Tribuna sul Green Pass. Il fantasma dello “stupro di stato”

 

1.

La stragrande maggioranza dei media in Italia ci presentano chi contesta la politica vaccinale del governo essenzialmente come gente di basso livello culturale, imbottiti di pregiudizi anti-illuministi contro la scienza e la medicina, per lo più elementi di estrema destra, o casi patologici affetti da sindromi persecutorie.

In realtà quasi ogni giorno mi imbatto in persone che temono i vaccini e rifiutano il Green Pass i quali non rientrano affatto in questo identikit: sono spesso medici specialisti, o persone di buon livello culturale che insegnano in università o centri di ricerca, e che spesso votano per partiti di sinistra. Due filosofi di grande prestigio, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, si sono schierati contro il Green Pass.

So di persone che trovano dei medici di base che la pensano allo stesso modo, per cui si fanno fare falsi certificati vaccinali per ottenere il documento vaccinale. So anche di Green Pass artefatti da falsari. Alcuni casi sono stati scoperti, ma credo che siano più diffusi di quanto non si creda.

Io stesso ho pazienti che si sentono letteralmente perseguitati dalle restrizioni imposte per la pandemia, e che fanno di tutto per non sottoporsi a vaccini. Rifiutano il vaccino come fosse un tatuaggio infamante. Anche loro appartengono a ceti intellettuali. E’ proprio nel confronto con questo tipo di pazienti che si capiscono le molle profonde del movimento no-vax.

Francamente, mi chiedo perché questo rigetto – che in molti diventa cruccio assillante – quando di fatto lo stato ci impone cose che, almeno ai miei occhi, sono ben più gravose e persistenti?: tasse sulla casa e la spazzatura, pagamenti solo per via bancaria, scolarità obbligatoria, in certi paesi il servizio militare obbligatorio, ecc. ecc. Strano che nessuno contesti il fatto che ciascuno di noi sia identificato da un codice fiscale, unico per ogni essere umano, cosa che ricorda i numeri che i nazisti tatuavano sul braccio degli internati nel Lager.

Perché un’iniezione che dura pochi secondi appare un’umiliazione ben più grave di tutto ciò che gli stati moderni ci impongono, sempre, ovviamente, per il Bene comune?

 

2.

Una delle ragioni è che il vaccino è qualcosa che penetra il corpo umano. Quasi tutti gli altri obblighi che ci impongono sia lo stato che il vivere sociale in generale possono “toccare” il corpo, ma non devono penetrarlo. Questo è in linea con l’etica e la giurisprudenza moderne: il corpo è sacro.

Perciò oggi sono inammissibili le pene corporali. Troviamo perfettamente legittimo e normale che si rinchiuda una persona in una cella per il resto della propria vita, ci fa orrore l’idea che si punisca qualcuno, per lo stesso delitto, con trenta frustate. Nelle prigioni sono permesse di fatto angherie nei confronti dei prigionieri, purché una guardia carceraria non picchi detenuti – come è accaduto nella prigione di S. Maria Capua Vetere nel giugno del 2021. Viviamo in una Kultur in cui il corpo è considerato inviolabile (a meno che il soggetto non vi acconsenta, ovviamente). Per questa ragione è severamente proibito, anche ai genitori, picchiare i bambini. Un marito può torturare moralmente sua moglie, ma se le dà due schiaffi allora è incriminabile. Uno scapaccione è considerato più grave di forme di raffinata crudeltà mentale.

Questo vale anche per la pena capitale, là dove esiste. Non si fucila più: i proiettili dei fucili entrano nel corpo. Né si ghigliottina più: così si amputa un corpo. Le sole esecuzioni mortali in Occidente oggi si fanno attraverso gas o elettricità: immaginariamente, gas ed elettricità non sono qualcosa che fora, mutila il corpo… In realtà sia il gas che la corrente elettrica penetrano il corpo, ma questo non si vede. Il boia non deve uccidere direttamente il condannato, ma indirettamente attraverso aggeggi tecnologici. L’etica della sacralità del corpo dell’altro ha anche i suoi risvolti immaginari.

