è un soggetto che enuncia un enunciato e un oggetto (sostituibile) a cui questo enunciato si riferisce, parla.

È vero che Freud ci parla spesso per libere associazioni rilevando qua e là ciò che emerge spontaneamente, cioè egli interroga un sapere.

Questo in “Totem e tabù” emerge chiaro, anche se crea delle problematiche ulteriori il fatto che egli parla attraverso un mito che per definizione si muove in uno spazio transizionale di difficile inquadramento. Eppure, ci parla e mi sembra evidenzi il processo di una “strutturazione” collettiva, e dell’”io” come se fosse una collettività o una molteplicità dentro di noi. Egli incontra questi isomorfismi interscambiabili – che immagino spesso come delle forme frattali – e il tutto mi sembra anche molto divertente. Ritengo che da questo vertice possa essere inteso il mito di “Totem e tabù” e dei rapporti orizzontali e verticali. Cioè che c’è una piacevole relazione tra il singolo e la collettività in cui vive. Il totem, infatti, è un segno che ci ricorda o ci vieta qualcosa.

Interpreto questo aspetto nei termini di una responsabilità individuale rispetto alla “tribù” in cui viviamo. Ricordiamoci che alcuni traduttori del saggio di Freud del ’21 traducono “Psicologia delle collettività e analisi dell’io”.

Mi sembra che nel saggio di Sergio la collettività viene ridotta alla massa, senza pensare all’importanza che nella società umana acquistano le organizzazioni e le istituzioni che sono in grado di fare delle cose veramente strabilianti. Ho apprezzato molto il contributo di Moroncini.

Mi sembra che Correale in uno dei suoi scritti affronti una tematica simile evidenziando l’importanza delle istituzioni e della capacità prettamente umana di collaborare insieme in grandi numeri per ottenere dei risultati mirabolanti. Egli, tuttavia, evidenzia il rischio legato al fatto che questi aggregati si possano ammalare. Ecco, mi sembra che Sergio si focalizzi maggiormente su queste collettività ammalate e che tendono alla massificazione.

Harari evidenzia proprio il fatto che la diversità tra noi e qualsiasi altro animale si trova nella nostra capacità di collaborare in grandi numeri, in maniera flessibile e anche se non ci conosciamo personalmente. Mentre se mi trovassi su di una isola deserta con uno scimpanzè a lottare per la sopravvivenza, molto probabilmente sarebbe lui a sopravvivere. Egli ritiene che sia la condivisione dell’immaginazione a fare dell’essere umano il conquistatore del nostro mondo. A questo link un suo discorso a tal proposito molto divertente: https://www.ted.com/talks/yuval_noah_harari_what_explains_the_rise_of_humans?language=en#t-212634

Ho l’impressione che il vantaggio del mito sia proprio quello di condensare l’esperienza di una comunità e di rappresentarla in maniera condivisa. Molte persone possono a quel punto riconoscersi in alcune delle sue parti o nel mito nel suo complesso. Pensiamo ad esempio all’importanza dell’Edipo, oltre a “Totem e tabù” e forse aggiungerei i tre saggi su “Mosè e il monoteismo”. Non credo che si tratti di un inconscio collettivo come pensava Jung. Seppur alcune sue riflessioni possano essere molto interessanti, l’inconscio è tale perché è del soggetto. Mentre l’inconscio collettivo sembra riferirsi maggiormente al fenomeno della suggestione descritto da Freud e al rischio di omologare l’inconscio soggettivo a quello descritto da Jung. Ricordiamoci, ad esempio, il sogno descritto in “Ricordi, Sogni e Riflessioni”, che Jung interpretava nei termini di un contributo rilevante allo studio dell’inconscio per tutta l’umanità.

Questo rischio è connesso all’immaginazione condivisa e a quel capo posto in una determinata posizione affinché i figli possano restare insieme. La psicoanalisi ne sa molto di più, si tratta dell’ideale dell’io, dell’”entrare nello spazio dell’ideale dell’io”, come scrive Freud.

Il mito dà forma ad un’orma vuota, un negativo nel quale potersi inserire. Vi ricordate ad esempio il resto del desiderio che Lacan cita soprattutto in alcuni dei suoi primi seminari? Ad esempio, quando affronta il ritrovamento delle relazioni oggettuali, o anche nel das Ding.

Nello specifico, Totem e tabù sembra essere un racconto, una storia fatta da una collettività. E questa storia viene enunciata da una posizione che abbracci tutti quanti. Una comunità di fratelli. E chi è che può parlare e includere tutti quanti? Un padre può farlo, che può essere un dio onnipotente o uno scarto evirato, o altrimenti un padre ucciso e mangiato nei suoi pezzi, così che ogni figlio ne possa avere una parte, senza che nessuno lo possieda per intero. Insomma, mi sembra che Freud in questo saggio ritrovi la domanda: chi è il Padre? O quanto meno è presente una enunciazione da una posizione che sembra essere quella del Padre. Un padre piuttosto solo, a dirla tutta, o forse inesistente ma perché rimosso e quindi un padre che ritorna.

Vorrei tuttavia tornare a due concetti strutturali per la psicoanalisi freudiana: l’inconscio e il transfert. È chiaro che per inconscio si intende il soggetto e l’umanità intera – la collettività umana – si è difesa a lungo dal saperne qualcosa fino a Freud e alla nascita della sua scienza. In questo modo egli ha intravisto tra i ruderi, tra le sue macerie, dei resti nelle varie forme: un padre, una madre, ma altre volte nella forma di fiori e della deflorazione…

Il transfert invece riguarda una dimensione collettiva, o meglio del rapporto tra il soggetto dell’inconscio e la collettività. Freud riteneva che esso fosse sempre presente e compito dello psicoanalista è quello di averci a che fare. Al di fuori della stanza di analisi il transfert non smette di essere presente. Anzi, sono d’accordo con Freud quando evidenzia che esso è sempre presente e se l’analisi dà i suoi frutti esso diventa ancora più evidente.

Il transfert e i fenomeni ad esso connessi, – penso ad esempio al fantasma, ma qui ci avviciniamo già al soggetto dell’inconscio -, sembrano essere un anello di congiunzione tra il singolo e gli altri nelle diverse collettività. A questo livello la teoria degli insiemi ottiene la sua rilevanza, ad esempio come Blanco ha provato ad applicare con dei risultati non sempre entusiasmanti. E in fondo l’io in quanto istanza non è forse frutto proprio di una teoria degli insiemi?

La Klein nei suoi seminari dice che:
“il modo in cui si realizza il cambiamento terapeutico è piuttosto specifico dei processi analitici, contrapposti a quelli non analitici, ed è caratterizzato dall’avvio di un processo nella mente del paziente, da parte dell’analista, che determina una modificazione del circolo vizioso nevrotico. Voglio sottolineare questo punto. In tutti gli altri metodi psicoterapeutici il medico, su per giù, cerca di prendere il controllo dell’inconscio, in parte, penso, per difendersi dalla propria angoscia davanti a esso. È vero che una conoscenza insufficiente dell’inconscio contribuisce ai sentimenti di angoscia che esso suscita, ma è altrettanto vero che l’angoscia inibisce l’esplorazione dell’inconscio e può portare al diniego totale della sua esistenza”.
Il quesito che vorrei sottoporvi è il seguente: qual è per la psicoanalisi freudiana il rapporto esistente tra l’individuo – e quindi la sua soggettività – e la collettività, ai vari livelli, in cui vive?

03/12/2021

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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