Zafiropoulos in Italia, un cambio di paradigma per la psicoanalisi?

11/01/2021

 

Abstract. Zafiropoulos’ book Lacan et les sciences sociales was published in France in 2001 and it has only recently been translated into Italian (2019).  The translators (Vincenzo Rapone and Michele Bianchi) implicitly express their intentions regarding this publication in the long preface to this text.  They relate the theses of Zafiropoulos to the Italian debate in the psychoanalytic field.  Zafiropoulos criticizes the “Durkhemian position” of early Lacan (1938), because it is contradicted by both sociological and psychoanalytical points of view.  In fact, starting with his Seminar (1953), Lacan gives up Durkheim’s sociological perspective of the decline of the family to give preference to the anthropological approach and studies of Levi-Strauss.  In this way, the classical theme of the father of the family moves from the real conditions of the family to the symbolic function of the Name-of-the-Father.  In the preface to the text Rapone uses Zafiropoulos’ theses to criticize the approaches which focus the clinical assessment and treatment on the role of the family and of the father in concrete terms.  In light of these reflections this contribution evaluates the contradictions regarding these topics in the Italian debate and suggests that the solution may be found in discarding any paradigm focused on the Oedipal approach.

 

Il testo di Markos Zafiropoulos dal titolo Lacan et les sciences sociales. Le déclin du père, è uscito in Francia nel 2001 per le edizioni Presses Universitaires de France/Humensis.  Si tratta di un testo che potrebbe essere inserito in una tradizione ormai consolidata Oltralpe di studi che intrecciano la psicoanalisi (segnatamente lacaniana), filosofia e scienze umane e sociali. In questa tradizione può essere ben inserito ad esempio l’importante testo Freud et les sciences sociales di Paul-Laurent Assoun[1].  Autori che con questo genere di studi sono ormai diventati in Francia dei punti di riferimento per il dibattito scientifico interno alla psicoanalisi.

La traduzione italiana del testo di Zafiropoulos a cura di Vincenzo Rapone e Michele Bianchi, dal titolo Lacan e le scienze sociali, si inscrive nella collana di Diritto e Psicoanalisi della casa editrice Alpes.  Gli stessi sono autori di una ponderosa prefazione che inserisce il testo nel più ampio dibattito circa il rapporto tra la psicoanalisi e la riflessione sui fenomeni sociali (passando dalla tradizione post-freudiana e dalla Scuola di Francoforte), e lo contestualizza nel panorama culturale italiano.  A tal proposito, in particolare, la prefazione mette in dialogo il testo di Zafiropoulos con un certo dibattito che si è sviluppato negli ultimi anni in seno alla psicoanalisi lacaniana italiana e a certe tendenze che in essa si possono scorgere.

Infatti, alla luce della prefazione alla traduzione italiana, questo testo si presenta come un importante contributo a tale dibattito, e, per il suo rigore metodologico e la ricchezza delle fonti, offre anche una bussola per orientarsi nel ricco retroscena culturale che è implicito alla psicoanalisi di Lacan.  Dal sottotitolo francese dell’opera “il declino del padre” si intuisce, in effetti, il tema che il libro intende affrontare.  Se Zafiropoulos cerca di rileggere la psicoanalisi di Lacan attraverso le scienze sociali, è perché scorge nella rilettura lacaniana della psicoanalisi di Freud il ricorrere da parte dello psichiatra francese a un sapere esterno alla psicoanalisi stessa al fine di ricavarne delle coordinate metodologiche ed epistemologiche.  L’autore tende a distinguere nella rilettura del testo freudiano operata da Lacan, almeno, due momenti.  Un primo momento “durkheimiano”, quello a cui appartiene grossomodo lo scritto I complessi familiari nella formazione dell’individuo (1938); e un secondo momento “lévi-straussiano”, cioè quello in cui il riferimento principale dello psichiatra francese è Levi-Strauss e coincide, sostanzialmente, con l’inizio del celebre insegnamento del Seminario (1953).