Un vaccino è invece un farmaco che entra in circolazione nel corpo. È percepito quindi come uno stupro di stato. Il vaccinato, anche maschio, si sente come una donna violentata. Solo madri e amanti possono “entrare” in un corpo.

Questo spiega il fatto che tanti siano per la libertà di abortire anche se personalmente non abortirebbero mai. Lo slogan abortista più incisivo è: “La pancia è mia!” Ovvero, lo stato non può intromettersi in ciò che immetto nel mio utero o estrometto da esso. Se lo stato interviene per garantire il diritto alla vita di un concepito, questo viene letto – nella filosofia implicita a cui quasi tutti aderiamo – come uno speculare violento dello Stato nell’apparato genitale femminile. L’aborto è una violenza corporea a cui la donna consente, proibire l’aborto è una violenza corporea peggiore nella misura in cui la donna non consente.

Insomma, lo Stato può chiederci qualsiasi cosa, anche di andare a morire in guerra per difenderlo, ma non può costringerci a infilarci qualcosa nel corpo. Il corpo è tabù, nel senso polinesiano del termine, intoccabile.

 

3.

Questo principio – a un tempo etico-filosofico e viscerale – spiega però solo in parte la virulenza dell’opposizione al Green Pass, che è un’opposizione ai vaccini.

In tutta franchezza, mi è difficile capire, di primo acchito, perché tra tutte le imposizioni che la vita sociale – non solo lo stato, quindi – ci infligge, sia proprio quella di vaccinarsi a creare in tanti una rabbiosa indignazione. Diciamo di essere liberi nelle democrazie, ma di fatto la nostra libertà è coartata in tutti i modi. Se ricordo la mia infanzia negli anni 1950, a Napoli, ho l’impressione che all’epoca si fosse meno costretti di oggi. Certamente molto meno controllati dallo Stato, dato che non c’erano i computer e internet. Non c’era nemmeno il codice fiscale! Ogni scambio avveniva attraverso contanti, per cui quasi tutto era “in nero”, ma nessuno percepiva l’illegittimità della cosa.

Oltre agli obblighi e vincoli legali a cui abbiamo accennato, ci sono obblighi e vincoli impostici dalla convivenza sociale. Per esempio, d’estate, quando fa molto caldo, avrei voglia di andare in giro per la città in mutande: non potrei essere arrestato, credo, perché non mostrerei i genitali, ma la riprovazione sociale attorno a me mi isolerebbe. Se fossi un insegnante di liceo, mettiamo, e decidessi di andare a fare lezione vestito come Dante nel XIV secolo, l’ilarità che creerei mi renderebbe impossibile qualsiasi autorità didattica. La prima repressione ci viene dalla società che ci circonda.

Se scelgo di diventare un professore universitario, o un magistrato, o un politico, o un prete, o un artista… diventa essenziale la mia conformità spirituale a certe idee e movimenti culturali, se voglio sperare di fare un minimo di carriera. Se scelgo di fare filosofia, mettiamo, dovrò aderire a un movimento filosofico organizzato, anzi, dovrò condividere le idee filosofiche del “mio professore”, grazie al quale potrò fare carriera (i “portaborse” non sono dei facchini, sono giovani che devono convincere un professore potente del fatto che la pensano esattamente come lui o lei). Nella vita universitaria si parla di “cordate”, ovvero di professori che, come gli alpinisti, scalano insieme i vari gradini della montagna-Accademia legandosi tra loro con una stessa corda. Ma di solito la cordata ammette persone culturalmente omogenee. Dobbiamo pensare come gli altri, altrimenti faremo buchi nell’acqua. In URSS potevi anche essere perseguitato se ti dichiaravi anti-marxista, nei paesi democratici non puoi dichiararti marxista se le correnti dominanti, in filosofia o altrove, sono estranee al marxismo, e se vuoi fare qualche carriera. I protocolli politici di una società possono essere democratici, ma la vita sociale non è veramente democratica, perché l’originalità assoluta, l’estraneità a tutti i gruppi dominanti, insomma la solitudine, sono pagate a caro prezzo. Se vuoi essere libero pensatore, ti resta solo un lavoro umile da fare.