Il libro si focalizza principalmente sul primo tempo della teorizzazione lacaniana, in cui il riferimento all’impostazione sociologica di Durkheim è preponderante, e, in particolare, per quanto riguarda l’importanza che concretamente la famiglia ha nello sviluppo individuale e il suo relativo declino nella società occidentale a partire dalla modernità.  Scrive Lacan ne I complessi familiari:

noi non facciamo parte di quelli che si affliggono per un presunto allentamento del legame familiare.  Non è forse rilevante il fatto che la famiglia si sia sempre più ridotta al suo raggruppamento biologico man mano che integrava i più alti progressi culturali?  Eppure un gran numero di effetti psicologici ci sembrano evidenziare un declino sociale dell’imago paterna.  Declino condizionato dalla ripercussione nell’individuo di effetti estremi del progresso sociale, declino che si nota, soprattutto ai nostri giorni, nelle collettività più provate da questi effetti: concentrazione economica e catastrofi politiche.[2]

Da queste parole, secondo Zafiropoulos, hanno preso abbrivio le riletture dei lacaniani (si pensi a Charles Melman) che in qualche modo elaborano una visione dello sviluppo individuale e, correlativamente, dei fenomeni sociali, secondo cui l’esperienza concreta individuale in seno alla famiglia sarebbe il paradigma esplicativo principale dello svilupparsi di alcune sintomatologie e disturbi psicopatologici.  Tali orientamenti psicoanalitici possibilmente non si affliggono per il cosiddetto “declino della famiglia” al livello sociale, ma implicitamente, accettando tale paradigma, assumono un atteggiamento nostalgico e blandamente paternalistico.

La critica di Zafiropoulos è sostanzialmente incentrata in primo luogo sulla validità scientifica dell’ipotesi sociologica del declino della famiglia di Durkheim e Le Play, e, in secondo luogo, sul fatto che si possa fissare la posizioni sociologica di Lacan su tale assunto teorico di fondo, peraltro ormai superato.  L’autore, riportando numerosi riferimenti agli scritti sociologici di Durkheim e Le Play circa la condizione della famiglia nel mondo moderno e le ricadute che un suo declino avrebbe al livello sociale e individuale, opera una critica serrata al livello storico di tale modo di concepire i fenomeni sociali. Zafiropoulos, infatti, arriva ad affermare che il modello familiare, inteso come legame sociale fondamentale (oggi si direbbe “la famiglia tradizionale”), era pressoché un unicum nella storia occidentale e che apparteneva perlopiù alla classe borghese del XVIII-XIX secolo.  Per spezzare una lancia a favore di Durkheim (e, quindi, del Lacan dei complessi familiari), Zafiropoulos tiene, quantomeno, a precisare che la lettura del padre della sociologia francese fosse non tanto nostalgica ma sostanzialmente una presa d’atto di carattere scientifico: il declino dell’istituzione familiare è correlato con un un generale indebolimento del legame sociale detto, ormai, comunemente anomia[3].  Rispetto a questa posizione, quella di Le Play sarebbe stata, invece, francamente moralista e reazionaria.

Zafiropoulos, quindi, criticando l’attendibilità scientifica della tesi sociologiche che potremmo sintetizzare come quella del “declino del padre”, relativizza la centralità della dimensione familiare ed edipica nel primo Lacan, per privilegiare l’importanza nello sviluppo della teorizzazione dello psichiatra francese dell’apporto dell’antropologia levi-straussiana.  Nell’introduzione all’edizione italiana l’autore si esprime come segue:

in breve, il nostro lavoro di ricerca evidenzia la misura in cui la tesi della crisi della famiglia del padre sia oggi totalmente obsoleta nel campo scientifico, salvo che in quello freudiano, e che quest’eccezione può, con tutta probabilità, essere spiegata attraverso la riconduzione del legame transferale che lega gli psicoanalisti al primo Lacan durkheimiano, rimasto sino a questo momento largamente sconosciuto. […]  Ma se gli eredi di Lacan sono, almeno in una certa parte, rimasti durkheimiani senza saperlo, Lacan stesso non lo è rimasto, dal momento che il suo incontro con Lévi-Strauss ha generato un’amicizia sulla cui base, nell’immediato dopoguerra, prenderà le distanze dal punto di vista di Durkheim, per condividere gli obiettivi teorici dell’antropologia strutturale, e, soprattutto, di quello che Levi-Strauss definiva significante di “grado zero”.

Significante che in tutte le culture e che, con diversi nomi, consente al pensiero simbolico di esercitarsi, facendo da “point de capiton”, da impuntitura, tra significante e significato.[4]

Questo spostamento del paradigma di riferimento socio-antropologico comporta nella psicoanalisi di Lacan una diversa concezione del disagio psichico.  Infatti, si ha un passaggio che va dal declino sociale della famiglia, dell’importanza della figura paterna in concreto, al padre inteso come funzione simbolica, il Nome-del-Padre, il quale è il garante dell’ordine del linguaggio e del legame sociale; grado zero dell’ordine simbolico.

Si capisce bene come tali questioni circa il paradigma sociologico implicito alla psicoanalisi lacaniana possano avere una risonanza con alcune tendenze che caratterizzano il dibattito interno al lacanismo in Italia.  Da un certo punto di vista, leggendo il testo, e soprattutto leggendo la prefazione contestualizzante dei traduttori, si ha come l’impressione che certo dibattito sia in ritardo di almeno quindici anni, visto che il testo originale di Zafiropoulos è datato 2001.  I traduttori si riferiscono, in particolare, alla lettura di Recalcati della psicoanalisi lacaniana, che, del resto, ha trovato largo successo di pubblico.  È noto, infatti, come uno degli aspetti più “attraenti” del percorso recalcatiano nella psicoanalisi sia proprio il riferimento centrale al padre come rappresentante di un ordine simbolico e garante del legame sociale.  Sono note, a questo proposito, alcune elaborazioni come il “complesso di Telemaco”, che caratterizzerebbe i giovani d’oggi destinati a vivere in una “società senza padri”, e le interpretazioni delle vicende politiche secondo la chiave interpretativa dell’“assenza del padre” (rispetto a cui la figura di Berlusconi è un anti-padre, un “padre orgiastico”, Urvater freudiano).  Tesi queste che hanno stimolato un ampio dibattito in Italia, rispetto al quale ad esempio lo psicoanalista Franco Lolli, in un recente e importante testo sull’inattualità della psicoanalisi[5], contrassegna in maniera critica col termine di declinismo: atteggiamento di nostalgia nella società ipermoderna per il padre ormai “evaporato”[6].

Su un piano teorico, rilevano i curatori del testo, la centralità della “Legge del padre” in Recalcati si articola con la questione del rapporto dialettico tra Legge e desiderio di derivazione paolina e che lo psicoanalista milanese articola in Contro il sacrificio[7]Si tratta di un punto focale e che ha delle implicazioni anche dal punto di vista di una cosiddetta “politica della psicoanalisi”.  Rapone, infatti, sottopone a una serrata critica metodologica le posizioni di Recalcati, secondo cui vi sarebbe in questo tipo di psicoanalisi uno scarto tra “struttura ed empiria”, cioè tra la teorizzazione psicoanalitica classica (edipica) e la realtà individuale e sociale che non è detto risponda più, o debba rispondere più, a tale paradigma esplicativo.  Ma il professore di filosofia del diritto non si limita a tale critica concettuale, anzi articola anche una critica su un piano etico-politico:

[…] Contro il sacrificio, può, senza tema di smentita, essere considerato alla stregua di un vero e proprio manifesto di un programma politico, in cui lo psicoanalista, abiurando alla posizione che gli compete, parte da una sorta di indignazione moralistica verso lo stato delle cose, per assegnare alla pratica psicoanalitica il compito di «[…] rabberciare un legame sociale democratico messo a rischio dalle istanze narcisistiche e individualistiche»[8]. […] Lo psicoanalista, in altri termini, sarebbe chiamato politicamente a garantire le condizioni (ancora una volta “strutturali”) di umanizzazione e accesso al desiderio, garantendo il divieto di accedere al godimento assoluto “della Cosa”, ossia della madre, oggetto dell’interdetto edipico.

La posizione critica di Rapone nei confronti dello psicoanalista milanese diventa piuttosto radicale soprattutto quando si focalizza sulle intenzioni “programmatiche” che, in tale prospettiva, il clinico dovrebbe avere nella cura[9].  Tuttavia, dal nostro punto di vista, tale critica metodologica e politica alla lettura recalcatiana di Lacan rimane circoscritta alle sue declinazioni più “divulgative”. Infatti, essa non toglie nulla ai numerosi e interessanti apporti che Recalcati offre e che si distinguono per il loro pregevole valore scientifico[10].

Volendo andare un po’ oltre la figura dello psicoanalista milanese, si potrebbe rilevare, in effetti, come in Italia sia largamente presente nell’ambito della psicoanalisi lacaniana tale paradigma esplicativo “edipico”, che si caratterizza per un certo sociologismo metodologico e che trova la sua fonte principale proprio nella posizione durkheimiana del primo Lacan (ci si riferisce alla celebre frase dei Complessi familiari di cui sopra).