Infatti, se fai un mestiere umile, sei spiritualmente più libero che nel caso tu opti per un mestiere “vocazionale”, di alto prestigio sociale. Se scarichi verdure ai mercati generali, nessuno ti chiede come la pensi, in che cosa tu creda o non creda, come ti vesti…

Anche se fai parte di una minoranza – ad esempio, se in Italia sei ebreo o leggi Julius Evola – tanto più ti converrà asserragliarti, per dir così, assieme a chi si riconosce in questa minoranza. Però più si è minoranza, più si è forzati ad aderire strettamente al gruppo minoritario che ti protegge, ovvero, più è essenziale la conformità al pensiero di gruppo.

Insomma, possiamo vedere la vita sociale come uno stupro di anime. O meglio, è “matrimonio interessato”, perché devi accettare la penetrazione delle idee altrui nella tua anima come forma di ménage, se vuoi assicurarti una buona convivenza con il tuo ambiente sociale di riferimento.

 

Di solito non facciamo nemmeno caso a quante e a quali coercizioni siamo sottoposti. Il vaccino obbligatorio, un atto una tantum, scandalizza tanti, ma ci siamo così abituati agli obblighi quotidiani da non vederli nemmeno più come obblighi. La mattina l’obbligo di radermi e di farmi la doccia, in auto l’obbligo di mettermi la cintura, devo avere sempre con me una carta d’identità… Devo avere una laurea in qualcosa per poter insegnare ai giovani quel che so e devo seguire programmi uguali per tutte le scuole, devo essere laureato in legge se voglio difendere o accusare qualcuno in tribunale, devo prendere una partita IVA se pratico una professione libera e guadagno più di 5000 euro all’anno, non posso prendere un numero eccessivo di contanti dal mio conto in banca (devo dimostrare perché lo faccio!), se sono una prostituta non posso servirmi dell’aiuto di nessuna persona per svolgere il mio mestiere, ecc. ecc. Oggi, poi, è di fatto impossibile vivere per delle persone che non abbiamo uno smartphone (conosco alcune persone bizzarre che non hanno mai voluto accedere all’universo informatico, e so che vita vivono…).

Confesso che alcune costrizioni mi danno particolarmente ai nervi. Una è che se prendo una stanza in un hotel, una persona che viene a trovarmi deve farsi registrare mostrando la propria carta d’identità. Lo stato vuole sapere con chi dormi, anzi, vuol sapere chi passa del tempo con te nella tua stanza.

Anni fa scoprii quanto le leggi anti-mafia restringano le nostre libertà personali. Invitai la mia fidanzata, 25 anni fa, a venire a stare a casa mia. Americana con regolare permesso di soggiorno. Dopo un po’ fui chiamato dal distretto di polizia del quartiere perché, secondo la legge, se una persona straniera dorme più di due giorni a casa tua, la devi dichiarare… Questo, ovviamente, per controllare i mafiosi. TUTTO è sempre a fin di bene.

Se la tua residenza non corrisponde al posto dove abiti abitualmente (magari abiti dalla tua amante), lo stato vuol sapere che domicilio hai. Non solo devi avere una residenza legale, ma, nel caso, anche un domicilio fisso.

E per non parlare di come sei trattato se sei immigrato. Mia moglie, quando era la fidanzata di cui ho parlato più su, ne sa qualcosa… Non bisogna credere che gli immigrati americani siano trattati meglio degli immigrati senegalesi o filippini… Perché per i burocrati xenofobi gli immigrati sono tutti eguali, ovvero, vanno tutti umiliati.