Atteggiamento questo che è comune a diversi psicoanalisti, come nel caso di Laura Pigozzi[11], la quale critica il modello della “famiglia tradizionale” che, come ella afferma, poiché incentrato sulla figura della madre, sarebbe causa di patologie psichiche individuali e può evolversi in una inabilità strutturale a essere cittadini di una società democratica, e, in senso lato, di abitare la civiltà[12].  Posizione che di per sé appare contraddittoria dal momento che il vero fulcro della cosiddetta “famiglia tradizionale” è proprio il padre in quanto personificazione concreta della interdizione al godimento, incarnazione della Legge, agente della separazione della madre dal bambino.  Dunque, nel ricondurre in maniera lineare la malattia psichica (e persino quella “sociale”) al fattore causale dell’eccessiva vicinanza del soggetto-bambino col plus-materno, non ci si avvede che, in verità, si sta usando sempre il medesimo paradigma esplicativo in cui l’Edipo (la famiglia) ha un ruolo esplicativo predominante.  In altre parole, non si tratta di un autentico superamento della famiglia, con tutti i problemi che le si attribuiscono, in quanto tale[13].

Oltre alle posizioni blandamente nostalgiche per il “Padre”, si deve inoltre rilevare la presenza in di una tendenza francamente reazionaria all’interno di certo lacanismo, in cui aleggia un atteggiamento vagamente paternalista e si avanzano esplicitamente dei valori tipicamente appartenenti alla cultura patriarcale.  Si potrebbe dire, insomma, che vi è una lettura del Lacan degli anni ‘30 “di reazione”, e che risponde a una spiegazione semplicista dello sviluppo psichico, ponendo un discrimine netto tra normalità e psicopatologia al livello della realtà concreta delle esperienze familiari avute dall’individuo.  Di tali ripiegamenti reazionari di certe correnti psicoanalitiche ispirate a Lacan si possono portare diversi esempi, come il caso dello psicoanalista [Mario Binasco, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi sul matrimonio e la famiglia presso l’Università Lateranense. Nota redazionale] che prese parte al dibattito parlamentare contro la legge sulle unioni civili[14], o di altri che non hanno perso occasione di esprimere fumosi pareri in occasioni come il Family day o il Fertility day.  Si tratta, certo, di posizioni isolate che si distinguono per il fatto di non essere inserite in un circuito di confronto professionale, scientifico e pubblico[15], ma che nella loro semplicità esplicativa, nella fallacia dei ragionamenti e nel preteso empirismo, ha molta presa nel pubblico semi-colto che non conosce la complessità del pensiero di Lacan.  Peraltro, è proprio sul riferimento alla cosiddetta “esperienza clinica” che i rappresentanti di questa linea di pensiero sostengono le loro convinzioni[16].  Non è superfluo rilevare quanto in campo sociologico le difficoltà di validazione empirica della psicoanalisi siano note: si tratta infatti di un problema che viene da lontano e che ha sempre riscosso diversi dubbi[17], fino al punto che la sociologia ufficiale odierna dà ormai poco valore al possibile contributo che la psicoanalisi può darle[18]. Dunque, un empirismo metodologico che, d’altro canto, è stato ampiamente superato in ambito epistemologico e psicoanalitico[19], e che dice, più che altro, dell’ingenuità della visione del mondo di certi fautori di questo modo di leggere la psicoanalisi.  Si tratta di un atteggiamento che, oltretutto, fa pensare come essi cadano in un circolo ermeneutico in cui vengono considerati solo i fatti utili a confermare le loro convinzioni al fine di difendersi dall’incertezza connaturata ad ogni vera ricerca scientifica[20].

Rispetto a queste posizioni potrebbe essere interessante, piuttosto, che la psicoanalisi, in particolare quella lacaniana, e gli psicoanalisti si confrontassero con quelle forme di sapere e quegli approcci allo studio delle forme di vita (nel senso di Wittgenstein) che sono esterni alla psicoanalisi stessa.  Sarebbe proprio questo il proposito ultimo del prezioso libro di Zafiropoulos e l’intenzione dei curatori della sua traduzione italiana.  Un confronto, cioè, con quel sapere scientifico che viene usualmente designato con l’espressione di “scienze sociali”, oltre che con i risultati della riflessione epistemologica e filosofica.  Infatti, a nostro modo di vedere, un incontro tra queste aree del sapere sarebbe fruttuoso in una prospettiva di avanzamento della ricerca, ma anche dal punto di vista del rigore concettuale e metodologico nel momento in cui il professionista è chiamato a prender parola nel dibattito pubblico su precisi fenomeni sociali[21].  Senza un confronto con questa dimensione molteplice e complessa in cui si inseriscono le vicende umane e sociali, si rischia di scadere in una forma di riduzionismo in cui si riconducono tutti gli aspetti dei fenomeni osservati, il vivente, a un unico fattore causale, che nel caso specifico sono le condizioni familiari e la connessa “carenza paterna”.  Atteggiamento riduzionista, questo,  tipicamente antiscientifico[22].

Per ritornare alla questione del rapporto di Lacan con le scienze sociali, ci sembra interessante la lettura che Miller dà del cosiddetto “ultimo Lacan”, rispetto al quale egli nota un progressivo abbandono non solo del padre come figura concreta, protagonista principale dell’Edipo, ma anche del Nome-del-Padre come punto cardine dell’ordine simbolico in cui si inscrive (e da cui, in effetti, viene a prodursi) il soggetto.  La cosiddetta “pluralizzazione dei nomi del padre” risulterebbe proprio da tale processo di superamento e di abbondono della centralità del simbolico nella clinica psicoanalitica lacaniana[23], cosa che porta Miller ad affermare che il seminario sul sinthomo di Lacan è una sorta di risposta psicoanalitica all’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari[24].  A questo proposito, ci sembra interessante osservare, seguendo la posizione della psicoanalista Silvia Lippi[25], come lo scopo della cura psicoanalitica sia proprio quello di liberare il desiderio dal fantasma edipico e dalla funzione alienante dell’Io, andando in direzione, piuttosto, di una sua “psicotizzazione”[26].  Quindi non cercare di adeguare il paziente ai canoni edipici della psicoanalisi ma spingere la psicoanalisi verso un superamento dell’Edipo.

In effetti, come del resto si è già avuto occasione di rilevare altrove[27], anche la scelta di pubblicare il corso di Miller L’Uno-tutto-solo, nella traduzione di Antonio Di Ciaccia, sembra essere connessa a degli aspetti contingenti che connotano lo stato di certo dibattito, e del “torpore” che rischia di cogliere gli psicoanalisti[28].

In questo senso, il libro di Zafiropoulos appare essere un punto di partenza e un’opportunità affinché la psicoanalisi prenda coscienza dei propri antecedenti teorici, storici e culturali, e si arricchisca, inoltre, al livello scientifico implementando il rigore metodologico che connota le scienze sociali nel trattare la complessità delle sfide che la società contemporanea presenta.



[1] Si rimanda a questo proposito al testo originale francese P.-L. Assoun, Freud et les sciences sociales. Psychanalyse et théorie de la Culture, Armand Colin Éditeur, Paris, 1993. Per la traduzione italiana si veda: Id., Freud e le scienze sociali. Psicoanalisi e teoria della cultura, Borla, Roma, 1999.

[2]  J. Lacan, I complessi familiari nella formazione dell’indinviduo, in Id., Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, pp. 23-84, p. 60, corsivo nostro.

[3] Si veda ad esempio É. Durkheim, Il suicidio, Rizzoli, Milano, 2007, pp. 375 ss.

[4] M. Zafiropoulos, Introduzione all’edizione italiana, in Id., Lacan e le scienze sociali, Alpes, Roma, 2019, pp. 3-5, p. 4

[5] Cfr. F. Lolli, Inattualità della psicoanalisi. L’analista e i nuovi domandanti, Poiesis, Alberobello, 2019.

[6] Nello esporre le sue tesi e le sue critiche a tale approccio, Lolli inoltre rileva, facendo riferimento proprio al testo di Zafiropoulos, la sostanziale infondatezza clinica delle cosiddette “nuove sintomatologie” a partire dal fatto che il Nome-del-Padre è una funzione simbolica e non deriva direttamente dall’Edipo in concreto, dal padre come figura reale nella famiglia. Nel caso la funzione simbolica paterna sia connessa allo svilupparsi di una psicopatologia, ciò dipende dal fatto che la struttura non coincide con le contingenze storiche, essendo essa “intemporale”. A questo proposito ci si permette di rimandare anche al nostro testo: D. Alparone, Una nevrosi demoniaca: tra storia e struttura, in “La Psicoanalisi. Studi internazionali del campo freudiano”, n. 63-64, 2018, pp. 256-276.