 

4.

Per questa ragione siamo attratti da chi osa dire no a ogni vincolo sociale, anche se il suo destino sarà tragico. Fu il caso di Christopher McCandless, il giovane che negli anni 90 se ne andò a vivere solo in Alaska, in un regime di pura sopravvivenza (esperienza descritta da Jon Krakauer nel libro Into the Wild, e dal film di Sean Penn con lo stesso titolo).  Oppure certi barboni, homeless, punkabestia e marginali che preferiscono una vita misera ma non sottoposta alle regole sociali di “decenza”, la minima ipocrisia multipla. O come i filosofi cinici dell’Antica Grecia. O i monaci eremiti del primo cristianesimo. Oppure i nomadi survivalists americani, descritti dal film Nomadland di Chloé Zhao. Dentro di noi, c’è una sorta di ambivalente ammirazione per questi fringe, ci sentiamo sfidati dalla loro libertà non dal bisogno – spesso anzi sono molto bisognosi – ma dall’obbligo di condividere valori e modi di vita della società. Sono loro a percepire la pervasività della morale sociale come uno stupro, mentre noi funzioniamo, spesso, da liete prostitute della correttezza sociale. La accettiamo per poter guadagnarci da vivere, per non mendicare come i punkabestia.

 

Ma allora, rispetto a questa costrizione sociale permanente – comune alle società democratiche come a quelle dispotiche – perché proprio un vaccino, che fai solo un paio di volte, è vissuto come un’inaccettabile sopraffazione, al di là di quel vissuto connesso alla Legge meta-legale che permea la nostra società, l’inviolabilità del corpo?

Rischio un’ipotesi sulla base della mia pratica clinica. La mia impressione è che coloro che si ribellano a valle alle norme anti-Covid, vaccino incluso, sentono di aver ceduto in modo ben più radicale a monte. Nel fondo, si sentono già assoggettati: hanno dato via qualcosa di essenziale di se stessi per accettare una certa ammissibilità sociale. Si sentono profondamente in colpa per essersi “conformati”. L’imposizione del vaccino – nella misura in cui viola una Legge sociale più profonda nella nostra società, quella dell’intangibilità del corpo – è come la punta dall’iceberg, è il nodo in cui la Legge della conformità sociale che costoro hanno accettato (e di cui si vergognano) entra in contraddizione con se stessa. Ma dietro il rigetto del vaccino, non c’è la paura che esso faccia male (ogni medico sa che tutte le medicine fanno male… altrimenti non sarebbero efficaci), c’è un profondo rifiuto dell’umanità in quanto assoggettata. Un disprezzo degli altri in quanto “gregge”. Eppure non sono andati a vivere sul monte Athos, dove si può starecompletamente soli: essi stessi, proprio come gli altri, si sono assoggettati. Ma non vogliono riconoscersi parte del gregge.

 

24/10/2021

 

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Sergio Benvenuto è psicoanalista, filosofo e saggista. E’ stato Visiting Researcher alla New School for Social Sciences di New York, e ricercatore al CNR in psicologia sociale. E’ presidente dell’Istituto psicoanalitico Elvio Fachinelli.

Fondò nel 1995 l’European Journal of Psychoanalysis, di cui è stato direttore fino al 2020. Redattore delle riviste American ImagoPsychoanalytic Discourse Philosophy World Democracy.

Tra i suoi libri più recenti, What Are Perversions? (Karnak, Londra 2016), Leggere Freud (Orthotes Napoli 2018), Conversations with Lacan (Routledge, Londra 2020), La ballata del mangiatore di cervella (Orthotes nel 2020), Lo psichiatra e il sesso (Mimesis, Milano 2021), Soggetto e masse (Castelvecchi, Roma 2021).

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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