[7] M. Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina, Milano, 2011.

[8] La citazione è tratta da B. Moroncini, Lacan politico, Cronopio, Napoli, 2014, p. 5, nota 6.

[9] M. G. Bianchi, V. Rapone, Prefazione. Empiria e struttura nella problematica definizione del campo psicoanalitico, in M. Zafiropoulos, Lacan e le scienze sociali, Alpes, Roma, 2019, pp. v-lii, pp. xlii-xliii.

[10] Tra i numerosi volumi, articoli e curatele si riportano titolo esemplificativo i seguenti testi: A. Di Ciaccia, M. Recalcati, Jacques Lacan, Bruno Mondadori, Milano, 2000; M. Recalcati, Apertura versus chiusura.Nota su Fachinelli e la politica della psicoanalisi, in “Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica”, vol, v, n. 1, 2018, pp. 133-147; Id., Soggetto e soggettivazione in Sartre e Lacan, in “Aut-Aut”, n. 387, 2020, pp. 56-68.

[11] L. Pigozzi, Di chi sono i figli?, in “Doppiozero”, 13/10/2020, URL: < https://www.doppiozero.com/materiali/di-chi-sono-i-figli >.

[12] Id., Democrazia, in “Doppiozero”, 28/12/2020, URL: < https://www.doppiozero.com/materiali/democrazia-0 >.

[13] M. Bianchi, V. Rapone, Prefazione, cit., p. xxviii: «se l’asse di ricerca, da una linea interpretativa antiautoritaria che preconizzava i tratti di una società progressivamente emancipata dall’incombenza della figura paterna non senza evidenziare la problematicità della fuoriuscita dal patriarcato, si è progressivamente orientato in una direzione praticamente opposta, propria di uno stile d’analisi che procede in direzione contraria, permeata com’è da una profonda nostalgia per un regime sociale in cui il pivot paterno avrebbe determinato la piena intellegibilità del confine tra normale e patologico, tanto nel campo della psichiatria, quanto in quello dell’azione penale, entrambe queste prospettive assumono il movimento empirico come suvvalente su quello strutturale. In questo senso, come già evidenziato poco sopra, la questione non è, tanto, di una critica a tendenze interpretative determinate quante al loro contenuto, quanto, piuttosto, il fatto che entrambi questi approcci si muovano all’interno di una considerazione in virtù della quale è la problematica delle “condizioni sociali dell’Edipo” ad essere assunta come dirimente, a discapito della definizione ‘strutturale’ dell’Edipo stesso, di operatore in grado di fondare, in senso logico trascendentale, la cornice nel cui ambito si costituisce la struttura di personalità dell’uomo in quanto entità universale, e, conseguentemente, dei singoli».

[14] S. Alliva, “Matrimoni gay? Come l’Isis”. La dichiarazione choc in Aula, Espresso, 19/02/2015, URL: < https://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/02/19/news/io-ho-affetto-per-il-mio-cane-ma-che-significa-e-i-pd-abbandonano-l-aula-1.200308 >.

[15] Si veda a questo proposito la presa di posizione di Domenico Cosenza allora presidente della SLP (Scuola Lacaniana di Psicoanalisi): S. Alliva, ‘Matrimonio gay come l’Is’. Il prof ha mentito sulla carica accademica, URL: < https://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/24/news/matrimonio-gay-come-l-is-smentito-il-prof-che-ha-mentito-sulla-carica-accademica-1.201011 >. Per un critica mirata al riguardo si veda anche: M. Montanari, Psicoanalisti gente senza Dio, in “Pol.it – Psychiatry on line”, 6/03/2015, URL: < http://www.psychiatryonline.it/node/5536 >.

[16] Cfr. M. Binasco, Il contrattacco del professore accusato di paragonare i matrimoni gay all’Isis, “Tempi”, 27/02/2015, URL:  < https://www.tempi.it/contrattacco-del-professore-accusato-paragonare-matrimoni-gay-isis/ >.

[17] Cfr. G. Simpson, W. H. Sewell, Empiricism and Psychoanalysis in the Sociology of the Family, in “Marriage and Family Living”, vol. 19, n. 4, 1957, pp. 382-385.

[18]  L. Chancer, J. Andrews, Introduction: The Unhappy Divorce: From Marginalization to Revitalization, in L. Chancer, J. Andrews (a cura di), The Unhappy Divorce of Sociology and Psychoanalysis. Diverse Perspectives on the Psychosocial, Palgrave Macmillan, New York, 2014, pp. 1-14.

[19] Per quanto riguarda questo dibattito in seno alla psicoanalisi si vedano: C. Lictira-Rosa, Dall’impasse delle neuroscienze all’impasse della scienza, in “La Psicoanalisi”, n. 32, 2002, pp. 157-202; D. Cosenza, La psicoanalisi tra ermeneutica e epistemologia, in M. Recalcati (a cura di), introduzione alla psicoanalisi contemporanea: i problemi del dopo Freud, Bruno Mondadori, 2003, pp. 137-164. Per quanto riguarda l’ambito epistemologico si vedano: F. Coniglione, Popper addio. Dalla crisi dell’epistemologia alla fine del logo occidentale, Bonanno, Acireale-Roma, 2008; E. Agazzi, L’oggettività scientifica e i suoi contesti, Bompiani, Milano, 2018, pp. 169 ss.

[20] H. Kächele, J. Schachter, H. Thomä, From Psychoanalytic Narrative to Empirical Single Case Research, Routledge, New York, 2009, p. 400: «From decades of intensive study of many facets of treatment, what stands out the most is the limitations of our clinical knowledge about analytic treatments. This is the lesson we would like to impart to practitioners. As Bowlby (1979) notes, analysts are inclined to place greater confidence in their theories and analytic views than are warranted; this, indeed, is risky. In conclusion, the most salient implication for psychoanalytic practice that we can identify from our empirical study case is that rather than the analyst making sweeping inferences and drawing strong conclusions, we urgently suggest that humility and tentativeness in all interventions are optimal. Analysts’ need for confidence and conviction may expose them to a tendency toward arrogance, often more covert than overt, for at least hypothetically understandable reasons».

[21] M. Zafiropoulos, Lacan e le scienze sociali, cit., pp. 14 ss.

[22] E. Agazzi, Reductionism as negation of the scientific spirit, in E. Agazzi (ed.), The Problem of Reductionism, Kluwer Academic Publishers, Norwell, 1991, pp. 1-29.  Si veda in particolare: ivi, p. 2, nota 2, in cui l’autore fa proprio l’esempio di un certo tipo di spiegazioni psicoanalitiche.

[23] Cfr. D. Alparone, Sulla filosofia della psicoanalisi: breve chiosa su “essere ed esistenza” ne l’Uno-tutto-solo di J.-A. Miller, in “European Journal of Psychoanalysis”, pubblicato il 16/20/2020, URL: < https://www.journal-psychoanalysis.eu/sulla-filosofia-della-psicoanalisi-breve-chiosa-su-essere-ed-esistenza-ne-luno-tutto-solo-di-j-a-miller/ >.

[24] J.-A. Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo. L’orientamento lacaniano, Astrolabio, Roma, 2018, p. 233.

[25] S. Lippi, Lacan/Deleuze, come psicotizzare la psicoanalisi?, in “Aut-Aut”, n. 387, 2020, pp. 128-140.

[26] Ivi, p. 136.

[27] D. Alparone, Jacques-Alain Miller e Antonio di Ciaccia, L’Uno-Tutto-Solo. L’orientamento lacaniano, Astrolabio, Roma, 2018, in “La Psicoanalisi. Studi internazionali del campo freudiano”, n. 66, 2019, pp. 208-213.

[28] G. P. Cima, A proposito de “L’Uno-tutto-solo” (J.A. Miller, A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 2018): Intervista a Di Ciaccia, in “POL.it – Psychiatry on line”, 25/03/2019, URL: < http://www.psychiatryonline.it/node/7928 >.

 

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Dario Alparone, Psicologo, PhD candidate presso L’Università degli Studi di Catania.  Ha svolto attività clinica presso la c. c. Catania-Bicocca e presso il Policlinico Universitario-Vittorio Emanuele di Catania.  Ha svolto attività di studio e ricerca presso il Département de Psychanalyse – Université Vincennes-Saint-Denis Paris VIII.  Membro “partecipante” della SLP (Scuola Lacaniana di Psicoanalisi) è autore di diversi articoli e saggi pubblicati in riviste scientifiche e tematiche.  La sua attività di ricerca si concentra sul rapporto tra psicoanalisi e scienze sociali.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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